Tema: “La mia collezione di dischi”. Svolgimento:
La mia collezione di dischi è talmente importante per me che da quando ho traslocato giace ancora in una manciata di scatoloni, mestamente parcheggiata in un angolo del garage (l’auto ovviamente rimane fuori al freddo e al gelo come il Jesu Cristo che cantavamo alle scuole elementari in Tu scendi dalle stelle) e lasciata alla mercé di animali ed insetti vari ed assortiti.
Rimane lì (la collezione di dischi, ma anche la macchina – che a mio avviso è uno dei luoghi in cui la musica si può ascoltare con più attenzione) perché al giorno d’oggi la musica che viene pubblicata dalla stragrande maggioranza delle etichette indipendenti (e non) conta talmente meno di zero che puoi scaricartela e cestinarla senza farti troppi problemi, ed allora perché perdere tempo, spazio e denaro per riportarla fisicamente nel tuo appartamento? Meglio stringere la cinghia, meglio legarli una cinghia al braccio ed iniziare a scaldare.
Ovviamente scherzo, questa menata iniziale in due paragrafi era solo una scusa per utilizzare il termine “mercé” senza sapere se scrive mercé oppure mercè e non fare la figura del Roberto Saviano di turno. La mia collezione di dischi è troppo importante per me e comprende dischi originali (ovvio) ma anche (e qui divento veltroniano dal buco del culo al cuore) dischi masterizzati su cd-r Coop, quando ancora si scaricava musica in ufficio e/o a casa e la si masterizzava su cd perché non esistevano ancora le autoradio con porta usb incorporata per fruirne in maniera più pratica e veloce. Ci sono cose che mi porto dietro come un fardello dall’adolescenza e cose che ho comprato ieri, cose che comprerò domani e dischi immaginari, cose che ho ascoltato fino a memorizzarne ogni singolo dettaglio e cose che non ascolterei più nemmeno sotto tortura (anche perché non le ho mai ascoltate veramente), c’è pura poesia come il vinile originale di La mia moto di Jovanotti e c’è ancora la cartolina che si trovava dentro al disco, quella per vincere la moto targata Milano con la foto di Jovanotti areografata (o aereografata? Fa niente, sono come Saviano e posso sbagliare a scrivere) sul serbatoio della benzina, ci sono cd che mi sono stati prestati ma che non ho mai restituito al legittimo proprietario e ci sono cd che mi sono stati prestati, che non ho mai restituito al legittimo proprietario e che in sovrappiù mi sono venduto a tradimento per raccogliere un po’ di vil danaro (erano passati più di cinque anni dunque erano miei per usucapione e potevo farlo. L’ha detto il giudice Santo Trafficante in svariate puntate di Forum dunque è vero, testimone Bruno Sacchi dei Ragazzi della Terza C che adesso è magro e fa l’opinionista nella suddetta trasmissione), c’è di tutto e di più come la Rai.
Mancano purtroppo all’appello solo le cassettine sui cui avevo registrato intere puntate del degli anni d’oro (1993-1996), quando facevo finta di essere prima metal e poi punk ma ero in botta da musica da autoscontri e mi divertivo un casino a negarlo. Sono state smarrite durante un precedente trasloco e pagherei parecchio vil danaro per riaverle, ma purtroppo le cassettine non sono come la salma di Mike Bongiorno che scompare nel nulla, si mobilita la polizia e come per magia riappare a due passi da dove ere stata trafugata. Qui non è il paradiso, all’inferno delle verità io mento col sorriso.
Fanno bene/fanno male, sto bene/sto male: concerti estivi che non sono tanto estivi, musica di regime che non è tanto di regime. Repetto juvant.
Uno non fa neanche in tempo a leggere dei Radiohead in concerto a Bologna il 3 luglio 2012 che i biglietti sono già andati esauriti in men che non si dica e non vi è più possibilità di acquistarli (in realtà sono andate esaurite solo le prevendite per i fan, ma tant’è). Forse è un errore o una bufala ma non importa,tanto non sarei andato comunque perché un concerto del genere a Bologna equivale a dire mescolarsi ad un pubblico del tipo concerto della Bandabardò o dei Sud Sound System ed io non ci sto (mi sentirei un pesce fuor d’acqua, mi si nota di più se non vado, non sono abbastanza ricco, non so come vestirmi, a Ferrara in quel periodo ci sono concerti complessivamente migliori, non-fumo-non bevo-non-dico-parolacce / porca-puttana-quanto-m’incazzo-quando-mi-cade-la sigaretta-nel-whisky ed altri luoghi comuni che non sto qui ad elencare perché non so se si scrive “nel whisky” o “nello whisky” dato che l’alcool proprio non lo reggo). Andrò a vedermeli a Berlino o qualcosa di simile, disertando anche le altre date italiane perché sono complessato come il peggiore degli indie snob ed in più ho la mania dei voli low cost e della musica da autoscontri. A Design For Life, come cantavano i Manic Street Preachers post-scomparsa nel nulla di Richey Edwards (citazione che non c’entra nulla però era bella da mettere in chiusura di paragrafo e dunque l’ho fatta).
Ma hanno ancora senso i Radiohead nel 2011? Non lo so, però l’ultimo disco The King Of Limbs era davvero bello (uscirà comunque un disco nuovo a febbraio 2012, attendiamo fiduciosi) e da qualunque parte la si voglia vedere i Radiohead hanno sempre fatto quel cazzo che volevano pur continuando a suonare di ottimo livello ed originali (quando propongono qualcosa di già sentito stanno solo perfezionando idee altrui, a differenza di Bjork che ha già finito la benzina da due album ma continua ad andare avanti come se nulla fosse). Comunque sì, i Radiohead hanno ancora senso nel 2011. Band definitiva, dice qualcuno – io mi limito a dire che sono stati una band importantissima per tanti motivi e per tanti altri continuano ad esserlo anche oggi, ma probabilmente io non faccio testo dunque passo ad altro che è meglio (come diceva quel nazista di Quattrocchi dei Puffi).
In definitiva, è bello accendere una qualsiasi radio di regime e rendersi conto Heaven di Emeli Sandé è in heavy rotation come se fossimo nel 1994/1995/1996 e Bristol fosse una sorta di Mecca dalla quale arriva la musica elettronica più figa del pianeta. Pensavo che quei suoni attualmente continuassero ad esistere solo nel cervello di Alessio Bertallot ed invece inspiegabilmente sono tornati tra noi nelle vesti di una canzone cantata da una ragazza con la pelle nera ed un mohawk ossigenato, roba che a prima vista diresti uscita dalla versione inglese di X-Factor ed invece non lo è (anche perché a quanto mi hanno riferito Emeli Sandé la settimana scorsa era a cena da Wagamama a Londra e nessuno la riconosceva. Non male avere un mohawk ossigenato e non essere riconosciuti da nessuno). Heaven di Emeli Sandé pare quasi una versione iTunes di Unfinished Sympathy dei Massive Attack, ha un video che sembra girato con la tecnologia del 1994/1995/1996 (dunque le immagini non hanno l’alta definizione dei video attuali) e probabilmente ha permesso a quei suoni ormai estinti di rientrare di soppiatto nella hit parade – ma non non ho voglia di verificare in rete se sono davvero entrati nella hit parade dunque non posso affermarlo con assoluta certezza. Come può aver successo un brano del genere nel 2011? Come può piacere così tanto all’utente medio delle radio di regime? Come può piacere ad un ragazzino che era appena nato quando Bristol sembrava una sorta di Mecca dalla quale arriva la musica elettronica più figa del pianeta? Come sono arrivato a parlare di Emeli Sandé partendo dai Radiohead? Perché non ho parlato degli anni in cui la gente ascoltava perfino Monk & Canatella? Mah, probabilmente la notte dovrei dormire su un cuscino più comodo.
Jerry Calanza omo de panza omo de sostanza: tornano i Primus e sono cazzi amari, soprattutto per chi negli anni d’oro li aveva abbandonati per seguire gruppi-caricatura tipo i Molotov.

Libidine, doppia libidine, libidine coi fiocchi: questo è il primo risultato che si ottiene digitando su Google Images "Jerry Calà Brown Album". Vorrei stringere la mano al'ideatore di questa foto, ma soprattutto vorrei capire perché ho cercato prorio "Jerry Calà Brown Album". Qualora l'ideatore della foto si facesse vivo chiedendone la rimozione per pelose questioni di diritti d'autore, nessun problema: provvederemo subito a sostituirla con il quarto risultato, ossia una foto delle Pipettes.
La prova provata del fatto che nelle annate 1997-1998-1999 facevamo schifo (plurale maiestatis, non voglio insultare nessuno) è che eravamo talmente in fotta con il crossover che ci siamo spinti (altro plurale maiestatis, delirio di onnipotenza) talmente in basso da arrivare ad ascoltare roba come i messicani Molotov, facendoceli pure piacere parecchio e consumando la copia del loro album di debutto ¿Dónde Jugarán las Niñas?. Finita la fotta (che comunque è durata quasi quattro lunghi e durissimi mesi, mica due settimane) il cd in questione è stato prestato ad un amico che fortunatamente non l’ha mai più restituito, ma resta il fatto che quella dei Molotov era roba talmente dozzinale e priva della benché minima ragione di esistere che il disagio interiore per averli ascoltati molto è tanto. Gag da terza media ultimo banco vicino alla finestra, pretesa di avere testi di denuncia sociale, pretesa di essere i Mano Negra messicani con le chitarre oppure i Rage Against Machine su un treno che attraversa l’America Latina, chitarre mariachi che sbucano qua e là in una selva di chitarre mediamente rock, voci fastidiose, basso slap, saccheggio spudorato di idee altrui ed un video in programmazione fissa ad Mtv Superock hanno fatto sì che i Molotov godessero di una certa esposizione anche in Italia ed arrivassero a piacere a gente come me che in quegli anni si è bevuta come se nulla fosse anche pantomime rapcore come gli Hed (P.E.) - un gruppo che ormai esiste solo al Rock Planet di Pinarella di Cervia e nella mente dei reduci di quegli anni – ma che ha avuto il coraggio di cancellare tutto con un deciso tratto di penna non appena ha raggiunto una certa maturità (subito dopo l’esame di maturità a cui hanno fatto seguito un’estate da leone, l’università, la vita reale). Poi per carità abbiamo anche provato (altro plurale maiestatis, Delirium Tremens) ad ascoltare anche il seguito-di-cui-non-ricordo-il-nome-e-non-lo-voglio-nemmeno-cercare-su-Wikipedia (in realtà l’ho cercato, si chiama Apocalypshit ed era prodotto addirittura da Mario Caldato Jr.) ma non ce l’abbiamo fatta, faceva troppo schifo anche a noi o più probabilmente eravamo cambiati davvero. E se penso che i Molotov sono ancora in giro e poco tempo fa hanno pure suonato a Milano ad un festival da studenti fuorisede fissati con Hugo Chavez, Fidel Castro e Diego Armando Maradona l’autostima aumenta tantissimo, raggiungendo livelli degni del Vittorio Sgarbi più visionario (quello che insultava i tre del Trio Medusa apostrofandoli con l’illuminante epiteto “culattoni raccomandati”).
Come sono arrivato a ripensare ai Molotov? Semplice: ho visto il trailer di Pipì Room (capolavoro del mio Maestro di Vita Jerry Calà) e con una libera associazione mentale piuttosto maschilista e sbilenca ho subito pensato subito al titolo del disco d’esordio dei Molotov. Se poi ricordiamo che ¿Dónde Jugarán las Niñas? nasceva come storpiatura del titolo del best seller della band messicana Manà ¿Dónde jugarán los niños? il calembour da seconda superiore Jerry Calà-Jerry Manà viene in automatico e da Jerry Calà si finisce dunque dritti ai Molotov (e non si torna più indietro). Però Jerry Calà Was a Race Car Driver ed allora ecco che ci si rende anche conto che Jerry Was A Race Car Driver è forse il brano che esprime meglio cosa sono stati i Primus (e cosa sono, e cosa saranno), la loro grandezza e la loro superiorità. È colpa mia (niente plurale maiestatis in questo caso, ma è come se lo avessi usato) se negli anni in cui esplodeva il crossover ed anche gruppi come i Molotov avevano un loro posto al sole i Primus uscivano con un disco sottotono come il Brown Album e poi sceglievano di defilarsi dopo averci regalato un EP di cover ed una mezza cagata come Antipop. Addirittura pensavo si fossero sciolti per sempre, invece qualche tempo fa (o forse fra qualche giorno, o forse oggi – visto che in rete i dischi escono prima della loro reale data di uscita, che nessuno sa qual’è) i Primus se ne sono inaspettatamente usciti con un disco nuovo che risponde al titolo di Green Naugahyde ed è semplicemente clamoroso. Les Claypool e Larry LaLonde sono ancora della partita mentre alla batteria c’è il primissimo batterista della band Jay Lane, e questa cosa fa parecchio ridere perché pur essendo stato il primo batterista è all’esordio assoluto su disco. Comunque, nessuna innovazione particolare, nessuna rivoluzione copernicana, solo un disco dei Primus talmente riuscito bene da riportare di colpo le lancette del tempo indietro di almeno vent’anni (ti pare poco?). E dunque, funk bianchissimo tipo Parliament che hanno sniffato un sacco di candeggina e si divertono parecchio (Tragedy’s A’Comin’, Lee Van Cleef), cavalcate psyco-metal-funk che dopo un paio di minuti inizia a colarti il cervello dalle orecchie e devi recuperarlo utilizzando un cucchiaino (Last Salmon Man, Moron TV) o una cannuccia (Hennepin Crawler), divertissement zappiani vari ed assortiti (HOINFODAMAN) che ti convincono del fatto che i Primus sono una band invecchiata talmente bene da suonare più attuale oggi di venti e passa anni fa (cosa che in tempi in cui si grida al miracolo perché tre vecchi tromboni+loro figlio alla chitarra presentano il loro disco nei cinema di mezza Europa non è cosa da sottovalutare). Bentornati Primus.
QUATTRO MINUTI: Flaming Lips/Prefuse 73 EP (casa discografica: boh? Non mi interessa, non perdo nemmeno tempo a cercarla)
VIA
Iniziamo copiando: “L’EP, stampato in vinile a tiratura limitata e venduto solo presso il negozio Guestroom Records di Oklahoma City, conta 4 tracce che miscelano la tentacolare ispirazione di Coyne e soci con i glitch e le sperimentazioni tipiche di Prefuse 73. Il disco non è certo adatto a tutti i palati, l’acidità propria dei due protagonisti si somma in vertici a volte ineffabili, ma i fan dei Flaming Lips non resteranno certo delusi.”
Faccio partire (non ho l’EP stampato illegalmente perché non andrei mai e poi mai in Oklahoma, l’ho scaricato illegalmente), ascolto, interrompo. Riprovo più tardi ma interrompo ancora. Al terzo tentativo riesco ad ascoltarlo tutto. Una, due, tre, quattro volte, giusto per capire che l’EP dei Flaming Lips insieme a Prefuse 73 non è adatto a me perché è una delle cose più tediose che siano mai esistite nella storia della musica. Insopportabile. Ma perché la gente non si diverte invece di infastidirci con musica del genere? Perché la gente non si diverte invece di ascoltare musica del genere?
Per scrivere tutto questo ho impiegato un minuto e mezzo. Me ne resterebbero due e mezzo ma esco perché c’è una bella giornata di sole e voglio vivere la vita.
STOP
È arrivato Weah e Baresi è di nuovo papà: Africa Hitech – 93 Million Miles (Warp)
Non ricordavo più chi fosse Ruud Gullit e mi è tornato in mente solo quando ho letto dell’arresto di suo figlio Saverio Gullit per spaccio di droga. Può la mente di un uomo rimuovere dal proprio archivio personaggi del genere? Eppure Gullit è stato un grande calciatore del Milan dei primi scudetti berlusconiani ed è pure il padre di uno dei figli neri di Franco Baresi (la leggenda metropolitana dice così, non so se sia vero sul serio ma preferisco credere che lo sia. Magari per la legge del contrappasso Saverio Gullit è figlio di Baresi, chissà), come è possibile non ricordarsene? Capisco non sapere che Gullit ora allena una squadra in Cecenia, ma ricordarsi di lui perché suo figlio si fa beccare mentre vende il fumo proprio no. Deve essere perché non ho mai tifato Milan.
Musica è / l’amico che ti parla / quando ti senti solo

Il Darby Crash italiano, morto per noi peccatori. Buona Pasqa! Buona Pasqa a tutti, frateli e sorele!
Che cosa vuol dire musica di qualità?
(a questo punto parte istantaneamente Musica è di Eros Ramazzotti, dieci minuti di puro delirio psichedelico per un Eros mai più così coraggioso)
Quale metro di giudizio devo usare per capire se la musica è di qualità oppure no? Dico, quando un artista propone musica di qualità e quando invece propone roba non di qualità? Come posso giudicare se la musica è di qualità oppure no? Mi devo basare sulla qualità della produzione? Sulla freschezza della scrittura? Per essere di qualità la musica deve proporre per forza soluzioni sonore inedite oppure se una cosa è fatta bene lo è a prescindere dalla novità della proposta? Ed testi, devo considerare anche quelli o non importa? E se un artista inizia a vendere tanto ed ha successo smetterà automaticamente di fare musica di qualità oppure no? Un disco registrato artigianalmente con mezzi di fortuna può essere ugualmente di qualità?
Queste ed altre mille domande mi sono sorte spontanee domenica scorsa nel momento esatto in cui ho acceso la tv ed ho visto ospite a Domenica In un Franco Califano mai così simile ad una salma. Non c’è un nesso preciso tra Califano e la musica di qualità (semmai c’è un nesso preciso tra Califano e la coca di qualità, ma essendo contrario all’abuso di droga non dovrei permettermi di scriverlo), però la questione resta aperta ed io ho riflettuto a lungo per trovare una risposta e chiarire una volta per tutte a me stesso cosa è musica di qualità e cosa è musica di cui si può fare tranquillamente a meno (leggasi musica di merda). Credo che sia un dubbio comune a tanta altra gente, o forse no. Beato chi non ha mai dubbi perché vive bene.
IL DOWNLOAD ILLEGALE DELLA SETTIMANA (special edition feat. Leolino Bongiorno): Battles – Gloss Drop

è ufficiale: questa è una delle più brutte copertine di sempre. Sembra macinato di carne di infima qualità, ma magari è solo lana rosa, Big Babol o ciò che resta del costume del Tenerone del Drive-In 1985 circa
C’è gente in giro per forum musicali et altri simpatici siti specializzati che si sta già divertendo a sparare a zero sul nuovo disco dei Battles, che esce a giugno ed è stato anticipato da un singolo non troppo in linea con quanto fatto in precedenza dalla band americana. C’è chi pregusta le duemila battute al vetriolo che scriverà a giugno (le pregusta oggi senza nemmeno aver sentito il disco, o magari avendo sentita la solita copia watermarked esclusiva – e allora scrivine adesso, non a giugno che fa caldo ed io non ho voglia di mettermi di fronte allo schermo a leggere duemila battute al vetriolo), c’è chi già parla di una svolta in stile Animal Collective (sempre senza aver sentito il disco, o magari dopo aver sentito un fake confezionato dagli stessi spacciatori degli Animal Collective apposta per disorientare la gente) e chi afferma di essere già andato oltre Battles perché i (inserire un nome a caso, magari un nome di un gruppo che non conosce nessuno e forse manco esiste) sono senz’altro meglio perché c’hanno più senso ritmico, il fumo più buono, più groove, suoni più ricercati, sono più belli, sono più giovani, sono parenti di, escono per, suonavano con. Il mondo è bello perché è vario ed ovviamente io da liberale rispetto sempre e comunque le opinioni altrui (vere o false che siano), però sono piuttosto perplesso. Mi sembrano giudizi sparati alla cazzo di cane tanto per aumentare la propria autostima e nel contempo fare una bella figura in una cerchia ristretta di persone dedite all’ascolto di dischi scaricati illegalmente, ma magari mi sbaglio perché quando lurko forum musicali et altri simpatici siti specializzati lo faccio molto in fretta perché temo di essere scoperto (se mi scoprono rischio di abbassare la mia autostima) e non afferro il senso di ciò che viene scritto. Dovrò soffermarmi di più e leggere meglio, magari imparo cose nuove ma soprattutto imparo come si giudica un disco a prescindere dall’averlo ascoltato o meno.
Comunque io Gloss Drop, il disco nuovo dei Battles, l’ho già sentito e posso dire che è una figata. Me ne ha passata una copia esclusiva il buon Leolino Bongiorno (il figlio di Mike Bongiorno che hanno fermato ubriaco fradicio al volante della Porsche di un amico), raccomandandosi di non metterla assolutamente il rete altrimenti i Battles non lo avrebbero aiutato a ritrovare la salma di suo padre Miles (il correttore automatico di OpenOffice® sta iniziando a scrivere Miles Bongiorno, non capisco perché deve per forza tirare in ballo Miles Davis – o forse sì: Miles Davis e Miles Bongiorno andavano dallo stesso parrucchiere, Rolando il parrucchiere delle dive). Io sulle prime sono rimasto perplesso perché non capivo il nesso tra la salma di Miles Bongiorno, Rolando il parrucchiere delle dive e i Battles ma poi ho ascoltato meglio e mi sono addirittura entusiasmato perché il nuovo disco dei Battles suona esattamente come un qualcosa che sta a metà tra Miles Davis e l’edizione 1997 del Festival di Sanremo condotta da Bongiorno e vinta dai Jalisse (pettinati anche loro da Rolando, che cazzo di capelli avevano quando hanno vinto Sanremo???). Non ci credevo nemmeno ed invece i Battles sono vivi e lottano insieme a noi, ed oltretutto hanno avuto pure il coraggio di cambiare e di non replicarsi. Davvero bravi, ed un grazie a Leolino Bongiorno che mi ha regalato un copia esclusiva del loro cd ed ha migliorato notevolmente la qualità della mia vita attuale.
Piacerebbero anche a Miles Bongiorno, se solo potesse ascoltarli.















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