-bastonate-

I dieci pezzi che più amavo e più mi vergognavo di amare negli anni ‘90

Posted in tutto il resto by asharedapilekur on maggio 23, 2012

Perché, dunque, perché dovreste avere interesse a leggere l’ennesimo articolo musicale contenente le preferenze personali di nessuno in particolare? Io questo non lo so, ma so che è la giusta punizione per chi si rifiuta ostinatamente a spendere soldi per acquistare le riviste, tanto su internet c’è tutto e gratis, e allora beccatevi il tutto e gratis, questo blog, gli altri blog (molto peggio), le immagini su wikicommons con cui fare le vostre copertine sfocate e i pdf scaricati con tutti i crocini di stampa.

10. PRINCE, GOLD (“THE SYMBOL” – THE GOLD EXPERIENCE, 1995)
Nei fieri anni ’90 di forti e produttive tensioni sociali, non era assolutamente concesso fare il babiloniaco, osceno mischione di oggi, e la questione era, o ascolti musica, o ascolti merda. In un’epoca in cui, quindi, un Paolo Conte era considerato come oggi potrebbe essere considerato Scanu (prima della rivalutazione hipstersmart del 2024, intendo) e se passava il video degli Afghan Whigs eravamo contenti ma loro erano un po’ venduti, la possibilità che si potesse apprezzare un disco di Prince (una Jessica Simpson di oggi, metti) non era minimamente contemplata. Eppure io, in gran segreto, ho sempre amato e adorato il lunghissimo e virtuosistico guitar solo che, in un’orgia di opulenza negra prima che l’opulenza negra fosse ritenuta fica, troneggiava al centro del più fuori moda dei dischi fuori moda di Prince (ad Emancipation ancora mancava un po’ di tempo). Prince, completamente fuori controllo, all’epoca era rappresentato solo da un simbolo impronunciabile – molto prima della coolness dei !!!-, pubblicava dischi composti da dieci versioni della stessa (stupenda) canzone, pubblicava l’unico e solo Black Album (il funk omosessuale di Bob George sarebbe in questa lista se non sospettassi che possa essere hipster metterlo), pubblicava box quadrupli e pubblicava roba come  Live 4 Love nell’anno di Smells Like Teen Spirit. I ragazzini che oggi possono ascoltare Gnarls Barkley o Neptunes alla luce del sole, non sanno che Prince è morto anche per loro. Negli anni ’90 Prince non se lo cacava nessuno, eppure non esisterà mai più un posto altrettanto dorato dove vivere.

9. GIRLS AGAINST BOYS – SHE’S LOST CONTROL (AA.VV. – A MEANS TO AN END, 1995)
Nei concettuali anni ’90, i concetti più anni ’90 della storia umana erano non tanto i Girls Against Boys (gruppo dal design del tutto inconcepibile oggi, che all’epoca incredibilmente sembrava nuovo e fico e proibito e misterioso come, immagino, i ragazzi oggi percepiscano gentaglia come Health o Japandroids, che conosco di sfuggita e che abbino solo perché li vidi insieme sulla locandina di un concerto a cui non andai), quanto gli album di tributo. Negli anni ’90, chiunque ebbe un album di tributo, persino i Nomadi, i canti partigiani e i Joy Division. A Means to an End, che in realtà comprai perché conteneva un pezzo degli Smashing Pumpkins sotto falso nome (una risibile cover di Isolation), includeva almeno due grosse verità: l’unico buon pezzo della carriera di Moby (New Dawn Fades), e questa She’s Lost Control, entrambe heavy e anninovantissime, e ben superiori agli originali, cosa che torno oggi a dire senza vergogna nonostante io abbia passato gli ultimi diciassette anni a fingere di preferire una pacchiana voce baritonale su di uno scarno rullante a delle grasse, grosse chitarre distorte ed effettate. Negli anni ’90 si pagava tributo a chiunque, eppure non esisterà mai un posto meno asservito dove vivere.

8. PLACEBO – BIGMOUTH STRIKES AGAIN (AA. VV. – THE SMITHS IS DEAD, 1996)
Nei demodé anni ’90, a proposito di gruppi fuori moda (i Placebo oggi penso facciano l’effetto che fa vedere Don Draper che, in Mad Men, lascia la spazzatura sui prati dopo i picnic) e di album tributo, che dire di quest’altra chicca dal pessimo The Smiths Is Dead? Alla fine, non c’è molto da dire sul pezzo, che dal punto di vista musicale è sostanzialmente identico a quello degli Smiths, solo più veloce e con la voce di Brian Molko: ma il fatto è che, con una mossa che negli anni ’90 era smart ed oggi verrebbe percepita come patetica, le parole “walkman” e “hearing aid” del testo originale venivano sostituite con “discman” e “Megadrive”. Discman e Megadrive (che si sciolgono sul rogo di Giovanna d’Arco) come segno di spericolata modernità: non è insopportabilmente tenero? Negli anni ’90 avevamo il discman e il Megadrive, eppure non esisterà più un posto altrettanto arretrato dove vivere.

7. IRON MAIDEN – JUDGEMENT OF HEAVEN (THE X FACTOR, 1995)
Nei fallimentari anni ’90, pochi fallimenti furono tanto epici quanto quello degli Iron Maiden che, ubriachi di Tavernello, impazziti per questo mondo giovanile che d’improvviso voltava le spalle al metal quello che je puzzano l’ascelle, scelsero Blaze Bayley come sostituto di Bruce Dickinson. Blaze Bayley al posto di Bruce Dickinson è come sostituire Bobo Vieri con Simone Inzaghi, questo non perché io ami particolarmente Dickinson (peraltro negli stessi anni autore del “notevole” Balls To Picasso), ma perché bisogna riconoscere che, se un Dickinson o un Vieri facevano quello che era richiesto al loro ruolo (gli acuti effemminati/i goal), gli altri erano in sostanza due che passavano di lì per caso, provenendo rispettivamente dai Wolfsbane e dal Piacenza (i Wolfsbane del calcio). Eppure una volta, una soltanto, anche all’uomo qualunque è concessa la grazia, e mentre Simone Inzaghi gonfiava la rete del Chelsea fuori casa, il buon Blaze, forse proprio per questo motivo, scriveva l’unica canzone sincera, anni novanta in quanto filo-suicida e autenticamente commovente di una discografia-farsa. Negli anni ’90 il cantante degli Iron Maiden era un tizio grasso e stonato, eppure non esisterà più un posto altrettanto classic-metal dove vivere.

6. THE CURE – BURN (THE CROW O. S. T., 1994)
Nei filmici anni ’90, nessuno era considerato più fico totale di Brandon Walsh Lee nella parte del Corvo, cioè un pupazzo-pagliaccio darksorcino vagometal che, come è noto, morì durante le riprese del trascurabile Il Corvo in cui, guarda caso, interpretava un morto risorto. Questa pagliacciata, che noi adolescenti prendevamo sul serio, con fare lugubre, e piangendo, non so perché, ma piangendo, era dotata di una colonna sonora davvero coi controcoglioni (niente che oggi sia davvero ascoltabile), introdotta e ben rappresentanta dalla lunghissima Burn dei Cure, ossia la band del più grande pupazzo-pagliaccio darksorcino vagometal della storia della musica. Nel film, il pezzo partiva su una scena in cui Brandon rompeva uno specchio con un pugno. La morale del film era racchiusa nella frase-simbolo “non può piovere per sempre”, come dire, “dopo la pioggia viene il sereno”, in nome della quale abbiamo pianto davvero tanto. Negli anni ’90 pioveva, ma non ci sarà mai più un posto altrettanto asciutto dove vivere.

5. STONE TEMPLE PILOTS – STILL REMAINS (PURPLE, 1994)
Nei romantici anni ’90, niente era altrettanto commovente ed eterno di una promessa d’amicizia o d’amore contenente un verso come, “Fatti un bagno/berrò l’acqua che lascerai”. Ma che schifo! Negli anni ’90 nun se lavavamo, ma non ci sarà mai più un posto altrettanto pulito dove vivere.

4. STILTSKIN – INSIDE (AA.VV., TOP OF THE SPOTS 1994)
Nei commerciali anni ’90, credevamo di essere ribelli, ma eravamo soltanto un nugolo de regazzini che comprava, comprava, COMPRAVA, soprattutto vestiti, ma anche una marea di altre cose, tra cui dischi, e i nostri vestiti erano perlomeno belli, mentre i regazzini di oggi comprano, comprano, COMPRANO, esclusivamente vestiti e smartphone e droga, per poi finire in romanzi di merda come Gli Sfiorati anziché in struggenti capolavori come il nostro Jack Frusciante, che era un libro, perché noi i libri li compravamo, compravamo e COMPRAVAMO, mentre loro scaricano, scaricano, SCARICANO, di tutto, ma non libri, pornografia, immagino.

Insomma, per far comprare noialtri giovani eroi del rock’n’roll, non c’era niente di meglio del rock’n’roll, e la clamorosa Inside dei mai più coperti Stiltskin ci fece, all’epoca, comprare un pacco di Levi’s. This one goes to tutte le altre canzoni come Inside, tra cui “Spaceman” di Babylon Zoo (sempre pantaloni, mi pare), o i compagni di scaletta di immortali compilation come l’annuale “Top of the Spots”, di cui ricorderò sempre con affetto l’edizione 1994, che aveva anche, tra le altre, Run Baby Run di Sheryl Crow, Return to Innocence degli Enigma, qualcosa di Lisa Stansfield e robaccia come Miriam Makeba (il maxibon), Your Song di Elton John (la birra Peroni, forse?) e la terrificante, orrenda, mai doma Giobì giobà. Non so come si scrive. Negli anni ’90 non facevamo altro che comprare pantaloni, ma non ci sarà più un posto altrettanto in mutande dove vivere.

3. BLIND MELON – NO RAIN (BLIND MELON, 1992)
Negli schematici anni ’90, tutto doveva rientrare in una categoria ben definita, e per la musica alternative questa categoria era il GRUNGE. E siccome eravamo babbalei, tutti ci comprammo questo album di melodico country-cock-rock per via del fatto che la hit No Rain piaceva a chiunque, e che le riviste, le camicie a quadri e i lunghi capelli della band ci assicuravano che eravamo sempre e comunque GRUNGE. No Rain è, puramente e semplicemente, la più pura e semplice testimonianza della raggiante bellezza del millenovecentonovantadue, e la prematura morte del suo interprete fu il più grande e atroce dramma di quel decennio, dopo quello che conosciamo bene. Il senso profondo della canzone, peraltro, non lo potevamo davvero capire da adolescenti, ed ecco perché adesso, da grandi, ce la ritroviamo al numero tre delle nostre stronze classifiche. Negli anni ’90 eravamo davvero molto depressi, eppure non esisterà mai più un posto altrettanto felice dove vivere.

2. TAKE THAT, BACK FOR GOOD (NOBODY ELSE, 1995)
Negli omofobici anni ’90, i ragazzini malavitosi – incapaci di guardare dentro se stessi, o anche solo dentro gli Alice In Chains – amavano scherzare definendo i Take That “una banda de froci”. A parte l’eventuale irrilevanza di ciò, all’epoca, come si è spesso rimarcato su questo blog e altrove, si viveva in categorie molto serrate, il che effettivamente fu un bene da molti punti di vista (noi ne capiamo di musica, i giovani che oggi mescolano Maria Antonietta, Panda Bear e Rihanna assolutamente no), ma un male da un altro, ossia che ci perdemmo – o facemmo finta di perderci, come nel mio caso – un pezzone clamoroso come questo. A rivederli oggi nel video, che si buttano nelle pozzanghere vestiti in un modo che all’epoca era provocatorio e fico e che oggi ricorda al massimo le vecchie checche che si aggirano la notte a Valle Giulia, e a rivederli ancora oggi, con le rughe e la sfiga dentro, sembra incredibile che all’epoca li odiammo per il semplice fatto che non volevano morire. Avrei dovuto mettere qui la loro cover di Smells Like Teen Spirit, ma anche il coraggio ha un limite. Negli anni ’90 facevamo gli uomini duri, ma non esisterà mai più un posto altrettanto sure-so-sure dove vivere.

1. BURZUM, WAR (BURZUM, 1992)
Nei nordici anni ’90, ci cacammo tutti talmente sotto al cospetto della superiore intelligenza dei ragazzini bruciati norvegesi che, per difesa, li irridemmo. Quelli che, naturalmente, non formarono un gruppo black-metal che parlava di saghe nordiche ma viveva al Tuscolano, irridendo perciò se stessi. Incredibile constatare oggi che persino il black metal, passando per le beffe di maschi adulti che ascoltano Antony & the Johnsons, e attraverso cose tipo Dead Raven Choir e Wolves in the Throne Room, sia alla fine diventato talmente banale da essere socialmente accettato da tutti. Le magliette dei Darkthrone indosso alle ragazzine del Circolo sono prossime, ma sapete che c’è? C’è che Varg Vikernes ha ucciso un uomo, Bard Faust anche, e a ben vedere (e riascoltare), in questi folli tre minuti di vent’anni fa c’era praticamente tutto quello che abbiamo cercato invano in centinaia di dischi, senza trovarlo altrove. Negli anni ’90 uccidevamo gli uomini, ma non esisterà mai più un posto altrettanto innocente dove vivere.

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Viva Motelsalieri! // Six Organs of Admittance e la più bella venue di Roma e del mondo

Posted in live by asharedapilekur on maggio 7, 2012

Motelsalieri è il posto più bello del mondo. A dire la verità, non sapevo che cosa fosse fino a poco tempo fa, quando attraverso la mail di un’amica di amici di amici venni a sapere del concerto di Jandek; ancora oggi, in realtà, non ho capito bene di cosa si tratti, ma se fossi l’alieno che in fondo sono, proveniente dalla galassia Scrivanie e Cravatte e atterrato per un’avaria sul pianeta di Via Giovanni Lanza 162 lo descriverei come un posto meraviglioso dove – incredibile a dirsi, per noi vecchi cinici – “creatività” non è una parolaccia, “bellezza” non è una velleità, e la musica non è un cazzo di pretesto per vendere alcoolici ma l’esatto centro di tutto. Insomma, c’è questo scantinato in uno dei punti più brutti del centro di Roma (un concetto crudele come il mese di aprile) in cui Musicisti Importanti si prendono bene per venire a suonare davanti a pochissime persone, cosa che può sembrare inutilmente elitaria a dirla così, ma che in realtà, a vederla di persona, è “soltanto” la più alta forma di meritocrazia applicata alla Musica Importante, che è aperta e concessa a chiunque, a ben vedere, sia per lei ancora disposto semplicemente a comprare un biglietto, prestare attenzione, spegnere il telefono e non fumare. Six Organs of Admittance ha suonato qui ieri, solo voce e chitarra non amplificata (non sono certo che ci sia la corrente elettrica), che sembrava di stare soli in una stanza con lui e, aspetta un attimo, in effetti eravamo soli nella stanza con lui, che ha suonato, tra le altre cose, il mio pezzo preferito di tutti i tempi (“Roll the Stone”, di Epic Soundtracks), mai sentito prima; ed era tutto gioioso e felice, anche i passanti che guardavano dentro e il rumore di sciacquone da qualche cortile interno, era tutto giusto, anche l’orario pomeridiano inconsueto (i ragazzi di Motelsalieri hanno tolto alla Musica un altro orpello inutile, cioè il “Bisogna Uscì de Sera”, perché la sera ha in sé tutto un concetto di Vestirsti e Rimorchiare che – per quanto ne dica David Bowie – con la Musica non ha davvero niente a che fare: e sono consapevole, mentre scrivo, che tutto ciò è probabilmente solo e soltanto un mio trip, ma alla fin fine, se io fossi l’organizzatore del concerto e per caso leggessi, zitto zitto me lo prenderei, perché trip o no, ho anche profondamente ragione), e in fin dei conti l’unica cosa brutta della giornata ero io, col mio drammatico non-look, ma forse, spero, in qualche modo meritevole (we are ugly, but we have the music).

Ora, non è che io voglia fare pubblicità – sembrerà strano, perché internet è più piccolo persino dei paesi, persino di Roma, e tutti conoscono tutti e fanno qualsiasi cosa per uno scopo preciso, ma io non conosco i creatori di Motelsalieri -, e anzi mi viene il dubbio che un progetto del genere potrebbe non volerne; in ogni caso, io non lo so se questo conta in qualche modo, ma oggi, grazie a tutto ciò, ho di nuovo la consapevolezza che la Musica esiste, la Musica è vera, a dispetto delle mode, della Merkel, dell’età adulta e del turismo di massa. Ci vediamo lì, la prossima volta.

Every night the sun goes sinking down
I’m on my island across the ocean
A little nearer to my goal
You can’t take away my devotion
(Epic Soundtracks)

Daniel Johnston a Roma: Lomokino/Bocchino/Punkrock/Puffdaddy/Antichrist+

Posted in arrota libbera, live by asharedapilekur on aprile 24, 2012

Allora, ieri ha suonato Daniel Johnston. Ritengo probabile che la rete sia già da ieri sera un delirio di instagram e tweet che dicano quanto sia stato incredibile, straziante. Non lo è stato, per me, in particolare (non era Mozart, sai, se non ci credi non è bello uguale), ma il punto cruciale della serata è che ce n’era una che fumava col bocchino, e ce n’era un altro che riprendeva col Lomokino. Riprendeva il concerto, intendo, non il bocchino. Ma il prodotto non cambia, perché tanto non sarà venuto un cazzo, e l’unica cosa che dà un po’ di sollievo alla mia mente sconvolta dalla visione di questo che si dava da fare con la manovella è che, di sicuro, le riprese non saranno venute, e il suo progetto di POSTARE un delizioso film muto, fatto male ma apposta, fragile e rimorchione, probabilmente è naufragato come e peggio dei tentativi del povero Daniel di fare un re minore. Ragazzi e ragazze, persi e perse negli occhioni azzurri di quello di spalla, su cui non dico niente solo in virtù della pressoché totale certezza che, se lo facessi, entro diciassette minuti sarebbe nella mia e-mail, a riprendere col lomokino le mie argomentazioni essenzialmente basate su niente in particolare; ragazzi e ragazze, dicevo, qui non ci siamo più. Ci siamo persi tutto quanto per strada, e da mò: è vero, sono stato un po’ distratto negli ultimi anni, ma quando ho lasciato il campo di battaglia, ricordo, il sergente maggiore mi rassicurò che d’accordo, la resistenza era dura, ma la musica ancora esisteva. Sono tornato, a un certo punto, solo per scoprire che al posto di qualcosa c’era soltanto adesso il grande niente di tutte queste maledette scarpe col tacco e polacchini e stivaletti; e i maschi, i maschi sono sempre più magri, rigati, spettinati, e riprendono tutto con la cazzo di manovella della loro cazzo di lomokino.

Niente può rimanere di tutto questo, altro che Berlusconi e il berlusconismo, c’è questa maledetta sciocchezza al potere che ha frainteso clamorosamente il fatto che i rocker non c’hanno i soldi trasformandolo in, famo tutto a cazzo di cane!, tirando clamorosamente in ballo le donne – chi cazzo l’ha mai volute?! – e rendendole protagoniste del tutto, con deliziosi tagli a caschetto e musichine fesse e scampanellanti che potessero essere gradite ai loro cervelli minorati. Persino i maschi sono diventati femmine. Sono femmine i maschi del pubblico, ma anche quelli che producono la musica gradita alle femmine, con le loro barbette di merda, cristo, sono tutti femmine con la sola eccezione del caso in cui il musicista sia un freak, e quindi delizioso, tenero cicciottone da coccolare a parole perché all’amore vero ci pensa il tipo con la lomokino.

La musica si è femminilizzata tutta, e se nelle sale buie dei concerti ancora si nasconde qualche maschio riottoso capace di ascoltare il mio grido, bè, ragazzi, cosa aspettiamo a reagire, perché non ci riprendiamo ciò che è nostro?, se a noi reietti tolgono la notte e i più squallidi tra i locali, a noi cosa resta? Non la luce del giorno, non la fotografia (noi impareremmo a fare vere foto, nel caso), non i fanciulleschi, graziosi ricordi di Hanno ucciso l’uomo ragno. Altro che l’uomo ragno, questi (queste) hanno ucciso l’uomo e basta, con tutto ciò che rappresenta: e mentre la manovella di plastica continua a girare, la notte continua a andare avanti, e non ce nulla che noi possiamo fare.

Bastonate Worldwide, puntata 1: Isole Vergini Britanniche

Posted in Bastonate Worldwide by asharedapilekur on aprile 20, 2012

Questa nuova rubrica autocreata, sfruttando le nuove potenzialità di WordPress che ci indica da quale paese (ma non perché) vengono effettuati gli accessi al nostro sito, celebra la grande Internazionale di Bastonate con foto che i lettori di tutto il mondo ci inviano mentre si collegano.
Seguono dettagli geopolitici sul paese coinvolto.

 Paese: Isole Vergini Britanniche
Esiste veramente?:
No
Capitale: Road Town
Negozi di dischi nella capitale: uno più che a Roma 

Collegamenti a Bastonate: 1
Abitanti: 22.016,
di cui donne: ignoto
di cui negri: 21.964
di cui liberi: (il capo del governo, Orlando Smith)
di cui vergini: 21.964 

Ragione evidente del collegamento a Bastonate: sono dei satanisti. Ecco la foto della Chiesa di San Filippo, sull’Isola Tortola (ahahah), tratta da Wikipedia:


 

 

Tutta la vita è una grassa bugia // Le grandi falsità che si dicono sulla musica, parte I – nn. 1-5

Posted in ANDATEVENE AFFANCULO by asharedapilekur on aprile 12, 2012

All the truth in the world adds up to one big lie
(Bob Dylan)

1) Il rock non è morto, c’è ancora musica interessante e valida quanto quella del passato

Di tutte le schifose bugie ripetute allo sfinimento dagli appassionati di musica, ci sembra svettare sulle altre l’affermazione che, al giorno d’oggi, esca ancora musica degna dei classici del passato, contro i quali ci siamo tutti scagliati nella nostra troppo prolungata adolescenza.

Diciamoci la verità: è tutto falso. Quali dischi sono usciti negli ultimi dieci anni che abbiano avuto la stessa dirompente importanza* (sull’importanza: vedi n. 2) dei vecchi classici? Nessuno. Voglio sperperare: facciamo negli ultimi 15. Ok, Kid A. 20? Kid A, Nevermind, In Utero. New Adventures in Hi-Fi, Mellon Collie… Esageriamo, ci mettiamo anche qualche nome minore grunge (Pearl Jam), qualche piccolezza misconosciuta (D’Angelo, Slint)? Ecco una selezione di album usciti nel solo 1967: The Doors, omonimo; Rolling Stones, Between the Buttons, Miles Davis, Miles Smiles (gennaio); The Byrds, Younger Than Yesterday; Jefferson Airplane, Surrealistic Pillow (febbraio); Aretha Franklin, I Never Loved a Man the Way I Love You; The Velvet Underground & Nico, omonimo (marzo); John Coltrane, Expression; The Electric Prunes, omonimo; Nina Simone, Sings the Blues (aprile); The Jimi Hendrix Experience, Are You Experienced (maggio); The Beatles, Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band; The Small Faces, omonimo (giugno); Pink Floyd, The Piper at the Gates of Dawn; Frank Zappa, Lumpy Gravy; Tim Buckley, Goodbye and Hello (agosto); The Beach Boys, Smiley Smile; The Kinks, Something Else; Captain Beefheart, Safe as Milk (settembre); Buffalo Springfield, Again; Nico, Chelsea Girl; Pearls Before Swine, One Nation Underground; Nina Simone, Silk & Soul (ottobre); Cream, Disraeli Gears; The Beatles, Magical Mystery Tour; Love, Forever Changes (novembre); The Jimi Hendrix Experience, Axis: Bold as Love; Rolling Stones, Their Satanic Majesties Request; The Beach Boys, Wild Honey; The Who, Sell Out; Bob Dylan, John Wesley Harding; Leonard Cohen; Songs of Leonard Cohen (dicembre).

Nello stesso anno sono usciti album inediti di Elvis, Stevie Wonder, Grateful Dead, David Bowie, Frank Sinatra, Roy Orbison, James Brown, Johnny Cash e Chuck Berry. Non ho voluto approfondire la questione jazz (oggi ci attacchiamo ai Supersilent). La lista, puramente esemplificativa, di cui sopra, prova insindacabilmente che quanto esce oggi è lo spettro di una traccia di una pallida imitazione dell’epoca in cui il rock ancora esisteva.

*2) La musica è importante. Quello che fanno i gruppi rock è importante.

D’accordo, non parliamo di importanza sul piano personale (per me sono rilevanti le cose fatte da dimenticati re assiri, ad esempio, e le feste che mi fa il mio cane quando torno a casa), ma quante volte, davvero, quello che ha suonato, scritto o detto un musicista ha in effetti avuto una qualche influenza sulla società? Quante volte, tra queste, c’era di mezzo la morte? Quanto questioni non legate alla musica? Vostra mamma sa chi è Kurt Cobain? E Marilyn Manson? La musica che dà senso alla vostra vita è pressoché irrilevante.

3) Hai abbastanza ragione, ma la musica è importante in quanto ha una qualche influenza su altra musica che ha una qualche influenza su quanto venuto dopo

Basterebbe il devastante trittico in sequenza innegabilmente diretta Dr. John -> Tom Waits -> Capossela per mostrare che il gioco delle influenze è in effetti un disfacimento. Ma, se questo non basta, aggiungete pure Mannarino alla catena. E, se non basta ancora, fottetevi! Davvero, ragazzi: vedete qualche merito nel fatto che i Velvet Underground abbiano influenzato i Sonic Youth e i Sonic Youth i Liars e i Liars alcuni gruppi della provincia italiana? E, se avessero saputo dei Mars Volta, i Can avrebbero forse continuato a suonare? Ok, i Can hanno saputo dei Mars Volta, e li hanno apprezzati: ma erano vecchi, e drogati, e in ogni caso, c’è bisogno di aggiungere qualcosa a Halleluwah? Se potessi tornare indietro nel tempo, e scegliere una persona una da uccidere, tra Hitler, Stalin ed Ivan il Terribile sceglierei senz’altro Neil Young, in sostanza primo colpevole – con le sue stonature e le chitarre rozze – dei Pavement, a loro volta condannabili per tutto l’indie rock, ossia per tutti quelli che, dei Pavement, hanno colto solo il: “wow, ma allora si può anche non saper suonare!”, e da lì il diluvio. L’influenza più devastante della storia della musica, e la seconda peggiore della storia dell’arte (Fellini e il cinema non si battono; manco Warhol ha fatto peggio). Amate dire, citando chissà chi, che in pochi hanno comprato l’esordio dei Velvet Underground, ma tutti quei pochi hanno formato un gruppo. Ed ecco il più grande demerito di Lou Reed.

4) Scaricare dischi si può ed è bello

No, è vietato dalla legge ed è abbrutente, e

4b) Scaricare dischi è uguale a comprarli

Voi ragazzini di merda mi fate girare i coglioni come nessun altro. Il tempo cambia, le persone cambiano: ma voialtri illetterati nativi digitali, nativi nel senso di indigeni, ossia negri, e con la sveglia (rotta) al collo, non mi convincerete mai che nelle vostre radioline in streaming ci sia la stessa raggiante virtù di un giradischi, o lettore cd, mi accontento, che riempie di Altri Valori il grigiore della vostra casa e, rompendo i coglioni ai vostri vicini, uccide il dolore, con Coltrane ®. Ho scaricato dischi quando ero stupido, e quando sono arrivato a un milione di dischi – mai ascoltati – li ho cancellati tutti, e con cinquanta euro ho comprato quelli usciti nel ’67 (v. punto 1). D’accordo, potreste obiettare, ma vuoi che non valutiamo i dischi prima di comprarli?, e la risposta è no, illiberali pirati dei caraibi – non Johnny Depp, ma quelli veri, brutti e somali e sparati dai marò -, perché al ristorante si paga anche se la pasta era scotta. L’unica vera alternativa che esiste a comprare un disco dei Pontiak è non comprare un disco dei Pontiak, l’unica alternativa, intendo, che sia logica ed etica, voi illogici seguitori di Croce (complimentone: probabilmente, l’unico libro che abbiate mai comprato è Bananas di Travaglio, e manco l’avete finito – o lo avete scaricato?), amorali spettatori di Santoro, usufruttuari di megaupload, emule, library e correi dei loro disonesti guadagni; siete come le scimmie di Gibilterra, ladre di patatine, ma molto peggio, in quanto primati non innocenti: siete leghisti, siete lusi, siete gli affamatori dell’editoria e i ributtanti ladri dei poveri, siete scippatori da autobus, tassisti che modificano il tassametro, feccia mp3. Spazzatura scaricata da internet, senza manco il sacchetto nero.

5) La musica rumorista e d’avanguardia e non basata su canzoni è meglio di quella basata su canzoni

Se Nick Cave nei suoi primi tre dischi non avesse messo delle cover, in quei dischi non ci sarebbe neanche un pezzo. Ok, vi faccio passare Tupelo, anche se non è vero. Ciò che è vero è che quando vado all’Init ed è pieno di ragazze che fanno ondeggiare la testa al non-ritmo del frastuono più atroce, assumo ciò come prova (le donne non capiscono di musica) che tutta la questione del noise riguarda aggregazione giovanile, accoppiamento, forse, senz’altro estetica di borgata (quei borgatari estromessi dal branco, intendo) o universitaria, ma non ha niente e ancora niente a che fare con la musica. When I feel so broke up/I wanna go home. Che poi questa gente finga di apprezzare anche i Pere Ubu, bè, è appunto una finta: buttano tutto nel mucchio del rumore, e si aggregano nelle pretestuose occasioni dei concerti. Ed ecco spiegato il perché di certi dischi hardcore, o dei side-projects di Alec Empire: sono solo pretesti e bugie. Il noise è un pretesto, ed è una bugia.

La seconda parte di questo astuto saggio sarà pubblicata non si sa quando, forse mai

cercasugoogle – CAPELLI RASATI IN PREADOLESCENZA SIGNIFICATO PSICOLOGICO

Posted in cercasugoogle by asharedapilekur on marzo 30, 2012

Tutti i più grandi figli di puttana della storia hanno i capelli in vecchiaia (reagan, stalin, monti, Polanski), mentre i giusti li perdono. Non fidatevi mai di un ciuffo fluente, e ricordatevi che hitler con la sua leccata di vacca rendeva calve tutte le sue vittime che non lo fossero già di per sé. Tutte le donne hanno i capelli: ed ecco che la cattiveria umana è pienamente, compiutamente rappresentata da quella malvagia massa ondeggiante oppure durissima e scolpita nel gel, che la cosa peggiore che possa capitarti nella vita è, non so se vi è mai successo, che vi state tenendo sull’autobus e qualcuno, noncurante, si avvicina con la testa alla vostra mano serrata e sempre più, SEMPRE PIÙ si accosta, e il vero dramma per te, deportato su quella nave per la Kolyma che riesce a essere la linea centocinque dell’atac (soprattutto a uscire), è tra l’accarezzare quegli osceni capelli sconosciuti o lasciarsi cadere, urtando corpi e membra e forse altri beffardi capelli, e precipitare sul pavimento in quell’odore di vecchio alcool e fritto indiano che hanno gli autobus, a Roma est, la sera.

Henry Rollins tène ‘o capell cuort, e così altri clamorosi Buoni della storia, come Foucault, tutti i sumeri, Jaap Stam, Michel Stipe e Billy Corgan. Il negro di Matrix.

Mamme, lasciate che i vostri figli si rasino, e chiudete i vostri figli negli studi di analisti junghiani (Jung era pelato; Freud bastardo capellone) nel caso in cui lascino crescere i capelli, o se li scolpiscano in orrendi tagli periferici, o se sono femmine, in ogni caso.

If hairs be wires, black wires grow on her head
(Shakespeare)

Rome Sunday // Jandek ha camminato tra di noi

Posted in live by asharedapilekur on febbraio 20, 2012

Rome Sunday // Biglietto

“Era da solo? Era disagio?
Suonava chitarra e voce e basta ma ti mostrava l’universo?”
(Messaggio di un amico che mi chiedeva del concerto)

Non c’è nulla che si possa aggiungere a quanto già non si sappia di Jandek.  Non sarà quello che potrà scriverne un inadeguatissimo me, a cui già due volte è toccata la fortuna di vedere un suo concerto (vedere due volte Jandek nella vita è come veder salire i controllori per due fermate di fila, e tutte e due le volte vederli scendere senza accorgersi che tu non hai il biglietto), un improvvisamente ri-adolescente me quando giovedì scorso una e-mail non destinata a me e che annunciava il concerto mi causava un attacco di fotta, uno di panico, diverse crisi di pianto e numerose e-mail a chiunque, finché non sono riuscito a procurarmi un biglietto.

L’organizzazione del tutto è stata splendida, davvero, e il riserbo sull’evento – nonostante i miei stupidi e nevrotici pregiudizi affrettati – dovuto non a vuoto elitarismo buono per un secret show di M.I.A. o dei Cani, ma all’osservanza del silenzio appartato che è  l’unico contesto possibile per l’esibizione solitaria del più grande bluesman vivente. Se volevi esserci dovevi davvero volerlo: e sono consapevole che non tutti i presenti fossero lì con pregresse ansie notturne come nel mio caso (esistono anche persone normali, accompagnatori innocenti, amici e parenti), ma sono ancor più certo che tutti i presenti ieri si sono svegliati stamattina con la sensazione che qualcosa in loro ha cambiato posizione, e questo per sempre. Siamo gli stessi, e non lo siamo più, come direbbe una banale poesia o un banale blogger italiano che, in quanto blogger, può permettersi di descrivere l’indescrivibile con parole semplici.

Come mi era successo anni fa, quando vidi Jandek per la prima volta in Inghilterra, tutti hanno smesso anche solo di respirare quando (l’uomo conosciuto come) Jandek ha fatto il suo ingresso in sala, ha tolto la giacca, l’ha posata e appesa dietro di sé; ha riflettuto, preso la chitarra, l’ha rimessa nella custodia, ha posato bottleneck e cronometro sullo sgabello accanto a sé, ha ripreso la chitarra, l’ha riposta ancora, ha preso il blocco degli appunti con le canzoni appena scritte che avrebbe eseguito, ha preso ancora una volta la chitarra e ha iniziato a raccontare che, camminando per Roma, ha incontrato qualcuno che non ha riconosciuto, ma quel qualcuno era se stesso, che ha riconosciuto lui…

…e tutto questo per un’ora, attorno a mezzogiorno, in un locale affacciato su una grande strada nel centro di Roma con i turisti che passavano fuori, dando un’occhiata distratta, o non accorgendosi di nulla (in qualunque momento, dovunque voi siate, i muri accanto ai quali passate stanno forse nascondendo il più grande artista che non vedrete mai che canta le canzoni che più perfettamente di tutte colgono l’essenza di quel momento), piccole intrusioni di realtà – come il blocco Pigna compilato con la biro senza cancellature né ripensamenti, come le crepe nel muro e la nostra sciarpa scozzese – in un momento al di fuori del normale scorrere del tempo.

Il mio primo pezzo serio, che abbasserà la gloriosa media di accessi con il tag “emma marrone nuda”, è, per quello che mi riguarda, l’ultima parte di quel momento che ancora mi appartiene, prima di tornare alla vita reale, alle preoccupazioni sensate e insensate, a tutti quegli stupidi dischi colorati che hanno la principale parte di colpa del cinismo con cui guardiamo oggi alla musica (non è vero, la colpa non è dei dischi, ma che siamo vecchi e sulla difensiva. Ma Jandek è vecchio pure lui e, per quello che conta, da ieri ho una voglia di ascoltare dischi che  non provavo da anni).

Le foto di Jandek – il concerto ha inaugurato una piccola mostra – sono ancora esposte per qualche giorno, e io vi consiglio davvero di andare a vederle.

@AsharedApilEkur

P.S.: Grazie di cuore agli organizzatori, che non ho avuto modo di conoscere se non fugacemente, e che mi hanno ridato speranza nel fatto che non tutte le persone magre e ben vestite, in altre parole non tutti gli artisti, sono persone cattive e giudicanti, ma anzi possono essere buoni e leali amanti del bello, portato in dono a noi e ai nostri vecchi giacconi

Cercasugoogle Sanremo Edition // Non capite un cazzo e fate pure schifo

Posted in cercasugoogle by asharedapilekur on febbraio 16, 2012

Fate schifo al cazzo tutti

Fate schifo al cazzo tutti. Questo oltre al fatto di non capirne nulla di musica (voglio dire, dovete eliminare qualcuno e invece di eliminare una cacata infame, o perlomeno uno sconosciuto – penso a Finardi – mandate via Caron Dimonio che – non voglio dire che il pezzo sia bello – è perlomeno dotato di Lucio Dalla a cui vibra la bocca nei cori sul finale, una visione d’orrore e di gelido freddo del Nord, cui tuttavia non ci si può sottrarre, come agli incidenti stradali, come a Hill House).

Insomma, da qualche tempo a questa parte, il tag “emma marrone nuda” è diventato di gran lunga il più ricercato in google per trovare Bastonate, addirittura più di “Bastonate”, “Kekko nudo“,  e “Riti satanici vietatissimi e segreti”; e va bene, lo accetterò, accetterò il fatto che i più forti utilizzatori di google siano dei ragazzini liceali che hanno in Emma Marrone la loro coetanea sex-symbol. E d’accordo, accetterò anche che la controparte liceale femminile cerchi foto equivalenti di Pierdavide Carone, e che i ventenni si spingano fino a “Nina Zilli nuda” e “Dolcenera fascista”.

Ma questo

No, dai.

Ci sono cose davanti alle quali…

…Vabbè. Eviterò di listare tutte le altre chiavi di ricerca (ne spiccano varie sulle abitudini alimentari di Gianni Morandi), e mi chiuderò in altezzoso silenzio.

Non perdetevi stasera il nuovo rock americano (Patti Smith nuda).

Ashared Apil Ekur nudo

Scappano li cani // Sanremo 2012 first report

Posted in arrota libbera, tutto il resto by asharedapilekur on febbraio 15, 2012

"Tenete a Bbertè! Tenete a Bbbertè!!..."

Parte I // Spune-mi ce sa fac (“Spiegami cosa devo fare” in rumeno), di Ashared Apil Ekur (il re assiro, non il redattore)

“Ho dato la mia vita e il sangue
paese e abbiamo bisogno di sparare alla fine
a Dio, le loro preghiere
Giuro, quando sono diventato il padre della fede
due guerre, senza alcuna garanzia di ritorno, solo
Medal of Honor”
(Emma Marrone, “Non è l’inferno”, testo ottenuto traducendolo su Google da italiano a inglese a italiano a spagnolo a italiano a malese a italiano a rumeno a italiano, fino allo svelamento del reale contenuto malavitoso-occultista celato nei versi apparentementi innocenti del BRANO. La procedura per arrivare a questo testo l’ho messa a punto ascoltando Helter Skelter al contrario).

 San Valentino ha fatto il miracolo e, guastando dal Cielo il meccanismo di votazione del Festival, ha fatto sì che stasera anche noi sposati potremo riascoltare da capo tutti e quattordici i BRANI (a Sanremo non ci sono pezzi ma solo BRANI, scritti in maiuscolo), senza perderci per strada gli eliminati certi – tipo i Marlene e un misconosciuto cantante qualsiasi, tipo quel Finardi lì.

In attesa della redenzione di oggi, quindi – sono disposto ad assumere anfetamine pur di restare sveglio-, non mi resta che riempire le mie vuote giornate con un report sul nulla a cui ho assistito.

Non ho visto i Marlene (li ho cercati su youtube stamattina, ma poi ho tolto l’audio guardando le sole immagini e pensando nel frattempo al Romanzo Storico come genere in ripresa); non ho visto Emma Marrone (cfr. parentesi precedente); non ho visto Dolcenera (cfr. ecc.); non ho visto Irene Fornaciari (e meno male); non ho visto Arisa, di cui si dicono meraviglie al contrario (in pratica si dicono eilgivarem, e prima di spegnere rabbiosamente tutto considerate che ho dormito tre ore ieri notte); non ho visto, soprattutto, Celentano, Papaleo, le Olimpiadi di Roma e gli abiti delle vallette, tutto ciò, insomma, di cui oggi parla un Paese allo sbando che non ha ancora scoperto il diversivo delle moltov a Syntagma.

Prima che questo pezzo (BRANO) si trasformi in un micidiale articolo del Fatto Quotidiano solo scritto meglio, torno sul pezzo (BRANO) parlando di musica, ancora musica, solo la musica conta e la musica è l’unica vera grande protagonista, e sì, io sono titolato a farlo perché ieri sera, tornando, ho caparbiamente acceso la tv malgrado un sonno d’altri tempi, e ho fatto a tempo ad ascoltare il BRANO di un vecchio vestito di nero con la coda (non ho capito chi fosse, e in ogni caso: du palle), quello di Ninja Zilli – ho scritto davvero così senza volere, e non lo correggo; il BRANO comunque non era né abbastanza sanremese né abbastanza orrendo per essere in qualche modo rilevante -; quello della terrificante coppia Bertè-D’Alessio, nostro vincitore morale finora (un femminiello napopop e un gigantesco Qualcosa, un informe essere rigurgitato dai più oscuri recessi di incubi lovecraftiani, che duettavano su un gelido funk alla Throbbing Gristle fingendo di esibirsi al Festival della Canzone Italiana), e infine il notevole esempio di violenza fisio-psicologica di un Dalla ormai ridotto a pappone di se stesso, che sequestra uno studente e lo manda avanti sul palco tipo pupazzo del ventriloquo a raccontare una compiaciuta storia di frequentazione di mignotte.

Il report completo dei BRANI lo fa qui sotto kekko, che è pagato per farlo; per quanto mi riguarda, stasera guarderò ancora una volta nell’abisso, che guarderà in me, dirige l’orchestra il maestro Vessicchio.

“Clutching forks and knives /
To eat their bacon”
(Anonimo traditional inglese)

****

Parte II // Un video degli Unsane e poi dormo, di kekko (il cantante dei Modà, non il redattore)

L’inizio con Luca Bizzarri e Paolo Kessisoglu fa schifo come tutti gli inizi di Sanremo. Dolcenera canta un pezzo senza nessun sottotesto nazo, peraltro sembra non ci sia nessun altro sottotesto. 6.7, il mio cavallo vincente nonostante quasi tutti su twitter stessero urlando PENA E SCHIFO E DISDETTA, questo poco prima di sentire il pezzo di Bersani in botta Tiziano Ferro con un pezzo che parte talmente male da prenotare fin da subito il premio Tricarico. Il premio Tricarico è un premio di incoraggiamento a uno che sembra essere finito sul palco di Sanremo per caso, che prende sempre il nome del vincitore del premio dell’anno precedente –tipo Tricarico aveva vinto il premio Toto Cutugno, etc. Noemi ha i capelli come Maria Antonietta e ricorda un po’ quella cosa che disse Steve Albini, presente no, “sai qual è quella cosa arancione che sta bene in testa agli hippie? LE FIAMME.” A questo punto della faccenda è già finita la possibilità di concepire il Festival di Sanremo come un festival della Canzone, figurarsi della Canzona, e mi sarebbe piaciuto essere il vicino di casa di Infetta o Chiara Ferragni e mettere giù qualche commentino all’estetica, sempre e solo Dolcenera (su Bersani non ho opinioni mie, una su Twitter ha scritto che come sex symbol continua a preferire Pierluigi a Samuele, anche io soprattutto dopo la foto di lui che si scola una IPA da solo in qualche postaccio di Roma). Che poi questa mia cosa sessuale con Dolcenera non mi impedisce di volermi fare in linea di principio anche Chiara Civello, della quale Bastonate era l’unico a sapere TUTTO decenni prima di questo festival, Chiara Civello, la Nicky Nicolai italiana sembra suggerirci Google. In mezzo il gruppo alt-rock anni novanta come ogni anno di corvè a Sanremo, cioè i Francesco Renga in BOTTA stile libero con una linea vocale presa di peso da Pierpaolo Capovilla ed un accompagnamento un po’ melvinsiano, scommessa sicura su un finale vincente e fidatevi di me perché io sono un giurato demoscopico potenzialmente perfetto. La figlia di Zucchero suona come un crossover tra Bianconi e una tizia con le tette grosse a cui batteva i pezzi un mio compagno di liceo (camicione militare verde della pace, insomma) e ha delle mani enormi e sproporzionate e orribili che al confronto quelle di Gianni Morandi sembrano piccole. Fine del festival di Sanremo per me: Torna dentro Morandi, bofonchia due parole, lo vengono a prendere e lui dice una cosa tipo “cazzo succede”, il massimo momento punk del festival. Dopo due secondi metti insieme i pezzi e capisci che è arrivato il momento di Celentano, cioè di spararmi Californication S05E06 (finora la migliore di questa stagione, comunque iper-deludente rispetto agli standard, se Californication fosse finito alla fine della quarta serie sarebbe stato solo un bene). Purtroppo Celentano non ha ancora finito di predicare a fine puntata, quindi inizio a spararmi Trappola di Cristallo. Ho gli occhi gonfi di sonno e il cazzo girato. Riesco a stare sveglio fino ad Emma Marrone e ai Marrone Kuntz: entrambi suonano un pezzo dei Modà, vagamente più ispirato quello di Emma. Alla fine dei Marlene Kuntz Gianni Morandi si avvicina a Papaleo (che per tutta la sera non ha fatto altro che chiedere “dov’è la figa”, essendo entrato solo dopo Dolcenera). Gli dice “senti Rocco? IL ROCK.” Sono esausto. Ho dichiarato la mia sconfitta all’altezza di Bersani e Dio non me la sta rendendo facile. Passo dal tubo e mi sparo un video degli Unsane e poi dormo. Il redattore Ashared Apil-Ekur mi contatta su twitter e mi chiede come sono stati i Marlene Kuntz.

MEET ZE MONSTA

Posted in tutto il resto by asharedapilekur on febbraio 14, 2012

Immagine

TORNATO A CASA CINQUE MINUTI FA STOP ACCESO SANREMO STOP C’ERA FINARDI BUSTA DI PISCIO TOTALE E ORA QUESTO STOP AGGIORNAMENTO QUANTO PRIMA STOP INVIARE VIVERI

A I U TO STOP STOP ROGER STOP

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