-bastonate-

Codeine @ Locomotiv, Bologna (31/05/2012)

Posted in live by kekko on giugno 1, 2012

Good Evening, we’re Codeine from New York City. Di mio ho sempre preferito i gruppi che si presentano prima di iniziare  a suonare, perché è una cosa giusta da fare e sembra sempre un po’ come se tu non abbia fatto cento chilometri per vederli. E poi mi sono sempre chiesto se si dicesse còdeine o codeìn o codèin, io di solito uso la seconda. Stephen Immerwahr pronuncia Codììn, ha una voce lenta e un portamento da professore di antropologia. John Engle somiglia un po’ a Stone Gossard coi capelli corti, nel senso che tiene la chitarra come se non ne avesse mai vista una fino a dieci minuti prima di salire sul palco. Chris Brokaw, schiacciato sul fondo del palco, è un batterista grandioso. Ho sentito tre o quattro concerti con dei suoni così perfetti: un paio dei Mono, Shellac, Arto Lindsay, altre cose al momento mi sfuggono. Immerwahr tra l’altro ad Arto Lindsay ci somiglia un po’, ha la stessa vocetta e un modo simile di stare sul palco.

Last time I was in Bologna, you were probably 10 years old.
You’ve done well.

Matteo era passato sulla reunion dei Codeine chiedendosi se sarebbe stato più sbagliato paccare la reunion o presentarsi con la consapevolezza di un karaoke per introdotti panzoni: io ho scelto la seconda. Il gruppo sul palco non lascia spazio a interpretazioni: sono tre signori di mezza età che hanno ricostruito una band defunta da quasi vent’anni per suonare qualche concerto, si trovano davanti un mare di gente in festa e ringraziano timidamente. Un po’ sembrano far fatica anche loro a capire cosa sia successo. Rispondono nell’unico modo sensato: chini sui loro strumenti, suoni perfetti e una scaletta che pesca un po’ da tutta la loro discografia (capirai). Stephen è l’unico con un microfono davanti. La prima è D, cioè quella che apre Frigid Stars. L’ultima si chiama Broken Hearted Wine e se devo essere sincero non l’ho mai ascoltata prima di ieri sera (devastante). Immerwahr la presenta con un filo di voce: the other songs, you could call them un happy. This one, i wouldn’t say it’s a happy song but for sure it’s not unhappy. Mi devasta. Dei gruppi che aprono si segnala il finale in acustico dei Comaneci, in mezzo alla sala semivuota con dedica a Tiziano/Bob Corn, danneggiato dal terremoto. Poi la sala si riempie di gentaglia: panzoni, ultratrentenni, gente in botta, studenti fuori sede con le lenti come il fondo delle bottiglie e gli occhi umidi sotto. Quelli con le magliette azzurre fosforescenti hanno paccato in favore dei Cloud Nothings la sera prima. Speriamo gli sia andata bene.

(la foto l’ho scattata io per pressappoco)

NAVIGARELLA (Luka Rocco Magnotta rating thread)

Posted in navigarella by kekko on maggio 31, 2012

….

Kanye West ha un nuovo paio di Nike Air in uscita, appena in tempo per celebrare un nuovissimo et fastidiosissimo punto zero del cattivo gusto pop della nostra epoca, vale a dire il video di No Church in the Wild (dal fastidiosissimo disco con Jay Z) girato da quel mentecatto del figlio di Costa-Gavras. Ne ho scritto su Chiuso, andate a leggerlo che la Nike ci regala un dildo di Kanye West ogni cento accessi.

Mentre negli Stati Uniti succede tutto questo, il caso di cronaca del semestre è canadese: un uomo viene ripreso mentre viene smembrato. Il video salta fuori su BestGore (qualunque cosa sia) mentre i pezzi vengono spediti a varie redazioni di testate giornalistiche del Canada. Il principale sospettato sembra essere un modello barra attore porno chiamato LUKA ROCCO MAGNOTTA, obbligatorio il caps lock, titolare di un blog quasi omonimo e di un CV che farebbe uscire di testa anche il redattore Ashared Apil-Ekur. Questo per dire di quanto e come possa essere necessario attrezzarsi a livello di sospensione dell’incredulità una volta che apri siti di informazione tipo appunto il Post.

Parlando dei cazzi nostri: il terremoto non ci ha toccato, almeno credo. Io personalmente ho sentito tutte le scosse più forti ma in Romagna non sono stati fatti danni di sorta. La persona più vicina all’epicentro dovrebbe essere il redattore Accento Svedese, una delle persone da seguire su Twitter nel caso in cui abbiate bisogno di mettere i puntini sulle i, ma non manifesta particolari bisogni. Qualora abbiate bisogno di un posto da dormire, casa mia è aperta, questo sia che abbiate la casa a pezzi sia che vogliate passare un weekend a mangiare la piadina (gli sfollati hanno comunque la priorità).

Il festival Handmade di Guastalla, già rinviato per questioni meteo qualche settimana fa, è stato annullato del tutto per via di problemi legati al terremoto. Sarà per l’anno prossimo. Stasera a quanto ne so i Codeine sono confermatissimi, stessa cosa The Ex/Brass Unbound sabato.

C’è il nuovo dei Liars in streaming su SentireAscoltare e -immagino- in svariati altri posti dove non ho voglia di cercare. La cosa triste è che SentireAscoltare lo mette su “in esclusiva per l’Italia solo sulle nostre pagine“, diocristo ho capito che porti acqua al tuo mulino, ma quanta sfiga dietro un disco in anteprima nazionale che in realtà è solo uno streaming su Soundcloud? Vabbè. Il disco, a un primo ascolto, sembra assolutamente ottimo, specie se rapportato al prezzo di uno streaming gratuito (piuttosto scarso invece se si considera l’idea di spendere una cifra qualsiasi per comprarlo). E comunque va scartato già solo per il fatto che si chiama WIXIW, e per quella storia secondo cui i Liars se ne uscirono qualche mese fa dicendo “abbiamo trovato il produttore DEFINITIVO per il nostro nuovo disco, siamo eccitatissimi ma non vi diciamo chi è”, e poi salta fuori che è il padrone della loro etichetta.

(invece dell’immagine ho messo quattro puntini a caso. non c’è nessuna ragione)

RECENSIONI A CASO

Posted in recensioni by kekko on maggio 30, 2012

COSMETIC – CONQUISTE (La Tempesta) L’unica cosa che non va è un vaghissimo sentore di gruppo da teen-drama USA anni novanta, che già di per sé oggi sembra una manna dal cielo (potrei negare di aver fatto questa affermazione in cose successive), e comunque abbiamo un gruppo malinconico italiano con le chitarre e quindi dei potenziali Dinosaur Jr de noantri, scusa se è poco. JOHNNY MOX – WE TROUBLE (Musica Per Organi Caldi) è un disco cattivissimo di elettronica minimalista o massimalista (una delle due, tanto nessuno conosce esattamente il significato) fatta perlopiù con dei loop vocali. Concorre al Premio Dissociati per l’anno in corso e lui è uno dei miei più grandi amici anche se non ci ho mai parlato. JAPANDROIDS  – CELEBRATION ROCK (Polyvinyl) è il classico caso di overstatement nel pop-rock attuale, cioè un gruppo viene scambiato per la cosa più grossa in circolazione solo perché ha due o tre pezzi decenti. L’abbiamo visto succedere con Wavves, No Age, Besty Coasty e duecento altri nomi casuali e non abbiamo ricevuto in cambio un disco che resistesse nello stereo per più di tre pomeriggi. Il disco non è ancora uscito ufficialmente, sto solo immaginando come suonerà. DEATH GRIPS – THE MONEY STORE (Epic) l’altra grande cantonata che ti puoi prendere leggendo le riviste è incappare in un supergruppo a caso a cui prendono parte sempre le stesse persone (Zach Hill); i Death Grips nella fattispecie sono il classico supergruppo rap con un’attitudine punk trasversale stile odio tutti ma sono post-tutto, e ovviamente viceversa, cioè un disco che vuole suonare old skool senza suonare old skool e io non ho manco Straight Outta Compton originale, per dire. Piacerà un sacco ai fanatici del post ad ogni costo e alla gente che non ha mai capito un cazzo di musica ma pensa di sì. TONS – MUSINEÉ DOOM SESSION VOL.I (Escape From Today) i Tons sono un gruppo piemontese con Steuso alle chitarre e Steuso è il miglior grafico italiano applicato al ROACK, quindi già di per sé il disco va ascoltato (essendo tra l’altro in streaming sul sito). Il disco è la classica suite doom metal nu-skool con pezzi lunghi, niente di più niente di meno, ma con un approccio onestissimo e pochissime seghe mentali. Il problema è che sono cose che fai due o tre volte nella vita per dire che le fai abitualmente, tipo uscire da un locale alle cinque del mattino e fermarsi al chioschetto davanti a prendere due piadine salsiccia e cipolla. Ecco, i Tons suonano circa come la seconda piadina salsiccia e cipolla. BEST COAST – THE ONLY PLACE (Wichita) è il classico caso di overstatement nel pop-rock attuale, cioè un gruppo viene scambiato per la cosa più grossa in circolazione solo perché ha due o tre pezzi decenti. L’abbiamo visto succedere con Wavves, No Age, Japandrois e duecento altri nomi casuali e non abbiamo ricevuto in cambio un disco che resistesse nello stereo per più di tre pomeriggi, ma l’orsetto tenerone in copertina può farcela al ballottaggio contro la scoreggina arty dei Death Grips per la piazza d’onore di immagine del post di Bastonate. MY BLOODY VALENTINE – LOVELESS RE-MASTERED BY KEVIN SHIELDS (Sony) ho ascoltato il CD1 e non ho sentito nessuna differenza. Considerato che ho già il CD e un vinile pesante comprato qualche anno fa, direi che è ora di basta. Anzi, scopro ora che il sottotitolo del sito ufficiale dei My Bloody Valentine è TO HERE KNOWS WEB e voglio spaccare delle bottiglie in faccia a qualcuno.

suonare.

Posted in live by kekko on maggio 28, 2012

Se vi presentate sabato in piazza Verdi a Bologna ci si rompe il culo a vicenda. E ricordiamoci anche che giovedì suonano loro. Io vado.

FUSION METAL (inteso come “ma vedi te se ci dovevan propinare pure il”)

Posted in news by kekko on maggio 25, 2012

C’è una cosa che mi sento di puntualizzare: il jazz applicato al metal ha senso solo se fai metal. Il metal applicato al jazz, stessa cosa, ha senso se fai metal. I Naked City dei pezzi veloci ma tutto sommato pulitini e minimali e messi di traverso non funzionano quanto i Naked City dei pezzi-carneficina-truculento-artsyfartsy raccolti su Torture Garden. Non andiamo (andavamo) a vedere gli Zu una volta ogni mese e mezzo perché siamo fanatici dello strumento, ma perché spaccavano il culo alla merda stessa rendendo la merda una merda senza culo e piegandoci ulteriormente. Così come qualsiasi altro gruppo tecnicamente riconosciuto come valido e/o composto da musicisti di comprovata perizia ci piace sempre e solo se usa la comprovata perizia di cui sopra per bruciarti il cervello con modi inediti di farti male alle orecchie e/o torturarti i coglioni con scale progressive senza senso che durano un’ora e mezzo tipo quel disco degli Orthrelm. Peraltro abbiamo una lunga lista di gruppi su cui abbiamo iniziato a cagar sopra in quanto appannaggio di certi riccardoni dell’ultima ora, tipo appunto i Tool da dopo Aenima, ma anche prima vanno rivalutati e pisciati fuori dalla nostra discografia essenziale ASAP, i Meshuggah immediatamente dopo Nothing, certa gente inqualificabile tipo Dredg da El Cielo in poi eccetera eccetera eccetera. Non abbiamo una vera e propria issue contro Dream Theater o Pain of Salvation o gente così, perché NON LI ABBIAMO MAI ASCOLTATI IN VITA NOSTRA e se ne abbiam detto male l’abbiam fatto su una vaghissima idea della musica che fanno e che non fanno, cioè a quanto abbiamo capito fanno musica metal non violenta e quindi non fanno musica metal. Ma anche gente tipo Ephel Duath a ragion veduta s’è macchiata di crimini simili con dischi tipo The Painter’s Palette, e insomma la piaga del riccardonesimo è tutt’altro che circoscritta.

Purtroppo tutto il movimento contro il False Metal con cui ci siamo bellamente sollazzati tra la seconda metà degli anni novanta e i primissimi duemila -ricordo un fondamentale topic sul forum di Metallus o Metal.it in cui si andò avanti per quattromila post discutendo se l’assolo di basso di Another Life degli Skylark contenesse o meno una stecca, cosa che ancor oggi peraltro non so pur essendo riuscito finalmente ad ascoltare il pezzo su youtube (ed anzi essere scoppiato in lacrime nel ricordare la storia, avere pensato di cercare il pezzo su youtube e trovarlo)- si era concentrato su un ritorno della forma estetica che ha bruciato parzialmente l’efficacia di un messaggio giustissimo et importantissimo, e cioè che non posso mettere in macchina un disco metal e il mio passeggero non-metal lo ascolta e prova qualsiasi cosa che non sia l’istinto di pugnalarsi le orecchie e/o gettare il disco di cui sopra fuori dal finestrino. Punto e basta. Voglio dire che sì, l’unica cosa fissa del ruock e del metal è questa cosa della violenza gratuita e immotivata e questa cosa per me non è negoziabile. Voi naturalmente potrete avere tutte le idee che Dio ci ha mandato in questa terra, ma sono idee fondamentalmente sbagliatissime.

Ora, la fregatura è che Bastonate –pur reclamando una propria autonomia dal cervello umano e dalla realtà corrente dei fatti- basa i propri aggiornamenti su cose che stanno succedendo e meritano di essere coperte o quantomeno blastate in culo. E quindi il problema legato al metal-non-dannoso, questa categoria priva di ragion d’essere, è un problema che sentiamo in qualche modo reale. Vale a dire che nell’aggiornarmi con cosa si dice in giro per i blog e i social network incappo in un post di Metalsucks nel quale si racconta tranquillamente che un chitarrista fusion-fusion di nome Felix Martin è stato messo sotto contratto da Prosthetic senza dileggiare nessuno degli interessati.

Già di per sé Prosthetic è IL MALE. Il successo dell’etichetta nei primi anni duemila corrisponde, puro e semplice, con l’inizio di uno dei periodi più bui e privi d’interesse della musica di ogni tempo e fatto di deathcore, Lamb Of God e produzioni computerizzate che chiedono la messa in opera di un nuovo trasversale olocausto di ascoltatori di musica e cose simili, musica che ha influenzato (nel senso di infettato) quasi tutto quel che succede nella musica pesante odierna a partire da Relapse e simili. E dopo un primo periodo di patetico marketing dell’esser buzzurri mascherato da revivalismo heavy metal, ha semplicemente continuato a buttare sul mercato merda di cane con un briciolo di seguito. Ma nel caso di cui sopra la mefistofelica (o forse gesuitica) unione tra riccardonesimo spinto e concetti tipo ultime tendenze del metal tocca livelli inediti. Presto o tardi gli stessi ragazzini emo del giro protoolscore smetteranno la frangetta in favore di una coda di cavallo riccia e compreranno una Ibanez a doppio manico (o quel che è), sdilinquendosi in suite di metal concettuale di quindici minuti a botta. Metalsucks si cura di taggare il 2012 come l’anno del fusion-metal, costringendomi a venire a contatto con roba tipo questo gruppo. Piglia male, e al contempo non abbiamo mai sentito così necessaria la presenza sul mercato di un disco ultracelebrativo degli UNSANE e i dischi in uscita di Melvins e gli stessi Disquieted By o i vari 16 del caso. Salviamoci finchè siamo in tempo. A tutti coloro che vorranno sollevare obiezioni tipo ma sì ma questo disco in realtà è figo sei tu che non capisci un cazzaccio di musica, fatti meno seghe e sturati le orecchie e cose così, rispondiamo idealmente

Tagged with:

FOTTA: Disquieted By – Lords of Tagada

Posted in FOTTA by kekko on maggio 24, 2012


Qualora non sappiate come stanno le cose, i Disquieted By sono il nostro gruppo preferito in attività e quello che più da vicino rappresenta la musica che piace a noi e a quelli che ci leggono, anche per caso. Questo sopra è il trailer del disco nuovo. Vi voglio bene e vi abbraccio uno per uno.

Tagged with:

Tanto se ribeccamo: KYUSS

Posted in tanto se ribeccamo by kekko on maggio 24, 2012

A parte aver influenzato il rock americano come pochissimi altri prima e dopo di loro e/o aver generato un genere musicale pressoché dal nulla, i Kyuss hanno resistito all’usura del tempo. Non è una cosa scontata per tutti i gruppi, ad esempio i di poco posteriori Korn avevano (grossomodo) la stessa visione, la stessa influenza e lo stesso impatto fondante ma riascoltare anche solo i primi due dischi ti fa sentire un babbione. Con i Kyuss non è successo: in parte è per via del fatto che lo stoner rock è passato di moda in fretta, non ha invaso le TV se non in un paio di casi ed è diventato appannaggio di una manica di mezzi barboni con un problema di igiene personale che stanno continuando a riproporre da vent’anni lo stesso riff, peraltro copiato da qualche altro gruppo; in parte è per via del fatto che un disco come Sky Valley ha ancora –grossomodo- lo stesso effetto che ebbe la prima volta che l’abbiam messo nello stereo, nonostante tutto quello che il gruppo ha fatto dopo per rovinarlo.

Non era nemmeno iniziata male. L’ultimo disco prima dello scioglimento si chiamava And the Circus Leaves Town ed era pienamente al livello dei due precedenti. L’ultima uscita a nome del gruppo è una bizzarra compilation Man’s Ruin con una cover (bellissima) di Into the Void e qualche altro spizzico, passa per uno split Kyuss/Queens of the Stone Age che mette insieme i primi vagiti del gruppo. La band a questo punto è già sciolta da tempo, John Garcia e Josh Homme non si parlano, emerge qualche problema legato alle royalty. Nick Olivieri torna con Josh Homme e Alfredo Hernandez, John Garcia fonda gli Slo-Burn e poi gli Unida (a un certo punto in formazione salta fuori anche Scott Reeder). Brant Bjork entra nei Fu Manchu e inizia a far uscire dischi solisti. I QOTSA esplodono all’inizio degli anni 2000 con la svolta pop-rock del secondo disco, nel 2000 esce anche un best of Kyuss. I QOTSA iniziano a fare schifo con Songs for the Deaf, che molti appassionati del settore (a cui le canzoni sono dedicate, peraltro) considerano ancora il loro miglior disco. Nello stesso periodo gli Unida muoiono strozzati da un contratto major che blocca un disco già registrato (il leak su internet parla comunque di materiale molto inferiore a Coping with the Urban Coyote). Nick Olivieri esce dai QOTSA all’apice del successo, lasciando a Josh Homme l’ingrato compito di mettere la firma e la faccia su dischi di merda tipo Lullabies to Paralyze ed Era Vulgaris. Nessuno parla ancora di Kyuss, ma il progetto Hermano è il primo gruppo di sempre con John Garcia alla voce a non aver prodotto dischi di livello, gli altri vivacchiano tra luce e ombra, qualcuno rilascia interviste stile “tolto Josh Homme, la reunion dei Kyuss è pronta”. Josh Homme di reunion non vuole nemmeno sentir parlare.

I primi concerti John Garcia plays Kyuss risalgono all’estate del 2010, Brant Bjork e Nick Olivieri non sono ancora della partita ma salgono saltuariamente sul palco a suonare un pezzo o due. A fine anno viene ufficializzata la messa in opera del progetto Kyuss Lives!, cioè in sostanza la reunion dei Kyuss senza Josh Homme. I concerti vanno bene, il gruppo annuncia di aver programmato la release di un album nel 2012. Homme si mette di traverso: a marzo esce fuori la notizia di una causa intentata dal chitarrista a John Garcia e Brant Bjork. Il paradosso è che alla causa, dalla parte di Homme, si unisce anche Scott Reeder, il quale con Kyuss Lives ha persino suonato qualche data in sostituzione di Nick Olivieri. È di qualche giorno fa un’intervista a Brant Bjork e John Garcia su Rolling Stone nella qualem a parte le disdicevoli rivelazioni in merito a certi aspetti della causa (Homme li cita tra le altre cose per truffa ai danni dei consumatori, cioè a dire che la gente va a vedere Kyuss Lives immaginando che sia la reunion dei Kyuss e invece no), vengono gettate luci inquietanti sul periodo d’oro della band: l’uscita di Brant Bjork e il successivo scioglimento della band sono dovuti (nelle parole di quest’ultimo) al fatto che Josh Homme si sia mosso fin dal principio per figurare come l’unico autore della musica dei Kyuss e quindi unico destinatario delle royalties; il che tra l’altro mette in prospettiva cose assurde tipo l’assenza del pezzo più famoso della band dalla scaletta del greatest hits della band. Dall’altra parte abbiamo due tizi che –nel dubbio- hanno riformato i Kyuss senza riconoscere un euro al chitarrista e principale autore della musica del gruppo.

Se ce l’avessero chiesto dieci anni fa, avremmo raccontato la storia dei Kyuss come quella della più clamorosa fucina di creatività del rock’n’roll alla fine del secolo: tre dischi spettacolari, i primi QOTSA, le Desert Sessions, Slo-Burn, Unida, i Fu Manchu epoca The Action is Go, Mondo Generator, il primissimo Bjork solista. Ripercorriamo gli anni duemila e ci troviamo gli Hermano, il disco fantasma degli Unida, tre dischi orribili dei QOTSA, merdate inqualificabili tipo Eagles of Death Metal e Them Crooked Vultures, la reunion farlocca dei Kyuss e un nuovo disco dei QOTSA annunciato da quattro anni. E adesso pure un bel dubbio sui Kyuss stessi. Bella merda, a conti fatti preferisco davvero i Korn.

(l’immagine è rubata a man bassa a SoloMacello, il massimo blog di christian metal italiano, il quale peraltro ha messo la lista dei dieci pezzi degli anni novanta ad oggi più condivisibile, a parte la mia)

Lista probabile dei dieci pezzi più belli usciti negli anni novanta.

Posted in tutto il resto by kekko on maggio 21, 2012

Qualche settimana fa NME ha pubblicato una lista delle migliori cento canzoni degli anni novanta. Non è la miglior lista possibile, comunque ha dato lo spunto per farne qualcuna tra noialtri. E quindi oggi e nei prossimi giorni vi potrebbe capitare di trovarne nei blog di musica: i nostri dieci pezzi preferiti degli anni novanta secondo una logica che cambia di volta in volta e con due uniche regole fondamentale, cioè DIECI e usciti negli anni novanta.

UNSANE – THIS PLAN (da OCCUPATIONAL HAZARD, Relapse 1998)
Primo posto fisso: gli Unsane del loro disco più metal, mamma sta tirando pugni alla porta chiusa a chiave urlando di abbassare il volume, io sto pensando alla sofferenza umana, stringo il pisello barzotto e sono a un passo dall’orgasmo. Fazzolettini sulla destra. Forse è successo mercoledì scorso.

BRUTAL TRUTH – PREY (da SOUNDS OF THE ANIMAL KINGDOM, Relapse 1997)
Non ho mai pubblicato il MATTONI che avevo in mente su questo pezzo, sembrerebbe. Comunque è un campione preso a caso da un’altra traccia del disco (Average People) in cui Kevin Sharp urla PREY su un riff di chitarra stortissimo. Il campione viene ripetuto pari pari per qualcosa come ventidue minuti e sgretolato progressivamente dal mixaggio fino a che diventa sostanzialmente un pattern di rumore bianco. Dispiace quasi che esista una parte di disco non composta da Prey che toglie minutaggio a Prey.

SHELLAC – DIDN’T WE DESERVE A LOOK AT YOU THE WAY YOU REALLY ARE? (da TERRAFORM, Touch&Go 1998)
L’unica cosa sicura è che avrei messo un pezzo da At Action Park, ma credo che questa nel complesso sia più adatta allo scopo generale che è quello di celebrare il fatto che noi siamo diversi da voi e che Bob Weston può tirarla lunga con quelle due note per il doppio del tempo senza farcela pesare manco un pochetto.

EARTH – TEETH OF LIONS RULE THE DIVINE (da EARTH2, Sub Pop 1993)
Ventisette minuti col cazzo dritto. Li metto a rappresentare tutto il grunge col pezzo meno grunge della storia della musica non grunge.

RED HOUSE PAINTERS – KATY SONG (da RED HOUSE PAINTERS, 1993)
In realtà a questo punto avrei voluto piazzare una cosa tipo degli 883, però che palle questa cosa dell’eterno ritorno degli 883, quindi avrei messo Nikki – L’Ultimo Bicchiere ma non sarebbe andata a buon fine e quindi mettiamo un corrispondente americano di quello stesso genere di rimpianto e decadenza senza voler andare a scomodare i Dinosaur Jr per il solo motivo che insomma, boh. E poi mentre stavo a compilare la lista mi sono trovato nel sito di Billy Anderson e pare che ‘sto disco qui dei Red House Painters l’abbia registrato lui tra una fangata sludge metal ingestibile e l’altra. Appena lo trovo originale chiedo conferma.

MELVINS – BORIS (da BULLHEAD, 1991)
I Boris si chiamano Boris per via di un pezzo dei Melvins che suona tipo i Boris, almeno credo. A celebrazione di tutto quel che è giusto e importante celebrare nella musica che ci piace a noi. Tra poco esce il disco nuovo, sai che novità.

COWS – SEXY PEE STORY (da SEXY PEE STORY, AmRep 1993)
A questo punto mi sembra abbastanza giusto continuare a non inserire canzoni rap o elettronica o italiani sbarazzini o italiani suicidi o niente del genere, continuo piuttosto a menare il can per l’aia, pagare il tributo ad AmRep come miglior etichetta di sempre e vaffanculo.

SOCIAL DISTORTION – DEAR LOVER (da WHITE LIGHT WHITE HEAT WHITE TRASH, Epic 1996)
La prima traccia di quello che forse è ancora il loro miglior disco e/o la massima espressione della cafonaggine romantica da uomo vissuto di Mike Ness. La regola fondamentale per la prima volta è che bisogna avere un volume altissimo in cuffia e abbastanza tempo per potersi sentire tutto il disco senza interruzioni.

PANTERA – FUCKIN’ HOSTILE (da VULGAR DISPLAY OF POWER, Atco 1992)
Che all’inizio pensavo dicesse Fuckin’ on heaven’s door e fosse uno spoof dei GnR, lunga storia, un po’ l’ho già raccontata, ma qui ci sta dentro soprattutto per via del pezzo, ecco.

THE GET UP KIDS – HOLIDAY (da SOMETHING TO WRITE HOME ABOUT, Epitaph 1999)
La fidanzatina mi ha lasciato e sto chiuso in cameretta a mangiare la cioccolata. Tredici anni dopo sei un obeso, ma come prezzo è abbastanza equo.

ALTROVE:
musica noiosa
junkiepop
infetta

STREAMO: 16 – Deep Cuts from Dark Clouds (vedere anche alla voce DISCONE e TRUE BELIEVERS e FOTTA)

Posted in DISCONE, FOTTA, STREAMO by kekko on maggio 16, 2012

“Sixteen.”
(Mark Lanegan, Hospital Roll Call)

Qualcuno dei presenti si ricorda senz’altro di un’epoca in cui un gruppo come i 16 aveva la possibilità di finire dentro una selezione dei gruppi più interessanti in attività, nonostante il suono del gruppo sia sempre stato tra le cose più monotone e impersonali del sistema solare. Qualcun altro ha ben presente la cosa perché essendo tutti quasi o ultratrentenni abbiamo cagato il cazzo in più occasioni con i 16 e lo sludge metal ed una fantomatica era delle chitarre e degli amplificatori, roba sparita dal radar della musica indipendente quando sono sparite le macchine fotografiche (per le macchine fotografiche è stata fatale l’immissione sul mercato delle digitali, per le chitarre è un discorso più ideologico, e comunque l’idea di far suonare pesante e chirurgico ogni disco uscito fuori dal2003 inpoi non ha aiutato lo svilupparsi del suono). E comunque per capire i 16 è molto importante avere presente quell’epoca passata, oltre che non avere manco un’idea vaga di quale sia il presente dell’heavy metal, ammesso che ne esista uno al di là di tre etichette che conoscono anche quelli che comprano i biglietti del Primavera il giorno che escono.

Il nuovo disco dei 16 è di una noia mortale. Consta di dieci pezzi tutti identici l’uno all’altro, nei quali non si riesce a distinguere una linea vocale o una svisata di chitarra che sia una, cioè una canzone si differenzia dall’altra perché il groove di chitarra fa TA TA invece di TATA TATA TATA e in quell’altro pezzo a un certo punto il basso sembra fare un saltino un po’ più in alto rispetto alla chitarra. Rispetto ai massimi storici del gruppo, diciamo l’accoppiata Drop Out/Blaze of Incompetence, il suono è talmente sulfureo e monolitico che per i primi tre o quattro passaggi viene l’impulso di gettare il CD fuori dal finestrino dell’auto al terzo pezzo. Al quinto passaggio inizi a stilare mentalmente la lista dei gruppi più concettualmente impersonali di cui possiedi almeno un album. Al settimo li paragoni a una compilation crust-sludge-grind con trenta gruppi uno irriconoscibile dall’altro. Verso il ventitreesimo è una roba da dipendenza, inizi a pensare che questa traccia è proprio figa e inutilmente violenta, se non sbaglio è la terza e invece è l’ottava o la nona e ti sei passato venti minuti di incazzo senza manco accorgertene. Dopo i ventisei ascolti inizi a comprendere qualche brandello di parola nelle parti vocali di Cris Jerue, anche se in realtà fino al quarantesimo o cinquantesimo (sto ipotizzando) i testi saranno sostanzialmente indistinguibili e a me piacerà immaginare che Cris Jerue continua a ripetere LIFE SUCKS LEAVE ME ALONE da vent’anni a questa parte. La fotta per il nuovo disco dei 16 è il frutto di un processo creativo dell’ascoltatore assolutamente random, d’altra parte: se il disco fosse stato pensato e realizzato identico da un gruppo di ventenni di terza o quarta levatura tipo quelli che mettevano su Sludge Swamp, probabilmente non avrebbe superato il secondo o terzo ascolto e sarebbe stato bollato come una martellata sui coglioni che sono buoni tutti a darti. Riascoltato una quantità vergognosa di volte inizia a suonare come l’unica musica necessaria oggigiorno a parte UNSANE e Melvins e pochissimi altri, oltre che la più grande dichiarazione politica in seno al suono dei nostri tempi. E posso senz’altro capire che dal vostro punto di vista perdere venti ore della propria vita a riascoltare un disco come Deep Cuts From Dark Sides sia sostanzialmente perdere tempo che nessuno ci ridarà mai più e che potremmo passare lo stesso lasso di tempo ad aggiornarci su cosa abbiano prodotto Kurt Ballou o Greg Anderson questo mese, ma in parte credo sia una colpa. Ops, il disco è in streaming.

Tagged with:

Born Villain

Posted in recensioni by kekko on maggio 13, 2012

“Born Villain” è un disco che accosta diversi elementi che stridono tra loro, immersi in un mondo orgiastico di elementi grotteschi, antisociali e misantropi, ormai semplice contenitore e archivio di magie ed effetti speciali. Un’attitudine corporea che è passata dagli innesti e dalle mutazioni a un approccio più diretto e rock. Una serie di episodi ripetitivi e “già sentiti”, che si accosta a composizioni vibranti di una riuscita introspezione.

Il problema fondante è l’assenza di una vera estetica agglomerante che possa dare nuova sintesi vitale a un progetto che si è prosciugato nel suo aspetto più espressivo. Se le parole di Brian Warner continuano il loro lavoro crudo, dissacrante, l’insieme non mostra più un messaggio composito. Rimane solo una semplice collezione di giochi maligni, alcuni dei quali ancora affascinanti.

Il tizio che ha scritto i due capoversi sopra si chiama Michele Guerrini e pubblica su Ondarock, metto la citazione solo perchè nello scorso mese ho pubblicato due pezzi in croce e quacuno ha avuto la faccia di insultarmi perchè butto giù cinquemila battute su un disco senza manco avere un’opinione. Naturalmente è vero, tra l’altro: sto brutalmente rimettendo in discussione me stesso e/o sacrificando sulla strada per la VITA un’opinione qualsiasi in merito a qualunque artista. Marilyn Manson, dicevamo: se cerchi su Google il suo nome viene suggerito prima di Marilyn Monroe, e questo di per sè è un risultato lusinghiero: ho fatto la prova con il mio nome e il primo risultato è Francesco Monte, un tronista del quale devo ammettere di avere ignorato l’esistenza prima di due minuti fa, e quindi insomma il blog bastonate.wordpress.com sta languendo in una penuria di aggiornamenti mai vista prima d’oggi mentre il paese reale si spacca tra notti fantastiche in delirio clamoroso in cui Francesco Monte balla Ai Se Eu Te Pego all’Alexander Disco Club di Campobasso e un tizio su Ondarock pubblica una recensione da 5.5 in cui spiega che l’attitudine corporea di Marilyn Manson è passata dagli innesti e dalle mutazioni a un approccio più diretto e rock. Qualcuno tra i più scafati di voi si è senz’altro già chiesto come possa si possa considerare cambiamento l’interruzione di un processo di mutazione, ma cristo di un dio se avete delle domande mandatemele via email così almeno ripeschiamo la posta del cuore di Bastonate e ricominciamo ad aggiornare che a quanto sembra a me alla musica non sta succedendo un cazzo di niente.

A riprova del tutto, è uscito un nuovo disco di Marilyn Manson. Si chiama Born Villain e se devo essere sincero non è un granchè, un po’ una manfrina di quelle che se fossero uscite negli anni novanta avresti dovuto cantare in reggicalze per differenziarti dagli altri, poi è arrivato Marilyn Manson e tutti quanti hanno iniziato ad andarsene in giro in reggicalze perchè funzionava più del previsto. In quel momento Marilyn Manson era Satana: servizi in TV, gruppi religiosi che facevano i sit-in ai loro concerti e qualche scoppiato in giro per il mondo che trucidava la propria fidanzatina per il LOAL e si faceva sgamare con una copia di Antichrist Superstar in cameretta. Le necessarie caratterizzazioni da discepolo del Maligno e/o nuovo messia di un’America non allineata che pretendeva -anche in modo molto adolescenziale e scrauso- un briciolo d’attenzione lo bruciarono anzitempo, cioè ben prima che chiunque riuscisse a farsi un’idea chiara dei dischi (niente di che, ma nemmeno troppo brutti); nel frattempo la comunità metal aveva doverosamente preso le distanze a qualsiasi livello, voglio dire sia la critica che i lettori, accusandolo a spada tratta di essere posticcio (uno che cantava con addosso una guepière) e di aver copiato quasi tutto dai NIN (uno che è stato scoperto e lanciato da Trent Reznor). La fiamma del suo personaggio si spense circa un lustro dopo, ma il pubblico si divide ancor oggi tra chi pensa ancora che Marilyn Manson sia un idiota per via del fatto che non è un genio e chi pensa ancora che Marilyn Manson sia un genio per via del fatto che non è un idiota.

Non è che vogliamo entrare a fare il Grande Centro, sia ben chiaro: l’ultimo disco di Marilyn Manson è robetta fuori moda per la quale -in quanto fuori moda, appunto- viene un po’ voglia di fare il tifo. La cosa più divertente dell’ultimo Marilyn Manson, comunque, è confrontare il suo percorso con quello del mentore Trent Reznor e rilevare che tutto sommato, mentre mr. Nine Inch Nails ha progressivamente ammorbidito il proprio suono fino a renderlo un’unico e tutto sommato tristissimo monolite ambient-IDM per non introdotti così sciatto e normativo da far suonare il suo discorso di accettazione dell’Oscar la cosa più naturale del mondo, Brian Warner continua a battere la lingua sul dente malato e a riproporsi sempre uguale a se stesso, sempre più solo e patetico e quindi in qualche modo fedele ad una missione che negli anni più caldi della sua carriera sembrava solo quella di rastrellare una montagna di schei alle spalle di qualche adolescente confuso con la bibbia di Satana sotto al letto. E invece no: gli adolescenti confusi in rivolta di allora hanno mollato lamette e candele, hanno messo su famiglia, guardano alle loro foto con un briciolo d’imbarazzo e comprano biglietti in prevendita a duecento euro per vedere gli Stones a San Siro, o quel che è. Marilyn Manson non molla e rilancia sulla posta: la cover di You’re So Vain è la ciliegina sulla torta, micidiale Starfuckers, inc. al contrario che a dispetto della sua sostanziale sciatteria da compitino a casa potremmo tranquillamente eleggere a punto di aggregazione di tutto quel che è venuto da Manson Reznor e chi per loro dopo The Fragile. Massimo rispetto.

Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.

Join 79 other followers