utilitarian.
Da Enemy Of The Music Business in poi i Napalm Death continuano a incidere ogni volta lo stesso disco. Esaurite le velleità ‘sperimentali’ nel trittico Diatribes / Inside The Torn Apart / Words From The Exit Wound una volta trovatisi a fare i conti e realizzare che quei dischi avevano fruttato in tutto poco più di una cacca di mosca, il ritorno all’ordine con un EP di cover calligrafiche per tornare nelle grazie degli osservanti più dogmatici (Leaders Not Followers, era il 1999), entrano nel nuovo millennio col pilota automatico già inserito: ripristino del vecchio logo marcio e filiforme, copertine da disco crust putrido registrato in cantina, indignazione a palla sotto forma di testi tutti improntati sul concetto di piove, governo ladro, chitarre tritatutto, batteria a mille e il latrato di Barney sempre più distorto e intriso di puro odio cockney dalle basse sfere. Order Of The Leech, The Code Is Red… Long Live The Code, Smear Campaign, Time Waits For No Slave, cambiano solo i titoli; distinguere un brano da un altro diventa un puro esercizio di fede. Non arresta il Napalm karaoke questo Utilitarian, al solito titolo grondante consapevolezza sociopolitica, copertina bicroma da disco dei Crass e strali apocalittici contro tutto e tutti, l’unica novità è un’intro tastierata alla Dimmu Borgir da latte alle ginocchia, in un pezzo c’è pure John Zorn che fa John Zorn periodo Naked City il che è ovviamente di una tristezza infinita. Piacerà ai regazzini inkazzati, ai punkabbestia col giubbotto sbrindellato pieno di toppe degli Amebix, ai fanatici del metallo peNsante (è suonato bene, c’è John Zorn) e agli uomini giovani che entrano in ‘centri sociali’ come in una chiesa. Lo spirito continua (col cazzo).
Una per il ventennale di Hanno ucciso l’Uomo Ragno
Il 1992 fu un anno memorabile. Il ritorno di Sergej Krikalyov sulla Terra dopo 311 giorni in orbita, Tangentopoli, le vittorie olimpiche di Aleksandr Popov, il Super Nintendo, Sinead O’Connor che strappa la foto del Papa. Inoltre, esce Hanno ucciso l’uomo ragno. Gli 883 allora erano gli ultimi protégé di Claudio Cecchetto, che se ascoltavi Radio Deejay era qualcosa di molto vicino all’idea di Dio: un uomo con una visione abbacinante, onnicomprensiva, Riccione la terra promessa, l’Aquafan (e la sua discoteca interna Walky Cup) il Paradiso. Aveva plasmato a suo piacimento gli anni ottanta (il Gioca jouer, Sandy Marton, Jovanotti, Deejay Television) e si preparava a fare lo stesso coi novanta come un creatore di universi però benevolo, un Palmer Eldritch allegrone dallo sguardo perforante e la parlantina ipnotica, one nation under un ombrellone vista mare Adriatico, il mio nome è Legione, ma preso bene. Una dittatura morbida del divertimento portata avanti con sicurezza incrollabile giorno dopo giorno, non solo in modulazione di frequenza: Deejay Show la sua Pravda, FRI Records l’arsenale, Linus e Amadeus e Albertino e Marco Biondi solo alcuni dei suoi cenobiti e Castrocaro uno dei tanti vivai da cui attingere carne fresca, all’occorrenza programmi tv da colonizzare a piacimento, ieri Sanremo, oggi Cantagiro e Festivalbar, domani Karaoke e Talk Radio, dopodomani il Mondo. Cecchetto come William Randolph Hearst, come Howard Hughes, come Rupert Murdoch, tutti in uno. Un tycoon orwelliano al grado massimo di persuasione, perpetuo trendsetter di sé stesso, tentacolare più di un polpo con braccia infinite, ubiquo come l’aria. Con gli 883 è un incontro ai vertici: potrebbero essere i suoi Sex Pistols, senonché la loro personalità è quantomeno pari a quella del loro demiurgo (che comunque non è un venditore di vestiti). Chiunque abbia vissuto in Italia nel 1992 è entrato in contatto con Hanno ucciso l’uomo ragno, e non solo e non certo perché qualche settimana dopo l’uscita Radio Deejay lo mandò in onda TUTTO, cosa mai successa per un album fino ad allora, un pezzo al giorno per otto giorni. Erano trasversali gli 883, verrebbe da dire universali se il mondo finisse poco dopo Bolzano: chissà come, hanno saputo portare i novanta al livello successivo. Viene veramente da pensare che prima di loro ci fosse il deserto. Una questione di semantica, probabilmente: conoscere le parole necessarie per spiegare l’inspiegabile, per dire il non detto. Hanno ucciso l’uomo ragno ha saputo parlare al cuore di ognuno di noi, bambino o vecchio, ricco o povero, analfabeta o laureato, ognuno improvvisamente scopertosi figlio del proprio tempo, i piedi ben piantati in questi anni importanti. E la sua forza non è diminuita: ancora oggi ascoltare quel disco significa rivedere scorrere le stesse belle immagini, ogni volta scoperchiare il proprio personale vaso di Pandora, ognuno il suo. Madeleine proustiana all’ennesima potenza, generatore di nostalgia di un’era aurea in cui eravamo tutti più giovani e felici che ormai esiste solo nella nostra mente (del resto, Poi chissà cos’è cambiato, forse il tempo che è passato). Con il successivo Nord Sud Ovest Est si delineano i caratteri: dei due, Repetto era il Grant Hart della situazione, l’euforico, l’estroverso; Pezzali come Bob Mould, riflessivo, meditabondo, sempre pronto a sondare il lato crepuscolare della vita. La golden age degli 883 finisce, inevitabilmente, con lo split di Repetto, ossessivamente perso nei suoi folli progetti cinematografici (chi ricorda quando arrivò a Cannes 1993 – o era 1994? – in elicottero, assolutamente non annunciato, PLANANDO sulla folla sotto una pioggia di volantini del suo imminente film, che non aveva nemmeno cominciato a scrivere? Delirio hughesiano in piena regola…!). Coerentemente, i dischi del dopo sono un po’ come quelli dei Sugar: belli e sinceri e onesti, ma lo senti che manca la controparte, lo senti che manca qualcosa. La sovrumana disfatta di Repetto nella sua rovinosa trasferta newyorkese, kolossal demilliano di cui troppi hanno detto e su cui infinite sono le urban legend – la più gettonata lo vede mimo dell’orso Baloo a Eurodisney – è l’inizio della fine, suggellata dal monitorio Pierpa trattamento nel funereo Remix 1994, in un certo senso la loro pietra tombale. Ancora qualche sprazzo degli antichi splendori nell’avatiano La donna, il sogno e il grande incubo (Gli anni e Ti sento vivere la cifra stilistica e umana di Pezzali, uno che non ha mai avuto paura di lanciare il cuore oltre ogni ostacolo e di confrontarsi con la vita a viso aperto), poi onesto mestiere e campare di rendita con ubbie da trentenne assortite. Ma nel biennio 1992-94 in Italia esistevano solo loro, e questo è un fatto.
ps C’è una specie di raccolta via tumblr di pezzi che celebrano il ventennale di Hanno ucciso l’Uomo Ragno. La trovate qui.
(standby)
Tutto sommato non avevo molto tempo da dedicare, salvo sparodiche serate, o… poco tempo.
(Giovanni Trapattoni)
Come i più perspicaci avranno notato, L’agendina dei concerti è temporaneamente in stand-by. Non è che mi sono rotto il cazzo, è che al momento non sono sufficientemente sul pezzo per raccogliere notizie e scrivere quelle quattro minchiate che ogni settimana vanno a formare la vostra rubrica preferita; comunque non c’è molto in giro, e i concerti mica posso inventarmeli. Ma torneremo (uso il plurale maiestatis per sentirmi vicino a quelli che ne capiscono di musica), è una promessa.
Mancarone
I’m not sure exactly where exactly to start but I guess it’s best to get the hard part out of the way. To put it simply, what was mentioned recently on Ted Leo’s website (and reported in by a number of other outlets online) is true. Lookout Records will be closing its doors over the next few months. Most people that are reading this know that the label stopped releasing material towards the end of 2005. It was then that Lookout ended its long relationships with Green Day, Operation Ivy and a few other artists. That development meant significantly scaling down the business, which included letting the staff go and moving from the label’s Berkeley headquarters and warehouse into a small office. It was a challenging time for everyone involved – bands, staff, and business partners. For myself and the other two owners at the time, Cathy and Molly, we resolved to put our limited resources into rectifying some of the issues and problems that had been Lookout’s undoing, return to a modest operation, with the hopes of first, getting things back on track, and hopefully doing more in the future.
Come tanti ho scoperto la Lookout quando Dookie macinava milioni di copie come fossero bruscolini. Era il momento giusto: erano gli anni novanta e io ero un ragazzino. Perfetto. Come tanti non ricordo qual è stato l’ultimo disco Lookout che ho comprato, né quando; sicuramente l’ho pagato in lire. Non è roba che ascolti da adulto questa. O meglio, è roba che quando la ascolti da adulto serve a ricordarti che c’è stato un tempo in cui sei stato giovane e arrogante e felice, e se hai avuto la fortuna di trovare la colonna sonora giusta ad accompagnare giornate che erano ricche e scintillanti e piene di colori quasi sicuramente alcuni degli autori portavano i nomi di Avail, Queers, Operation Ivy, Mr. T Experience, Screeching Weasel. Se invece questi nomi non vi dicono niente, e siete stati giovani negli anni novanta, ci sono buone probabilità che la vostra sia stata un’adolescenza triste. Comunque non vorrei fare a cambio.
The Broken Man.
Esistono infiniti modi di stare male, infinite declinazioni ma il dolore è uno solo e quando c’è vorresti solo che sparisse. È democratico il dolore: non risparmia nessuno, nessuno ne è immune, come la morte opera seguendo disegni imperscrutabili e come la morte è presenza costante, connaturata alla vita. In pochi hanno la forza di affrontarlo da soli, e ancora meno gli strumenti per sviscerarlo, spiegarlo, dargli una forma che possa contenerlo e sublimarlo rendendolo così anche solo minimamente più sopportabile.
Matt Elliott è uno specialista del dolore. Un luminare del dolore. Il suo diploma se l’è conquistato sul campo, i suoi dischi le tesi di laurea, ognuno a suo modo imprescindibile per chiunque stia soffrendo come un cane per qualcuno o qualcosa, ognuno un luogo oscuro dove rifugiarsi con la certezza di essere compresi sempre, perché come diceva Wittgenstein Solo chi è molto infelice ha il diritto di compatire un altro, e sembra che Matt Elliott sia clinicamente incapace di smettere di essere infelice.
Ogni suo disco è un colpo al cuore, ma questa volta è speciale. The Broken Man è lo strappo senza ritorno, la resa finale. Esaurita la speranza in un domani migliore da conquistare col sangue e la lotta armata, estinta la curiosità verso le cose del mondo e con essa la capacità e la voglia di indignarsi ad ogni nuova ingiustizia nel mondo, abbandonata ogni fede in utopie di sorta, quel che resta è solo dolore che mangia l’anima, un dolore individuale che diventa assoluto, inconsolabile, un torpore universale che unisce tutti gli afflitti di questa terra nel tormento e nella solitudine crudele e nel silenzio. Oggi Matt Elliott siede alla destra di Hank Williams, di Townes Van Zandt, di quei pochissimi altri che hanno saputo dare un suono alla sofferenza. Se siete vivi e state male The Broken Man è indispensabile.
Matt Elliott italian tour 2012
Tanto se ribeccamo: CODEINE
Il problema è che alla gente è piaciuto il disco sbagliato. Non capita sempre così d’altronde? Ma stavolta è diverso, questa volta è una questione personale. Di Frigid Stars non me ne è mai fregato un cazzo, non ha mai fatto parte della mia vita, non mi ha mai detto niente della mia vita. Viceversa, The White Birch mi tiene compagnia da più tempo di quanto sia disposto ad ammettere; è un porto sicuro a cui tornare ogni volta che la situazione non migliora, quando stare male non è più un’opzione, è come un amico che c’è sempre, come un cane che non muore. Non risolve niente, non è compito di un disco del resto, ma è taumaturgico almeno quanto una carezza o una pacca sulla spalla o le parole giuste al momento giusto, e quelle parole non smettono di fare lo stesso effetto – non su di me almeno.
Soltanto in un secondo momento subentra la consapevolezza che musicalmente era e resta anni luce distante (non indietro o avanti) da qualsiasi altra cosa sia mai stata e sarà mai registrata, un suono più vicino a un’idea, a uno stato della mente, un inverno perenne dove l’aria gelida è quasi sempre immobile e il sole non sorge mai, le esplosioni di chitarra un grido muto nella tormenta, la sola presenza mortale in un deserto di ghiaccio a meno ottanta gradi sottozero, lontano da ogni insediamento umano, lontano da tutto. Era il 1994 ma sono quei casi in cui il tempo perde di significato, comunque hanno aperto una strada che nessuno poi ha percorso – tantomeno la congrega di allegroni slowcore del periodo (probabilmente la scena più insensata e peregrina di sempre). Quando si sciolgono li piangono in pochi. Non ricordo le ragioni alla base dello split, lette tra le righe di una delle rare interviste postume e immediatamente dimenticate, ma ho sempre pensato che sia stato giusto così: oltre The White Birch era – è – impossibile spingersi.
Che i Codeine vengano ricordati soprattutto per Frigid Stars è solo un’altra delle infinite ingiustizie perpetrate quotidianamente nel mondo, sia pure in buona fede. Nessun problema finché il loro nome resta confinato nel limbo dei ricordi, fantasma di un passato ormai sempre più lontano, al massimo tirato fuori come sofisticato gimmick per svoltare nelle conversazioni scacciafiga (“te li ricordi quelli lì? quelli là?” – inserire nomi di gruppi dimenticati a caso, meglio se sconosciuti); diventa una beffa crudele quando li scopri riformati e ritornanti senza un perché come dei Refused qualsiasi. Per ora si limitano a scorrazzare per i festival ma se mai torneranno in tour che dolore sarà, ragazzi: ignorarli o prendere parte al karaoke? Quale che sia la scelta, una cosa è certa: sarà sbagliata.
…e allora canta!
Essere pieni di sé – non nel senso dell’orgoglio, ma della ricchezza –, essere travagliati da un’infinità interiore e da una estrema tensione significa vivere con una tale intensità da sentirsi morire di vita.
(Emil Cioran, Al culmine della disperazione)
Grandi cuori prossimi al collasso. È una vertigine E allora canta!, il brano che apre Unica, l’ultimo album di Antonello Venditti, ufficialmente nato sull’onda delle proteste di ricercatori e precari sui tetti della facoltà di Architettura a Roma, in realtà parte di un totale ben più ampio: è l’attimo cristallizzato ed espanso per cinque minuti e rotti in cui il groppo in gola si spezza, la faccia si disfa e ogni possibile argine di autocontrollo viene spazzato via per lasciare il campo al pianto incontrollato. È l’esatto istante in cui l’emotività nella sua dimensione più pura prende il sopravvento su tutto e reprimerla diventa uno sforzo insostenibile, ultraterreno, e grosse e rotonde lacrime sgorgano finalmente libere a bruciare le guance. Un attentato al sistema nervoso, il più grande monumento all’immenso potere lenitivo del pianto che l’Orso Bruno sia riuscito a edificare dai tempi di Che fantastica storia è la vita (il pezzo, era il 2003), e prima ancora da chissà quanto, bisogna tornare agli anni ottanta probabilmente. Un totem. Ogni parola al posto giusto, ogni nota a colpire lì dove fa più male, a scavare nell’anima con la stessa facilità con cui una trivella perforerebbe un panetto di burro, con la precisione del più spietato dei cecchini e una maestria nell’individuare le leve giuste per scardinare un cuore che non ha eguali in Italia e pochissimi al mondo; nessuna affettazione, nessuna mediazione, nessuna posa, Antonello è a tutti gli effetti uno di noi, è per questo che E allora canta! fa così male, perché le stesse parole in bocca a chiunque altro suonerebbero fasulle, derisorie, insopportabilmente retoriche, e invece qui è come offrire un bicchiere d’acqua a un annegato. La dimostrazione intercettata per puro caso una domenica sera, Antonello ospite a Che tempo che fa, completamente a tradimento, il groppo in gola che sale inesorabile, la certezza che sarà così per tante altre volte ancora, tant’è che anche oggi dall’uno-due iniziale di Unica non si riesce a uscire indenni.
L’agendina dei concerti Bologna e dintorni 19-31 dicembre 2011
Ultimi fuochi. La città si svuota in occasione delle festività natalizie, forestieri e studenti fuori sede tornano al paesello a mangiare i babbalubba, i locali chiudono, solo foschia e gelo per le strade, sembra di stare a Parma. Meno male che questa sera al Clandestino arrivano i Vialka (gratis, dalle 22.30) a ricordarci che comunque il tempo scorre lungo i bordi (visti ormai 5 anni fa all’XM24, il tempo passa per tutti lo sai…). Martedì 33Ore al Teatrino degli Illusi (gratis, dalle 20), mercoledì Nicola Ratti all’Elastico (gratis, dalle 20), giovedì un cazzo e venerdì Rick Hutton al Bravo Caffè, e se il tempo non scorre lungo i bordi stavolta allora io non lo so… Da venerdì a domenica scatta la tre giorni Passatelli in Bronson, l’ideale se il Natale invece che con i vostri preferite passarlo in compagnia di Massimo Volume, Bachi Da Pietra e compagnia frizzante, poi il nulla fino a martedì 27 dicembre con i Raw Power al LabAq16 (aprono Debunk e End Of A Season, chiudono Mr. Tomato, flyer qui sotto da stampare e far girare, vai di Rank Xerox…), e il tempo continua a scorrere lungo i bordi… Salvo appuntamenti imperdibili dell’ultim’ora (che potete segnalarci a lagendinadeiconcerti(at)gmail(dot)com) questa è l’ultima agendina per il 2011, vi aspettiamo nel 2012 con un’edizione ancora più ricca e tante altre mirabolanti novità (si dice così, no?). Buone feste (se ne farete) e che i Maya ce la mandino buona…
















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