-bastonate-

Caciara Costruttiva s.p.a

Posted in badilate di cultura, FOTTA by tutancamion on gennaio 9, 2012

Dicevo, c’è questo bar giù in paese dove non puoi entrare se non per corteggiare i videopoker. Davvero, c’è la fila di sfollati dalla piramide sociale del buon gusto che flirta con le slot, le accarezza dopo averci infilato gli euro nel perizoma di bottoni di plastica e se li fissi troppo in questo atto di intimità Burroughsiana ti impartiscono lezioni di abbordaggio del tipo “Ora l’ho quasi convinta, è pronta a darmi tutto”. Io non sono uno di questi falliti disperati, io in questo bar non ci vado mica a buttare i soldi inseguendo la legge dei grandi numeri o convincendomi di poter cambiare un qualcosa che non ha un cuore e che probabilmente è stato costruito in un paese lontanissimo dove la gente ha convinzioni ed abitudini diverse dalle mie: io ci vado perchè sono innamorato della barista rumena e quindi mi siedo lì almeno 4 ore al giorno bevendo un cinarotto dietro l’altro, per dimostrarle quanto io sia realizzato e in controllo dei miei sentimenti. D’altronde lei prima lavorava in un locale di spogliarelli ed io con la mia onestà ed il mio amore posso cambiarla: è risaputo e ci sono riusciti in tanti.
L’unico ostacolo alla di lei redenzione è il padrone del bar, che per marcare il territorio e mettersi la pettorina di maschio alpha mi ha mostrato un video sul cellulare dei concerti che piacciono a lui. Si c’è un bilico pieno di fascismo, però quando gli ho chiesto di spiegarmi cosa fosse la cinnghiamattanza è stato un sacco preciso e gentile: la cinghiamattanza è la caciara costruttiva con cui si esprime del sano cameratismo. E non posso fare a meno di pensare all’autofellatio di d’annunziana memoria quando sento parlare di sano cameratismo. Ma anche quando sento parlare di una certa scena noise, tipo quella canadese. Quindi ecco che sottomano mi capita l’ultimo disco dei Wold che si chiama Freermasonry ed è una mattonata terrificante, una cosa talmente assurda che ancora non ho capito dove cominciano i pezzi e dove finisce il deghèio registrato sopra. E’ tutto lercio, coperto da una coltre di deghèio, appunto, così spessa da confondersi con i sintomi dell’acufene, ma soprattutto marcio e disturbante al punto giusto. Più che caciare costruttiva è come vedersi un concerto degli Oneida, però avendo un ictus in atto e la visione a tunnel.
La seconda grande notizia in tema di Caciara Costruttiva e di gente di cui non saremmo mai stanchi è il nuovo video dei, cazzo, Black Dice che precede un ipotetico nuovo disco -dal titolo Mr.Impossible-in uscita ad Aprile. Non ne sono sicuro, ma presumo sia stato diretto proprio da loro. Per me è già disco dell’anno senza aver ascoltato il resto.

badilate di cultura: MARIA ANTONIETTA

Posted in badilate di cultura by kekko on dicembre 20, 2011

Maria Antonietta scrive dei testi così:

“io stasera non esco saldamelo tu il conto con il resto del mondo io resto a letto perché mi sento uno schifo e non è la prima volta non è neanche la seconda (…) e poi tu non sei migliore di me anzi com’è che siamo sempre i peggiori e io non mi sforzo neanche troppo è una specie di vocazione naturale l’aveva sempre detto mia madre (…) ti odio ma fingo bene sono molto intelligente quando mi conviene”.

Oppure così:

“volevo essere buona per dirti la verità ma la verità non ti tiene compagnia quando dormi da solo che poi chi l’ha detto che la verità rende liberi voglio restare prigioniera e avere bei vestiti dentro cui morire giovane in una vasca di motel”.

Oppure così:

“volevo sequestrarti al mondo intero e alla felicità agli amici ai diversivi ai dischi tristi e ai locali punk volevo sequestrarti anche a Dio perché  tu fossi solamente mio”.

Come si reagisce di fronte a storie così scritte così? Io sono sicuro che qualcuno ha letto queste sei frasi e ha detto Ehi, questa ragazza ha ragione, anch’io mi sento così sola, così stanca. Io sono sicuro che qualcun altro ha letto queste sei frasi e ha detto Su, su, stellina, è solo adolescenza, poi passa. Nel mezzo, tutti i modi diversi in cui si può rimanere indifferenti di fronte un dolore che non è nostro. Agli estremi, le frecciatine dei cinici distaccati – chissà che musica ascoltano, loro – o gli entusiasmi smodati delle ragazzine – deprimere le ragazzine è come pescare pesci rossi in un barile. Anche i cantautori sono musica da ragazzine: cercare la verità nei testi di Bob Dylan ti rende figo di fronte al tuo amico che non sa l’inglese, ma poi passa uno che ha letto sei volte le memorie dal sottosuolo di Dostoevskij e ti dice Cosa ne vuoi sapere tu dell’inquietudine? A fare del relativismo su tutto finisce che non si stringe niente e tutto passa, ma senza voler entrare nelle logiche del mercato musicale indipendente italiano, della nicchia e della domanda e dell’offerta, cosa vuoi che ne sappia io, io parlo proprio per noi che ascoltiamo la musica da soli o in due o in tre in casa o in macchina o in treno, noi che ascoltiamo musica quando dobbiamo decidere che disco ascoltare, o spesso riascoltare, perché abbiamo voglia di qualcosa che conosciamo già, così possiamo cantare, dobbiamo cantare cose in cui crediamo, musica che dica qualcosa della nostra vita, perché altrimenti tanto vale ammazzare il dj: le canzoni di Maria Antonietta ci dicono qualcosa della nostra vita? Perché va bene l’urgenza di comunicare, ma qualcosa la dovremo pur dire.

Quando eravamo ragazzi non c’erano i reality per lanciare le popstar. Al limite c’era il festival di Castrocaro, il raduno annuale di quelli che ce la volevano fare col Karaoke, qualcuno c’è pure riuscito, la pausini mi sa che sia venuta fuori da Castrocaro. Castrocaro, Sanremo Nuove Proposte, Sanremo Big, un pezzo un po’ dancey per il Festivalbar e poi potenzialmente puoi riregistrare il disco in spagnolo e nessuno se ne accorge, tanto quelli che avrebbero qualcosa da ridire sono impegnati a scoprire qualcosa che sia oscuro, tenero e spigoloso. La commistione tra i due generi è molto più recente di così, e non sappiamo davvero da cosa sia iniziato: la musica ha due livelli d’ingresso e dopo un po’ uno si rompe le scatole di militare ad ogni costo, preferisce ascoltare un buon disco ogni tanto senza chiedersi troppo da dove viene. Ci siamo sacrificati in nome del sacro vincolo artistico-sociale degli anni duemila (mangiar merda meno, mangiar merda tutti) e ci ritroviamo nel 2011 a soffrire sul fatto che X-Factor è su Sky mentre piazziamo Tiziano Ferro e Rihanna da qualche parte nelle classifiche di fine anno. I generi musicali non esistono più, chiunque ascolta qualunque cosa. L’appartenenza all’elite di chi ascolta la musica giusta funziona per autocertificazione e si manifesta in una serie di pratiche rituali ripetute a nastro da quasi tutti –foto ai concerti, un account su ogni network di massa, un blog, una collaborazione con non so manco io chi cazzo, eccetera. Il gruppo pop italiano del 2012 si chiama I Cani e affastella più o meno ad arte una serie di luoghi comuni. Maria Antonietta ci prova da una prospettiva più indie. I gruppi che ascolto, le persone che mi sono scopata, quanto mi ti vorrei scopare, quanto ti amo quelle cose lì; il disco intero non l’abbiamo sentito, ma il singolo è una cosetta quasi-beat-garage allegra con le tastierino anni sessanta. Maria Antonietta un anno fa si chiamava Marie Antoinette, aveva messo fuori un disco autoprodotto di gradevolissimo cantautorato lo-fi in inglese piuttosto passabile e ci era piaciuta. L’anno prima Maria Antonietta si chiamava Letizia qualcosa e cantava negli Young Wrists, un gruppetto di shoegaze depresso calligrafico ed artisticamente tristissimo che la critica ha adottato bene e spesso come un buon segnale dal futuro dell’indie rock italiano. Ora gli Young Wrists si sono sciolti, lei canta in italiano e tutto è finito a culi. Succede. Una volta mettevi un fuzz nel primo disco ed eri condannato a vita, ora puoi passare dai Joy Division ai Beach Boys nel giro di due anni e la prendono tutti come una cosa normale.

Io sono quasi sicuro che la prima frase della prima canzone del primo singolo dica “Quanto stavamo bene quando ascoltavamo Wilco in autostrada per casa mia”. Esatto: WILCO SENZA ARTICOLO. Quanto stavamo bene quando ascoltavamo Beatles. Quando ascoltavamo Nirvana. Quando ascoltavamo Cani. Io lì ci sento la crepa nel Matrix, perché per lo meno nella canzone dei Cani col bassista che cerca un gruppo post-punk, quando il tizio si presenta puntuale alla fermata della Metro A gli porta un disco DEI GoGoGo Airheart, preposizione articolata. E io non so nemmeno chi siano i GoGoGo Airheart, per dire, ma che sono un gruppo lo capisco, e che i gruppi sono plurali anche se il loro nome finisce con la O, insomma. Ma magari l’articolo davanti a Wilco Maria Antonietta glielo mette, sono io che non lo sento. Oppure si riferisce a Wilco inteso come il disco, quello col cammello in copertina. Chissà.

Maria Antonietta parla di sé per parlare di noi ragazze che stiamo male e non fa nemmeno lo sforzo di inventarsi dei personaggi in cui: un disco in prima persona, perennemente rivolto a un tu assente che non torni mai e anche se tornassi vaffanculo sono io che me ne vado. Funziona? Non lo so. Non sono una ragazza che sta male. Non me le fumo le paglie a colazione con gli occhiali scuri. Non mescolo farmaci e alcolici. Faccio peggio, probabilmente: lo stereotipo dell’artistoide fricchettone o del metallaro pancione è fastidioso come quello dell’hipster gagia col vestito da sposa, è una questione di quantità: quanta gente ti stima, a quanta stai sulle palle, quanta ti ascolta, quanta può fare a meno di te, quanta no?

Un mio amico scrittore affermato mi ha detto che le attenuanti tipo “È giovane, è il suo primo romanzo, si farà” non hanno senso: lui concepisce la letteratura TUTTA come un mondo UNICO: ci sei tu e c’è la pagina bianca e ci sono le tue cazzo di idee e i tuoi cazzo di sentimenti e se decidi di scrivere un libro ti devi rendere conto che giochi lo stesso gioco di Joyce, Nabokov, Carver, chi ti pare: “Perché dovrei leggere te, con tutti gli scrittori bravi che non ho ancora letto?”.

Questa cosa ti stimola a fare meglio e ti schiaccia. Esiste anche in musica?

Poi c’è la storia dei testi. Il concetto de “i testi in anteprima” era legato a quando la mia famiglia comprava TV sorrisi e canzoni e io avevo dieci anni e sapevo leggere e lo facevo appena potevo perché leggere era per leggere e sapere era per sapere, e insomma era una figata: la settimana prima di Sanremo uscivano i pezzi in anteprima, tu li leggevi ed era tutto un immaginare come poteva essere la canzone a partire dalle parole, che poi a quei tempi non me la immaginavo molto la musica quindi per me erano tutte più o meno la stessa cantilena non arrangiata e un po’ simile alla sigla di Holly e Benji. Mi ricordo anche –ma ero un po’ più grandicello, tipo dodici anni- quella volta che uscì Sorrisi e Canzoni con il testo di Vasco, la canzone di Jovanotti, dico, e nella prima riga c’era scritto FIGATA e io mi sentivo un po’ come se stessimo conquistando il mondo, cioè alla fine Jova era già un leader dell’Ulivo e questa è DAVVERO un’altra storia che non c’entra niente. Voglio dire solo che esiste un dato di fatto secondo cui succede che un artista di non-fama non-internazionale come Maria Antonietta, una il cui disco d’esordio è stato cagato dalla cerchia degli amici manco so io di chi, abbia un Vimeo pronto all’uso mentre su rockit escono in anteprima i testi del disco non ancora uscito e non ancora rinnegato dal disco successivo. Uno prova pure a chiedersi a che pro, ma poi fai la figura dell’hater, detto proprio così in inglese ma con l’acca molto incerta perché sei un eiter nostrano e non hai l’afflato epico né il resto. E insomma Marie Antoinette detta ora Maria Antonietta ha un elenco di testi generazionali, nel senso che sembrano un po’ generazionali e un po’ generati da un generatore di testi alla Maria Antonietta, in anteprima su Rockit. Probabilmente nelle canzoni suonano da dio, c’è questa teoria di Steve Albini sui testi composti in sala prove mentre gli altri accordano le chitarre e i bassi. Era una buona occasione per farsela scivolare via di dosso. Se pubblichi i tuoi testi in anteprima giochi lo stesso gioco di Emidio Clementi e di Vasco Brondi, il che tra l’altro non è ben chiaro se sia un complimento o un’offesa a chi dei tre.

(francesco farabegoli e simone rossi, più o meno a quattro mani)

STREAMO – DISCONE – TRUE BELIEVERS – STARE BENE – FOTTA – ANDATEVENE AFFANCULO – VOSTRO PAPÀ VI S’INCULA NEL SONNO

In streaming. Torneremo sull’argomento.

No sleep till dopodomani – L’iniqua legge sul prezzo del libro ci costringerà a una notte insonne di selvaggio shopping on line per salvaguardare la nostra peraltro già notevole cultura (aka meno libri meno liberi)

Posted in ANDATEVENE AFFANCULO, badilate di cultura by asharedapilekur on agosto 30, 2011

Informato della legge sul prezzo del libro, Sandro Pertini, bofonchiando "Ma chi se li incula", va alla Feltrinelli ed esce con i suoi libri preferiti senza averli pagati. Suona l'allarme, ma che je dici? E' er presidente! (Courtesy of fotomontaggifattimale.wordpress.com)

Se tolgo dal carrello Kripke e metto Krug, ma Shantaram lo prendo in paperback in totale fanno… Uomini, fatevi onore nei vostri ultimi collegamenti ad Amazon.it, perché il trentuno a mezzanotte leggeremo con Plutone. Nel non-clamore generale, dal primo settembre entrerà in vigore la discutibilissima, illiberalissima, lettoripiatevelanderculissima legge sul prezzo del libro, che impone il divieto per Amazon, definita “chiunque” nel testo della legge, di vendere libri con sconti superiori al quindici per cento sul prezzo di copertina. Chi siano le vittime di tutto ciò, più ancora di Amazon che alla fine prevarrà lo stesso perché sono Americani, è tristemente chiaro: i lettori, non però nel comune senso di “clienti delle librerie coi lucciconi che si prendono una guida di Atene e L’uomo che sussurrava agli aquiloni”, ma in quello di quei pochi e poveri stronzi che amano davvero leggere, che comprano tanti libri e non solo best-seller, e lo fanno su Amazon perché la Feltrinelli di merda si rifiuta di vendere qualcosa di più di Saviano (e, nel caso in cui lo facesse, non potrebbe permettersi lo stesso tipo di sconti). La cosa che più di tutte fa impazzire di questa gomitata in bocca alla libera impresa è che la stessa è fatta, ma guarda un po’, in nome di tante tonanti cazzate tipo “la difesa della piccola editoria” (che, sempre ammesso che venga salvata dalla legge, di solito non vale la polvere che i loro libracci prendono nei magazzini dimenticati. Andate alla fiera della piccola editoria di Roma e guardatevi intorno), “la difesa delle librerie” (chiuderanno tutte comunque, stanno solo prolungando l’agonia. Ragazzi, affrontate la verità. Anche di HMV a Londra ne è rimasto uno solo. Deve esserci stato un giorno, alla fine del medioevo, in cui anche l’ultimo negozio di spade ha chiuso), “contro la concorrenza sleale”, addirittura “la cultura”. La cultura! Discorsi tipo che ah, e certo, i libri sono Cultura e la Cultura non la si può svendere, un discorso talmente tristo e solitario nella sua insulsaggine e retorica, per non parlare della sua ignoranza e insensibilità (questa sì) culturale, da farci preferire, a una eventuale Replica Intelligente e Spiegazione dell’Ovvio, un aristocratico arroccamento sui bastioni della Consapevolezza Umana. E, per quanto mi riguarda, una legge del genere la possono pure aver già fatta i francesi da tanto tempo, ma se i francesi fanno le cazzate – tipo impedire il velo per legge, proteggere gli assassini stranieri, violentare le cameriere (e il tutto per non parlare di Robespierre) – non per questo, credo, dovremmo farle anche noi. A proposito di francesi: non esiste guerra che non abbia un’ideologia fondante, è vero, ma quando questa è particolarmente odiosa, il consueto cinismo dovuto alla normale vita di tutti i giorni non aiuta a consolarsi dal fatto che anche un bambino capirebbe che, posto che leggere sia un bene a prescindere e che secondo la nostra cultura è giusto che gli autori siano retribuiti, l’importante è che di libri se ne vendano il più possibile. E non c’è nessuno straccio di motivo convincente a sostegno della tesi secondo la quale chi, editore o libraio, non riesca a far quadrare i conti, debba essere difeso da uno Stato ciccione e dalle sue corporazioni ai danni di chi, invece, le cose riesce a farle. E’ il solito, maledetto discorso sul merito, particolarmente esiziale in campo culturale, che sarebbe anche timidamente ammissibile qualora uno Stato difendesse il suo nuovo Kurosawa, ma qui stiamo proteggendo (o si pretenderebbe che si proteggessero) i Centoautori, la Comencini o, senza spostarci dal discorso, il loro equivalente letterario venduto peraltro, quando dice bene, a quattordici e novanta in edizione paperback-cartadaculo. Chi scrive spera (e crede) che, presto o tardi, persino il nostro arretratissimo paese vedrà un giorno l’abrogazione di questa legge e il ritorno al normale svolgimento degli eventi. Tuttavia, per il momento, la cosa più importante, che ci riguarda tutti, è il compito che abbiamo nelle prossime ventiquattro ore: se metto Dan Brown, e tolgo Bachman… Ma nella wishlist ho Russell…

Non voglio sapere (breve saggio sulla crescita)

Posted in badilate di cultura, tutto il resto by asharedapilekur on luglio 21, 2011

in a gadda da vida

“Non avete seguito i ribelli fino alle loro… tane?”
“No, finché non ce ne sia dato l’ordine… (Si corregge) Fino a che lei non ci dia l’ordine, signore. Quali tane?”
(Rafael Spregelburd, La cocciutaggine)

Il 1991 come anno in cui nascere è contemplato a fatica nel database di pensieri a cui io possa accedere; che il 1991 produca in fatto di nascite non soltanto dei neonati, ma dei neonati che crescano e si degenerino nell’adolescenza fino a produrre un genere musicale che, diversamente dai suoi co-neonati, io mai e poi mai potrò capire e dovrò arrendermi a non sopportare, bè, questa, poi.

La mia vita scorreva inquieta ma tranquilla finché, con clamoroso ritardo – immagino – rispetto al tempo reale in cui vivono i Ragazzini oggi, mi piace, +1, la mia solida impalcatura di concetti e conoscenze teoriche non è stata brutalmente scossa da una segnalazione di kekko su questo tizio, Tyler, che produce una sorta di hip-hop troppo tetro e lugubre perché noi si possa apprezzarlo, un suono ostile come gli sguardi di, credo, migliaia di under 20’s che si girano con gli occhi tutti neri mostrando i denti e dicendomi, Vecchio, stanne fuori.

E io ne sto fuori, sto un po’ in disparte lontano dal palco e dal pogo, in un punto in cui la musica arriva male, arriva attutita e, per la prima volta, provo la sensazione di non capire e non mi ci adeguo, e cerco di interpretare quello che vedo applicando mie categorie stantie e vecchie, Clouddead, Prefuse 73, Rayban di plastica rossa, acidi e Ah sì, è una moda, che naturalmente mancano totalmente il punto, acqua, acqua, acqua mentre loro affondano le mie corazzate;

Affondano le mie corazzate perché io sono il gesuita che arriva in Messico e scambia una rappresentazione del Cosmo Increato per una partita di calcio; sono il padre che tira su i pantaloni a vita bassa di mia figlia; sono il Gattopardo e sono, se volete, il vecchio inglese che smonta i Sex Pistols sulla scorta dei Beatles; io sono tutte queste cose, io che sto a guardare e rido ma non so che cosa invidio, che cosa invidio.

L’altra sera ero attorno a un tavolo con altri vecchi e cercavamo pateticamente di ideare qualcosa, un linguaggio, uno straccio di app (mi piace) che permettesse al nostro mestiere antiquato di facitori di libri (-1) di sopravvivere all’ineluttabile. La visione del sito di riferimento di questo Tyler mi ha fatto capire che non ce la faremo mai, e non ce la faremo anche e soprattutto perché io, oggi, adesso, sto parlando di “sito” ma mi accorgo che quel TUMBLR lì nell’indirizzo, ooops, nell’URL (+1), non me la racconta giusta (non mi piace più).

Tagliato fuori, non mi resterà altro che scappare via a casa, in lacrime e sprezzante al tempo stesso, e domani a un concerto di PJ Harvey o chissà chi altro (ma una cosa del genere), con rassicuranti, calde e valvolari chitarre elettriche che mi nasconderanno l’ineluttabile verità, ossia che la musica non più ci appartiene, e siccome in notti come questa l’ho tenuta tra le braccia,
la mia anima non si rassegna d’averla perduta.

Benché questo sia l’ultimo dolore che lei mi causa,
e questi gli ultimi versi che io le scrivo.

Badilate di cultura: The Ward

Posted in badilate di cultura, true believers by m.c. on aprile 6, 2011

 
L’ultimo film di John Carpenter che ho visto al cinema è stato Vampires. Domenica pomeriggio, ottobre 1998, la scuola era ricominciata da poco. Lo davano al Fulgor, simpatico cinemino ubicato in una laterale di via Indipendenza sempre buia e umida estate e inverno, a fianco un albergo diurno abbandonato da horror coi matti, chiuso da quando ho memoria; forse anche per questo la sala era un grande ritrovo di dissociati, alienati e balordi più o meno autistici di ogni tipo. Anche quel giorno ce n’era uno: a cinque poltrone di distanza, occhiali, mezza età, pancione da scorpacciata di psicofarmaci, non la finiva mai di parlare al vuoto commentando ad alta voce i passaggi pregnanti, ogni tanto sparando battutine credo improvvisate sul momento, roba da fare impallidire Neil Hamburger e fornire materiale di studio per decenni a Vittorino Andreoli. Il mio amico Alessandro e io facevamo una fatica del diavolo a rimanere seri e silenziosi; non volevamo esplodere a ridere per non urtare la sua sensibilità, ma dentro avevamo l’inferno. Quando James Woods e il prete entrano nel covo del Maestro (una vecchia prigione disabitata), e il prete dice a James Woods che da ragazzino era campione di calcio all’oratorio (o qualcosa del genere), il borderline è sbottato con un’agghiacciante “FACCIAMO GOAL COL VAMPIRO”, agitando le manine e accompagnando la boutade (di cui andava probabilmente molto fiero) con un risolino stridulo da far accapponare la spina dorsale a un gorilla sotto steroidi. Io quella frase (e la risatina che è seguita) non me la dimenticherò mai finchè campo. All’uscita faceva fresco ed era già buio; le giornate si erano accorciate di quel po’ e avrebbero continuato a farlo, presto ogni ricordo dell’estate da poco trascorsa sarebbe sparito del tutto, schiacciato dal freddo e dalla brina e dai cieli sempre cupi e dalle lunghe mattine a scaldare il banco, a far finta di ascoltare fastidiosi ronzii che entrano da un orecchio ed escono dall’altro. Ma intanto Vampires mi aveva dato materiale in abbondanza per nutrire la mia fantasia per molti mesi a venire, forse per anni. (Continua a leggere)

Stasera (tassativo)

Posted in badilate di cultura by kekko on aprile 1, 2011

Ve la ricordate l'ultima volta che avete visto Carpenter al cine?

Gruppi con nomi stupidi e MATTONI issue #14: REVE STEICH

Posted in badilate di cultura, gruppi con nomi stupidi, MATTONI, STREAMO by m.c. on febbraio 4, 2011

 

per caso la faccia vi ricorda qualcuno?

Il trucco è vecchio, scambiare le iniziali del nome e del cognome, ma mi fa ridere sempre: dai celebri Wevie Stonder al ‘nostro’ Digi G’Alessio è praticamente impossibile trovarne uno che non suoni infinitamente e irredimibilmente più stupido rispetto all’originale. Ma Reve Steich, almeno per chi scrive, li batte tutti di almeno tre lunghezze anche solo per l’intuizione: non era venuto in mente a nessuno finora (almeno a quanto mi risulta) di omaggiare in un modo così trasversale e radicalmente beota il grande maestro del minimalismo percussivo alla vecchia. Soltanto leggere il nome mi ha fatto stare bene per una settimana. Peccato che a tale genialità onomastica non corrisponda una musica altrettanto esaltante e, come direbbero gli americani, mind blowing; l’ennesimo progetto dell’iperattivo Jaan Patterson (titolare di circa una decina di sigle diverse, la più popolare delle quali è probabilmente undRess Béton) si discosta poco dalle sue molteplici incarnazioni, tutte o quasi saldamente indirizzate verso un’elettroacustica moderatamente schizzata e moderatamente fastidiosa da saggio di fine anno al conservatorio, senza infamia e pure con qualche lode ma che spesso lascia il tempo esattamente come l’ha trovato. Stunning for 18 Miles, l’unica traccia a nome Reve Steich prodotta finora, è una sghemba cavalcata di 23 minuti che si snoda attraverso oscillazioni tintinnanti e brume digitali tra tempeste elettrostatiche e clangori metallici; dopo i primi cinque minuti spunta qualche UOOOOOOUUUUU, quindi il bum-bum di un organismo sconosciuto che sta crescendo lentamente nell’ombra, seguono smottamenti di terreno friabile come la torta sbrisolona, blip-blip-blip, bluuuuuuup. Ecco poi la spirale discendente di un bombardiere che precipita come nei videogiochi a 4 bit (a 8 sarebbe troppo), seguita da un allarme da bunker sotterraneo in un videogame della Simulmondo, poi sirena e radar sincronizzati, bip bip bip bip, biiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiip di un elettrocardiogramma sotto coca, rifrazioni – dissoluzioni, il bombardiere resuscita: BUOOOOOOOOOOOOUUUUU-UUUUUUUUUUUUUUUU, intasamento dell’etere, tipo le onde corte però in digitale; l’organismo sconosciuto di prima in agonia sorvolato dal bombardiere sopra di lui come un avvoltoio, rimbombo assortito, borbottii, sfrigolii, sirene e raggi laser, gocciolii, plic-ploc, qualche discorso campionato in sottofondo (molto in sottofondo), poi l’elica di una falciatrice malvagia che si trasforma presto in qualche altro ribollio elettronicamente generato, che poi diventa un fischio lancinante sopra una sirena e poi diventa il sibilo di un missile del sottomarino lanciato nel vuoto e poi si spegne lentamente, sfrigolando e tonitruando. Sul finale i missili del sottomarino ritornano per qualche altro borbottio mesto tanto per.
Il pezzo esce su SuRRism-Phonoethics, n0tlabel fondata e gestita dallo stesso Patterson, la cui figura autarchica e irreversibilmente dissociata (unita a un’etica del lavoro forsennata e fieramente artigianale) conserva comunque un certo interesse: compositore, poeta, video-maker, artista performativo situazionista, operatore sociale nella vita vera.

Clicca qui per ascoltare il brano

L’apoteosi.

Posted in badilate di cultura, DISCONE, gruppi con nomi stupidi by m.c. on gennaio 19, 2011

 

La gente non ricordava più l’età d’oro
del XX° secolo.
Non ne ricordava la prodigiosa tecnologia
nè le spaventose guerre.
Non ricordava più quando i Jugger
avevano fatto la prima partita al ”GIOCO”
nè per quale motivo si giocasse
con un teschio di cane…

 
Giochi di Morte (in originale Salute of the Jugger o, per l’appunto, The Blood of Heroes) è I Cancelli del Cielo della fantascienza postatomica: scritto da David Webb Peoples nel momento di massima fama post-successo tardivo di Blade Runner (un flop al botteghino, sbancò nel mercato delle videocassette diventando in breve tempo il film più noleggiato di sempre), massacrato da una lavorazione travagliatissima (almeno sei anni dall’inizio della pre-produzione) e più volte rimontato, non si sa ad oggi quante versioni del film esistano né tantomeno quale sia (se ci sia) il director’s cut. L’unico dato certo è che la versione americana è più corta di almeno dieci minuti rispetto al cut europeo (un’ora e ventisei contro un’ora e trentacinque circa), anche se l’arrivo del formato DVD ha spalancato nuovi e inquietanti interrogativi (è spuntata fuori una fantomatica versione giapponese di 104 minuti) destinati con ogni probabilità a rimanere insoluti, per due ragioni principalmente: primo, Giochi di Morte è stato un tale fiasco sotto il profilo economico (costato dieci milioni di dollari australiani, ne ha tirati su poco più di 188.000) da rendere improbabile qualsiasi ipotesi di recupero filologico a posteriori come è stato invece, ad esempio, per Demoniaca di Richard Stanley (altro film maledetto per quanto decisamente più famoso), e secondo, dell’esistenza di Giochi di Morte pensavo di essere rimasto il solo essere vivente sulla faccia della terra ad averne conservato memoria.
Mi sbagliavo.
A ricordarsene  sono anche Justin Broadrick, Bill Laswell, Enduser e Dr. Israel, rispettivamente chitarrista, bassista, beat-maker e MC in The Blood of Heroes, progetto che prende le mosse da quel che probabilmente resta il migliore postatomico dopo Mad Max. L’album omonimo è uscito la primavera scorsa, e per chi ha passato l’infanzia a perdersi tra le pareti del videonolo e l’adolescenza in capannoni e centri sociali balordi a spaccarsi le orecchie con tutte le declinazioni possibili della drum’n'bass più marcia un disco come questo ha il sapore del regalo. Ma a parte la questione privata (capire di non essere il solo ad aver lasciato un pezzo di cuore nelle spire magnetiche di VHS dimenticate da Dio è qualcosa di prezioso di questi tempi) c’è proprio il fatto che The Blood of Heroes è un disco della madonna anche qui e ora, anche senza bisogno di tirare in ballo nostalgie e vissuto personali; è come dovrebbe suonare un disco sempre, unico, inafferrabile, misterioso, vivo e pulsante, portatore e generatore di autentica passione e stimolante ulteriori e infiniti percorsi. Un disco che ti lascia con il desiderio irrefrenabile di sviscerare ogni piega di un suono che incorpora jungle, elettronica, metal, industrial e hip-hop illbient di quello peso (giusto per dire le prime cose che richiama alla mente), di ripassare tutta (e dico TUTTA) l’epopea dei Godflesh con interminabili annessi e connessi, quindi via con gli Scorn e l’Earache degli anni belli, e i diecimila progetti di Laswell che sono un vortice da cui diventa difficile uscire, e tutta la roba dark e imparanoiata inglese di cui parla Simon Reynolds nei capitoli di Energy Flash post-rave di Castlemorton, e poi Goldie e tutto il catalogo Metalheadz, e DJ Olive, e DJ Spooky, e The Horrorist, e Isolationism, e chissà quanto altro mi sono dimenticato o non ho ancora ascoltato e ascolterò anche grazie a questo disco che è tra le cose più belle e formative e importanti che possano capitare se non siete sordi. A impressionare più di tutto il fatto che The Blood of Heroes arrivi dalla testa di gente con decenni di carriera e centinaia di uscite alle spalle (Laswell e Broadrick, nello specifico), comunque ancora in grado di partorire un disco che sembra inciso dopodomani. Che gli dèi li conservino.

Badilate di cultura: “Precious”

Posted in badilate di cultura by m.c. on novembre 27, 2010

 

Lee Daniels è un negro frocio, e te lo sbatte in faccia come se la cosa dovesse in qualche modo riguardarti. Produttore di roba problematica in odore di Oscar (lo stigmatizzante Monster’s Ball, che di Oscar ne portò effettivamente a casa uno, e lo sgradevole quanto gratuito The Woodsman, che invece non ha vinto un cazzo), Precious è il suo secondo film da regista dopo lo straordinariamente brutto Shadowboxer (un intricatissimo polpettone interrazziale e gerontofilo che non ci si capacita come sia potuto uscite da intelletto umano, con un cast che pare assemblato tirando a sorte; un flop epico pericolosamente dalle parti del so bad it’s good più spinto), ha rastrellato premi in ogni dove – tra cui due Oscar su sette nominations – ed è una porcata che nuovamente si fatica a credere. Tratto dall’astioso romanzo Push, opera prima (e finora unica) in prosa della poetessa negra bisessuale femminista incazzosa übermilitante Sapphire, il film prende le mosse dalla vicenda – agghiacciante – di Claireece ‘Precious’ Jones, sedicenne negra obesa semianalfabeta ripetutamente stuprata dal padre tossicodipendente e per questo già madre di una bimba con la sindrome di Down opportunamente battezzata “Mongoloid” (…), rimasta nuovamente incinta (sempre dal padre), espulsa da scuola una volta appreso della seconda gravidanza e odiata dalla madre obesa disfunzionale perché – sostiene la genitrice – le ha rubato l’uomo. Finisce in una scuola speciale insieme ad altre debosciate del ghetto che dicono un sacco di parolacce; la maestra è una lesbica molto in gamba che di nome fa Blu Rain (…). Claireece impara cose profonde e piene di significato. La maestra le porta al museo. Nel frattempo la madre (una mostruosa Mo’Nique, giustamente premiata con l’Oscar) continua a coprirla di insulti proferiti con cadenza, loquela e atteggiamento da rapper, le tira stoviglie addosso e la obbliga ad andare a ritirare l’assegno della previdenza sociale. L’assistente sociale è una sciattissima Mariah Carey (…), evidentemente convinta che la condizione necessaria e sufficiente per essere un’attrice seria sia recitare struccata indossando squallidi completini della Upim; Mariah subodora qualcosa a proposito dell’incesto, ma tace e continua ad allungarle l’assegno. Claireece ha le doglie; viene trasportata in ospedale. Sgrava. Decide di chiamare il secondogenito “Abdul”. In ospedale conosce un inserviente gentile (Lenny Kravitz, credibile come infermiere quanto può esserlo Rocco Siffredi nei panni di un seminarista). Torna a casa. Scappa di casa. Va a vivere in casa di Blu Rain e compagna (e qui parte un’allucinante tirata pro-gay che farebbe venire voglia di prendere le spranghe anche a Nichi Vendola). Mariah Carey organizza un incontro madre-figlia dove ‘Precious’ impara che il padre – nel frattempo morto – aveva l’AIDS. ‘Precious’ va a fare il test: è sieropositiva, ma Abdul non lo è. Monologo incoraggiante con voce fuori campo, titoli di coda.
Il materiale umano di partenza, come detto, era (è) profondamente perturbante e autenticamente scomodo, e non oso pensare che film sarebbe potuto uscire se le redini del progetto fossero finite in mano a gente con l’attitudine e il know-how necessari per trattare degnamente questa roba, penso a Werner Herzog, a Jaco Van Dormael (che avrebbe tirato fuori ben altro che le sequenze oniriche da ciarlatani che invece si vedono qui), al primo John Singleton, che diamine!, perfino a Ulrich Seidl; il problema è che Lee Daniels di concetti quali pietà umana o etica dello sguardo e della visione se ne strafrega, arciconvinto com’è dell’indiscutibile giustezza e inoppugnabilità della sua visione delle cose, e per questo si limita a sfruttare una storia che contempla abissi di dolore, isolamento, abiezione e orrore dalle potenzialità infinite unicamente per costruirci sopra un film rigidamente a tesi che al confronto il vecchio cinema civile italiano era roba da pavidi moderati con la diarrea nelle mutande, insopportabilmente saccente e manicheo, tracimante l’insostenibile arroganza e la ripugnante protervia di chi dall’alto di cattedre che non si capisce perché mai dovrebbero spettargli ti viene a spiegare come va il mondo. E per farlo non arretra di fronte a niente, è pronto a tutto, anche a utilizzare i freaks in modo strumentale (la protagonista Gabourey ‘Gabby’ Sibide, oltre 160 chili, scelta tra decine di aspiranti attrici obese tra i 18 e i 25 anni). Ne esce una favoletta schematica e superficiale, greve e normativa, sgradevole e respingente più che altro per l’ego ipertrofico e lo smisurato autocompiacimento del regista (e per un montaggio bruttissimo e urticante peraltro avvallato da un’incomprensibile nomination agli Oscar, l’ennesima), che mira in alto con boria e ostinazione per dire, alla fine della fiera, che i froci sono buoni e quasi nient’altro, risultando così alla fine paradossalmente insultante proprio verso le categorie che con foga da inquisitore si affanna a difendere (come se negri e gay in quanto tali avessero bisogno di di un Lee Daniels qualsiasi con la sua seriosità turgida e mortuaria per venire “difesi”). Il classico sparo nel buio, o qualcosa del genere. Nessuna meraviglia che al Sundance abbia fatto sfracelli.

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