-bastonate-

utilitarian.

Posted in dischi stupidi, recensioni by m.c. on marzo 2, 2012

Da Enemy Of The Music Business in poi i Napalm Death continuano a incidere ogni volta lo stesso disco. Esaurite le velleità ‘sperimentali’ nel trittico Diatribes / Inside The Torn Apart / Words From The Exit Wound una volta trovatisi a fare i conti e realizzare che quei dischi avevano fruttato in tutto poco più di una cacca di mosca, il ritorno all’ordine con un EP di cover calligrafiche per tornare nelle grazie degli osservanti più dogmatici (Leaders Not Followers, era il 1999), entrano nel nuovo millennio col pilota automatico già inserito: ripristino del vecchio logo marcio e filiforme, copertine da disco crust putrido registrato in cantina, indignazione a palla sotto forma di testi tutti improntati sul concetto di piove, governo ladro, chitarre tritatutto, batteria a mille e il latrato di Barney sempre più distorto e intriso di puro odio cockney dalle basse sfere. Order Of The Leech, The Code Is Red… Long Live The Code, Smear Campaign, Time Waits For No Slave, cambiano solo i titoli; distinguere un brano da un altro diventa un puro esercizio di fede. Non arresta il Napalm karaoke questo Utilitarian, al solito titolo grondante consapevolezza sociopolitica, copertina bicroma da disco dei Crass e strali apocalittici contro tutto e tutti, l’unica novità è un’intro tastierata alla Dimmu Borgir da latte alle ginocchia, in un pezzo c’è pure John Zorn che fa John Zorn periodo Naked City il che è ovviamente di una tristezza infinita. Piacerà ai regazzini inkazzati, ai punkabbestia col giubbotto sbrindellato pieno di toppe degli Amebix, ai fanatici del metallo peNsante (è suonato bene, c’è John Zorn) e agli uomini giovani che entrano in ‘centri sociali’ come in una chiesa. Lo spirito continua (col cazzo).

true believers e/o dischi stupidi: DREDG

Posted in dischi stupidi, true believers by kekko on novembre 16, 2011

I Dredg erano un gruppo di rock storto californiano. Il loro primo disco, Leitmotif, venne fatto uscire da indipendente a fine anni novanta e ripubblicato sotto il marchio Interscope nel 2001. Era una specie di outsider del periodo: se ne iniziò a parlare (non riesco a capire a che titolo) nel corso dell’esplosione del nu-metal, del quale vennero venduti a un certo punto come una balzanissima variante in salsa prog. Era un bel disco, Leitmotif. Non quello che si dice un disco con un senso, specie non se inserito in un contesto tipo “ha fatto poche copie da indipendente, lo prendiamo e lo facciamo diventare il gruppo degli anni duemila”, ma aveva qualcosa che funzionava. Sembravano i Jane’s Addiction emo e senza droghe dopo due anni di ascolto coatto di soli dischi incisi a Louisville, come avrei potuto tranquillamente scrivere (magari l’ho fatto) in una recensione a cui mettevo mano nel 2001. Un disco molto ruspante con delle belle chitarre grattone e un bel po’ di perizia tecnica. Successe che i Dredg diventarono uno dei nomi su cui puntare per il futuro.

Un anno dopo, grossomodo, arrivò la doccia fredda d’ordinanza. Il secondo disco della band si chiamava El Cielo, e suona più o meno come il suo titolo –cioè una cagata pretenziosa e senza senso, un disco che dalla sera alla mattina buttava in soffitta tutte le asperità del suono del gruppo in favore di, ehm, provare a diventare dei Tool ad interim (da dopo Aenima i Tool esistono solo nella mente dei loro fan e/o negli anni a cavallo dell’uscita dei dischi sempre più indifendibili a cui SI DEGNANO di mettersi a lavorare ogni tanto). La missione tra l’altro riesce in pieno. El Cielo (elaborato intorno a un concept legato a un quadro di Dalì col quale c’entra –se ricordo bene- la narcolessia) diventa la più redditizia panacea per progster di area heavy metal di tutto il decennio scorso, il centro caldo a cui ogni fan del bel canto cerca d’aggrapparsi con le unghie per dar conto di sé come persona di gusti raffinati e/o a trecentosessanta gradi. Queste cose nelle cerchie metal vanno un sacco. Perdo le tracce dei Dredg dopo aver ascoltato El Cielo dalla prima all’ultima nota: dopo un passo del genere le cose non possono che finire in merda. Dei dischi successivi ho notizia leggendo riviste, forum e blog musicali: versioni ingentilite del loro secondo disco, momenti di prog assoluto, “musica per gente senza preconcetti”. Vaffanculo. Oggi a pranzo mi trovo a cercare robe su Youtube e scopro che qualche matto ha caricato i pezzi dell’ultimo album (è uscito cinque o sei mesi fa) a mo’ di playlist. Il disco si chiama Chuckles and Mr Squeezy, il titolo suona un po’ come se fosse un disco dei Primus, è prodotto da Dan Nakamura e insomma decido di sentirmelo. Si tratta di una delle cose più imbarazzanti e sbagliate abbia mai sentito in vita mia, una specie di svolta trip-prog-hop degli Anathema buttata in caciara e/o fortemente influenzata da certe cose che potrebbero stare in un disco degli ultimi Incubus. L’etichetta per cui esce è la stessa dei Trail of Dead e si chiama, nomen omen, Superball. Decido di smettere di fare battutine stronze e dare una spazzolata alle recensioni sulle webzine di settore: a leggere certi pezzi sembra il disco più coraggioso e mirabolante della storia dell’umanità, regalatoci dai Dredg in uno slancio di creatività assoluta senza regole né rete di protezione, il più grande schiaffo alla musica commerciale di ogni tempo. “Un disco che dividerà il pubblico”. Geniali. Scopro su Wiki che il gruppo suona da quasi vent’anni e non ha mai cambiato formazione. Il batterista si chiama Dino Campanella.

Benvenuto nel mondo dell’AIDS (Wolf)

Posted in dischi stupidi by tutancamion on novembre 13, 2011

C’era questo tizio ipocondriaco con un contratto co.co.pro nell’ambito dei ditali da cucito che esce di casa una sera per andare ad un concerto degli Arab On Radar. Vestizione da rimorchio con anfibio lucido antiscivolo su vomito, pantalone in velluto impermeabile al vomito, camicia a quadri modello autotrasportatore di Twin Peaks (vomitorepellente), flacone di rohypnol nel taschino. Prende la sua auto perchè ha paura dei mezzi pubblici: c’è quasi sempre del vomito sui sedili, troppa gente che tossisce e poi insisteva su sta cosa che gli autobus sono talmente sporchi da avere al loro interno più fluidi corporei di un vero essere umano, anche se sono fatti di lamiera piegata male. Arriva al club e c’è la fila. Dopo venti minuti riesce ad entrare, ordina l’imitazione di un whisky al bancone e se lo fa versare in un bicchiere portato da casa, che Dio solo sa quanto non lavino i bicchieri in quel posto. Era lì da un’ora e tredici minuti e nessuno gli aveva ancora rivolto la parola: più faceva caso a questa cosa e più gli montava la paranoia che magari la gente non gli si avvicinasse a causa del rumore di pillole di rohypnol che girano a vuoto in un flacone proveniente dal suo taschino. Pensava, a ragione, che nessuno chiederebbe nemmeno l’ora ad una specie di salvadanaio rivestito di velluto e pieno di droga da stupro seduto al bancone di un club. La magia accade quando inizia a suonare il gruppo spalla degli Arab On Radar ed una morettina con più occhi che denti sani gli parla tutta la sera della scena shitwave di Providence degli ultimi quindici anni, in un discorso talmente passatista e fine a sè stesso che il nostro tizio riesce a concludere la serata con un threesome sui sedili posteriori della sua macchina: c’erano lui, la morettina con più denti marci che capelli e il virus dell’HIV. La mattina lui si sveglia, e di lei rimangono solo il retrovirus e la scritta sul lunotto “Benvenuto nel mondo dell’AIDS”.

(continua…)

Dischi stupidi: Seeking Major Tom

Posted in dischi stupidi, tutto il resto by m.c. on ottobre 19, 2011

Se ci sia o ci faccia ormai non ha più importanza, ammesso che ne abbia mai avuta: a ottant’anni compiuti, più di due terzi dei quali spesi a intrattenere alla grande miliardi di esseri umani soprattutto via tubo catodico (ma senza disdegnare fulminee incursioni nel mondo del cinema, della musica registrata e dell’editoria), William Shatner può permettersi qualunque cosa. Anche di uscirsene con un triplo concept/cover album tra i più balzani, sconclusionati, improbabili e farneticanti di sempre per un’etichetta nota ai più come dispensatrice di metallaccio di ultim’ordine, punk orribile e rockettaccio gotico per tamarri di periferia in anni in cui portavamo ancora i calzoncini corti; Cleopatra Records era il marchio che associavo ai dischi brutti dei Christian Death, al limite a qualche ciofeca random con ragnatele e tizi truccati da puttana in copertina, comunque roba da evitare come la peste se non volevi sprecare i soldi quando i dischi ancora si compravano; oggi, non so se è più forte l’effetto nostalgia provocatomi dall’aver rivisto un logo che credevo sepolto per sempre nei recessi più inutili della mia memoria o lo sgomento di fronte a un disco che travalica di diverse galassie il concetto di so bad it’s good, disintegrando in un sol colpo intere gerarchie di abbruttimento, rimodellando di fatto nuovi standard in termini di perturbante e gratuito, e rendendo ogni possibile termine di paragone una stronzatina assolutamente normale e nemmeno divertente. Seeking Major Tom è, nei fatti, una raccolta di cover di brani spesso famosissimi riassemblati e in qualche caso riadattati (cambiando gli arrangiamenti o perfino alcune linee di testo, alla maniera degli Slayer di Undisputed Attitude) in modo da delineare una continuity che sta tutta nella testa di Shatner, una storia vera e propria con un inizio, uno svolgimento e una fine, protagonista il “maggiore Tom” del titolo, che assurge a vita propria prendendo le mosse dal pezzo di David Bowie via il seguito apocrifo di Peter Schilling e si muove nel tempo e nello spazio attraversando – in ordine sparso – U2, Steve Miller Band, Deep Purple, Elton John (Rocket Man, c’era da chiedere?), Thomas Dolby, i Police (indovina? Walking on the Moon), Norman Greenbaum, i Queen, naturalmente gli Hawkwind, K.I.A. (robaccia famosa solo in Canada), The Tea Party, perfino Frank Sinatra (e non Fly Me to the Moon ma la sua versione di Lost in the Stars di Kurt Weill), Pink Floyd, Byrds, Golden Earring, Black Sabbath (Iron Man, agghiacciante) e Duran Duran (coerentemente, Planet Earth), il tutto rivisitato per l’occasione da un esagitato Shatner, convinto di stare recitando il ruolo della vita in una cornice che più camp non si potrebbe; roba che al confronto l’opera omnia di Meat Loaf diventa il demo autoprodotto di una cover band dei Discharge. Lo stuolo di ospiti poi è qualcosa di inimmaginabile, da Michael Shenker a Wayne Kramer, da Bootsy Collins a Lyle Lovett, da Peter Frampton a Dave Davies passando per Sheryl Crow e Zakk Wylde, e verrebbe da riportare per intero la lista dei guests tanto non ci si crede. L’insieme è impossibile da raccontare a parole, bisogna passarci in mezzo; per meno di 24 ore l’album è stato in streaming integrale su Soundcloud ma ora la pagina sembra sia stata rimossa o qualcosa del genere. L’edizione in doppio CD sta a quattordici dollari su Amazon americano e potrebbe essere il miglior regalo che decidiate di farvi così come una valida alternativa alla lobotomia frontale (e non è detto che i due concetti debbano escludersi a vicenda); io, è da un paio di giorni che sto pensando a come uscirne. Non è che abbia ottenuto buoni risultati finora, anzi.

 

non credo di avere le parole per dirne.

dischi stupidi: †††

Posted in dischi stupidi by kekko on settembre 6, 2011

Chino Moreno è il cantante dei Deftones. Quasi tutti convengono che oltre a essere il cantante sia anche l’unico vero genio all’interno della band, ma personalmente ho tre argomenti contro questa tesi. Vado ad elencarli e grazie per l’occasione.

1 Stephen Carpenter. Il chitarrista dei Deftones, un ciccione che suona a testa bassa e se ne frega il cazzo di tutto, oltre che l’unico vero fanatico di metal all’interno della band (ci sarà pure un motivo per cui i Deftones sono considerati un gruppo metal, anche dai metallari tra l’altro). E cristo santo fa pure Carpenter di cognome.

2 La prima uscita extra-Deftones di Chino Moreno, che se non ve lo ricordate si chiamava Team Sleep ed era un progetto che operava in un’area grigia tra Bristol, Mo’Wax e cose tipo i Depeche Mode se l’unico pezzo rilevante della loro carriera fosse Condemnation. Un progetto ultra-anticipato, con un disco finito nel 2003 che viene bloccato per alcuni leak circolati in rete (WTF), rimesso insieme nel 2004 e rimandato al 2005 da Maverick perché troppo bello (WTF) e quindi meritevole di un’elefantiaca campagna promozionale, tristissimo una volta arrivato nei negozi e sostanzialmente ignorato da quasi tutti, compresi diversi fan terminali dei Deftones.

3 Il nuovissimo progetto di Chino, che si chiama ††† (tra l’altro sulle croci non puoi mettere il grassetto, da cui appunto il grassetto su “il nuovissimo progetto di Chino”) e viene spacciato gratis, previa fornitura di un indirizzo email. Anche se il titolo non desta particolari sospetti in merito, si tratta di un disco witch house. In realtà si tratta di un disco così sintomaticamente witch house che l’unica cosa che puoi dire del disco stesso è che è un disco witch house. Il tutto senza che nessuno sia mai riuscito a capire cosa sia in effetti la witch house, a parte le croci e i triangoli nei titoli e nei nomi dei gruppi. Il che renderebbe Chino Moreno un buon esempio di dadaismo contemporaneo (essere triste e di maniera in qualcosa che di fatto non esiste), ma non credo sia il caso di mettere in piedi analisi di secondo o terzo grado se il primo fa cagare. Magari sono io. Il disco, in qualsiasi caso, lo trovate qui.

Avril Lavigne

Posted in dischi stupidi by kekko on agosto 25, 2011

C’è un sacco di dischi usciti nei primi anni novanta che all’epoca mettevano d’accordo anche i preti e che ora preferirei infilare su per il mio culo piuttosto che dentro il mio lettore CD, ma Blood Sugar Sex Magik gioca in una classe a parte. Blood Sugar Sex Magik possiede un potere di annullamento della razionalità che va oltre ogni possibile discorso sensoriale per diventare fastidio puro, malessere, revisionismo storico, sangue nelle strade e cronache di una vita di merda. Blood Sugar Sex Magik è uno di quei dischi che ti dà un fastidio boia anche solo a vederlo esposto nei nice price perenni dei grandi magazzini, figurarsi un negozio di dischi vero: un paio di mesi fa uno l’aveva perfino esposto in vetrina, a vent’anni dall’uscita. Stavo per entrare e ho tirato dritto e giuro che l’ho fatto solo per via di BSSM. Cazzo. Non credo che esistano altri dischi che mi fanno questo effetto, a parte cose tipo i Garbage che comunque hanno almeno la scusa di chiamarsi IMMONDIZIA e di essere stati percepiti come tali non più di due settimane dall’uscita di ognuno dei primi due dischi. Andando in giro invece ti trovi ancora dei fan di BSSM come se fosse la cosa più giusta e naturale del mondo. L’ultima volta che ho sentito Blood Sugar Sex Magik è stato non più di sei mesi fa, perché la mia birreria preferita ha una scelta di 17 dischi rock (la maggior parte dei quali dei Creedence, c’è da dire) tra cui appunto BSSM, che ogni volta stupisce per via di quanto è piatto noioso e finto, anche e soprattutto in rapporto a certi suoi corrispondenti contemporanei invecchiati comunque di merda (tipo il primo RATM o The Real Thing). Ma tutto sommato alla storia della musica si deve quantomeno rispetto. Il problema, con i Red Hot Chili Peppers, è che il processo di degrado ci coinvolge tutti. A vent’anni e passa dall’inizio di un insindacabile processo di caduta artistica, cioè da dopo Mother’s Milk, siamo ancora a chiederci se il nuovo disco dei RHCP sarà passabile o meno. Anche mettendo insieme tutte le arti che Dio ha mandato in terra, vengono in mente pochissimi corrispettivi di gente che ha conservato un barlume di credibilità nonostante un monte di opere così indifendibile, e sono quasi tutti nel cinema (Von Trier, Ridley Scott, cose così). Segue breve cronistoria: esce One Hot Minute, con Dave Navarro in formazione al posto di John Frusciante (impegnato a tempo pieno con la tossicodipendenza e una carriera solista di dischi-capolavoro realizzati col corpo da una parte e il cervello da un’altra); la critica lo tratta malissimo, forse anche al di là delle colpe del disco stesso, e cerca di fare ammenda diversi anni dopo incensando il ritorno di Frusciante in Californication, svolta pop a trecentosessanta gradi il cui unico merito è quello di aver ridotto l’impianto funk al servizio del pop da classifica in modo talmente grossolano e dozzinale da farlo sembrare come il frutto di una riflessione. Seguono lo sbagliatissimo By The Way, una specie di versione roots del disco precedente con le parti di basso ridotte scientificamente ai minimi termini (probabilmente per il LOL) e il doppio Stadium Arcadium, alla luce del quale qualcuno ha persino il coraggio di rivalutare parzialmente By The Way.

In questi giorni, se vi connettete a iTunes, potete ascoltare gratis il nuovissimo I’m With You. È il primo disco registrato dopo la seconda –e si dice definitiva- dipartita di Frusciante (il quale comunque non infila un disco da anni), rimpiazzato da tale Josh Klinghoffer. Il quale, a detta degli altri musicisti, ha portato un autentico rinnovamento nell’impianto della band. Alla prova dei fatti, il rinnovamento di cui sopra è che i pezzi sembrano delle out-takes di un gruppo medio dell’epoca in cui il punk-funk era diventato il nuovo mainstream pop, diciamo dei Bloc Party senza ispirazione (già che io vorrei pestare gli originali, di Bloc Party). A conti fatti è difficile immaginare un disco più fuori fuoco/tempo/bersaglio/asse/graziadidio di questo, ma l’ho comunque ascoltato dalla prima all’ultima nota. Dei geni?

Dischi stupidi: Is This Hyperreal?

Posted in dischi stupidi, true believers by m.c. on agosto 12, 2011

Alec Empire sembra un cialtrone decerebrato, e gli si vuol bene anche per questo. In realtà la sua visione ha marchiato a fuoco gli anni novanta (e tutto quel che ne è derivato) come pochissimo altro; più prolifico di Scerbanenco, diecimila pesudonimi, sempre in moto, sempre pronto a collaborare con questo e quello, occhi e orecchie spalancati come voragini e ricettivi come paraboliche verso il mondo intorno, una curiosità inesauribile, pari soltanto al narcisismo tossico e a una volontà di ridefinire i confini della musica elettronica di qualsiasi tipo, forma e foggia (dalla techno alla musica concreta, dal rumore bianco all’ambient), l’uomo nato Alexander Wilke ha saputo essere produttore, imprenditore, DJ, squatter, ideologo, icona punk e uomo-copertina (per i dissociati), ha creato con il solo ausilio di macchine old skool e schede audio estrapolate da videogiochi scassati un genere (la breakcore o digital hardcore che dir si voglia) su cui legioni di nullità stanno ancora costruendo carriere, soprattutto, ha saputo fermare lo spirito del tempo in un’incarnazione tra le più vitali, irreplicabili e fieramente ignoranti di sempre. Gli Atari Teenage Riot (oltre a Empire un negro schizzato e una tipa che sembrava un travestito brutto) erano tutto questo: Berlino, la caduta del Muro, i rave. Puro spirito punk all’ennesima potenza declinato in salsa gabber, ribellismo a cazzo di cane in dosi da far cagare addosso Zack de la Rocha, testi sullo sloganistico spinto che al confronto i Discharge erano filosofi greci, riff campionati alla vecchia da dischi metal e non (dai Pantera ai Dinosaur Jr, tutto comunque sgamabile anche da un sordo), gran bailamme di 808 e 909 prese a pugni, un apparato iconografico che sapeva unire le fulminanti visioni cyberpunk dei Ministry degli anni belli a un modernariato pauperistico figlio di Tetsuo quanto di Jeff Minter quanto di Mimmo Rotella se fosse stato giovane ed eroinomane negli anni ottanta: se nel 1995 avevi tredici anni e una gran voglia di ascoltare musica che facesse incazzare gli insegnanti, questa era una vera e propria benedizione. L’apice lo raggiungono nel 1997 con No Remorse (I Wanna Die) assieme agli Slayer per la colonna sonora di Spawn (probabilmente il più brutto film su un supereroe mai realizzato; la colonna sonora non è molto meglio, ma il pezzo degli ATR spacca), nel frattempo era entrata in pianta stabile la giappo-ariano-texana Nic Endo, urla effettate, casino digitale e bella presenza; due anni più tardi 60 Second Wipe Out, stessa sbobba ma stavolta piace anche ai metallari, loro suonano al Dynamo e il video di Too Dead for Me gira nelle trasmissioni metal. Il merzbowiano Live At Brixton Academy 1999 (un solo pezzo di venticinque minuti di rumore fastidiosissimo) l’ultimo atto: pochi giorni prima dell’11 settembre Carl Crack muore, forse suicida. Il gruppo si scioglie, Alec Empire continua a fare uscire cose. Nel 2002 Intelligence & Sacrifice folgora simultaneamente sulla via di Damasco quel che è rimasto della stampa musicale italiana; il mega-marchettone collettivo non sortisce gli effetti sperati, l’interesse gradualmente scema e per i dischi successivi Empire torna a venire snobbato alla grande. Nel 2010 la reunion degli Atari Teenage Riot, oggi il nuovo CD. Al posto di Carl Crack c’è un altro negro, Hanin Elias non è della partita, dice che non ce la fa più a cantare; Alec Empire ha ancora il mascellone volitivo e sembra ancora la versione giovane di Lux Interior, e Nic Endo è sempre una gran figa – con o senza ideogrammi in faccia. Is This Hyperreal?, meraviglioso l’omaggio ai Wipers nel titolo, manco a dirlo è la stessa sbobba di sempre, riff metal rubati, slogan urlati e tutto il resto, e il fatto che esca a ridosso dei casini a Londra è una pura casualità; il valore aggiunto per noialtri vecchiacci è l’effetto-nostalgia, il ricordarci dolorosamente di un tempo in cui eravamo giovani e idealistici e animati da Giuste Cause a caso (Fuck the commercials! Burn down the system!!!, come recitava un biglietto da visita degli ATR del 1992, e crederci davvero). Però il disco è proprio brutto.

DISCONE: Brainoil – Death of this Dry Season (20 Buck Spin)

Posted in dischi stupidi, DISCONE, STREAMO by kekko on agosto 8, 2011

“Eye Hate God.”
Claudio Sorge

I Brainoil li avevo persi dopo un clamoroso disco d’esordio su cui era impossibile dire qualcosa di intelligente che esulasse dalla parola SLUDGE, stampatello e grassetto. L’anno era il 2003 e la musica della band era già appannaggio di nostalgici ciccioni con pochissime docce nel CV. Scopro con un briciolo di tristezza che non ero stato il solo a perderli: il gruppo non ha fatto uscire nulla fino a una settimana fa, quando il secondo disco a nome Brainoil è stato messo  (otto anni dopo il precedente) sul bandcamp dell’etichetta in streaming gratuito e download a $ 6,66*. La musica della band, in ogni caso, non sembra aver subito una rivoluzione copernicana: forse giusto un briciolo più punk del disco d’esordio, ma stiamo parlando sempre e solo di SLUDGE la cui ascendenza è una e una soltanto e cioè appunto EYEHATEGOD -ma all’occorrenza potete senz’altro imparentarla con zii (Melvins), nonni (Sabbath) e lontani parenti (Iron Monkey), giusto  per allungare il brodo e dare l’idea di essere persone che ne sanno, oltre che tirare su quattromila battute dal niente e far girare i coglioni a quelli che il disco non presenta spunti di rilievo e nulla fa per districarsi dalle spire dei canoni del genere (vi andasse di traverso la sborra che continuate a sputazzar fuori senza vergogna ogni volta che esce un nuovo clone degli Isis). Death of this Dry Season è uno dei dischi più STUPIDI della storia del rock, intendo in senso assoluto: è incredibilmente poco fantasioso anche per un disco sludge, è impersonale, irrilevante dal punto di vista tecnico e cantato in un modo che avete sentito in altri novemila dischi dal ’91 in poi; cinque tracce su sette iniziano con un feedback di chitarra; la copertina è orribile, e insomma non c’è nessuna ragione terrena per cui un gruppo si debba scomodare per fare uscire un disco del genere otto anni dopo il precedente, a parte la fotta. Per quanto riguarda noialtri, lo sapete benissimo da che parte stiamo e con quanto orgoglio.

*sarebbero 4 euro e mezzo, grossomodo. Siccome siamo tutti nella merda il cambio euro-dollaro è sempre più o meno invariato.

Tanto se ribeccamo: MORBID ANGEL

Posted in dischi stupidi, tanto se ribeccamo by m.c. on luglio 12, 2011

Quanto è brutto l’ultimo dei Morbid Angel? Talmente brutto da ridefinire fin dalle fondamenta il concetto stesso di brutto, talmente brutto da mandare in paranoia il sistema nervoso centrale. È così brutto che tentare di descriverlo sarebbe una sfida persa in partenza anche se questa fosse una recensione in odorama regolata su Napoli in una giornata particolarmente arrogante. Nemmeno a mettercisi d’impegno, nemmeno a radunare i cervelli più sopraffini del pianeta e chiuderli in una stanza tutti insieme tutti uniti nell’obiettivo di realizzare scientemente il disco più brutto della storia si sarebbe arrivati ai risultati strabilianti raggiunti in Illud Divinum Insanus, ineffabile fin dal titolo, parole a caso in un latino da bocciatura immediata al CEPU senza passare dal via. Una bruttezza talmente radicata e irredimibile da ipnotizzare; si rimane rapiti da Illud Divinum Insanus, incapaci di distogliere lo sguardo come davanti all’abisso, come di fronte all’opera d’arte più atroce e degradante mai concepita da intelletto umano. I film di Cavallone? Roba da mammolette. I dischi di Vagina Dentata Organ (o di Michael Bolton, o dei Backstreet Boys)? Cazzatelle da turisti dell’abbruttimento. Il programma di Sgarbi? Alta televisione da mandare in sollucchero il Bernabei degli anni d’oro. E così via: qualunque picco di aberrazione, devianza mentale e puro e semplice orrore possiate immaginare, i Morbid Angel l’hanno sfondato e oltrepassato di diverse lunghezze. È un delirio hughesiano Illud Divinum Insanus, volontà di potenza però sbagliata allo stato puro, schemi elementari reiterati con coazione a ripetere snervante, jeffreydahmeriana, da mandare via di testa il più duro e puro dei minimalisti della vecchia, ma anche insensate architetture mezzo Sant’Elia mezzo barbone pazzo mezzo diekrupps mezzo gorilla lobotomizzato calate in una wasteland lovecraftiana a dir poco agghiacciante, la macchina da guerra più letale e distruttiva del mondo con un troglodita ai comandi, colpi a vuoto, i suoni che potreste sentire lanciati in mezzo alla pista vuota nella parte più recondita della vostra testa nel pieno di una giornata inaffrontabile, figure death metal di cartapesta da sagra paesana, una produzione che al confronto i primi scazzi con GarageBand diventano roba da Phil Spector, e poi Vincent e Azagthoth liftati e freschi di permanente grondante black #1, il torso glabro, l’ombelico volitivo e due ragazzini (tra cui un mezzo cinese androgino bruttissimo) che fissano l’obiettivo in cagnesco con occhi cisposi… Non ci sono parole, non c’è altro da dire. Il rispetto, già di per sé infinito, aumenta esponenzialmente.

DISCHI STUPIDI: The Cavalera Conspiracy – Blunt Force Trauma (Roadrunner)

Posted in dischi stupidi by kekko on aprile 19, 2011

DI CHI E' LA COLPA?

Chaos AD sembrava l’inizio di un futuro consapevole per i Sepultura. Stiamo parlando di quasi vent’anni fa, ma le intenzioni cambiano di poco o niente. A quei tempi la gente stava smettendo di fare metal a muso duro e stava cominciando ad occuparsi delle derive. Tutta la storia del true metal è arrivata abbastanza dopo, prima era soprattutto una questione di gusti –mi piace il thrash, mi piace il metal classico, etc. Il nu-metal non esisteva, o è nato morendo -è una questione filosofico/musicale noiosissima. Roots sembrava un altro inizio ancora e invece era la fine. La cosa non era chiarissima nemmeno ai membri della band, poi il tutto s’è fatto cristallino: anche ai tempi di Primitive e oltre Max Cavalera continuava a farla franca mostrandosi al mondo come ideale capo/divinità di una tribù fittizia (“i cui membri, se si conoscessero, si odierebbero”, diceva ai tempi Teo Segale su Rumore). Eppure già da quasi un lustro la gente aveva smesso di provare a cercare un ibrido che facesse convivere death metal e musica tribale amazzonica senza far suonare ridicoli né l’uno né l’altra. Come disse giustamente m.c. ai suoi tempi, Roots aveva molto più senso dei suoi fan: io stesso continuo a non provare vergogna per tutto il pacchetto da fan dell’epoca: dischi, magliette e tutto il resto. Un mio amico ha il logo dei Soulfly tatuato sul polpaccio, io son riuscito a scamparla non so bene per quale miracolo. Dicono che gli ex metallari han tutti delle cicatrici.
Nel corso del tempo l’epopea Sepultura/Soulfly ha smesso di essere interessante e ha continuato a rinnovarsi più o meno come un precipitato freudiano in cui tutte le cose continuano a succedere per via di un trauma primigenio. Nel ’96 o ’97 il cantante esce dalla band. La band prosegue per conto suo, inizia a fare audizioni per un cantante e sceglie un nero senza spina dorsale di nome Derrick Green (pensando alle foto promozionali, suppongo). Max Cavalera mette in piedi i Soulfly, di fatto un progetto solista mascherato da gruppo, i cui membri (sbandierati ai quattro venti come una sorta di moderna tribù) venivano licenziati e reintegrati a getto continuo.
Quindici anni dopo il risultato è un bagno di sangue. I Sepultura hanno dato alle stampe una manciata di dischi uno più brutto dell’altro, due dei quali implicitamente certificati vecchiume senza vergogna dal marchio SPV/Steamhammer (tra questi si distingue Dante XXI, per una stupenda recensione scritta ai tempi dal nostro Reje). I Soulfly continuano ancor oggi a produrre dischi di puro karaoke hardcore/metal, probabilmente ancor meno rispettabili dal punto di vista artistico (ai Sepultura va dato almeno credito di essere rimasti in qualche modo una specie di versione fiacca e debosciata dei Sepultura di Arise, senza alzare la cresta né farsi il viaggio della tribù). Nel frattempo Igor Cavalera è uscito dai Sepultura. Gira come dj con un progetto di elettronica ignorante chiamato Mixhell e suona la batteria in un gruppo chiamato Cavalera Conspiracy, sostanzialmente i Soulfly con Igor Cavalera alla batteria. Il primo disco Inflikted era un terribile mascherone di thrash postfactoriano buzzurro prodotto come va di moda produrre i gruppi adesso (il cosiddetto protools-core alla Killswitch Engage etc). Il secondo è uscito a fine mese scorso, contiene più o meno la stessa sbobba (se possibile ancor meno ispirata) ma con un briciolo di malafede in più, come una specie di Reinventing The Steel dei Sepultura senza un pezzo che sia uno e con il guest-starring di Roger Miret (un altro sopravvissuto da evitare come la peste) che entra alla terza traccia a ginocchia alzate per sfondare di gran carriera il muro tra malafede e WTF. Di lì in poi il disco suona come un vecchio che cerca di stuprare la propria igienista dentale urlando a squarciagola CHI È L’UOMO? CHI È L’UOMO?, il tutto previo bonifico e senza nemmeno la foto dell’igienista da sbattere in copertina. Nel frattempo i Sepultura sono più morti che vivi e Andreas Kisser se ne va in giro come supplente di Scott Ian per qualche data degli Anthrax al Big Four. S’era perfino rumoreggiato di una reunion della band, caldeggiata da Max e rifiutata da Kisser (da parte sua Kisser dichiara grossomodo di non essere stato informato della cosa). In tutto questo non è chiarissimo se la Sepultribe conti ancora tra i suoi membri anche qualche ascoltatore nostalgico; io di mio ho semplicemente deciso di riprovarci, riascoltare Beneath The Remains/Arise/Chaos AD/Roots nelle ultime settimane e trovarli estremamente più deboli e privi di senso di quanto ricordavo, e prima di diventare un negazionista è il caso che chiuda il pezzo.

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