STREAMO: 16 – Deep Cuts from Dark Clouds (vedere anche alla voce DISCONE e TRUE BELIEVERS e FOTTA)

“Sixteen.”
(Mark Lanegan, Hospital Roll Call)

Qualcuno dei presenti si ricorda senz’altro di un’epoca in cui un gruppo come i 16 aveva la possibilità di finire dentro una selezione dei gruppi più interessanti in attività, nonostante il suono del gruppo sia sempre stato tra le cose più monotone e impersonali del sistema solare. Qualcun altro ha ben presente la cosa perché essendo tutti quasi o ultratrentenni abbiamo cagato il cazzo in più occasioni con i 16 e lo sludge metal ed una fantomatica era delle chitarre e degli amplificatori, roba sparita dal radar della musica indipendente quando sono sparite le macchine fotografiche (per le macchine fotografiche è stata fatale l’immissione sul mercato delle digitali, per le chitarre è un discorso più ideologico, e comunque l’idea di far suonare pesante e chirurgico ogni disco uscito fuori dal2003 inpoi non ha aiutato lo svilupparsi del suono). E comunque per capire i 16 è molto importante avere presente quell’epoca passata, oltre che non avere manco un’idea vaga di quale sia il presente dell’heavy metal, ammesso che ne esista uno al di là di tre etichette che conoscono anche quelli che comprano i biglietti del Primavera il giorno che escono.

Il nuovo disco dei 16 è di una noia mortale. Consta di dieci pezzi tutti identici l’uno all’altro, nei quali non si riesce a distinguere una linea vocale o una svisata di chitarra che sia una, cioè una canzone si differenzia dall’altra perché il groove di chitarra fa TA TA invece di TATA TATA TATA e in quell’altro pezzo a un certo punto il basso sembra fare un saltino un po’ più in alto rispetto alla chitarra. Rispetto ai massimi storici del gruppo, diciamo l’accoppiata Drop Out/Blaze of Incompetence, il suono è talmente sulfureo e monolitico che per i primi tre o quattro passaggi viene l’impulso di gettare il CD fuori dal finestrino dell’auto al terzo pezzo. Al quinto passaggio inizi a stilare mentalmente la lista dei gruppi più concettualmente impersonali di cui possiedi almeno un album. Al settimo li paragoni a una compilation crust-sludge-grind con trenta gruppi uno irriconoscibile dall’altro. Verso il ventitreesimo è una roba da dipendenza, inizi a pensare che questa traccia è proprio figa e inutilmente violenta, se non sbaglio è la terza e invece è l’ottava o la nona e ti sei passato venti minuti di incazzo senza manco accorgertene. Dopo i ventisei ascolti inizi a comprendere qualche brandello di parola nelle parti vocali di Cris Jerue, anche se in realtà fino al quarantesimo o cinquantesimo (sto ipotizzando) i testi saranno sostanzialmente indistinguibili e a me piacerà immaginare che Cris Jerue continua a ripetere LIFE SUCKS LEAVE ME ALONE da vent’anni a questa parte. La fotta per il nuovo disco dei 16 è il frutto di un processo creativo dell’ascoltatore assolutamente random, d’altra parte: se il disco fosse stato pensato e realizzato identico da un gruppo di ventenni di terza o quarta levatura tipo quelli che mettevano su Sludge Swamp, probabilmente non avrebbe superato il secondo o terzo ascolto e sarebbe stato bollato come una martellata sui coglioni che sono buoni tutti a darti. Riascoltato una quantità vergognosa di volte inizia a suonare come l’unica musica necessaria oggigiorno a parte UNSANE e Melvins e pochissimi altri, oltre che la più grande dichiarazione politica in seno al suono dei nostri tempi. E posso senz’altro capire che dal vostro punto di vista perdere venti ore della propria vita a riascoltare un disco come Deep Cuts From Dark Sides sia sostanzialmente perdere tempo che nessuno ci ridarà mai più e che potremmo passare lo stesso lasso di tempo ad aggiornarci su cosa abbiano prodotto Kurt Ballou o Greg Anderson questo mese, ma in parte credo sia una colpa. Ops, il disco è in streaming.

Piccoli fans: GERMANOTTA YOUTH

"Pronto, casa Bolognesi? Noi semo romani, si venimo lì ve famo un culo così!"

Nella stanza era calato il silenzio. “La camera si è svuotata come sono svuotato io” pensò lui. “Non c’è una legge della termodinamica che dice che il calore non si può distruggere, ma solo trasmettere? Però c’è anche l’entropia.
In questo momento sento il peso dell’entropia su di me. Mi sono scaricato nel vuoto, e non riavrò mai quello che ho dato. È un processo a senso unico. Sì. Sono certo che questa sia una delle leggi fondamentali della termodinamica.”
(Philip K. Dick, Scorrete lacrime, disse il poliziotto)



Ogni epoca ha l’icona pop che si merita: ieri Madonna, oggi Lady GaGa, domani cazzi vostri. Intanto c’è di che fottersi il cervello ora con il nuovo progetto di un sempre più incattivito Massimo Pupillo (se non avete anche solo una vaga idea di chi è e cosa fa andatevene immediatamente affanculo lontano da qui) e altri due regazzi de Roma, il metallaro Andrea Basili alla batteria e lo smanettone Fabio “Reeks” Recchia alle pianole e altre robe strane piene di valvole; quel che insieme hanno tirato fuori è roba che il Whitey Album se dovrebbe vergognà e annasse a nasconne. Non fosse bastato il micidiale The Harvesting Of Souls dello scorso anno (con dentro il pezzo definitivo per questi tempi: Indie rock, fuck off), rincarano la dose ora con un 7” che ti incrina le sinapsi già da titolo (che cita i Pere Ubu) e copertina (opera di uno scatenato Ice One). Dentro è un delirio che posso solo tentare di riassumere in: Crom-Tech, Genghis Tron, Locust, certa roba DHR assurda tipo Patric Catani, le colonne sonore di Cruising e Midnight Express in un frullatore assieme ai circuiti di un Amiga 500 e a badilate di speed, dei Fuck Buttons strafatti di crack che tentano di suonare cover dei Repulsion con una piovra alla batteria, i pezzi belli di Wonderful Rainbow dei Lightning Bolt ma senza la vocetta fastidiosa, suonini da videogame obsoleto tipo Pitfall però mandati a male, Suffocation, Philip K. Dick, benzedrina, Mega Man 3, morte, distruzione, odio per la razza umana. A che pro ascoltare altra musica?

 

Germanotta Youth myspace

Acquista The Final Solution

 

 

DISCONE : IL MURO DEL CANTO “L’AMMAZZASETTE” (Goodfellas) ovvero FATECE LARGO CHE PASSAMO NOI

MuroDelCanto

Muro Del Canto

Fino all’eccellente esordio degli Ardecore nessuno aveva anche solo ipotizzato che la musica folk romana avesse qualche possibilità in ambito indie e dintorni. Voglio dire, frasi come  ”Ma che cce frega, ma che cce importa se l’oste ar vino c’ha messo l’acqua” sono quanto di più lontano dall’universo indie, frequentato da gente che spesso riesce a fare discorsi seri persino sugli Arctic Monkeys. Tant’è, sdoganate queste sonorità presso certo pubblico, i citati Ardecore hanno intrapreso un discorso musicale che, pur lasciando Roma sullo sfondo, li ha portati più lontani dal folk della capitale e dalle reinterpretazioni dei classici dell’esordio, ma chi avesse nostalgia di un approccio più popolare e diretto ha finalmente trovato un disco notevole. Dopo un ottimo ep (le cui canzoni sono qui riproposte in versione più curata) il gruppo Il Muro del Canto ritorna con il primo full che mantiene le promesse, grazie a quindici canzoni originali  tra folk e rock di livello medio altissimo. A scanso di equivoci, segnalo che la tradizione romana qui riletta non è quella (rispettabilissima, per altro) fatta di cori da osteria – che a volerla trovare, fa capolino giusto in qualche brano – ma quella più amara e intrisa di realismo spesso brutale affrontato con la dignità degli ultimi. Non mancano ghost stories commoventi (La stupenda “Parla cò me“), rievocazioni dei bombardamenti della seconda guerra mondiale (“San Lorenzo“), amori traditi  o mai nati, racconti di poveri cristi e via dicendo. Come accennato prima, l’approccio è molto diretto e popolare, ma questo non deve far pensare a un disco poco curato, anzi, il lavoro dei  musicisti è più che valido e le canzoni sono veramente ben scritte e ben suonate, con un plauso anche ai testi che fanno risaltare lo spirito del miglior modo romano di fare canzone. Siamo all’inizio, ma per me un disco da top10 per il 2012 già c’è.

(“Er Doom”)

Il sudore è salato come le lacrime

Nell’America del 1994 rapirono un ragazzino, che si chiamava Adam Walsh, in un Walmart. Lo ritrovarono morto da un’altra parte, ma la questione fu talmente mastodontica dal punto di vista mediatico che la parafobia sociale fu impietosa tanto che nessuno portava piu i bambini da Walmart, come se tra lo scaffale del Maalox e quello dei surgelati ci fosse una specie di triangolo delle Bermude comunista governato da John Wayne Gacy e Ho Chi Minh. La questione spinse la genialità del ceo Walmart ai confini conosciuti della faccia come il culo, con la creazione di una cosa denominata CODE ADAM. E’ una parruccata di sicurezza a cui ogni dipendente Walmart viene istruito, o meglio, un protocollo da seguire qualora una madre segnalasse la scomparsa del figlio: consiste nel chiamare la polizia e nel cercare il presunto bambino scomparso nel perimetro del succitato Walmart dopo averne sbarrato le uscite. So cosa state pensando, riesco ad annusare la vostra perplessità come un fottuto indiano riuscirebbe a contare i nemici della valle piantando l’orecchio a terra. State pensando che è una puttanata e che in ogni luogo del mondo si farebbe più o meno la stessa cosa, senza bisogno di istruire alcun protocollo col nome che ricorda uno schema di football o il bombardamento di Dresda. Hanno risolto così il problema di un’insicurezza percepita: con un adesivo appiccicato sulle porte che dice “qui si applica il CODE ADAM” appena sopra a quello “io non posso entrare” col cane che caga.
Bene, ho bisogno anch’io di un adesivo da mettermi sul plesso solare con scritto “qui si applica il CODICE MAGONE” appena sotto a quello con scritto “hai venticinque anni ma sei sfigato come a sedici” col disegno di un ciccione con la maglietta dei Funeral Diner perchè è uscito il nuovo disco dei Fine Before You Came e solo a leggerne i testi mi fa male tutto.
Ormai sono convinto che i miei ascolti e la mia sensibilità per certe cose non matureranno mai e sono completamente fiero di questo. Posso cambiare il feng-shui dei miei dischi preferiti per piacere alle ragazze, però.
Ormai parlare di scena di un certo tipo è diventato come andare a ballare il reggae a quarantanni, ovvero una cosa talmente fuori dal tempo ed egocentrica da provocare fastidio.
Ormai leggere i testi PRIMA di ascoltare dei pezzi mi sembra come imparare a guidare da capo.
Ormai suona lontano da SFORTUNA. Fa male uguale, si canta uguale ma con l’empatia e la mutua comprensione di un reparto d’ortopedia dell’Ospedale: tutti hanno qualcosa di rotto e tutti sono lì per lo stesso motivo. Come quelli a cui piacerà questo disco.
Ormai è il disco più pop dei Fine Before You Came. E’ bellissimo ed in download gratuito.

The Broken Man.

 

Esistono infiniti modi di stare male, infinite declinazioni ma il dolore è uno solo e quando c’è vorresti solo che sparisse. È democratico il dolore: non risparmia nessuno, nessuno ne è immune, come la morte opera seguendo disegni imperscrutabili e come la morte è presenza costante, connaturata alla vita. In pochi hanno la forza di affrontarlo da soli, e ancora meno gli strumenti per sviscerarlo, spiegarlo, dargli una forma che possa contenerlo e sublimarlo rendendolo così anche solo minimamente più sopportabile.
Matt Elliott è uno specialista del dolore. Un luminare del dolore. Il suo diploma se l’è conquistato sul campo, i suoi dischi le tesi di laurea, ognuno a suo modo imprescindibile per chiunque stia soffrendo come un cane per qualcuno o qualcosa, ognuno un luogo oscuro dove rifugiarsi con la certezza di essere compresi sempre, perché come diceva Wittgenstein Solo chi è molto infelice ha il diritto di compatire un altro, e sembra che Matt Elliott sia clinicamente incapace di smettere di essere infelice.
Ogni suo disco è un colpo al cuore, ma questa volta è speciale. The Broken Man è lo strappo senza ritorno, la resa finale. Esaurita la speranza in un domani migliore da conquistare col sangue e la lotta armata, estinta la curiosità verso le cose del mondo e con essa la capacità e la voglia di indignarsi ad ogni nuova ingiustizia nel mondo, abbandonata ogni fede in utopie di sorta, quel che resta è solo dolore che mangia l’anima, un dolore individuale che diventa assoluto, inconsolabile, un torpore universale che unisce tutti gli afflitti di questa terra nel tormento e nella solitudine crudele e nel silenzio. Oggi Matt Elliott siede alla destra di Hank Williams, di Townes Van Zandt, di quei pochissimi altri che hanno saputo dare un suono alla sofferenza. Se siete vivi e state male The Broken Man è indispensabile.

 

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Matt Elliott italian tour 2012

 

DISCONE: Obake – s/t (RareNoise)

Obake è puro sludge metal basilare risuonata con l’orecchio e la mano del musicista avant, di colui che ha imparato a frequentare i circoli dove l’estetica viene decisa o quantomeno rimescolata ma non ha dimenticato ciò da cui viene. Obake gioca all’interno di una forma mentis che prevede una sorta di secondo grado dell’insincerità (vuoi etica, vuoi procedurale) nella formula di base per poter elaborare democraticamente un suono la cui complessità è (massimo paradosso) definita dal costruirsi su una matrice melvinsiana (diciamo Bullhead) e quanto più volgare possibile: bassi slabbrati, batterie che riecheggiano e tutto il resto. Non possiamo definire la cosa estranea a certi momenti pattoniani, vengono in mente gli episodi meno vezzosi di Fantomas (Director’s Cut) e la stessa relazione di amore-odio con le ipotesi zorniane più orientate ad interagire con l’estremo e la velocità: il corpo metal sezionato con strumenti chirurgici in condizioni operatorie asettiche ed il chaos al limite del rumore bianco che da esso scaturisce, ricostruito con attitudine frankensteiniana a mo’ di rimozione del lutto. Obake si pone in merito con un atteggiamento meno critico e più genuinamente fanatico: la musica diventa il viatico per riflessioni extragenere che poco o nulla hanno a vedere con le concezioni di vero e falso che ancora dominano l’attitudine della fascia d’ascolto dei suoni contemplati all’interno di Obake disco. In altre parole la potenza espressiva di Bernocchi e soci è quella di saper gestire l’emotività legata ad Obake (intesa come ideologia) in maniera estremamente orizzontale, vivendo il flusso da facentene parte, il che è già di suo una ventata di aria fresca sia rispetto al carosello di riflessi extragenere a cui si dedicano i Boris del dopo Flood (per nulla a caso poco fa chi scrive citava Bullhead, del resto), sia dell’algido formalismo parablackmetal delle più recenti incarnazioni art-rock alla corte di Greg Anderson, sia dell’infinita ripetizione di abusati clichè post-apocalittici che continua inspiegabilmente a far vendere il marchio Neurosis e le più sterili derivazioni dello stesso. La più grande vittoria di Obake è questa: quella di essere riusciti a vedere una musica che viene dal cuore e di essere riusciti a replicarne lo spirito senza versare una goccia di sangue. Alzi la mano chi ha creduto anche a una sola delle minchiate che stanno nelle 2400 battute che ho scritto fin qui (dai, era facile, ho messo anche l’acca in CHAOS). Obake è un progetto di Massimo Pupillo assieme a Eraldo Bernocchi ed altra gente ugualmente curricolata che potrei fingere di conoscere da quando avevo 15 anni, è uscito qualche mese fa su RareNoise ed è sostanzialmente un disco sludge metal, concepito in maniera un bel po’ fighetta ma comunque votato al devasto più totale. Come tutti i progetti con Massimo Pupillo sembra un progetto di Massimo Pupillo. Arrivi alla fine che ti senti come se t’avessero pestato con una vanga.

DISCONE: Anal Cunt, The Old Testament 1988/1991 (Relapse)

Alle orecchie di uno cresciuto col mito del grindcore (mancarone) come possono essere io, il brutto grindcore non esiste. Nel senso che le sue caratteristiche peculiari -sostanziale inascoltabilità ed assenza di logiche interne- lo divide in grindcore bellissimo e non-grindcore. non puoi dare un giudizio estetico a una musica del genere, non puoi metterti a pensare a chi ha talento e a chi non ne ha, eccetera. Ci sono gruppi incredibili che puoi considerare maestri ma che per certi versi sono comunque dei fake mostruosi. La maggior parte dei gruppi grind che hanno iniziato a suonare grind hanno smesso di farlo nel giro di brevissimo e hanno intrapreso una sorta di carriera come musicisti, anche buoni, anche ben dotati, anche con dischi bellissimi. Non-grind. Il grind (mancarone) è sempre stata un’altra cosa, una specie di idea pura dietro la musica, un concetto buono sì e no per farsi delle seghe mentali fini a se stesse e/o pensare che la cultura pop di maggioranza sia tutto sommato un mucchio di merda (verissimo, peraltro). Un modo come un altro per buttar via gli anni migliori della propria esistenza dietro qualsiasi cosa che non fossero studi di marketing, analisi, semiotica e teoria dell’organizzazione. Non puoi capirlo a sedici anni, il grindcore. Neanche a vent’anni. Neanche a trentacinque. Se lo capisci non è grindcore. Se ti piace non è grindcore. Se ti senti in sintonia con quello che l’ha inciso non è grindcore. Questo pezzo non parla di nulla. Seth Putnam se n’è andato alla chetichella nel giugno di quest’anno, non sono stati messi in piedi funerali di stato, nemmeno un topic celebrativo sul forum di Metallus (mancarone), tra l’altro credo ormai chiuso da un decennio. Seth Putnam era una specie di John Lydon del metal: non particolarmente capace e dotato di per sè, non particolarmente in grado di scrivere cose epiche, ma abbastanza conscio di quel che s’ha da fare e -paradossalmente- tra i pochi dotati della volontà di farlo, il tutto senza un briciolo di cognizione di causa in merito a discorsi sulla domanda, sulla natura della musica, su ciò che va fatto o non fatto. Nella nutritissima discografia di Seth Putnam e dei suoi progetti è rintracciabile qualsiasi forma musicale, nella maggior parte dei casi ridotta ad una parodia ridicola e spompata, come quando un compagno di classe antipatico porta avanti uno sfottò su tuo cugino handicappato in terza media. Seth Putnam era un personaggio sgradevole, intendo nella cultura pop di cui sopra. Ha messo la firma su alcuni dei massimi capolavori del metal anni novanta, ha veleggiato incosciente (quattro o cinque overdosi lungo il decennio) tra un progetto musicale e l’altro, ha continuato fino alla fine a farsi a fettine e a prendersi i pomodori, scongelando il marchio Anal Cunt (la sua casa base, il punto da cui tutto inizia) poco prima di andarsene. L’estremo paradosso della vita artistica di Seth Putnam è che il suo testamento è una raccolta di demo ed EP pubblicata una settimana fa da Relapse (mancarone) e che mette insieme i primi tre anni di attività della band, una serie interminabile di cacofonie inintelligibili registrate col walkman dentro la tazza del cesso e brutali come niente che sia stato registrato prima, dopo o durante. Musica che sembra già la parodia avvoltolata di se stessa o della musica che ad essa si ispira, che per metà del minutaggio sembra un esercizio sportivo e per l’altra metà la cosa più lucida mai partorita dalla mente umana. Viene da scorrere mentalmente la lista dei dischi/gruppi che più ci hanno detto qualcosa (o no) negli ultimi dieci anni: Hospitals, Hunches, Sightings, Lightning Bolt, il giro Load in generale, n-collective, postcore, brutalità assortite, i migliori Converge, la migliore HydraHead, cinesi, harsh-noise, shitgaze (mancaroni). È triste scoprire che è quasi tutta la versione manco troppo ripulita di cose buttate dentro il calderone alla cazzo di cane vent’anni fa da qualcuno che ci ha tirato su sì e no uno stipendio da barbone e un briciolo di credibilità presso altri tossici col pallino del metal e del punk. È triste scoprire anche che l’album a cui (per motivi strettamente musicali) ci sentiamo quasi in obbligo di dare la palma di DISCO DELL’ANNO 2011, capslock voluto, è una raccolta di roba smerciata con scarso successo tra il 1988 e il1991. Avolte le cose non girano come vorresti. Seth Putnam. Mancarone.

Adesso vedrai che tira fuori il Mamba (un pezzo sui Distanti che parla di quanto cazzo son vecchio)

Tra me e i Distanti c’è qualcosa (credo) come dieci anni di differenza. Quando avevo l’età dei Distanti il mondo e la musica erano abbastanza simili a quelli che ci sono oggi, ma gli occhi per leggere l’uno e l’altra erano molto diversi. Almeno credo, insomma. Quando avevo l’età dei Distanti, i gruppi non si riunivano su base settimanale. C’era la reunion del partito comunista (performing La svolta di Salerno in its entirety), questo sì, ma i gruppi si dividevano più o meno tra vivi e non. Leggevi una rivista di musica, tendenzialmente al posto di webzine e blog, e non t’incazzavi poi molto se in ogni pezzo su un disco con la chitarra alta c’era scritto urgenza o vetriolo o generazionale, e non t’incazzavi nemmeno se leggevi Sonic Youth o My Bloody Valentine tutte le volte che il chitarrista usava una distorsione. Qualche volta si leggeva ancora nuovi Nirvana, qualche volta lo si scriveva pure, anche se NOI eravamo già avanti o convinti di esserlo, o forse no, non ho davvero un’opinione su questa cosa ma forse un po’ sì e forse questa opinione mi definisce come persona e mi squalifica come critico, se uno vuole usare questa parola, ecco.

Voglio dire, credo di aver capito i Distanti. Non sono il loro più grande fan, tutt’altro. Di tutto il gruppo di band del quale volenti o nolenti (noi o loro) si trovano dentro, intendo i vari Gazebo Penguins, FBYC, forlivesi assortiti, DoNas o L’Amo o Verme o Dummo o Riviera e tutti gli altri, sono quelli che mi piacciono meno. è che io e i Distanti abbiamo ascoltato probabilmente gli stessi dischi ma in diversi periodi, e quindi in un modo diverso e con orecchie che non s’assomigliano neanche un po’ e che quanto più si voglion somigliare tanto più è difficile, insomma. Per me c’era stato un periodo in cui certe cose sembravano nuove, eccitanti e fatte da persone che suonavano quella roba lì perchè avevano ascoltato tutto sommato poche cose e avevano deciso che era comunque il caso di dare una loro versione e insomma, era sempre tutto più o meno inedito e giovane e qualcuno aveva l’urgenza il vetriolo e la generazione, e qualcun altro aveva sonic youth o mbv e tutto il resto insomma. I Distanti li hanno tutti e due perchè in qualche modo gli tocca, partono da un mondo del quale hanno un’opinione precisa e documentata e abbastanza strumenti per decodificarlo (o strumenti diversi, poco conta insomma, mi sembrano più lucidi di quanto lo ero io alla loro età) e tutto quello che possono fare è lavorare di sottrazione e aggiungere qualche elemento vintage tipo fare un disco con le CANZONI e poi boh, vedere un po’ cosa succede. Il disco lungo precedente è stato preso come una cosa che forse non era, a metà tra il punk rock dei nostri tempi e il ritorno dell’emo quello sai no, quello prima che ci facessero l’esproprio della parola emo eccetera. O forse era proprio quello, ma alla luce di un nuovo mini uscito tipo OGGI per To Lose La Track, che ormai è l’unica etichetta rimasta, sembrava semplicemente il primo passo per diventare quello che i Distanti giustamente meritano di diventare. Vale a dire qualcosa i Marlene Kuntz di chi ha gli anni che avevo io quando ascoltavo i Marlene Kuntz. Rock, sicuramente, non punk. Italiano, molto italiano. Molto cosciente di quello che è. Forse persino con quella specie di puzza sotto il naso che avevano loro. E certo, io i Marlene li ho sempre -sostanzialmente- cagati poco, ma sempre meglio i Marlene che tutti gli altri. E i Distanti sono già meglio di quanto i Marlene sono mai stati. Lo streaming:

(a Forlì con i Crash of Rhinos ci son loro)

DISCONE: Melvins – Sugar Daddy Live (Ipecac)

La ragione per cui i Melvins sono ancora qui mentre tutti i loro compagni di strada prima o poi hanno mollato è che la loro visione è più forte di tutto. Più forte del tempo, che passa per tutti ma evidentemente non per la loro musica, sempre sgradevole e sbilenca e opprimente, sempre meravigliosamente ottundente e pervicacemente uguale a sé stessa. Più forte della vita, con tutti i suoi scomodi ostacoli che vanno dalla fame agli stenti alle bollette da pagare alla droga ai mille bassisti che vanno e vengono all’invecchiamento precoce al bisogno intrinseco di trovarsi un lavoro dignitoso. Più forte perfino dei Melvins stessi, che pure ci hanno provato a domarla, ad addomesticarla a uso e consumo di major, network tv e platee avide di marionette cenciose da spremere fino all’ultimo brandello di umanità nei favolosi anni novanta: dischi per Atlantic, videoclip e improvvise manie di grandezza dello scriteriato Joe Preston (d’un tratto convintosi di essere diventato una rockstar) non hanno intaccato l’inossidabile attitudine respingente, molesta e anti-umana che da sempre è il motore del gruppo. Brutti come la fame, pesanti come un macigno da dieci tonnellate rivestito di cemento armato, lenti e implacabili come la morte in un ospizio, i Melvins hanno attraversato indenni oltre un quarto di secolo di storia della musica pesante, creando scene, lambendone di striscio altre, comunque tracciando un segno indelebile in discipline tra le più diverse e disparate tra cui (almeno) metal, noise, doom, ambient, stoner, sludge e ovviamente “grunge”. Continuano a incidere dischi di cui non frega un cazzo a nessuno (a parte il solito nugolo di irriducibili più dissociati di loro) e a portare i loro grugni inguardabili e i loro temibili ventri da birra a spasso per il mondo a una media di un disco-tour all’anno, inarrestabili come un carrarmato pilotato da un mongoloide. Probabilmente soltanto la morte li fermerà.

Lo scrisse il collega quando si trattò di parlare dei Melvins dal vivo. Per chi si sia perso l’ultimo recentissimo giro in terra bolognese di Buzz e soci (per cause di verdena maggiore il concerto della band è iniziato tipo a mezzanotte di un giorno frasettimana, era un po’ dura per i non residenti con una vita), recuperiamo un sensazionale disco dal vivo che ci ripropone perlopiù una raccolta di versioni paurose di canzoni tratte da Nude With Boots (straordinaria la Dies Irea che riprende il tema di Shining) e A Senile Animal infilando senza fare una piega una manciata di classici tipo la (inserire un termine pescato a piacere tra quelli che piacciono ai giornalisti del  settore, tipo annichilente o apocalittica) chiusura di Boris. Tutte le volte che i Melvins mettono il naso fuori di casa la prima cosa che viene da pensare è che lo fanno perché hanno bisogno di fare la musica che fanno e perché il mondo ha bisogno di ascoltare quella musica lì. King Buzzo e Dale Crover funzionano nella misura in cui non funzionano il mondo, la vita, la musica e le persone di cui ci circondiamo. In un mondo perfetto sarebbero roba da adolescenti; in questo li candiderei tranquillamente alle presidenziali USA.