-bastonate-

Piccoli fans: GERMANOTTA YOUTH

Posted in DISCONE, gruppi con nomi stupidi, piccoli fans by m.c. on marzo 6, 2012

"Pronto, casa Bolognesi? Noi semo romani, si venimo lì ve famo un culo così!"

Nella stanza era calato il silenzio. “La camera si è svuotata come sono svuotato io” pensò lui. “Non c’è una legge della termodinamica che dice che il calore non si può distruggere, ma solo trasmettere? Però c’è anche l’entropia.
In questo momento sento il peso dell’entropia su di me. Mi sono scaricato nel vuoto, e non riavrò mai quello che ho dato. È un processo a senso unico. Sì. Sono certo che questa sia una delle leggi fondamentali della termodinamica.”
(Philip K. Dick, Scorrete lacrime, disse il poliziotto)



Ogni epoca ha l’icona pop che si merita: ieri Madonna, oggi Lady GaGa, domani cazzi vostri. Intanto c’è di che fottersi il cervello ora con il nuovo progetto di un sempre più incattivito Massimo Pupillo (se non avete anche solo una vaga idea di chi è e cosa fa andatevene immediatamente affanculo lontano da qui) e altri due regazzi de Roma, il metallaro Andrea Basili alla batteria e lo smanettone Fabio “Reeks” Recchia alle pianole e altre robe strane piene di valvole; quel che insieme hanno tirato fuori è roba che il Whitey Album se dovrebbe vergognà e annasse a nasconne. Non fosse bastato il micidiale The Harvesting Of Souls dello scorso anno (con dentro il pezzo definitivo per questi tempi: Indie rock, fuck off), rincarano la dose ora con un 7” che ti incrina le sinapsi già da titolo (che cita i Pere Ubu) e copertina (opera di uno scatenato Ice One). Dentro è un delirio che posso solo tentare di riassumere in: Crom-Tech, Genghis Tron, Locust, certa roba DHR assurda tipo Patric Catani, le colonne sonore di Cruising e Midnight Express in un frullatore assieme ai circuiti di un Amiga 500 e a badilate di speed, dei Fuck Buttons strafatti di crack che tentano di suonare cover dei Repulsion con una piovra alla batteria, i pezzi belli di Wonderful Rainbow dei Lightning Bolt ma senza la vocetta fastidiosa, suonini da videogame obsoleto tipo Pitfall però mandati a male, Suffocation, Philip K. Dick, benzedrina, Mega Man 3, morte, distruzione, odio per la razza umana. A che pro ascoltare altra musica?

 

Germanotta Youth myspace

Acquista The Final Solution

 

 

Gruppi con nomi stupidi: COM TRUISE

Posted in DISCONE, gruppi con nomi stupidi, STREAMO by m.c. on agosto 4, 2011

Va tutto bene Cougar, stammi vicino, ti farò scendere io, stammi vicino.

 
Il trucco è vecchio ma fa sempre ridere, si diceva non troppo tempo fa a proposito di Reve Steich e in generale di chiunque decida di invertire le iniziali di nome e cognome di gente famosa a random; quando poi scopri che nella fattispecie dietro al nom de plume Com Truise si nasconde un bestione sovradimensionato e probabilmente semiautistico, la tentazione di sfottere aprioristicamente il più debole proprio come a scuola col subnormale che sceglievano per ultimo quando si facevano le squadre diventa irresistibile. Ma i motivi di ilarità si fermano qui dal momento che il voluminoso Seth Haley, che probabilmente mezzo autistico lo è per davvero, riesce a trascinare in un universo parallelo, atemporale e irresistibilmente ipnotico con la sola forza di qualche basilare macchinario old school e un piccolo esercito di synth autocostruiti; roba seria, che dietro un disimpegno di facciata e il ricorso a un immaginario coloratissimo e forzosamente retronostalgico tipo Wargames però visto adesso (il che, unito alle iniziali frequentazioni dell’uomo con mezzeseghe tipo Neon Indian, ha portato i soliti stronzi della stampa che piace alla gente che piace a inserirlo a viva forza tra le new sensation glo-fi/hypna/stocazzo, ambiente con cui Com Truise non ha nulla a che spartire) nasconde in realtà una visione bruciante di vita e coinvolgente come pochissimo altro intercettato negli ultimi tempi, un luogo della mente che parte sì dalle grafiche scrause di qualche videogioco Atari della vecchia rimasto a sedimentare da qualche parte tra i nostri neuroni, ma ben presto si evolve in qualcosa di esoterico, imprendibile e irraccontabile che farebbe la gioia di Jeff Minter e l’invidia di Tim Leary, una straordinaria celebrazione delle potenzialità dell’analogico che è monumento alla vita e vertigine pura. L’esordio Galactic Melt finalizza le intuizioni finora abbozzate nella serie di brani e remix di pezzi altrui che Haley, da borderline vero, aveva prodotto in completa autonomia e messo a disposizione in free download sul suo sito o nella sua pagina soundcloud senza il minimo contatto col mondo esterno. L’iniziale Terminal mette in chiaro le cose: una girandola di raggi laser, pronti via, e decolla l’astronave; VHS Sex parte con un colpetto da stronzo da vero intenditore (l’incipit è né più né meno meno un’upgrade giusto un filo meno apocalittica di Buried Dreams dei ClockDVA, gemiti lascivi compresi) per poi svincolarsi in un caracollante stomp da terzo livello di Double Dragon incrociato al sogno di un androide. Da qui in poi separare un brano dall’altro diventa esercizio completamente privo di senso, da grigi contabili dell’umano, e ci si abbandona spontaneamente al flusso di suoni e visioni, mentre un ascolto tira l’altro e il disco vorresti non finisse mai. Assieme all’album dei Tokyo Black Star, a Gavin Russom in tutte le sue molteplici incarnazioni e al nostro Sandro Codazzi, Galactic Melt è un’altra dimostrazione incontrovertibile che il digitale è una merda.

Gruppi con nomi stupidi: WUGAZI

Posted in gruppi con nomi stupidi, STREAMO by kekko on luglio 18, 2011

In on da killa taker

Ok, non è un vero e proprio gruppo, ma il nome batte quasi Rifoki. Il disco, che è un disco caldo e/o una delle cose di cui ora come ora si sente più parlare in giro. O forse è solo la mia timeline di twitter o non so cosa. Sta di fatto che sì, insomma, WUGAZI.
WUGAZI.
WUGAZI. WUGAZI.
WUGAZI.
Ok, ho spurgato un po’ di tensione. WUGAZI. Il disco è una raccolta di dieci mashup, potete immaginare tra quali due gruppi. Come tutti i buoni mashup suonano molto meglio sullo stereo di quanto facciano sulla carta: nella fattispecie a me ricordano da vicinissimo i tempi gloriosi di cose tipo Conflitto (Assalti che cercava invano di rovinare un disco dei Brutopop, uno dei meglio dischi crossover di sempre), ma anche senza andare a pescar parenti nobili è roba che per il resto dell’estate probabilmente urleremo WUGAZI senza nessun motivo in conversazioni reali (nel mio caso sarebbe un bene, ho passato il mio primo giorno post-ferie a canticchiare I wanna see your peaco-co-cock your peaco-cock).
WUGAZI. Lo streaming di cui sotto è gentilmente offerto da chi l’ha caricato su soundcloud. Stiamo sui 50mila passaggi, entro domani li voglio veder triplicati. Grazie.

ps: WUGAZI.

gruppi con nomi stupidi: SUCKINIM BAENAIM

Posted in gruppi con nomi stupidi by m.c. on luglio 15, 2011

Loro vengono in parte da Tel Aviv in parte da Dresda, che come accoppiamento è già un bel concetto; forse soltanto un gruppo formato da senegalesi e texani in parti uguali riuscirebbe ad essere ancora più improbabile. Musicalmente paiono un incrocio schizzato tra Shellac e Locust con un batterista impazzito e un cantante che cerca di riprodurre esattamente gli strilli acutissimi di un furetto scuoiato vivo – a volte riuscendoci – il tutto registrato dentro una fossa interrata mentre il resto del gruppo è a provare da qualche altra parte. La sequenza dei brani sulla loro pagina soundcloud è di quelle importanti: nell’ordine, You got that right, Zap Zap, Deal with that, Woo Hoo, Click Click, Cha Ching, Look Smoke, in altre parole la ridefinizione del concetto di autismo. Poco più sotto il capolavoro supremo di idiozia molesta: Coffe Gives Me Energy, But The Stinch Of Your Corps (scritto proprio così: Corps) Gives Me A Reason To Live. Il tutto senza nemmeno considerare la botta al cervello derivata dall’aver letto per la prima volta il loro nome su una locandina, immediatamente stampatosi in testa come un loop malefico, scoprirsi a ripeterlo come autistici inconsapevoli e ridere ogni volta come dopo aver sentito la barzelletta più divertente del mondo. Non ho la minima idea di cosa Suckinim Baenaim possa significare (ammesso che possa significare qualcosa), quel che so è che qualunque sia la risposta io non la voglio conoscere; ho come l’impressione che la mia sanità mentale ne risentirebbe in maniera irreversibile.
Dal vivo sono qualcosa di difficilmente descrivibile a parole: immaginate un gruppo di spastici strafatti di crack lasciati in balia dei loro impulsi e delle loro paranoie e sarete comunque abbastanza lontani dall’idea generale. Domani sera materializzeranno le loro visioni da Lovecraft demente all’XM24. Una benedizione.

 

Sito.

MATTONI issue #18: THE ATOMIC BITCHWAX

Posted in gruppi con nomi stupidi, MATTONI by m.c. on giugno 4, 2011

Beccati questa Fritz Lang.

Eccolo dunque il colpetto da stronzo, la Prova Di Forza, la dimostrazione di prevaricazione gratuita e assolutamente non richiesta. Io ti spiezzo, il mio uccello è più grosso del tuo, e chi sarà mai questo Jimi Hendrix, io ho fatto 975.000 dollari l’anno scorso tu quanto hai fatto?, guarda come vado a canestro, il mio SUV è più ingombrante di una portaerei e inquina quanto Fukushima all’ora di punta, ho le palle grosse come cocomeri e mi sono appena scopato tuo padre. The Local Fuzz è la trasposizione in musica del teppista più antipatico e pieno di sé che alle elementari ti rubava la merenda umiliandoti fino alle lacrime durante la ricreazione; se fosse un film sarebbe Novecento (grandeur epocale e durata estenuante e bestemmie di bambini e cazzi barzotti di De Niro e Depardieu compresi), se fosse un libro sarebbe l’Ulisse, però lungo il doppio e senza punteggiatura. Somiglia piuttosto a un film porno o a una partita di calcio infinita, gesto atletico allo stato puro, con la differenza che qui è divertente: quarantadue minuti di stoner blues rock psichedelico e tastierato alla vecchia, un monumento al fuzzbox che Mark Arm al confronto è un dilettante piagnucoloso, motivato e animato da una carica di testosterone come manco un plotone di camionisti in un bordello dopo un viaggio non-stop di sei mesi. Gli Atomic Bitchwax, fino ad oggi poco più di un simpatico gruppetto di onesta manovalanza stoner delle retrovie, noti più che altro per essere partiti come side-project del biondo Ed Mundell (chitarra stordente nei Monster Magnet migliori), hanno scritto con The Local Fuzz il loro Presence, il loro Time Does Not Heal, però tutto condensato (si fa per dire) in un unico pezzo. Soprattutto, ci risparmiano l’immenso strazio di dover subire qualche bolso clone del cazzo di Robert Plant che latra BABY BABY BABY BABY BABY nei momenti più atroci (il disco è interamente strumentale), e anche soltanto per questo RISPETTO a prescindere. Certo ci sono alcuni momenti (per la precisione ai minuti 18, 23, 29, 35 e 38) in cui la continuità cede e si passa brutalmente da una sequenza di riff a un’altra senza apparente costrutto, ma questo succede comunque senza mai pregiudicare lo scopo principale del pezzo, che è mettere simpaticamente i piedi in testa a chiunque sia convinto di saper suonare in modo più viscerale, stronzo e drogato dei tre cazzoni sballoni qui presenti. The Local Fuzz è sicuramente il MATTONE più divertente intercettato finora.

Gruppi con nomi stupidi (e pure MATTONI issue #17): MOSTLY OTHER PEOPLE DO THE KILLING

Posted in gruppi con nomi stupidi, MATTONI by m.c. on marzo 29, 2011

ora ditemi se già un po' non li amate.

A un certo punto il padrone di Underground era andato totalmente giù di testa per jazz (soprattutto free) e affini. Doveva essere la sua nuova fissa dopo frequenze e microsuoni assortiti: come prima entravi in negozio ed era tutto un florilegio di BZZZZZZZZZZZZZZ BBBBBZZZZZZZZZZZZSCHRRRRRRRRRRRR minimali, ostili ed elettrogenerati, ora era la volta di sfuriate di sax fomentate da aggressivi tempi dispari e finezze übervirtuosistiche di contorno. È stato grazie alla sua nascente monomania che ho scoperto A Night in Tunisia di Art Blakey & the Jazz Messengers, un disco che ai miei già non più giovanissimi orecchi era come il primo schizzo dentro vene vergini: beatitudine, pura beatitudine. La title-track, posta in apertura, rientrava in particolare tra le colonne sonore preferite per i miei viaggi mentali, undici minuti di esagitato, eroinico tumpa-tumpa-tum che per quanto mi riguardava sarebbero potuti andare avanti all’infinito. Qualche anno dopo, erano passate galassie nel frattempo, Underground aveva da quel po’ calato le serrande per l’ultima volta, travolto dall’inarrestabile ascesa del downloading illegale e dei negozi online dove la roba costa 10 volte di meno, trovo un disco che replica in maniera praticamente identica la copertina di A Night in Tunisia: è Shamokin!!!, secondo album dei Mostly Other People Do the Killing, allora a me del tutto sconosciuti. Nome stupido, copertina decisamente stupida, logo fuori dalla grazia di Dio = è amore immediato. Mi porto il disco a casa ed è come se un ciclone si fosse istantaneamente materializzato nel tinello spettinandomi anche i peli del culo: impressionante, i fantasmi di ogni altro disco jazz che avessi ascoltato in tutta la mia vita si ripresentavano incazzati e belligeranti, evocati dall’inesausto enciclopedismo da nerd incattiviti del quartetto (fondato e pilotato dall’arguto contrabbassista Moppa Elliott, gli altri sono Peter Evans alla tromba, il filippino laureato Jon Irabagon al sax e l’irrequieto genietto di Stormandstress e Talibam! fama Kevin Shea alle bacchette). C’è anche un pezzo intitolato – guarda caso – A Night in Tunisia, ventuno minuti ventuno di delirio citazionista-incazzoso equamente animato da arroganza esecutiva da una parte e infinito rispetto verso gli originali dall’altra.
Lascio a voi il piacere di scoprire quali copertine sono state parodiate nei successivi This Is Our Moosic (questa è facile) e Forty Fort (questa già è più stronza). L’ultimo nato è il doppio dal vivo The Coimbra Concert (non so a voi, ma a me titolo e copertina hanno mandato in shock anafilattico), quasi due ore di simpatia in cui come al solito tutto lo scibile jazzistico viene triturato, digerito e risputato fuori con un’arroganza che non è mai prevaricazione, una carica di ironia da far scoppiare a ridere anche Michael Mantler e, soprattutto, una passione e una foga nell’esecuzione tali da travolgere anche chi del jazz se ne è sempre allegramente sbattuto i coglioni. Il MATTONE questa volta è Blue Ball, 33 minuti, non male ma tutti gli altri pezzi sono molto meglio. Che qualcuno li porti a suonare da queste parti, perdio!!!

 

ARTE.

Gruppi con nomi stupidi e MATTONI issue #14: REVE STEICH

Posted in badilate di cultura, gruppi con nomi stupidi, MATTONI, STREAMO by m.c. on febbraio 4, 2011

 

per caso la faccia vi ricorda qualcuno?

Il trucco è vecchio, scambiare le iniziali del nome e del cognome, ma mi fa ridere sempre: dai celebri Wevie Stonder al ‘nostro’ Digi G’Alessio è praticamente impossibile trovarne uno che non suoni infinitamente e irredimibilmente più stupido rispetto all’originale. Ma Reve Steich, almeno per chi scrive, li batte tutti di almeno tre lunghezze anche solo per l’intuizione: non era venuto in mente a nessuno finora (almeno a quanto mi risulta) di omaggiare in un modo così trasversale e radicalmente beota il grande maestro del minimalismo percussivo alla vecchia. Soltanto leggere il nome mi ha fatto stare bene per una settimana. Peccato che a tale genialità onomastica non corrisponda una musica altrettanto esaltante e, come direbbero gli americani, mind blowing; l’ennesimo progetto dell’iperattivo Jaan Patterson (titolare di circa una decina di sigle diverse, la più popolare delle quali è probabilmente undRess Béton) si discosta poco dalle sue molteplici incarnazioni, tutte o quasi saldamente indirizzate verso un’elettroacustica moderatamente schizzata e moderatamente fastidiosa da saggio di fine anno al conservatorio, senza infamia e pure con qualche lode ma che spesso lascia il tempo esattamente come l’ha trovato. Stunning for 18 Miles, l’unica traccia a nome Reve Steich prodotta finora, è una sghemba cavalcata di 23 minuti che si snoda attraverso oscillazioni tintinnanti e brume digitali tra tempeste elettrostatiche e clangori metallici; dopo i primi cinque minuti spunta qualche UOOOOOOUUUUU, quindi il bum-bum di un organismo sconosciuto che sta crescendo lentamente nell’ombra, seguono smottamenti di terreno friabile come la torta sbrisolona, blip-blip-blip, bluuuuuuup. Ecco poi la spirale discendente di un bombardiere che precipita come nei videogiochi a 4 bit (a 8 sarebbe troppo), seguita da un allarme da bunker sotterraneo in un videogame della Simulmondo, poi sirena e radar sincronizzati, bip bip bip bip, biiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiip di un elettrocardiogramma sotto coca, rifrazioni – dissoluzioni, il bombardiere resuscita: BUOOOOOOOOOOOOUUUUU-UUUUUUUUUUUUUUUU, intasamento dell’etere, tipo le onde corte però in digitale; l’organismo sconosciuto di prima in agonia sorvolato dal bombardiere sopra di lui come un avvoltoio, rimbombo assortito, borbottii, sfrigolii, sirene e raggi laser, gocciolii, plic-ploc, qualche discorso campionato in sottofondo (molto in sottofondo), poi l’elica di una falciatrice malvagia che si trasforma presto in qualche altro ribollio elettronicamente generato, che poi diventa un fischio lancinante sopra una sirena e poi diventa il sibilo di un missile del sottomarino lanciato nel vuoto e poi si spegne lentamente, sfrigolando e tonitruando. Sul finale i missili del sottomarino ritornano per qualche altro borbottio mesto tanto per.
Il pezzo esce su SuRRism-Phonoethics, n0tlabel fondata e gestita dallo stesso Patterson, la cui figura autarchica e irreversibilmente dissociata (unita a un’etica del lavoro forsennata e fieramente artigianale) conserva comunque un certo interesse: compositore, poeta, video-maker, artista performativo situazionista, operatore sociale nella vita vera.

Clicca qui per ascoltare il brano

piccoli fans con nomi stupidi: TIMES OF GRACE

Posted in gruppi con nomi stupidi, piccoli fans by kekko on febbraio 1, 2011

Sapete che se cercate TIMES OF GRACE su google la prima cosa che esce NON E’ il disco dei Neurosis? In realtà, a parte le immagini, non sta nemmeno sulla prima pagina. Il motivo è che è uscito da un paio di settimane il disco d’esordio di un gruppo che ha avuto le palle di chiamarsi appunto TOG. Nientemeno. Anche su Wiki viene prima il gruppo del disco. Così niente, me li ritrovo in homepage sul sito di Roadrunner mentre cerco qualche info su un’altra cosa che sto non scrivendo, e c’è questa copertina con paesaggio di collina a colori sbiaditi, e insomma fiuto odore di post-Isis, mi prendo bene senza nessuna ragione e decido di prendere informazioni sulla cosa. Google non è prodigo di soddisfazioni, anyway: scopro che è il side project di uno dei Killswitch Engage, cioè uno dei problemi principali del rock dal 2000 in poi. Occristo, mi dico. un disco post-doom-core da una costola dei Killswitch Engage e poi le ho davvero sentite tutte. Rallento il battito cardiaco ed aggredisco il mio destino. Sfortunatamente il disco, che si chiama The Hymn of a Broken Man (niente battute, grazie), è una semplice ciofeca prog-metalcore di terza categoria con certi momenti di tapping assoluto che sarebbero andati a noia anche al pubblico del Wacken ’99 -oppure parafrasando mieloso post-grunge freddo e calcolato ma caloroso sotto alla crosta eccetera, tra l’altro c’è un casino di chitarra acustica. L’unico mio problema ovviamente è il moniker. Cioè tu DAVVERO puoi continuare ad incidere cose di questo tipo per il resto della tua esistenza, facendoti crescere la frangia in santa pace e rimorchiare pacchi e pacchi di figa bianca minorenne con gli occhi bistrati a livelli berlusconiani senza mai incrociare la mia strada, ma perchè devi farlo a nome Times Of Grace?

L’apoteosi.

Posted in badilate di cultura, DISCONE, gruppi con nomi stupidi by m.c. on gennaio 19, 2011

 

La gente non ricordava più l’età d’oro
del XX° secolo.
Non ne ricordava la prodigiosa tecnologia
nè le spaventose guerre.
Non ricordava più quando i Jugger
avevano fatto la prima partita al ”GIOCO”
nè per quale motivo si giocasse
con un teschio di cane…

 
Giochi di Morte (in originale Salute of the Jugger o, per l’appunto, The Blood of Heroes) è I Cancelli del Cielo della fantascienza postatomica: scritto da David Webb Peoples nel momento di massima fama post-successo tardivo di Blade Runner (un flop al botteghino, sbancò nel mercato delle videocassette diventando in breve tempo il film più noleggiato di sempre), massacrato da una lavorazione travagliatissima (almeno sei anni dall’inizio della pre-produzione) e più volte rimontato, non si sa ad oggi quante versioni del film esistano né tantomeno quale sia (se ci sia) il director’s cut. L’unico dato certo è che la versione americana è più corta di almeno dieci minuti rispetto al cut europeo (un’ora e ventisei contro un’ora e trentacinque circa), anche se l’arrivo del formato DVD ha spalancato nuovi e inquietanti interrogativi (è spuntata fuori una fantomatica versione giapponese di 104 minuti) destinati con ogni probabilità a rimanere insoluti, per due ragioni principalmente: primo, Giochi di Morte è stato un tale fiasco sotto il profilo economico (costato dieci milioni di dollari australiani, ne ha tirati su poco più di 188.000) da rendere improbabile qualsiasi ipotesi di recupero filologico a posteriori come è stato invece, ad esempio, per Demoniaca di Richard Stanley (altro film maledetto per quanto decisamente più famoso), e secondo, dell’esistenza di Giochi di Morte pensavo di essere rimasto il solo essere vivente sulla faccia della terra ad averne conservato memoria.
Mi sbagliavo.
A ricordarsene  sono anche Justin Broadrick, Bill Laswell, Enduser e Dr. Israel, rispettivamente chitarrista, bassista, beat-maker e MC in The Blood of Heroes, progetto che prende le mosse da quel che probabilmente resta il migliore postatomico dopo Mad Max. L’album omonimo è uscito la primavera scorsa, e per chi ha passato l’infanzia a perdersi tra le pareti del videonolo e l’adolescenza in capannoni e centri sociali balordi a spaccarsi le orecchie con tutte le declinazioni possibili della drum’n'bass più marcia un disco come questo ha il sapore del regalo. Ma a parte la questione privata (capire di non essere il solo ad aver lasciato un pezzo di cuore nelle spire magnetiche di VHS dimenticate da Dio è qualcosa di prezioso di questi tempi) c’è proprio il fatto che The Blood of Heroes è un disco della madonna anche qui e ora, anche senza bisogno di tirare in ballo nostalgie e vissuto personali; è come dovrebbe suonare un disco sempre, unico, inafferrabile, misterioso, vivo e pulsante, portatore e generatore di autentica passione e stimolante ulteriori e infiniti percorsi. Un disco che ti lascia con il desiderio irrefrenabile di sviscerare ogni piega di un suono che incorpora jungle, elettronica, metal, industrial e hip-hop illbient di quello peso (giusto per dire le prime cose che richiama alla mente), di ripassare tutta (e dico TUTTA) l’epopea dei Godflesh con interminabili annessi e connessi, quindi via con gli Scorn e l’Earache degli anni belli, e i diecimila progetti di Laswell che sono un vortice da cui diventa difficile uscire, e tutta la roba dark e imparanoiata inglese di cui parla Simon Reynolds nei capitoli di Energy Flash post-rave di Castlemorton, e poi Goldie e tutto il catalogo Metalheadz, e DJ Olive, e DJ Spooky, e The Horrorist, e Isolationism, e chissà quanto altro mi sono dimenticato o non ho ancora ascoltato e ascolterò anche grazie a questo disco che è tra le cose più belle e formative e importanti che possano capitare se non siete sordi. A impressionare più di tutto il fatto che The Blood of Heroes arrivi dalla testa di gente con decenni di carriera e centinaia di uscite alle spalle (Laswell e Broadrick, nello specifico), comunque ancora in grado di partorire un disco che sembra inciso dopodomani. Che gli dèi li conservino.

Gruppi con nomi stupidi “the Christmas edition”: SKITLIV

Posted in gruppi con nomi stupidi, il juke-box del suicidio by m.c. on gennaio 5, 2011

 

Il disco delle feste 2010 (ma anche del 2009, e del 2011, e del 2012, e se il mondo non sarà andato a puttane del 2013, e… insomma, avete capito) è stato senza dubbio Skandinavisk Misantropi di Skitliv. Skitliv (che significa “vita di merda” in norvegese) è il progetto principale di Maniac; per chi ha avuto un’adolescenza normale, Maniac è stato il cantante dei MayheM (sai, quei norvegesi matti che si ammazzavano tra di loro) dal 1986 al 1988 e dal 1995 al 2004. Pare sia stato cacciato dalla band perché costantemente ubriaco o strafatto di medicinali che avrebbero dovuto fargli passare la voglia di bere (al suo posto è rientrato il temibile ungherese tossico Attila Csihar, già negli psicotropi Plasma Pool, cantante per caso su De Mysteriis D.O.M. Sathanas poi sfruttatissimo dai Sunn O))) ogni volta che sentono il bisogno di vocals maligne) . Il vero nome di Maniac è Sven Erik Kristiansen; vive a Oslo, ha due figli, il corpo disseminato di tatuaggi più o meno da ergastolano e somiglia vagamente a Marco Materazzi. Soprattutto, canta in un modo assolutamente spaventoso, malsano e profondamente perturbante, impossibile da replicare quanto da raccontare; ci si è avvicinato più degli altri Malfeitor Fabban quando nella recensione di Wolf’s Lair Abyss scrisse che la voce di Maniac sembra provenire da un essere deforme incapace di aprire la bocca per bene (le parole precise non le ricordo ma il concetto era questo). Da quelle corde vocali indistruttibili prendono forma i latrati più raccapriccianti che mente umana possa concepire; dopo il trattamento-Maniac, ogni frase diventa un incubo senza fine, ogni periodo la strofa di una poesia in una lingua sconosciuta il cui suono delle parole basta a fare impazzire di terrore.
Insieme al problematico (Niklas) Kvarforth degli Shining svedesi (quelli depressi, non i segaioli jazz) ha dato vita a Skitliv poco dopo la cacciata dai MayheM (la line-up comprende anche tale Ingvar alla seconda chitarra, Tore Moren al basso e una serie già piuttosto lunga di batteristi avvicendatisi in puro Spinal Tap style). Skitliv è la proiezione del marcio universo interiore dell’artista, della sua squilibrata visione del mondo e delle cose del mondo; musicalmente si articola in un black doom metal strisciante, affilato e implacabile, indolente come un pluriergastolano la domenica pomeriggio e gradevole come un appestato che viene a bussare alla tua porta alle quattro del mattino. Ma la componente in assoluto più straniante è costituita dai testi, spesso chilometrici, in cui l’autore si mette a nudo con una brutalità e una totale mancanza di sovrastrutture perfino imbarazzante; il fatto è che il più delle volte le liriche di pezzi dai titoli già di per se emblematici (Slow pain coming, Hollow devotion, Towards the shores of loss, ecc.) sembrano riflessioni private dal diario segreto di un liceale particolarmente problematico dopo la prima pippa con Baudelaire, un devastante incrocio tra inettitudine cronica e intuizioni fulminanti, atroci velleità da poeta maledetto e dolore puro, affettazione sgangherata e disagio tangibile e tagliente come lame, su tutto il riflesso di un ego ipertrofico e straripante, frenetico e sgraziato e probabilmente rimasto imprigionato in un’età mentale che si aggira intorno ai quindici-sedici anni. Veramente micidiale. Forse soltanto i deliri poliglotti dei Worship del terminale Last Tape Before Doomsday sono riusciti a evocare parte degli stessi scenari (tanto per capire di cosa stiamo parlando, poi il gruppo – perlomeno la prima formazione – cessò di esistere dal momento in cui il cantante-batterista-compositore principale Max Varnier si suicidò lanciandosi da un ponte). Skandinavisk Misantropi è il disco che risveglia il peggiore lato oscuro dentro ognuno di noi, ricordi di emozioni che il subconscio si affanna quotidianamente a sotterrare. Pochi dischi, in questo senso, sanno essere altrettanto molesti. Dal 2009 in poi (anno di uscita di Skandinavisk Misantropi), probabilmente nessuno.
Messe di ospiti più o meno ininfluenti alla riuscita del tutto; tra gli altri un catacombale Gaahl, l’amico Attila Csihar e un esagitato David Tibet che declama stronzate nell’intro di Towards the shores of loss.

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