-bastonate-

RIP

Posted in mancaroni by kekko on maggio 4, 2012

MCA, 1964-2012

Mancarone

Posted in mancaroni by kekko on marzo 21, 2012

Da la figa l’è avnù fura ènca la figa.
Oscia la figa.

Uiera un che la cantèda vinquatar u la tneiva addrenta e partafoi e ula tireva fora tot al seiri candasema a magnè. A fasema una magneda tot i meis. Dop a sem carsù e la magneda cun chi burdel la guantet una magneda ogna tri meis, e po an puteva piò andè fora parchè la mi murousa l’era zlousa e lan puteva andè a la magneda cun al murousi ad chi burdèl. Acsè che la magnèda cun chi burdel a la faseiva soul una volta a l’an quant c’uiera la festa d’la dòna. A andasema tot ien a e zris, cl’è un post soura a Casèl c’ui era un sagat ad dòni ad quarant’èn, tot al tavuledi pini ad dòni e nùn a fè la magnèda tott oman. Po’ l’arivèva quel ch’e faseiva e spuiarèl e al donni a li rugeva. E po dop l’ariveva e mi amig ch’us miteva a lèz la cantèda vinquatar e quant ch’e geiva “OSCIA LA FIGA” a seram nun a rugé. Incua invici l’è zusest c’us rogia int’unent mod. Se avete capito qualcosa di quel che ho scritto fin qui, è un giorno difficile anche per voi. Conosco Tonino Guerra dal 1988: undici anni non ancora compiuti, in prima media il professore d’italiano ci aveva dato dei libri a caso e a me era capitato Storie dell’anno Mille. L’anno successivo qualche professore l’ha riscritto in forma di commedia e l’abbiamo portato al Teatro Bonci. A me era toccata la parte del prete, sostanzialmente dovevo continuare a ripetere AVETE VISTO SATANA? una ventina di volte. Poi capita che cresci in un posto che sta nella campagna tra Cesena e Rimini e ti studi Fellini a memoria e poi passi direttamente a Tonino Guerra, che nel corso degli anni per noi qua in giro è stato poeta pittore e filosofo e perfino anchor-man, la pubblicità dell’UniEuro se era l’UniEuro, quella che GIANNI! L’OTTIMISMO VOLA! E anche lo spoof dei miei primi giorni di internet col roughmix e Tonino che bisbiglia orcod*o, e che se volevi sentire le storie della guerra raccontate da uno che sapeva raccontarle andavi a finire su Tonino Guerra. E poi tutto quello che ci sta in mezzo, perché magari a casa mamma e papà litigano e fanno pace e piangono e ridono sopra alla tovaglia stampata coi suoi disegni e sabato c’è la sua mostra da andare a vedere o magari qualcosa che ha fatto in un borghetto, e se hai mai vissuto da queste parti Tonino Guerra era semplicemente dappertutto, e forse è anche per questo che la Romagna è il posto più bello del mondo.

Tonino Guerra aveva compiuto 92 anni da qualche giorno. La tovaglia ce l’ho anch’io, sul mio tavolino.

coccodrillo

Posted in mancaroni by kekko on marzo 10, 2012

Moebius, 1938/2012

Mancarone: GERMANO MOSCONI (San Bonifacio, 1932-2012)

Posted in dime can ma no italian, mancaroni by tutancamion on marzo 1, 2012

Stirpe dorata della blasfemia sentita e appassionata nata in seno ad un paese disseminato di abbazie e riferimenti religiosi, così come quel fiore che sboccia fulgido sotto il guard-rail dell’A4 uscita Soave-San Bonifacio. Incurante, inarrestabile, Germano Mosconi è il simbolo postumo del Veneto giusto e del giornalismo da TV locale che raccontava le prodezze dell’Hellas Verona di Bagnoli prima ancora che l’ultrà Marcone nascesse ed iniziasse a comparire nudo e col cazzo di fuori in ogni telecamera a circuito chiuso degli autogrill italiani e della digos durante le trasferte. Mai in tutta la mia vita e nelle mie frequentazioni ho incontrato qualcuno che fosse in grado di bestemmiare il Signore con un fastidio così vissuto e contagioso restituendo la giusta teatralità e cattiveria ad un gesto naturale come la blasfemìa gridata. Germano, di cui esistono solamente screenshot sgranati e di almeno vent’anni fa (come per Bisignani) ha permesso a noi veneti di rimettere la testa avanti nella classifica nazionale dell’offesa a Cristo: grazie a lui i Toscani sono solo un riflesso nello specchietto retrovisore.
Nessun remix, nessun doppiaggio, nessun fotomontaggio fatto da qualche dodicenne di Bolzano o altri posti sfigati hanno mai strappato un sorriso o restituito orgoglio come quel video originale comparso qualche tempo fa, di cui ancora io non riesco ad essere stanco. Rapidità di esecuzione, aggressività, fastidio, il flow articolato anche coi denti stretti, il riflesso sugli occhiali, il PUGNO CHIUSO E AGITATO: il Bruno Pizzul dell’offesa ai Santi tutti.
Germano no sta fare el mona, anca sa tiè morto ciapai par el colo tutti chei quatro basapile (mio padre per sms)

Germano iera l’ultimo vero scetico in tera veneta, che nonostante tute le biasteme che tiremo zò l’è piena de cesaroli infami e de personagi che el sabo sira iè a troie e la domenega i te domanda sà tiè nda a messa. Germano el gheva sempre chiaro el colpevole, el mandante occulto, l’eminensa grigia che causa l’imprevisto all’omo comune: GESU’ CRISTO e no nexuno come che i voria farne credere. E alora, a uno che te causa un imprevisto e che i ne dixe che l’esiste bisogna dirghe sù e dirghene tante e ancora de più perchè non podemo ciaparlo per el colo e darghe dei calsi in testa: el Conte Mosconi in questo iera el Corrado Augias dela biastema, uno che el podeva dirne diesemila pur mantenendo l’elegansa dell’omo onesto e posato, elegante a so modo.

Già che siam dietro a celebrare dei ventennali.

Posted in mancaroni by kekko on febbraio 25, 2012

La prima volta che ho sentito Vulgar Display of Power è stato nel walkman di Checco durante un’occupazione. Stavano discutendo di qualcosa che a quel periodo sembrava incredibilmente importante, roba per cui avevamo fatto scioperi e striscioni e che ora non riesco a ricordare nemmeno, privatizzazioni, sponsorship, quelle merdate lì. Dice “senti qua” e mi suona in cuffia un pezzo che inizia con ONE TWO THREE FOUR urlato a squarciagola e finisce con lui che urla FUCKIN’ quattro volte e poi qualcosa tipo FUCKIN’ ON HEAVEN’S DOOR, che penso sia uno scherzo contro i GnR che avevano pubblicato la cover l’anno prima. Mi sta un po’ sul gozzo che prendano per il culo i Guns’n’Roses, ma Francesco li odia e quindi è possibilissimo. In qualsiasi caso mi faccio doppiare il disco e me lo ascolto spesso perché non ho poi tanti dischi da ascoltare. Un annetto dopo mollo il rock mainstream e mi butto sulle robe più pese, quel disco lì rimane nel mangianastri, la cassetta sembra un po’ sfaldarsi ad ogni ascolto, dai titoli scritti dietro imparo che in realtà quello che urla alla fine è il titolo del pezzo e cioè Fuckin’ Hostile. Il disco lo compro nel ’98, l’anno del mio primo lettore CD. La foto che sta dietro è tra le cinque-sei foto rock più belle di ogni tempo.

L’ultima volta che ho sentito Vulgar Display of Power è stata due mesi fa, all’incirca. Stavo sistemando dischi e ho messo su A New Level per sentire come suonava. Sono andato avanti una settimana a sentire solo Vulgar, come tutte le volte che lo ripesco, e succede spesso (parto sempre da New Level, manco Mouth For War facesse schifo). Vulgar compie vent’anni oggi: è stato inciso dai Pantera nella loro migliore formazione, che in un certo senso è l’unica: Rex Brown, Vinnie Paul, Dimebag Darrell, Phil Anselmo. Terry Date in cabina di regia, quel suono di chitarra assurdo. L’ultima volta che ho visto Checco è stata giovedì sera, abbiamo cura di berci una birra tutte le settimane, sempre nello stesso posto. Le birre in realtà sono quasi sempre tre. Ora passo da casa e lo metto nello stereo, c’è il sole, guido piano ma abbasso il finestrino. Phil Anselmo è il mio Bruce Springsteen, da allora e per sempre. Dedicherò idealmente l’inizio di Walk alla buonanima di Dimebag Darrell, tutta Fuckin’ on Heaven’s Door a Francesco detto Checco, che era in classe con me e quindi io mi son beccato un altro soprannome. Il resto del disco è dedicato a tutti quelli che hanno passato vent’anni interi ad ascoltarlo un numero di volte che definire imbarazzante è un puro e semplice eufemismo.

Mancaroni: VITAMINIC, 199*-2012

Posted in mancaroni by kekko on febbraio 20, 2012

Il mio primo pezzo su Vitaminic risulta essere una recensione dei Tussle all’epoca del terzo disco, una cosa lussuosa che riascolto ancora molto spesso –come del resto tutti i dischi dei Tussle. Ci sono entrato perché Marina Pierri aveva messo un annuncio stile “cerchiamo gente”. Ne parlavo con un amico, me l’ha consigliato dicendo che Marina Pierri era una buona persona sotto cui lavorare, diciamo. Ho iniziato a tenere una rubrica sul fatto che stavano tornando gli anni novanta, questo verso fine 2008. Poi l’ho abbandonata, poi l’ho ripresa in mano, poi l’ho abbandonata. Nel frattempo mi sono messo a fare del continuativo. Un annetto dopo, più o meno, ho aperto un blog che si chiamava Bastonate. Ho pensato che esistevano blog metal ma non blog di musica depressa e fastidiosa e pesante. L’idea iniziale era quella di copiare i 400 calci e traslarlo pari pari sulla musica rovinata. Non ha funzionato. Poi ho pensato che sarebbe stato figo rispolverare una vecchissima idea che è quella di una webzine esclusivamente dedicata allo SLUDGE, l’ho chiesto a m.c. e agli altri e viste le prime cose che hanno scritto mi è venuta una fotta esagerata. Nel corso del tempo si sono aggiunte tre persone: un blogger di Ferrara che viola la regola di Bastonate come blog scritto da non-blogger, un tizio di Roma che conoscevo per vie traverse, un tizio di Vitaminic a cui ho imposto una rubrica scritta in veneto.

Il logo di Bastonate l’ha disegnato uno di Vitaminic. La maggior parte dei pezzi ospitati li ha scritti gente che scriveva su Vitaminic. Marina, Ray, Federico, Giampiero, Paolo, Giorgio, Delso, Alex, Benty, Enzo, Elena, Nuri, Paso e gli altri mi hanno girato pezzi sulla loro collezione di dischi e sui negozi di dischi e sulla prima volta che hanno ascoltato Nevermind e su un sacco di altri cazzi senza che dovessi mai buttar fuori un euro. E qualsiasi altra cosa che ho avuto in testa di fare, parlando di musica, è sempre passata in una fase iniziale dalla mailing list della redazione. Domanda: “mi date una mano?” risposta: “diobò che te la diamo.”

La mia prima connessione internet in casa risale al dicembre del 2000. Avevo già la scimmia della musica, da un bel pezzo. Scrivevo per fanzine e cose simili. Non avevo idea di dove mettere le mani. Sono capitato su Vitaminic cercando informazioni sui Crunch, un gruppo noise di Roma. Il cantante/chitarrista aveva fondato un altro gruppo che si chiamava Barrato e su Vitaminic si potevano scaricare due pezzi. Poi c’è stata una specie di acquisizione da parte di una società chiamata Buongiorno, e poi una nuova incarnazione, e poi è stato rifondato nel 2007 con Marina e credo Enzo a capo della baracca.

Se dio vuole tra un po’ vado a vivere con la mia fidanzata. Stavo assieme a lei quando ho iniziato con Vitaminic. A settembre siamo andati al matrimonio di Marina. C’erano Enzo, Tommaso, Daniele, Nuri e nell’afterparty c’erano pure Elena Mariani e Alice Lazzati. Ho dormito due volte a casa di Tommaso, una volta a casa di Marina e due notti a casa della morosa di Federico Pucci. La prossima se va bene dormo una notte a casa di Benty. Nel dicembre del 2011 c’erano Tommaso Marina Nur e Daniele a casa mia. Paolo è di casa. Enzo mette dischi all’HanaBi –sempre meno spesso. Simone Rossi ha scritto un libro e gliel’ho illustrato, anche lui ha un paio di collaborazioni con Vitaminic. Continuo a tramare/progettare/pastrocchiare con la stessa gente di allora. Quando fai le cose con la gente e continui ad amare le cose che fai, insomma, vai avanti.

Vitaminic chiude oggi. È stata una bell’esperienza.

Una terza per il ventennale di Hanno ucciso l’uomo ragno

Posted in mancaroni by asharedapilekur on febbraio 10, 2012

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Ho un amico che scrive sul Riformista e sul Corriere, pubblica romanzi e saggi per i principali editori italiani ed è fan degli 883. Finché non si deciderà a scrivere qualcosa di intelligente e bello sul più grande gruppo pop italiano dopo la brigata Osoppo  dopo i CCCP (ma forse neanche), mi tocca sprecare un pomeriggio di non-neve a parlare di un disco uscito esattamente vent’anni fa.

Vent’anni fa era un tempo venuto prima di ogni moda che riscoprisse qualcosa venuto prima – questo perché succedevano ancora cose nuove -, e siccome allora tutta la gente che contava aveva tra i 13 e i 16 anni, da bravi teenager avevamo deciso di scegliere una parte e di contrapporci l’un l’altro. All’epoca, peraltro, era semplice fare qualcosa del genere perché in tutti i campi c’erano solo cose fichissime, gli alternativi avevano i Nirvana, gli alternativissimi i Fugazi, i classic-rockers tutti i rockers classici non ancora vecchi, i popsters Michael Jackson, i rapper i Public Enemy, i metallari i Metallica, i metallarissimi Burzum, gli indie i Pavement e gli hipsters non esistevano proprio. Anche chi non si occupava di musica aveva cose fiche da fare, questo perché nemmeno Internet e le droghe esistevano e persino loro, per ammazzare il tempo, dovevano comprarsi dei dischi, tutta roba che gli appartenenti alle altre categorie all’epoca schifavano e che avrebbero poi riscoperto un sacco di tempo dopo (credo d’altra parte che nessun gruppo indie-pop post 2000 abbia mai scritto una ballata bella quanto la metà di Back for Good).

In questo clima di diffusa euforia – con i nostri padri appena tornati dall’Iraq, allora appena sconfitto per la prima volta – uscì Hanno ucciso l’uomo ragno, clamorosa e devastante instant-hit che, a un tempo, scolpiva per sempre nelle nostri menti preadolescenti 1) i primi, immortali riff di pianola e 2) che gli Stones suonavano blues, una verità lampante ma non per delle giovani menti a compartimenti stagni.

Ora, che un disco e un gruppo del genere possano essere apprezzati anche da cazziduri amanti di Jesus & Mary Chain e Osunlade, non credo suoni strano oggi, in questi tempi dove, come dice kekko (3-2), tutti ascoltano tutto (noi compresi) e s’è perso ogni senso; eppure era davvero difficile allora, quando non potevamo ammettere ai noi stessi tristissimi cantori di Down In a Hole che Pezzali&Repetto erano dieci volte più commoventi, veri, nostri.

C’è almeno una cosa buona che ti dà il diventare grande, e cioè che in fin dei conti puoi ascoltare ciò che vuoi, senza pensare a cosa pensano gli altri: mi sono comprato tutta la discografia degli 883 in cofanetto, e gli Alice In Chains non so più neanche dove li ho messi.

P.S.: La penso diversamente dagli altri, il capolavoro degli 883 sarebbe stato Nord Sud Ovest Est (da avere nella versione con bonus tracks, che comprende la rara L’ultimo bicchiere cantata da Pezzali), e La donna, il sogno e il grande incubo ha il pezzo più bello mai scritto in Italia (ovviamente “Gli anni”, ancora meglio nella versione live diffusa anni dopo)

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Un’altra per il ventennale di Hanno Ucciso l’Uomo Ragno.

Posted in mancaroni by kekko on febbraio 10, 2012

La mia prima copia di Hanno ucciso l’Uomo Ragno l’ho comprata a marzo dello scorso anno. Stava al banco delle promozioni stile tutto a nove euro di un ipermercato, assieme a una serie di altri CD degli 883 che sul momento non avevo né i soldi né il cuore per comprare. La prima volta che ho ascoltato Hanno ucciso l’Uomo Ragno, canzone, è stata a cappella, nel senso del ritornello canticchiato da qualche amico. Quando è uscito il disco avevo quattordici anni e mi ero messo in testa, a grandi linee, che sarei diventato un fan del rock’n’roll. Non ascoltavo mai la radio, non ricordo perché. Hanno ucciso l’Uomo Ragno mi sembrava una canzone stupida, poi l’ho sentita davvero, non ricordo dove, e ho pensato “ah”. E poi “sì, cioè, sì, canzone stupida”. Il ritornello è quello lì ed è un ritornello stupido, avrà fatto qualche sgarro a qualche industria di caffè, Lavazza is the new Hobgoblin, VAFFANCULO. Mi sono trovato in casa la cassetta degli 883 per gentile omaggio di un caro amico convinto di avermi fatto la carità, qualcosa tipo “ecco, senti cos’è che spinge oggigiorno, che cazzo ti ascolti, divertiti, dai”. Eccetera.

L’ultima canzone del lato B di Hanno ucciso l’Uomo Ragno si chiama Lasciati toccare ed è una fantasia sessuale pesantissima. Nessuno ne parla mai, ma è probabilmente uno dei pezzi pop più radicali ed insidiosi della storia italiana. Sei in un locale con la musica a manetta e inizi a fissare una ragazza con un vestito nero attillato che balla come se non ci fosse un domani. Non è chiaro se il ritornello è metaforico o meno; se non lo fosse, dovremmo dare per scontato che il protagonista della canzone a un certo punto si alza e prova a stuprarla. Il testo parte con una texture di archi sintetici, butta dentro un ritmo che sta a metà tra afro ed hip hop e campiona i gemiti di una ragazza che sta venendo. Lasciati toccare, come tutte le canzoni del lato B del disco, rivela nuove sfumature a ogni ascolto. Basta usare un po’ di prospettiva e non è nemmeno difficile legarla all’attualità, c’è dentro un desiderio di identificazione, c’è senz’altro un rosico alla Creep ma trasbordato in mezzo alla pianura padana, c’è un racconto per affastellarsi d’immagini che anche ascoltato oggi, ed unito alla musica, è impressionante. Lasciati toccare, in un certo senso, è già la fine degli 883. Gli sfoghetti adolescenziali contro morosine paranoiche e fighe di legno che stanno in Non me la menare e Te la tiri sembrano essere state registrate vent’anni prima, vengono fagocitate nella memoria del tepo. Pierpa Peroni e Max Pezzali non hanno mai osato così tanto. Hanno ucciso l’Uomo Ragno arriva alla sua conclusione e suona come l’infrangersi di tutti i sogni a portata di mano per un ragazzetto di provincia e il takeover di una realtà intransigente da ultimi della classe che sembra ancora i paesaggi di un libro di Scerbanenco.

La canzone che dà il titolo al disco, dicevo, non l’avevo capita molto bene. L’ultima ingenuità di Hanno ucciso l’Uomo Ragno, seguendo il minutaggio, è il ritornello della title-track. Le immagini che saltano fuori nelle strofe inchiodano le situazioni in maniera quasi barbara: il blues degli Stones, la gente ubriaca, il Guercio entra e sputa fuori la novità. Dritta sicura. Sono passato da non-appassionato di musica a maniaco compulsivo del rock’n’roll nel giro di un annetto, gli 883 erano capitati un po’ in mezzo e conoscevo a memoria i primi due dischi perché, sai, gli amichetti. Quei pezzi ripassavano di tanto in tanto alla radio, più o meno a caso, ed io in qualche modo capivo sia perché quella musica fosse odiosa sia perché in realtà non lo era. La mia prima copia di Hanno ucciso l’Uomo Ragno l’ho comprata lo scorso anno. È piena di remix e altri brani inutili, ma le tracce dalla cinque alla otto sono tra i miei ascolti più frequenti.

Non credo sia possibile smontare Hanno ucciso l’Uomo Ragno e ripercorrerne la storia dall’inizio, un po’ perché quasi tutti i personaggi coinvolti sono imprendibili, un po’ perché sapere le cose è molto più brutto che immaginarle, un po’ perché a prescindere da quali fossero gli obiettivi iniziali il disco ha venduto una valanga di copie. A sentire il lato A sembra che Pierpa e Cecchetto avessero intuito il bisogno generazionale di un Jovanotti più radicato nella canzone italiana ma con la stessa ineleganza ottusa nei testi, roba con cui un pubblico di teenager coglioni ipnotizzati da Mediaset, che a quei tempi penso si chiamasse Fininvest, potessero identificarsi. Il Lato B è più simile al viaggio di ritorno da un party dove tutto è finito male. Si specchia nella mortifera Weekend del disco successivo, un loop inesorabile dentro una scena cristallizzata in cui il mito è creato a bella posta dal teleschermo (Hanno ucciso l’Uomo Ragno), gli amichetti della sala giochi provano a tagliarsi la loro fetta di edonismo sacrificandoti sull’altare di un macchinone (Jolly Blue), e i tuoi sogni agresti da guardare-non-toccare collassano a forza di seghe e fantasie di stupro (Lasciati toccare). Con un deca, il massimo capolavoro di scrittura di Pezzali dal punto di vista del cantautorato, non lascia vie di uscita. Sono tutte canzoni che cambiano di senso ogni volta che le riascolto.

Nel corso degli anni ho trovato, incidentalmente, alcuni musicisti che scrivono testi come quelli di Max Pezzali. I loro nomi sono J Mascis, Bob Mould, Piero Ciampi, Aidan Moffat, Kaos, Chris Spencer, Jacopo Lietti, Scott Angelacos, Matt Pryor, Mike Ness, Layne Staley… Beh, c’è un sacco di gente che lo fa. Tendono ad essere i miei preferiti. Hanno qualcosa a che fare con la grammatica e col rimpianto: c’era qualcosa e non c’è più, senti ancora il sapore e non ne esci. Oppure vai avanti con una vita in scala.

Gli 883 non potevano durare, naturalmente. Un’opera così lucida ti inchioda a vita dentro ad un clichè scomodo ed irragionevole. Il brutto viaggio di un’eterna adolescenza non richiesta rimane un tema sotterraneo del successivo Nord Sud Ovest Est, una versione in scala e liricamente più compromessa dell’esordio. Tappetini nuovi e Arbre Magique, proclami pseudopolitici di dubbio gusto, celebrazioni estatiche che puntano ad Ibiza ed affogano nel pavese, cumuli di roba e di spade. NSOE infila ancora due capolavori: Rotta X casa di Dio, un mercoledì da leoni sulla tangenziale di Milano, e la già citata Weekend a cui Pezzali affida quasi tutto il carico emotivo del disco. Mauro Repetto, a posteriori, sembrava guardare già la luna. Di lì a poco fuggirà a gambe levate e tenterà quella che in Con un deca era stata chiamata “la soluzione divi del rock”: un disco di incredibly strange music, lo stalking, il suo film, Eurodisney. Quella della sua inesorabile caduta è una delle più belle storie pop di sempre. Max Pezzali ha tirato a campare con l’onestà di un grande artigiano della canzone a cui l’erichetta continua a commissionare Grandi Successi. Ha scelto di non scegliere, continuato a raccontare la stessa storia e lasciato sparuti (e nondimeno grandiosi) colpi di classe in giro per i dischi successivi. Il mio preferito è L’ultimo bicchiere con Nikki. Tutta roba con cui puoi stare bene (o male) un momento ma non puoi crescerci assieme. Uscì anche un musicarello intitolato come una delle loro più grandi canzoni di sempre, ma mi sono rifiutato di vederlo.

Non ho mai saputo cosa vuol dire “fare mono”, una cosa che sta nel testo di Jolly Blue. Immagino che se lo cercassi su google lo scoprirei, ma preferisco continuare a non saperlo. Davvero.

ps C’è una specie di raccolta via tumblr di pezzi che celebrano il ventennale di Hanno ucciso l’Uomo Ragno. La trovate qui.

Una per il ventennale di Hanno ucciso l’Uomo Ragno

Posted in mancaroni by m.c. on febbraio 9, 2012

Il 1992 fu un anno memorabile. Il ritorno di Sergej Krikalyov sulla Terra dopo 311 giorni in orbita, Tangentopoli, le vittorie olimpiche di Aleksandr Popov, il Super Nintendo, Sinead O’Connor che strappa la foto del Papa. Inoltre, esce Hanno ucciso l’uomo ragno. Gli 883 allora erano gli ultimi protégé di Claudio Cecchetto, che se ascoltavi Radio Deejay era qualcosa di molto vicino all’idea di Dio: un uomo con una visione abbacinante, onnicomprensiva, Riccione la terra promessa, l’Aquafan (e la sua discoteca interna Walky Cup) il Paradiso. Aveva plasmato a suo piacimento gli anni ottanta (il Gioca jouer, Sandy Marton, Jovanotti, Deejay Television) e si preparava a fare lo stesso coi novanta come un creatore di universi però benevolo, un Palmer Eldritch allegrone dallo sguardo perforante e la parlantina ipnotica, one nation under un ombrellone vista mare Adriatico, il mio nome è Legione, ma preso bene. Una dittatura morbida del divertimento portata avanti con sicurezza incrollabile giorno dopo giorno, non solo in modulazione di frequenza: Deejay Show la sua Pravda, FRI Records l’arsenale, Linus e Amadeus e Albertino e Marco Biondi solo alcuni dei suoi cenobiti e Castrocaro uno dei tanti vivai da cui attingere carne fresca, all’occorrenza programmi tv da colonizzare a piacimento, ieri Sanremo, oggi Cantagiro e Festivalbar, domani Karaoke e Talk Radio, dopodomani il Mondo. Cecchetto come William Randolph Hearst, come Howard Hughes, come Rupert Murdoch, tutti in uno. Un tycoon orwelliano al grado massimo di persuasione, perpetuo trendsetter di sé stesso, tentacolare più di un polpo con braccia infinite, ubiquo come l’aria. Con gli 883 è un incontro ai vertici: potrebbero essere i suoi Sex Pistols, senonché la loro personalità è quantomeno pari a quella del loro demiurgo (che comunque non è un venditore di vestiti). Chiunque abbia vissuto in Italia nel 1992 è entrato in contatto con Hanno ucciso l’uomo ragno, e non solo e non certo perché qualche settimana dopo l’uscita Radio Deejay lo mandò in onda TUTTO, cosa mai successa per un album fino ad allora, un pezzo al giorno per otto giorni. Erano trasversali gli 883, verrebbe da dire universali se il mondo finisse poco dopo Bolzano: chissà come, hanno saputo portare i novanta al livello successivo. Viene veramente da pensare che prima di loro ci fosse il deserto. Una questione di semantica, probabilmente: conoscere le parole necessarie per spiegare l’inspiegabile, per dire il non detto. Hanno ucciso l’uomo ragno ha saputo parlare al cuore di ognuno di noi, bambino o vecchio, ricco o povero, analfabeta o laureato, ognuno improvvisamente scopertosi figlio del proprio tempo, i piedi ben piantati in questi anni importanti. E la sua forza non è diminuita: ancora oggi ascoltare quel disco significa rivedere scorrere le stesse belle immagini, ogni volta scoperchiare il proprio personale vaso di Pandora, ognuno il suo. Madeleine proustiana all’ennesima potenza, generatore di nostalgia di un’era aurea in cui eravamo tutti più giovani e felici che ormai esiste solo nella nostra mente (del resto, Poi chissà cos’è cambiato, forse il tempo che è passato). Con il successivo Nord Sud Ovest Est si delineano i caratteri: dei due, Repetto era il Grant Hart della situazione, l’euforico, l’estroverso; Pezzali come Bob Mould, riflessivo, meditabondo, sempre pronto a sondare il lato crepuscolare della vita. La golden age degli 883 finisce, inevitabilmente, con lo split di Repetto, ossessivamente perso nei suoi folli progetti cinematografici (chi ricorda quando arrivò a Cannes 1993 – o era 1994? – in elicottero, assolutamente non annunciato, PLANANDO sulla folla sotto una pioggia di volantini del suo imminente film, che non aveva nemmeno cominciato a scrivere? Delirio hughesiano in piena regola…!). Coerentemente, i dischi del dopo sono un po’ come quelli dei Sugar: belli e sinceri e onesti, ma lo senti che manca la controparte, lo senti che manca qualcosa. La sovrumana disfatta di Repetto nella sua rovinosa trasferta newyorkese, kolossal demilliano di cui troppi hanno detto e su cui infinite sono le urban legend – la più gettonata lo vede mimo dell’orso Baloo a Eurodisney – è  l’inizio della fine, suggellata dal monitorio Pierpa trattamento nel funereo Remix 1994, in un certo senso la loro pietra tombale. Ancora qualche sprazzo degli antichi splendori nell’avatiano La donna, il sogno e il grande incubo (Gli anni e Ti sento vivere la cifra stilistica e umana di Pezzali, uno che non ha mai avuto paura di lanciare il cuore oltre ogni ostacolo e di confrontarsi con la vita a viso aperto), poi onesto mestiere e campare di rendita con ubbie da trentenne assortite. Ma nel biennio 1992-94 in Italia esistevano solo loro, e questo è un fatto.

ps C’è una specie di raccolta via tumblr di pezzi che celebrano il ventennale di Hanno ucciso l’Uomo Ragno. La trovate qui.

Mancarone

Posted in mancaroni by m.c. on gennaio 19, 2012

I’m not sure exactly where exactly to start but I guess it’s best to get the hard part out of the way. To put it simply, what was mentioned recently on Ted Leo’s website (and reported in by a number of other outlets online) is true. Lookout Records will be closing its doors over the next few months. Most people that are reading this know that the label stopped releasing material towards the end of 2005. It was then that Lookout ended its long relationships with Green Day, Operation Ivy and a few other artists. That development meant significantly scaling down the business, which included letting the staff go and moving from the label’s Berkeley headquarters and warehouse into a small office. It was a challenging time for everyone involved – bands, staff, and business partners. For myself and the other two owners at the time, Cathy and Molly, we resolved to put our limited resources into rectifying some of the issues and problems that had been Lookout’s undoing, return to a modest operation, with the hopes of first, getting things back on track, and hopefully doing more in the future.

(Leggi il resto)

 
Come tanti ho scoperto la Lookout quando Dookie macinava milioni di copie come fossero bruscolini. Era il momento giusto: erano gli anni novanta e io ero un ragazzino. Perfetto. Come tanti non ricordo qual è stato l’ultimo disco Lookout che ho comprato, né quando; sicuramente l’ho pagato in lire. Non è roba che ascolti da adulto questa. O meglio, è roba che quando la ascolti da adulto serve a ricordarti che c’è stato un tempo in cui sei stato giovane e arrogante e felice, e se hai avuto la fortuna di trovare la colonna sonora giusta ad accompagnare giornate che erano ricche e scintillanti e piene di colori quasi sicuramente alcuni degli autori portavano i nomi di Avail, Queers, Operation Ivy, Mr. T Experience, Screeching Weasel. Se invece questi nomi non vi dicono niente, e siete stati giovani negli anni novanta, ci sono buone probabilità che la vostra sia stata un’adolescenza triste. Comunque non vorrei fare a cambio.

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