FUSION METAL (inteso come “ma vedi te se ci dovevan propinare pure il”)
C’è una cosa che mi sento di puntualizzare: il jazz applicato al metal ha senso solo se fai metal. Il metal applicato al jazz, stessa cosa, ha senso se fai metal. I Naked City dei pezzi veloci ma tutto sommato pulitini e minimali e messi di traverso non funzionano quanto i Naked City dei pezzi-carneficina-truculento-artsyfartsy raccolti su Torture Garden. Non andiamo (andavamo) a vedere gli Zu una volta ogni mese e mezzo perché siamo fanatici dello strumento, ma perché spaccavano il culo alla merda stessa rendendo la merda una merda senza culo e piegandoci ulteriormente. Così come qualsiasi altro gruppo tecnicamente riconosciuto come valido e/o composto da musicisti di comprovata perizia ci piace sempre e solo se usa la comprovata perizia di cui sopra per bruciarti il cervello con modi inediti di farti male alle orecchie e/o torturarti i coglioni con scale progressive senza senso che durano un’ora e mezzo tipo quel disco degli Orthrelm. Peraltro abbiamo una lunga lista di gruppi su cui abbiamo iniziato a cagar sopra in quanto appannaggio di certi riccardoni dell’ultima ora, tipo appunto i Tool da dopo Aenima, ma anche prima vanno rivalutati e pisciati fuori dalla nostra discografia essenziale ASAP, i Meshuggah immediatamente dopo Nothing, certa gente inqualificabile tipo Dredg da El Cielo in poi eccetera eccetera eccetera. Non abbiamo una vera e propria issue contro Dream Theater o Pain of Salvation o gente così, perché NON LI ABBIAMO MAI ASCOLTATI IN VITA NOSTRA e se ne abbiam detto male l’abbiam fatto su una vaghissima idea della musica che fanno e che non fanno, cioè a quanto abbiamo capito fanno musica metal non violenta e quindi non fanno musica metal. Ma anche gente tipo Ephel Duath a ragion veduta s’è macchiata di crimini simili con dischi tipo The Painter’s Palette, e insomma la piaga del riccardonesimo è tutt’altro che circoscritta.
Purtroppo tutto il movimento contro il False Metal con cui ci siamo bellamente sollazzati tra la seconda metà degli anni novanta e i primissimi duemila -ricordo un fondamentale topic sul forum di Metallus o Metal.it in cui si andò avanti per quattromila post discutendo se l’assolo di basso di Another Life degli Skylark contenesse o meno una stecca, cosa che ancor oggi peraltro non so pur essendo riuscito finalmente ad ascoltare il pezzo su youtube (ed anzi essere scoppiato in lacrime nel ricordare la storia, avere pensato di cercare il pezzo su youtube e trovarlo)- si era concentrato su un ritorno della forma estetica che ha bruciato parzialmente l’efficacia di un messaggio giustissimo et importantissimo, e cioè che non posso mettere in macchina un disco metal e il mio passeggero non-metal lo ascolta e prova qualsiasi cosa che non sia l’istinto di pugnalarsi le orecchie e/o gettare il disco di cui sopra fuori dal finestrino. Punto e basta. Voglio dire che sì, l’unica cosa fissa del ruock e del metal è questa cosa della violenza gratuita e immotivata e questa cosa per me non è negoziabile. Voi naturalmente potrete avere tutte le idee che Dio ci ha mandato in questa terra, ma sono idee fondamentalmente sbagliatissime.
Ora, la fregatura è che Bastonate –pur reclamando una propria autonomia dal cervello umano e dalla realtà corrente dei fatti- basa i propri aggiornamenti su cose che stanno succedendo e meritano di essere coperte o quantomeno blastate in culo. E quindi il problema legato al metal-non-dannoso, questa categoria priva di ragion d’essere, è un problema che sentiamo in qualche modo reale. Vale a dire che nell’aggiornarmi con cosa si dice in giro per i blog e i social network incappo in un post di Metalsucks nel quale si racconta tranquillamente che un chitarrista fusion-fusion di nome Felix Martin è stato messo sotto contratto da Prosthetic senza dileggiare nessuno degli interessati.
Già di per sé Prosthetic è IL MALE. Il successo dell’etichetta nei primi anni duemila corrisponde, puro e semplice, con l’inizio di uno dei periodi più bui e privi d’interesse della musica di ogni tempo e fatto di deathcore, Lamb Of God e produzioni computerizzate che chiedono la messa in opera di un nuovo trasversale olocausto di ascoltatori di musica e cose simili, musica che ha influenzato (nel senso di infettato) quasi tutto quel che succede nella musica pesante odierna a partire da Relapse e simili. E dopo un primo periodo di patetico marketing dell’esser buzzurri mascherato da revivalismo heavy metal, ha semplicemente continuato a buttare sul mercato merda di cane con un briciolo di seguito. Ma nel caso di cui sopra la mefistofelica (o forse gesuitica) unione tra riccardonesimo spinto e concetti tipo ultime tendenze del metal tocca livelli inediti. Presto o tardi gli stessi ragazzini emo del giro protoolscore smetteranno la frangetta in favore di una coda di cavallo riccia e compreranno una Ibanez a doppio manico (o quel che è), sdilinquendosi in suite di metal concettuale di quindici minuti a botta. Metalsucks si cura di taggare il 2012 come l’anno del fusion-metal, costringendomi a venire a contatto con roba tipo questo gruppo. Piglia male, e al contempo non abbiamo mai sentito così necessaria la presenza sul mercato di un disco ultracelebrativo degli UNSANE e i dischi in uscita di Melvins e gli stessi Disquieted By o i vari 16 del caso. Salviamoci finchè siamo in tempo. A tutti coloro che vorranno sollevare obiezioni tipo ma sì ma questo disco in realtà è figo sei tu che non capisci un cazzaccio di musica, fatti meno seghe e sturati le orecchie e cose così, rispondiamo idealmente

11.11.11 (no, non è oggi, non correte dentro twitter per fare il post contro le date a cifra tonda)
Pare che l’idea sia venuta fuori sulla base delle varie Boadrum prima che le Boadrum diventassero più o meno concerti normali. Il succo comunque è che l’11.11.11 verso le 11.11 di sera o anche prima e dopo ci saranno 11 concerti in 11 città fatti da gente figa che farà robe performative che c’entrano con l’11, tipo ad esempio a Roma ci saranno 11 artisti e gruppi del giro vOOrgata vOOredom tra cui tra l’altro djPikkioMania che faranno esibizioni di 11 minuti a testa, o a Torino InZaire con Squadra Omega e Paolo Spaccamonti che si butteranno a fare una jam su un palco in 11 o Bob Corn che farà un concerto con 11 coriste a Utrecht. E via di questo passo. Il tutto è trovabile sul blog dell’evento, compresi posti e persone che partecipano facendo cosa in che modo. Bastonate affibbia un pitchforkiano 11.11 preventivo al tutto e si riserva di tornare sulla cosa in sede di agendina.
The CUORICIONI PELOSI issue
Zooey Deschanel e Ben Gibbard si sono lasciati. Lei è quel brutto precipitato di indietudine vintage ’70 che recitava in 500 Giorni Insieme e in qualche altra decina di film nei quali quasi sempre (non si sa come ma succede quasi sempre) si metteva a cantare. Lui è il cantante e/o la mente dei Death Cab for Cutie (abbastanza carini i primi, merda tutto il resto) e di altri progetti musicali artisticamente affini. Il matrimonio di Zooey e Ben Gibbard è la quintessenza di ciò che sta succedendo all’indie rock del nostro secolo: due singolini di successo, la nascita di un progetto elettronico del cazzo (i Postal Service erano un gruppo del cazzo già in tempi non sospetti), diventi merce di scambio per i telefilm giovanilisti alla Gossip Girl, ti metti assieme a un’attricetta di tendenza e crei un modello di ruolo che perca per metà dal chitarrista dei Muse e per metà da Ian MacKaye. Le riviste ne parlano in termini abbastanza positivi da far sembrare l’ammucchiata DCFC/Postal Service/She&Him (il gruppo di lei con M.Ward) un movimento musicale a se stante con un briciolo di rilevanza storica (“è questo il nuovo indie?”). In qualche caso hanno talmente fotta di fare uscire la recensione nel numero giusto che il redattore decide di scaricare il leak da internet prima che gli arrivi il promo, mettendolo disco del mese nonostante sia un palese fake e/o il disco di un altro gruppo. E comunque ormai la sacra unione tra artisti alternative ed attrici fighe è EFFETTIVAMENTE un genere musicale a sé, un caso di iperesposizione casuale dell’arte su base sessuale che serve al cinquanta per cento a denunciare il fatto che sì l’indipendenza e l’etica ma anche voi vorreste scoparvi Zooey Deschanel (grazie ar cazzo), e per l’altro cinquanta che sì, la maggior parte di queste tizie non sanno fare il loro lavoro nonostante gli occhi azzurri MA hanno una sterminata cultura musicale e a volte posano con la maglietta dei Black Flag. Il tutto si risolve magicamente in dischi quasi sempre atroci e al di sotto la più ottimistica interpretazione del concetto di “pubblicabile”, come nel caso di Devendra Banhart (abbastanza carini i primi, merda tutto il resto) nel post-Natalie Portman. L’altro giorno alla radio ho sentito parlare dei Kills (abbastanza carini i primi, merda tutto il resto): diceva la tizia che il party di matrimonio tra il chitarrista e Kate Moss è durato una settimana e la cantante era incazzata pesa tutto il tempo (“sarà gelosia?”). E vi ricordate quando Beck (abbastanza carini i primi, merda tutto il resto) fece uscire un disco acustico triste e del cazzo dopo essere stato scaricato da Winona Ryder? E lo stesso Page Hamilton, perchè ha riformato gli Helmet se non per mostrare al mondo che a cinquant’anni suonati è MOLTO più figo esteticamente di quanto Beck e gli altri esseri umani siano mai stati e possano mai essere? E soprattutto: quale di questi artisti potrebbe avere anche in prospettiva il coraggio di prendere a coltellate (o farsi prendere a coltellate dal) la propria fidanzata hollywoodiana per entrare nel mito? Da quando le ragazze hanno guadagnato il diritto a desiderare sessualmente un musicista che non ha idea di cosa cazzo sia un fuzz?
Un’altra cosa per cui invece mi prende male è che Thurston Moore e Kim Gordon si sono lasciati ufficialmente. Col loro matrimonio finisce probabilmente (o no) l’avventura Sonic Youth (abbastanza carini i primi, merda tutto il resto), mentre Thurston licenzia dischi acustici di cui tutti dicono “bellissimo” e io non voglio ascoltare per scoprire che no. L’avventura Sonic Youth è più o meno l’unica espressione dell’indie rock anni ottanta che ha proseguito l’attività ininterrottamente sotto lo stesso nome fino ad oggi senza manco dei cali troppo violenti di qualità, ed è un po’ un’ammissione di sconfitta e il possibile inizio di una seconda vita di Moore come frequentazione di stelline hollywoodiane. Kim Gordon ha 58 anni, io me la farei anche oggi pomeriggio.
Ma io lo so chi è Mark Lanegan
Ritorna William Elliott Whitmore, e questa volta lo senti che è speciale. Pur avendo continuato a incidere dischi con una certa strana regolarità (fino a tutto il 2006 al ritmo di un album e un EP a semestre, roba che manco i Kiss dei tempi d’oro, poi nulla fino al 2009 di Animals in the Dark), il mandriano dell’Iowa (che di per sé è come dire il meccanico di Detroit, ce ne rendiamo conto) non era più riuscito a raggiungere i picchi di pura, cristallina, incontaminata devastazione emotiva dell’immortale Ashes to Dust, ancora oggi e per sempre uno dei dischi più belli e strazianti degli anni Zero (e prima, e dopo, e oltre). Certo, qualche zampata da giovane vecchissimo leone ancora riusciva a piazzarla (Dry su Song of the Blackbird, che riprendeva il discorso esattamente da dove era stato interrotto alla fine di Ashes to Dust, There’s hope for you su Animals in the Dark, sorta di Love will save you ma campagnola e giusto un pelo meno amara) ma erano episodi isolati se si considera quanto i dischi prima fossero capaci integralmente di strapparti l’anima e farla a pezzetti con giusto qualche giro di acustica o banjo e il rantolo di un ultracentenario in fin di vita col catrame al posto del sangue nelle vene. Già, perché poi più passavano gli anni più la voce di Whitmore si normalizzava, ringiovaniva perfino, come una specie di Benjamin Button però bravo a scrivere canzoni che ti lacerano il cuore; fino al 2005 pareva un incrocio tra Tom Waits, l’ultimo Johhny Cash e un tabagista immortale che aveva da poco oltrepassato la boa del primo millennio di età; ora invece è effettivamente la voce di un mandriano trentatreenne che magari apprezza pure whisky e tabacco da masticare, ma senza abusarne. Ma questo non rappresenta più un problema dal momento in cui l’ispirazione dell’uomo torna ai livelli stellari di una volta: i due pezzi in streaming in anteprima dal nuovo, laneganiano Field Songs (che esce il 12 luglio, come il precedente ancora su Anti – ormai definitivamente la roccaforte certificata del vecchiume cool) dicono di una penna che affonda le radici fino alla carne e al sangue della tradizione, ridefinendo il concetto stesso di americana con la sola forza di una chitarra e dell’aria che passa attraverso le corde vocali. Sono canzoni senza tempo, che sono state scritte oggi ma potrebbero esser state scritte duecento anni fa o dopodomani che comunque la loro potenza rimarrebbe esattamente la stessa in ogni caso (magari al netto del costante cinguettio di uccelli registrato in sottofondo che alla lunga diventa leggermente fastidioso, almeno per chi come me vive in città e preferisce il rumore del traffico); canzoni che possono essere apprezzate anche se non avete mai visto una mucca in carne e ossa, non avete la minima idea di come si faccia a dissodare un terreno e dove vivete ci sono giusto i giardini pubblici. Se tutti i rednecks fossero come William Elliott Whitmore probabilmente il mondo sarebbe un posto un poco migliore (o perlomeno in giro ci sarebbe musica molto più bella).
Annullato il Raze It Up festival
Pronto, sono Dee’Mo…
oh ragazzi, ma che cazzo sta succedendo?!?
boh, fatemi sapere… tutti pazzi proprio… ciao.
Nelle ultime ore il delirio. Sulla pagina facebook ufficiale degli Onyx compare il seguente messaggio:
ATTENTION TO ALL ONYX FANS GOING TO THE FESTIVAL IN BOLOGNA JULY 2ND! There will not be ONYX in the festival because the organizers of the event keep ignoring us and giving us fake excuses for weeks until now!
Segue una amara twittata di Speaker Dee’Mo:
Alla fine il Raze It Up è saltato. No Snoop, no Doom, fine. Un altra storia italiana. Amen
Più tardi ancora gli Onyx rincarano la dose:
No ONYX because of the organizers of this concert!!! they keep not answering us! We want our fans to know!
Dagli organizzatori nessuna notizia, comunicato o segnale di vita, a parte l’aver cancellato dalla pagina facebook dell’evento i commenti più irrispettosi (pratica del tutto inutile peraltro, visto che tempo qualche nanosecondo e la mole di commenti inviperiti è a dir poco triplicata). Muore così, ancor prima di nascere, il tentativo di portare a Bologna un festival hip-hop su larga scala, con nomi di prima grandezza, una serie di esclusive (Snoop Dogg in data unica, DOOM per la prima volta in Italia) e il meglio della scena italiana (per quanto, Co’Sang a parte, siano sempre i soliti sospetti: Kaos, il Colle e praticamente nient’altro). Quali che possano essere le cazzate commesse a livello gestionale, alla fine quel che resta è comunque la tristezza per l’ennesima buona occasione buttata nel cesso e nemmeno sai il perché. Un altro chiodo nella bara della scienza doppia h.
Still not loud enough, still not fast enough.
Il nostro sodale/amico/compagno Reje non fu tenerissimo con Evolution Through Revolution. La ragione è che la produzione del disco seguiva il canone ultra hi-fi di quel genere di produzione pro-tools moderna e bombastica che ha massacrato il metal in ogni sua forma (nota a parte: quando è iniziato questo scempio? A me vengono in mente i Killswitch Engage, ma forse mi sbaglio. Scrivetemi un commento o una mail). Probabilmente è vero, o forse no. Dentro Evolution Through Revolution c’è forse uno degli ultimi gridi d’allarme del metal (paradossalmente) classico, il rantolo furioso del vecchio che avanza (old is the new young, come nel retro della mia maglietta dei Nomeansno, che è l’equivalente poi di un Kevin Sharp che sale sul palco a Cervia e chiudendo pollice e indice dice “We’re Brutal Truth and this is grindcore“, facendomi piangere poco prima di travolgermi con il più bel concerto a cui abbia mai assistito). Reje parla di un disco pensato per le nuove generazioni di metallari, ma sotto il palco durante i tour ci sono vecchi bacucchi, nostalgici di un’epoca in cui non servivano pantaloni oversize o frangette per essere osservanti e panzoni alcolizzati ancora in botta per la vita. La musica dei Brutal Truth in ETR è riuscita in qualche modo a fondere le tendenze che la governavano dall’interno e dall’esterno e ributtarle fuori con il pragmatismo schifato di cui il gruppo è maestro indiscusso, e si è resa diversa non solo da tutto il resto, ma anche da se stessa. Probabilmente dico cazzate, ma mi ritrovo a riascoltare spessissimo –e sempre con estremo piacere- l’ultimo disco dei quattro newyorkesi e a ritrovarci ogni volta un altro me stesso, e se è vero che ultimamente mi ritrovo nella maniera e nella retroguardia MOLTO più di quanto mi ci potevo ritrovare a diciannove anni, d’altra parte ogni nuovo ascolto di ETR dà conto di quanto i Brutal Truth siano NECESSARI al sostentamento del metal e dell’accacì o di qualunque altra cosa siano diventati oggi.
L’ulteriore e non-necessaria conferma alla cosa viene da una sola traccia smerdata che è possibile ascoltare soltanto nel profilo Facebook della band, al prezzo di un clic sul bottone “mi piace” (almeno credo, io li ho fan-izzati il giorno dopo essere entrato su facebook tipo). I Brutal Truth, chitarrista a parte, sono gli stessi che mettevano le foto dei pescatori che uccidevano le foche a bastonate nel loro primo disco. Musicalmente sono quelli che sono diventati dal ’94 in poi, solo un po’ più metal. Il pezzo si chiama End Time e sarà inclusa nel disco che uscirà a fine settembre: stesso titolo, stessa etichetta, stessa formazione dell’ultimo lavoro. La tracklist (23 pezzi, uno in più di Sounds of the Animal Kingdom) è qua sotto, e solo a leggere i titoli vien voglia tipo di scendere in piazza a menare i fasci a mani nude.
- Malice
- Simple Math
- End Time
- Fuck Cancer
- Celebratory Gunfire
- Small Talk
- .58 Caliber
- Swift And Violent (Swift Version)
- Crawling Man Blues
- Lottery
- Warm Embrace Of Poverty
- Old World Order
- Butcher
- Killing Planet Earth
- Gut-Check
- All Work And No Play
- Addicted
- Sweet Dreams
- Echo Friendly Discharge
- Twenty Bag
- Trash
- Drink Up
- Control Room
the INDIENOVELA issue
La formazione del Teatro degli Orrori aveva dato i primi segni di scossoni all’indomani dell’uscita del secondo disco, con Favero che aveva smesso di suonarci dal vivo –per un certo periodo s’è parlato di un ingresso in pianta stabile come chitarrista degli Zu, di cui era già fonico fisso dal vivo (e con i quali aveva registrato Carboniferous), ma non se n’è fatto niente. Nel Teatro degli Orrori era entrato Bologna Violenta, e sembrava un po’ tutto come se fosse diventata la backing band di un Pierpaolo Capovilla sempre più lanciato verso l’informale status di Jean-Paul Sartre dell’indie italiano.
*a proposito di backing band, nella performance in playback di Pezzali a Quelli che il Calcio compare come bassista Matteo Lavagna, il bassista dei Disco Drive che aveva rimpiazzato Pomini*
*un’altra cosa piuttosto figa, parlando di Sanremo e cose simili, è che sul palco dell’Ariston con Anna Oxa c’è finito il chitarrista/cantante degli Aidoru*
Nel frattempo pare che il Teatro sia tipo esploso: si parla di una serie di sommovimenti che porteranno Capovilla a licenziare quasi tutto il gruppo, con uno strascico di polemiche piuttosto intenso e dichiarazioni del tipo “non sono mai stati un gruppo” da parte di alcuni degli epurati. Niente di concreto finchè non è uscito un post nella bacheca Facebook dell’uomo. Il quale, nel frattempo, sta portando in giro un reading (Majakowski, probabile sottotitolo territorio confinante tra nirvana e sclero), con musiche a cura di Giulio Favero, che in tutto questo tempo pare non avere perso i contatti con la band: si rifà vivo come bassista di One Dimensional Man nel tour performing You Kill Me, e qualche giorno fa arriva anche la notizia di un disco nuovo all’orizzonte. Tornando al messaggio, pare esserci stata una sorta di epurazione che lascerà il Teatro degli Orrori (volutamente) in mutande con una formazione a tre per la realizzazione del nuovo disco: Capovilla, Favero e Mirai. In altre parole è stato cacciato via anche il batterista matto con gli occhi fuori dalla testa, probabilmente l’elemento più valido e caratteristico del gruppo e/o il secondo più grande batterista italiano in attività.
Paradossale in tutto questo il fatto che –file under LOLLONI- il primo più grande batterista italiano, vale a dire Jacopo Battaglia, abbia mollato Zu e si sia unito come turnista nientemeno che ai Bloody Beetroots, i quali hanno collaborato con il Teatro nel brano più brutto e noioso dell’ultimo disco (già abbastanza brutto e noioso di suo: nei primi ascolti ci si poteva tirar fuori del buono, poi è rimasto lì); questo dopo aver tentato la strada della dance adulta con Mooro –progetto che dà l’idea di essere in animazione sospesa senza manco aver prodotto un disco, davvero un peccato. Nel frattempo non è più chiarissimo se Zu continueranno a suonare come e quanto e quando e soprattutto con chi, dopo il tour d’addio a Jacopo. Il tutto, letto e sentito in un paio di settimane al massimo, dà l’idea di stare in un giro di amici di paese in cui l’evoluzione dei rapporti sociali è deputata alla volontà di scoparsi le ex fidanzate e gli ex fidanzati degli altri amici, come in una specie di ruota delle reincarnazioni. Come in queste situazioni il grado di romance è sempre più basso e meno credibile ad ogni nuovo incrocio, nella segreta speranza che si trasferisca qualche ragazzina da fuori a seminare un po’ di ormonella e mettere il pepe al culo alla gente (nel caso specifico probabilmente gli Aucan). L’unica cosa che sembra chiara, al momento, è che per sperare di ricavare altro indie-rock peso di rilievo dall’Italia sembra sia DAVVERO ora di concentrarsi su altre cose/persone/gruppi. Il che, nei giorni dell’uscita di un album di Anna Karina che testimonia un gravissimo caso di sindrome di Emidio Clementi, fa cagare addosso dalla paura.
(dimenticavo: l’immagine ovviamente l’ho rubata a Scarful)
Piccoli fans: TERMINAL HZ
Terminal Hz è il titolo del brano che chiude il cibernetico EP NAI-HA, siamo nel pieno del periodo amerikano degli Zeni Geva e il pezzo suona come un clash incestuoso tra Ministry e Cop Shoot Cop molestati da un pluriomicida in libera uscita durante la visione coatta di Tetsuo da un globo oculare e Il Tagliaerbe dall’altro: è il 1992 e il futuro non è mai sembrato così vicino, mentre il presente sta bruciando. Non molto tempo dopo inizia il sodalizio del leader KK Null con David “Candlesnuffer” Brown, autentico luminare della chitarra preparata nonché veterano della scena improv australiana dalla metà degli anni settanta fino ad oggi (particolarmente apprezzato da chi se ne intende il recente supergruppo improv Pateras/Baxter/Brown); i due collaborano perlopiù scambiandosi per posta i nastri su cui si sovraincidono a vicenda, creando una fitta serie di textures atmosferiche altamente alienanti, spesso ben oltre l’ambient isolazionista più tetro e preso male. Nel 2000 parte delle sessions viene raccolta in Terminal Hz (ehi, chissà dove ho già sentito questo nome…!), pubblicato da Ground Fault come KK Null/David Brown (e classificato “serie II” su tre livelli di molestia); in poco più di mezzora viene srotolato un catalogo di suoni e situazioni virtualmente sterminato, dalla musica concreta al noise più brutale, dai microsuoni infinitesimali al rimbombare austero di funerei drones, un viaggio nelle pieghe più oscure della sperimentazione sonora ipnotico come un Godfrey Reggio sotto acidi e vivido come un sogno lucido.
La collaborazione a distanza continua, ben lungi dall’esaurire la spinta propulsiva verso l’abbattimento di steccati e il raggiungimento di orizzonti sempre nuovi, anche se la distanza fisica consente al duo di riunirsi soltanto sporadicamente per una breve serie di rarissimi concerti perlopiù in Australia; ora Terminal Hz è diventato un gruppo a tutti gli effetti con l’inserimento in pianta stabile di Sean Baxter alla batteria, un album – Behind the Signal – in uscita e, finalmente, un tour europeo. Che passa anche per l’Italia, dove KK Null ha un conto in sospeso dopo la data-farsa all’Atlantide con gli Zeni Geva lo scorso aprile. Queste le date, non perdeteli.
16 febbraio, Tetris (Trieste)
17 febbraio, United Club (Torino)
18 febbraio, Perditempo (Napoli)
19 febbraio TBA












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