DISCONE : IL MURO DEL CANTO “L’AMMAZZASETTE” (Goodfellas) ovvero FATECE LARGO CHE PASSAMO NOI
Fino all’eccellente esordio degli Ardecore nessuno aveva anche solo ipotizzato che la musica folk romana avesse qualche possibilità in ambito indie e dintorni. Voglio dire, frasi come ”Ma che cce frega, ma che cce importa se l’oste ar vino c’ha messo l’acqua” sono quanto di più lontano dall’universo indie, frequentato da gente che spesso riesce a fare discorsi seri persino sugli Arctic Monkeys. Tant’è, sdoganate queste sonorità presso certo pubblico, i citati Ardecore hanno intrapreso un discorso musicale che, pur lasciando Roma sullo sfondo, li ha portati più lontani dal folk della capitale e dalle reinterpretazioni dei classici dell’esordio, ma chi avesse nostalgia di un approccio più popolare e diretto ha finalmente trovato un disco notevole. Dopo un ottimo ep (le cui canzoni sono qui riproposte in versione più curata) il gruppo Il Muro del Canto ritorna con il primo full che mantiene le promesse, grazie a quindici canzoni originali tra folk e rock di livello medio altissimo. A scanso di equivoci, segnalo che la tradizione romana qui riletta non è quella (rispettabilissima, per altro) fatta di cori da osteria – che a volerla trovare, fa capolino giusto in qualche brano – ma quella più amara e intrisa di realismo spesso brutale affrontato con la dignità degli ultimi. Non mancano ghost stories commoventi (La stupenda “Parla cò me“), rievocazioni dei bombardamenti della seconda guerra mondiale (“San Lorenzo“), amori traditi o mai nati, racconti di poveri cristi e via dicendo. Come accennato prima, l’approccio è molto diretto e popolare, ma questo non deve far pensare a un disco poco curato, anzi, il lavoro dei musicisti è più che valido e le canzoni sono veramente ben scritte e ben suonate, con un plauso anche ai testi che fanno risaltare lo spirito del miglior modo romano di fare canzone. Siamo all’inizio, ma per me un disco da top10 per il 2012 già c’è.
(“Er Doom”)
piccoli fans: HIPURFORDERAI – 2011 ODISSEA NEL NATALE
Io durante le feste non apro mai se sento suonare il campanello perchè ho paura di trovarmi di fronte ad un boy-scout di trentaquattro anni che mi canta in faccia il repertorio cattofascista sulla neve che scende, bambini nati da falegnami littori e lobbysti venuti da lontano portando in dono la refurtiva di un colpo grosso ad un Compro Oro di Albignasego.
E generalmente per gli stessi motivi non scarico nemmeno le compilation da sottobosco con le cover dei suddetti canti naziecumenici fatte con le fisarmoniche distorte e roba così. Però c’è un appuntamento fisso col fastidio, quello volutamente così brutto e insopportabile da farti apprezzare anche la neve finta dei centri commerciali, a cui non mi posso sottrarre da qualche anno a questa parte: sto ovviamente parlando dei dischi natalizi di Hipurforderai, che è un tizio di Genova che si chiama Daniele Guasco (scrivo nome e cognome che magari i suoi datori di lavoro googlano e finiscono ad ascoltare le sue cose). La storia è molto semplice: creare un collage posticcio e surreale di suoni preset, VST, effetti analogici, immondizia audio e di impastarla con spezzoni di dialoghi presi da film, spot pubblicitari, le strappone dei canali porno regionali, audiolibri il più trash possibili o comunque funzionali al raggiungimento del disagio desiderato, praticamente è l’equivalente coi rumori di quello che fanno quegli scultori che saldano pezzi e rottami a caso adocchiati dal robivecchi. Se vi sentite abbastanza curiosi vi consiglio di recuperare i due dischi (La peggior mezz’ora della vostra vita e Il pop ai tempi del colera) usciti per Marsiglia e di conseguenza vi consiglio di rovinare le feste agli altri ascoltando lo SPECIALE NATALIZIO di quest anno che si intitola appunto 2011 Odissea nel Natale e che si può liberamente scaricare QUA
DIME CAN, MA NO ITALIAN #1 – Storm{o}
Ghe xè poco da fare quando insieme all’onore supremo de essere discendente de un popolo barbaro che el gà fatto scempio delle carogne meze fighete de qualche pescadore etrusco ti ghè la sventura de esser nato montanaro: per mi che stago in campagna anche i 325 metri sul liveo del mare de Feltre i xè alta montagna. Ansi, dovunque no ghe sia la possibilità de far stare in orizzontal un Landini in folle xè montagna. Comunque el lato positivo xè che soprattutto col rifiuto del mondo civile -ragion per cui la xente che abita in montagna la xè mina tanto normal- nasse la vera cativeria, el morbo dell’infelicità che te fa vegner voia de andare ai concerti con altra xente matta de montagna, col muso pien de fero, a urlar robe a caso e finir pien de pacche a dormire sul marciapiè perchè questo se fa quando te voi sonar el scrimo e l’arcòr e questo l’è esatamente l’effetto ca fa ascoltare un disco dei Storm{o}.
Nati come na mucià de roba boscarola ma tranquila iè finì col diventare infermabili e inverì come quattro can da caccia dopo siè ore de viaio sul retro de un pickup Lada e, co l’Ep omonimo del 2007, xè rivà anca l’affetto insieme al disagio sentìo e condiviso dalla scena tutta. L’ultima roba ad essere vegnua fora xè uno split da sete polici insieme ai Icon Of Hyemes e l’è uno dei dischi mejo del 2009: la prova inconfutabile dell’ultima affermasion xè che ghè un toco storico che se ciama Inconsiderata Putrefazione (che el ghiera anca dentro l’EP del 2007 ma stavolta se sente meio perchè el disco l’è registrà ben e no dentro na malga) e sona più o meno come sonaria i Converge sotto pastiglioni bei grossi o come i primi Primus velocisà al 87,3% e con meno adenoidi. Mension d’onore per l’aver girà dal vivo insieme a la roba più bela della scena desìo-urlo-matità come Ramesses, Morkobot, Lento, A Flower Kollapsed e per essere stà sul palco de che la budela rovente dell’Ultimo AntiMTV Day. I sarà pure fermi col sonare e i avrà ancà registrà poca roba, ma ghesboro mi bisogna ca me li scolta almanco na volta all’ano, tipo sotto Nadale quando el resto del mondo tira fora el solito cofaneto marso de Sufjan Stevens.
NOTA DEL CURATORE: Nel suo continuo impegno sul campo alla ricerca delle radici cristiane del nostro popolo, bastonate.wordpress.com arruola un nuovo autore tra le fila. si fa chiamare tutancamion, lo trovate (spoiler) in giro per altri posti a nome Alex Grotto e l’ho convinto a parlarci nella sua lingua natale di cose che succedono in posti in cui la lingua natale è la sua. La rubrica si chiama DIME CAN MA NO ITALIAN perchè l’avevo visto scritto una volta su un muro in un paesello nel padovano. (kekko)
Piccoli fans: SANDRO CODAZZI
In caso ve lo foste chiesti (io sì), Sandro Codazzi non è uno pseudonimo ma il suo vero nome. Ticinese, la stessa età di Cristo quando venne messo in croce, esteticamente si presenta come un perverso incrocio tra Michel Vaillant e il tizio dei Daft Punk col casco più appariscente dei due; musicalmente è un clash impazzito tra Jean-Michel Jarre, i Pet Shop Boys più arroganti e strafatti di popper, i Dopplereffekt del fondamentale Gesamtkunstwerk e naturalmente Giorgio Moroder, badilate di Giorgio Moroder come se non ci fosse un domani. L’esordio omonimo su Musica di un Certo Livello è uno stupefacente, coloratissimo florilegio di struggimenti tutti italo e allucinanti visioni cocainiche da scenografia di un programma Fininvest a caso però virato spaziale, tipo dentro l’astronave di Alien: meraviglie analogiche e glaciali soundscapes digitali, luci abbaglianti e oscurità insondabile. Tastiere plasticose evocano flash di raggi laser nell’aria satura di sudore di dancefloor fuori dal tempo, voci deumanizzate recitano con pathos da automa filastrocche apparentemente senza costrutto stile Glamourama di Photek ma ancora più spietatamente nonsense, su tutto un senso di spleen disperato e disperatamente carnale che emerge in maniera anche insostenibile. Se Alexander Robotnick avesse sofferto di depressione bipolare, probabilmente invece di Problèmes D’Amour avrebbe scritto pezzi come Aftermath o Martesan; se casanova Sebastien Tellier alla svolta pornesco-faustopapettiana dell’ineffabile Sexuality avesse aggiunto come ulteriore elemento un’insana passione per le automobili di classe medio-bassa, il risultato sarebbe stato molto simile invece a Sex in the Kadett, Uno Turbo I.E. o Android Ritmo Abarth, mentre The Performer è nientemeno che l’unico upgrade possibile dell’irraggiungibile – e altrimenti inimitato – dittico Pornoactress/Pornoviewer del temibile negro pazzo Gerald Donald, e già questo da solo basterebbe a proiettare istantaneamente Codazzi nell’Olimpo dei grandi visionari. Il mixaggio ad opera di Cristiano Disciplinatha Santini e un artwork a dir poco sinistro (grafica e font da titoli di testa di Driven alternati ad austeri ritratti del pilota gentiluomo Elio De Angelis, morto nel 1986 in seguito a un incidente tra i più gravi mai occorsi su un circuito di Formula 1) completano uno dei dischi più ipnotici e perturbanti intercettati negli ultimi anni.
Piccoli fans: CRASH OF RHINOS
La prima volta che senti quei gruppi lì pensi che sia la cosa a cui Gesù stava pensando quando ha inventato l’elettricità. Ognuno naturalmente ha il suo preferito: Mineral, Van Pelt, Braid, Cap’n'Jazz e dio solo sa quanti ne potrei citare (non moltissimi, in effetti: la decina di nomi che mi è servita nel corso degli anni a non sembrare un completo ignorante in materia). Quello che è chiaro è che l’indierock va fatto in questa maniera qua: il suono come lo pensa Bob Weston, la musica scritta apposta per esser suonata ad alto volume, manco un secondo di mestiere o di intimità. Oggi uno si ferma un attimo e si ritrova con trentatrè anni in groppa, la pancia che sborda dai pantaloni, i debiti in banca e un problema con l’alcool. La musica che ascoltiamo oggi sta a quella di allora come la fotocopia della fotocopia della fotocopia della fotocopia della fotocopia della fotocopia sta all’originale con marca da bollo. Crash Of Rhinos invece esce con un disco pensato e realizzato per lasciare a bocca aperta un fanatico di emocore o indierock del ’98. Esce nel 2011, e per come girano le cose oggigiorno verranno seppelliti a forza di leak. Jacopo FBYC + Febio, nel loro blog, raccontano una possibile cronistoria del tutto. Aggiungono dettagli sulla musica, riferimenti a iosa e un camion di fotta (il resto non serve a molto). Se volete riferimenti cerco di ridurre il tutto a tre nomi: Mineral, June of 44, primi Soul Asylum. Funzionano bene solo se li combinate. Il bello dell’internet, comunque, è che potete skippare la parte in cui io cerco di darvi un’idea e passare direttamente all’ascolto con lo streaming su bandcamp, che se dio vuole riuscirò ad embeddare poco sotto. Probabilmente tra un po’ avrò cambiato idea, ma adesso come adesso ne sono convinto: lo stavo aspettando da almeno dieci anni. Il disco fisico esce su Triste.
Piccoli fans: TERMINAL HZ
Terminal Hz è il titolo del brano che chiude il cibernetico EP NAI-HA, siamo nel pieno del periodo amerikano degli Zeni Geva e il pezzo suona come un clash incestuoso tra Ministry e Cop Shoot Cop molestati da un pluriomicida in libera uscita durante la visione coatta di Tetsuo da un globo oculare e Il Tagliaerbe dall’altro: è il 1992 e il futuro non è mai sembrato così vicino, mentre il presente sta bruciando. Non molto tempo dopo inizia il sodalizio del leader KK Null con David “Candlesnuffer” Brown, autentico luminare della chitarra preparata nonché veterano della scena improv australiana dalla metà degli anni settanta fino ad oggi (particolarmente apprezzato da chi se ne intende il recente supergruppo improv Pateras/Baxter/Brown); i due collaborano perlopiù scambiandosi per posta i nastri su cui si sovraincidono a vicenda, creando una fitta serie di textures atmosferiche altamente alienanti, spesso ben oltre l’ambient isolazionista più tetro e preso male. Nel 2000 parte delle sessions viene raccolta in Terminal Hz (ehi, chissà dove ho già sentito questo nome…!), pubblicato da Ground Fault come KK Null/David Brown (e classificato “serie II” su tre livelli di molestia); in poco più di mezzora viene srotolato un catalogo di suoni e situazioni virtualmente sterminato, dalla musica concreta al noise più brutale, dai microsuoni infinitesimali al rimbombare austero di funerei drones, un viaggio nelle pieghe più oscure della sperimentazione sonora ipnotico come un Godfrey Reggio sotto acidi e vivido come un sogno lucido.
La collaborazione a distanza continua, ben lungi dall’esaurire la spinta propulsiva verso l’abbattimento di steccati e il raggiungimento di orizzonti sempre nuovi, anche se la distanza fisica consente al duo di riunirsi soltanto sporadicamente per una breve serie di rarissimi concerti perlopiù in Australia; ora Terminal Hz è diventato un gruppo a tutti gli effetti con l’inserimento in pianta stabile di Sean Baxter alla batteria, un album – Behind the Signal – in uscita e, finalmente, un tour europeo. Che passa anche per l’Italia, dove KK Null ha un conto in sospeso dopo la data-farsa all’Atlantide con gli Zeni Geva lo scorso aprile. Queste le date, non perdeteli.
16 febbraio, Tetris (Trieste)
17 febbraio, United Club (Torino)
18 febbraio, Perditempo (Napoli)
19 febbraio TBA
piccoli fans con nomi stupidi: TIMES OF GRACE
Sapete che se cercate TIMES OF GRACE su google la prima cosa che esce NON E’ il disco dei Neurosis? In realtà, a parte le immagini, non sta nemmeno sulla prima pagina. Il motivo è che è uscito da un paio di settimane il disco d’esordio di un gruppo che ha avuto le palle di chiamarsi appunto TOG. Nientemeno. Anche su Wiki viene prima il gruppo del disco. Così niente, me li ritrovo in homepage sul sito di Roadrunner mentre cerco qualche info su un’altra cosa che sto non scrivendo, e c’è questa copertina con paesaggio di collina a colori sbiaditi, e insomma fiuto odore di post-Isis, mi prendo bene senza nessuna ragione e decido di prendere informazioni sulla cosa. Google non è prodigo di soddisfazioni, anyway: scopro che è il side project di uno dei Killswitch Engage, cioè uno dei problemi principali del rock dal 2000 in poi. Occristo, mi dico. un disco post-doom-core da una costola dei Killswitch Engage e poi le ho davvero sentite tutte. Rallento il battito cardiaco ed aggredisco il mio destino. Sfortunatamente il disco, che si chiama The Hymn of a Broken Man (niente battute, grazie), è una semplice ciofeca prog-metalcore di terza categoria con certi momenti di tapping assoluto che sarebbero andati a noia anche al pubblico del Wacken ’99 -oppure parafrasando mieloso post-grunge freddo e calcolato ma caloroso sotto alla crosta eccetera, tra l’altro c’è un casino di chitarra acustica. L’unico mio problema ovviamente è il moniker. Cioè tu DAVVERO puoi continuare ad incidere cose di questo tipo per il resto della tua esistenza, facendoti crescere la frangia in santa pace e rimorchiare pacchi e pacchi di figa bianca minorenne con gli occhi bistrati a livelli berlusconiani senza mai incrociare la mia strada, ma perchè devi farlo a nome Times Of Grace?
piccoli fans + download illegali: HAVAH – Adriatic Sea No Surf
“L’ideale sarebbe avere un nome un po’ storto, così quando lo cerchi su Google esce fuori subito e non si devono sbattere” (cit.)
Havah è un progetto sh^^gaze che fa capo a Michele Camorani, che sarebbe il batterista de La Quiete e il tenutario di Serimal, oltre che coinvolto a vario titolo in cose tipo Raein e/o insomma, quasi tutto quello che è esistito di figo nel postpunk italiano dal 2000 in poi. Havah è la sua cosa pop, ed è fatta di una serie di riverberi devastanti su canzoni appena abbozzate che sembrano la versione sh^^gaze dei Fuckemos, i quali se non lo sapete sono il miglior gruppo mai esistito. Nel senso di voce impastata bassissima, forse un po’ più funebre. Le uniche due cose che si trovano in rete al momento sembrano essere il myspace del gruppo e un bel post-fiume di Jacopo FBYC. Sia nell’uno che nell’altro caso viene postato il link al mediafire del primo disco, registrazione casalinga autoprodotta e gratuita -che è l’unico modo di fare queste cose, o magari siete fan dell’ultimo Wavves e io non voglio avere a che fare con voi- intitolato Adriatic Sea No Surf, che riporta le lancette indietro di un paio d’anni (o di decenni, a seconda di quale prospettiva vogliamo usare) ad un’epoca in cui tutto era puro incontaminato e sembrava che queste cose le avessero potute fare tutti. Fermo restando che qualcuno le fa meglio di altri, che Adriatic Sea No Surf è un disco FIGO. Che v’aspettavate, abbiamo pure citato i Fuckemos. Altre cose che potremmo citare sono Sisters Of Mercy, Banjo Or Freakout, Joy Division, Descendents, Evan Dando, persino certo Doug P, i Mats e svariati altri nomi a casaccio. L’altra settimana ha suonato a Forlì e me lo sono perso per cose di lavoro. Speriamo torni alla carica a breve. Lo farà.
piccoli fans: THE CORIN TUCKER BAND
Amo la donna qui sopra. Lo so che è un clichè parlare di una cantante rock e iniziare con “amo”, peraltro non è nemmeno vero. Amo solo i dischi che ha fatto, la sua voce, le sue canzoni e il fatto che sebbene uscita fuori da tutto il giro Olympia/riot grrrls/KRS sia riuscita, assieme al suo gruppo, a destreggiarsi in giro per l’indie rock più classicheggiante senza strafare nè alzare la testa manco per un secondo, tenendosi a galla per abbastanza tempo da riuscire ad imporsi come una delle -boh- band più importanti del nostro tempo.
La corsa delle Sleater Kinney è stata emozionante e stracarica di musica meravigliosa. Si è interrotta nel 2006, un annetto dopo l’uscita del loro capolavoro di studio (The Woods, prodotto da un Dave Fridmann in stato di grazia). Lo split delle Sleater Kinney ci ha lasciato con le braghe calate e un vuoto etico/estetico che nessuna rock band di donne ha avuto modo, capacità o voglia di andare a colmare, in ottemperanza al bisogno di inutilità e assenza di mordente nell’indie odierno. Verso l’inizio di quest’anno c’è stato anche un po’ di chiacchiericcio intorno a una possibile reunion, qualcuno che parlava di discorsi che qualcun altro aveva fatto su una possibile intesa nel lungo periodo. Non ho idea di che cosa stesse alla base dello split, mi piace pensare che la band si sia semplicemente sentita incapace di fare meglio e non abbia voluto cedere al giochetto della routine ad ogni costo. Che dopo sette dischi è un bel dire.
La donna sopra si chiama Corin Tucker. è la cantante/chitarrista delle Sleater Kinney, ha un passato da riot-grrrl lesbica di stretta osservanza e una decina d’anni di carriera da moglie/madre. Scrive canzoni di qualità superlativa. Tra un paio di mesi uscirà su Kill Rock Stars il primo disco della Corin Tucker Band. Assieme a lei suonano un ex Golden Bears e Sara Lund degli altrettanto seminali Unwound. Il disco è descritto come il prodotto di una mamma di mezza età. A giudicare dal primo pezzo messo in download nel sito di KRS, sarà un grande disco di artigianato indierock a volume alto. Probabilmente no. Ma io intanto mi sento talmente bene che manco m’avessero detto che si riformano i Quicksand.










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