MATTONI issue #4: Shellac

Nel ’94 Shellac è un gruppo noise (o qualunque altro sinonimo vogliate trovare) ai confini con il rock’n’roll, diretto e basilare, con pezzi stile mordi-e-fuggi di due o tre minuti e magari la tiratona quasi-psichedelica Il Porno Star che chiude l’ormai classico At Action Park (1994) e che probabilmente suona ancor oggi come il loro pezzo più memorabile. Fino al ’98 Shellac continua ad essere percepito come una sorta di spin-off di Steve Albini, non pubblica dischi e non si sbatte manco un po’ per stare al centro dell’attenzione. Poi, quasi in sordina, esce il secondo album della band, che incidentalmente festeggia il duecentesimo titolo nel catalogo Touch&Go. Il disco si chiama Terraform e si apre con un mattone di dodici minuti che occupa quasi tutto il lato A dell’LP, intitolato Didn’t We Deserve a Look at You the Way You Really Are.

La traccia si costruisce quasi esclusivamente su un pachidermico ed immobile giro di basso in tre quarti, una cosa davvero MOLTO ripetitiva e tediosa, su cui per cinque minuti la batteria di Todd Trainer accompagna con la solita essenzialità e senza improvvisare trucchi di sorta; l’unico fattore di imprevedibilità è qualche rumorino di fondo della chitarra di Steve Albini, che bofonchia a mezza voce il solito testo nonsense ed oscuro. A metà traccia c’è un momento di rock, buttato quasi a caso sulla batteria che raddoppia il passo e sulla chitarra che doppia la parte di Weston, poi tutto torna alla normalità. Al settimo minuto il basso tace per un singolo break, poi si ricomincia tutto uguale. La batteria raddoppia il passo un’altra volta a ridosso del nono minuto, ma tutto torna alla calma, con Steve che continua a bofonchiare e a fare cose a caso con la chitarra, fino a un finale con dieci secondi di “rock”. Didn’t We Deserve è il pezzo più fuori asse dell’intera produzione Shellac, una sorta di alieno che partorirà un solo alieno all’interno della band (The End Of Radio, la traccia che apre Excellent Italian Greyhound, comunque molto più carica e aperta all’improvvisazione) e praticamente nessuno al di fuori, nonostante per certi versi l’ossessività di cui è ammantata si propone fin da subito come una sorta di programmatica coscienza sporca del postrock chicagoano così in voga nello stesso periodo –ma per quasi tutti Didn’t We Deserve e il disco in cui è contenuta solleticheranno critiche tiepide e finiranno per diventare l’informale album minore di Shellac.

Quest’oggi Terraform compie dodici anni. Nelle parole del nostro amico Delso, 12 anni sono importanti. Sei già nel pre-erotismo e vuoi un motorino.

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2 pensieri su “MATTONI issue #4: Shellac

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