DISCONE: Rangda – False Flag (Drag City)

Many centuries ago on the island of Java lived the witch queen Mahendradatta. When she was exiled from her kingdom for practicing her dark arts, she took revenge by using her witchcraft to spread chaos among the people. In defeat, she was transformed into Rangda, the demon queen of the leyaks. Rangda leads an army of witches in endless battle against Barong, the force of good. When witch-gods collide, it might sound something like this. Se mi fate girare i coglioni giuro che vi posto anche il resto del messaggio. Rangda è un gruppo freejazz (in senso buono) con le chitarre composto da Ben Chasny, Chris Corsano e Richard Bishop. Stanno girando l’Europa in tour in questo esatto momento, ovviamente nessuna data in Italia. Hanno fatto uscire un disco su Drag City, ed è una buona notizia -tendenzialmente Drag City rifiuta le minchiate freefolk senza senso attaccate a due nomi grossi, lasciando la cosa a un mercato di appassionati che si comprano le suddette minchiate senza ascoltarle prima né tantomeno dopo, probabilmente pensando che un giorno qualcuno entrerà nella loro cameretta e rimarrà impressionato. False Flag, invece, è proprio un bel cazzo de DISCONE. Per prima cosa è un disco scranno, ma un disco scranno vero, uno di quelli che vanno giù a botta dall’inizio alla fine e che possono essere incisi solo da dei convintoni che non riuscirebbero a fingere appartenenza manco in cambio di figa. Somiglia vagamente a certi Flying Luttenbachers, quelli con formazione a due chitarre e feedback altissimi, ma con un’attitudine meno gratuita e vagamente più classicheggiante. Si costruisce per la maggior parte del tempo su questi clangori blueseggianti sparati alla velocità del suono su cui Chris Corsano appoggia le “solite” parti di batteria matte e incazzose: per certi versi a volte sembra di sentire gli Unsane di Vandal X risuonati da un’orchestra da camera passata dentro a un fuzz, altre volte (tipo Serrated Edges) pare d’essere finiti dentro una sega mentale di Mick Barr, altre volte i tre prendono la via della psichedelia pesa e buttano nel cesso i quindici minuti finali di Plain of Jars a furia di raga ad minchiam. Dubito che riusciranno a dissuadermi dal mio target pre-estivo di sei dischi degli Husker Du al giorno, ma non è colpa loro. Domani c’è la festa della repubblica, mi infilo in spiaggia con un ghetto blaster e li faccio subire a tutti al massimo volume possibile.

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