tanto se ribeccamo: DOWNSET

anni in cui ti potevi vestire così e sembrare serio.

 

Che il rap-metal fosse un pacco si capiva anche dal fatto che (contrariamente a qualsiasi altro genere di musica rock violenta) c’era posto anche per le one hit wonder, i gruppi che arrivavano alle orecchie della gente con una singola canzone che nel nastro misto ti sfondava e quando andavi a sentire il disco, insomma, dieci pezzi uguali un po’ più brutti. Il caso più clamoroso sono gli svedesi o norvegesi ma credo più svedesi Clawfinger (quel pezzo con il bambino e l’incedere criptonazo TA-TA-TA-TA-TA-TA-DO WHAT I SAY), gli Urban Dance Squad di Demagogue citati da molti come gli indiscussi inventori del genere e nonostante questo conosciuti quasi solo per il successo del singolo Demagogue in uno dei loro dischi più orrendi, e gruppi tipo Manhole o Stuck Mojo e svariate altre centinaia se allunghiamo la storiografia fino al ’98 (HedPE, Powerman 5000, roba simile: ho tutti i dischi ovviamente). I losangelini Downset, quando sono usciti fuori, ce li siamo comprati tipo la versione senza tagli dei Rage Against The Machine: il padre del cantante fu ucciso in una sparatoria contro l’LAPD, il gruppo tirava dalle parti degli Slayer, il primo pezzo del primo disco era una roba torrenziale. Ve lo racconto. Il cantante, che si chiamava Rey Oropeza (lo dico nel caso in cui pensiate di essere gli unici con qualche scheletro nell’armadio), iniziava sussurrando anger/hostility towards the opposition una decina di volte, poi partiva la musica e lui continuava a ripeterlo incazzandosi sempre di più e alla fine iniziava a urlare come un pazzo con la voce bruciata e acutissima ANGER! ANGER! ANGER! ANGER! ANGER! ANGER!, e via di queste. Era davvero piuttosto intenso, veniva da chiedersi che cazzo gli avessero fatto, sembrava quasi cinema o comunque una ragionevole approssimazione della vita vera qualora la stessa fosse vissuta effettivamente in un posto nel quale bisognava difendersi dalle aggressioni, o cose così. Mercury ci aveva visto una gallina dalle uova d’oro, aveva piazzato la band sotto contratto e l’aveva spinta da subito come se dovessero diventare appunto i RATM o i Pantera o cose così. L’anno era il 1994. Purtroppo l’incanto dei Downset non andava troppo oltre il secondo minuto di musica: il pezzo è invecchiato com’è giusto che fosse, perfetta testimonianza di anni finiti con il tacito e colpevole consenso di tutti i presenti, in mezzo a qualche mixtape o ad aprire un disco fatto di dieci canzoni tutte più o meno uguali ad Anger ma senza quell’effetto sorpresa/incazzo della prima metà di Anger. Il resto della carriera del gruppo si svolge nel quasi completo disinteresse della critica e del pubblico. Il secondo Do We Speak a Dead Language?, una fotocopia del primo senza smalto né elemento sorpresa, continuò comunque a fare un briciolo di scalpore e permise al gruppo un ultimo giro di giostra in giro per festival estivi e cose così. Dopo qualche tempo il rapmetal era diventato roba da vecchi: i Korn s’erano inventati una roba un briciolo più complessa e laterale la quale aveva mandato seduta stante in pensione chiunque avesse una strofa rappata e un ritornello urlato, in favore di chi riuscisse a infilare nella musica più influenze esterne possibile. Questo per dire di quanto fossero solide le basi del genere, il quale non mancò di “risorgere” più patetico e vuoto e con la figa al posto delle menate politiche qualche anno dopo con i Limp Bizkit. Per i Downset era già troppo tardi, ovviamente: la ricollocazione di Mercury in seguito alla fusione Polygram/Seagram li lasciò senza contratto e il gruppo si separò per qualche tempo dal cantante per via dei continui scazzi (nello stesso periodo su qualche rivista metal lo lessi anche candidato a sostituire Zack de la Rocha nei RATM). Poi il gruppo si riforma e per un lustro vivacchia tra dischi nuovi (uguali ai vecchi, giusto un pelo più nu-metal). Quello dei Downset alla fine è il cammino più che onesto di un gruppo rock qualsiasi, fin troppo esposto e riconoscibile agli esordi per dar modo ai membri di riciclarsi e proseguire con la loro vita (figurarsi con la loro musica). Riascoltare un disco dei Downset è fattibile nella misura in cui siamo disposti a riguardarci certi film che ci avevano gasato da ragazzi senza alcun motivo (tipo boh, Pump Up the Volume) e a riderci sopra come se si stesse parlando di qualcun altro. Su Wiki imparo che il gruppo si è sciolto ufficialmente nel 2009.  Quest’estate faranno un giro in Europa, e davvero nessuno di noi sta più nella pelle.

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