castaldate.wordpress.com (NAVIGARELLA giugno 2013)

Kim Deal ha lasciato i Pixies, gruppo riunitosi in occasione della reunion dei Pixies, ponendo –speriamo- fine alla seconda vita del gruppo, il quale almeno ha avuto la decenza di suonare dal vivo per quasi dieci anni (evitando accuratamente, si dice, di incontrarsi ovunque a parte sul palco) senza mettere mano a un disco nuovo. Bravi Pixies.

Dall’altra parte del mondo si riuniscono quelle merde dei Replacements, fino all’annuncio della reunion uno dei miei gruppi preferiti. Era stato persino registrato un singolo-benefit, qualche tempo fa; ora sono in programma pochi concerti negli Stati Uniti. La reunion dovrebbe essere limitata ai soli Westerberg e Stinson, intendo lo Stinson che non è morto. Liberissimi di fare quello che vogliono col loro gruppo, liberissimi voi di fare quello che volete coi vostri soldi. I dischi comunque sono in catalogo, magari stanno pure in offerta su anazon.

Gino Castaldo ha pubblicato su Repubblica un pezzo ricattatorio sul fatto che gli italiani fanno schifo. Motivo: comprano solo i dischi di quelli usciti dai reality e si perdono un treno di gruppi fichissimi “da noi magari poco conosciuti, per non dire totalmente ignorati” , che all’estero fanno sfracelli. Esempio? Bloody Beetroots, Crookers, Benny Benassi, Aucan, Daniele Luppi, Blonde Redhead, Lacuna Coil. Il pezzo contiene diverse insinuazioni tra le righe volte a dare delle capre gli ascoltatori italiani (“l’esperienza dimostra che più si è coraggiosi, più si punta in alto, più c’è la possibilità di trovare un pubblico attento e disponibile. Ovviamente all’estero.”), ed è piuttosto brutto sentirsi dire da uno che sembra aver vissuto gli ultimi trentacinque anni in una caverna e usa definizioni tipo “metal rock” o “tecno punk”. Il prossimo capoverso cerca di sublimare: contiene cose basilari e stupide di cui chiunque capiti qui per caso è a conoscenza, tranne Gino Castaldo. Quindi è scritto per lui in seconda persona singolare ed in una tenue/ingiustificata tonalità di grigio.

Bella Gino. I Lacuna Coil, gruppo metal rock italiano, sono famosi e ben smerciati in Italia da una quindicina d’anni. Certo i numeri del metal rock (che non esiste, Gino, si chiama per convenzione metal e basta, oppure hard rock ma sono due cose differenti, magari approfondiamo nei commenti) in Italia non ti permettono in generale di vivere, ma questa cosa riguarda anche gruppi stranieri venduti poco o niente in Italia e tendenzialmente migliori dei Lacuna Coil (sul fatto del perché i gruppi metal in Italia vendano meno dei Pink Floyd, fatti un esame di coscienza tu). La stessa cosa riguarda il discorso di Daniele Luppi, cioè il fatto che tutto sommato faccia musica di nicchia coperta da un pubblico di niccha e che rimane sia in Italia che a livello internazionale di nicchia, nonostante abbia lavorato con nomi grossissimi. Voglio dire, Okapi è più bravo e meno prestigioso a livello internazionale (è una mia idea, non l’ho sottoposta al televoto). Se devi trovare un esempio di turnista italiano famoso ti direi di buttarti su Alessandro Cortini, che ha suonato con i Nine Inch Nails, un gruppo piuttosto famoso che musicalmente ingloba elementi sia del metal rock alla Lacuna Coil che del rock elettronico alla Aucan che del tecno punk alla Bloody Beetroots, e mi pare sia stato per qualche tempo pure nei Muse e nei fortunatamente dimenticati Mayfield Four. Vabbè. I Blonde Redhead sono un gruppo formato a New York da due musicisti nati in Italia, ma che hanno fatto i bambini in Canada. Dicono che Ernest Borgnine sia nato a Carpi, ma secondo me è statunitense. E Jonathan Clancy per me è italiano, per dire. Magari è un’argomentazione debole, ma anche volendo considerare i Blonde Redhead un gruppo diversamente statunitense, rimane il fatto che in Italia sono famosissimi da più tempo dei Lacuna Coil, sempre ovviamente rapportati alla fama di cui può godere un gruppo indie nel mondo in cui viviamo: concerti pieni, dischi smerciati, copertine nelle riviste di settore e tutto il resto. Chiedilo a loro, immagino ti diranno che in Italia si trovano relativamente meglio che nel resto d’Europa; in aggiunta va detto che ecco, dai, non è che stiamo parlando dei Fugazi. Ecco. A proposito, Joe Lally vive in Italia. Gli Aucan, dicevo, sono effettivamente semisconosciuti nel nostro paese, ma questo non gli impedisce di lavorare in un giro grossino anche in Italia e farsi pubblicare dall’etichetta indie italiana più smerciata di questi anni. Non hanno una pagina wiki inglese, questo per dire di quanto è numeroso e orizzontale il loro pubblico, e anche se hanno fama di ottima live band i loro dischi sono più o meno robaccia che va bene sì e no per impressionare qualcuno che ha sei dischi di rock elettronico a casa. Una cosa figa che ha fatto uno di loro è stato suonare nel progetto Mooro con Jacopo Battaglia, ex-batterista di un altro gruppo ora (pare) defunto di nome Zu che fa molto più testo nel tuo discorso degli altri gruppi che citi; attualmente Jacopo suona anche con i Bloody Beetroots, i quali in Italia sono famosissimi e copertissimi da un sacco di gente –compresa una masnada di individui con un QI ancora più basso di quello che serve per i reality, cerca “Bloody Beetroots Conegliano” o qualcosa del genere (può essere una buona fonte, a scoppio ritardato, per un futuro pezzo sul fatto che la violenza nel rock è inaccettabile e che a quei tempi là s’era tutti amici e parenti). La stessa cosa vale per Benassi e per i Crookers, il cui prestigio internazionale ci riempie di orgoglio ma non basta a coprire la vergogna di sapere che dischi tipo Tons of Friends sono stati scritti da persone con un passaporto italiano. Dicevo, Gino, ecco qua. Spero ti possa essere utile.

8 pensieri su “castaldate.wordpress.com (NAVIGARELLA giugno 2013)

  1. >Dall’altra parte del mondo si riuniscono quelle merde dei Replacements, fino all’annuncio della reunion uno dei miei gruppi preferiti.
    infatti è un piccolo dramma esistenziale questo.

  2. E a tempo indeterminato.
    Ne approfitto per dare delle capre agli americani perchè hanno sottovalutato decine decine di artisti italiani in america con nomi italiani, solo perché li credevano in realtá americani (non da ultimo Aurelio Valle e i suoi Calla)! Noi in italia questo ce lo sognamo!! E’ una questione di brodo culturale in cui siamo cresciuti

  3. Pingback: la gigantesca scritta LOAL | BASTONATE

  4. Il discorso di castaldo in generale non e’ poi del tutto sbagliato. Forse mi sbaglio, ma vedo molta invidia in Italia. E questo la rende un piccolo paese. Ma forse, come ho detto mi sbaglio o sono io che sono troppo hippie. Hare krishna.

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