La musica di mio babbo

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C’è un libro di Hornby che si chiama 31 canzoni e consta di una narrazione intorno a 31 canzoni, appunto, secondo regole stabilite nella prefazione. Parlando di Thunder Road, Hornby coglie l’occasione per parlare del fatto che mentre la sua scrittura era rimasta più o meno la stessa, il parere del pubblico sulla stessa si era notevolmente inacidito.

(il pezzo è bello, o perlomeno molto più bello di qualsiasi altra cosa io abbia letto su Bruce Springsteen)

Io faccio quasi sempre parte del Team Odio, sia chiaro. Non è che odio Nick Hornby, ma capisco benissimo perché certuni lo odiano: Hornby è diventato uno scrittore popolarissimo sull’onda di un certo tipo di scrivere, che purtroppo non basta a raccontare la nostra vita. Voglio dire, io non ho problemi a leggere gente tipo Lansdale in via esclusiva: non è che Lansdale sia meglio o peggio di Hornby (non è il punto), ma in qualche modo quando lo leggo mi dice qualcosa su quello che voglio leggere. Hornby è un tizio che scrive cose che fa sempre piacere leggere ma che non ci definisce. E questa è una. La seconda è che Hornby ha avuto tanto successo e non l’ha avuto in un modo tipo Melissa P, nel senso di un libro che vende e poi l’autore smette di essere influente e tutto quello che rimane è il senso di aver sprecato un’ora della propria vita in tempi lontani. Il successo di un romanzo tipo Alta Fedeltà ha proiettato Rob Fleming nella società contemporanea, rendendolo una persona con delle idee e una storia da raccontare. Ti volti un attimo e hai persone che anche dopo la morte degli m-blog continuano a citare Alta Fedeltà e a fare i mixtape e caricarli online su qualche piattaforma dedicata. Questa cosa, in molti casi, non è perdonabile.

Non è che non avessimo skill da compilatori prima di leggere Alta Fedeltà: ognuno aveva la sua e quasi tutti rasentavamo già la psicosi, ma era una scienza che ci tenevamo in un cassetto e che ci rendeva definitivamente sfigati. Il fatto che Alta Fedeltà l’abbia trasformata in una scienza dice che il libro era buono, ma la scienza in se stessa si è trasformata in un incubo claustrofobico di persone alla ricerca non tanto del nastrone definitivo, quanto di una tassonomia che potesse essere usata per comporre un generatore automatico di nastroni, tutti definitivi. Persone che si autoimpongono regole per compilare le playlist, senza mai porsi un problema riguardo al fatto che LA PLAYLIST è una cosa diversa da IL NASTRO.

(una distinzione che già di suo rivela che della corrente di scienziati musicali in questione ho fatto parte anche io, e su quanto e come calo un velo pietoso)

Prima di fottermi il cervello con LA SCIENZA del nastrone e persino prima di iniziare ad ammorbare le persone coi miei nastri di classiconi del metal, ho imparato a compilare dal Greg Ginn della cassetta da 60, mio babbo appunto. Mio babbo possedeva una conoscenza musicale che anche per i suoi contemporanei si poteva approssimare a ridicola, intendendo con questo uno scarsissimo numero di dischi conosciuti, un blandissimo interesse per i live, un esborso sostanzialmente nullo in cassette originali e una scarsissima fantasia. Mio babbo era una versione ipertrofica di me senza curiosità: ascoltava le stesse venti canzoni una quindicina di volte al giorno e le piazzava in cassetta. Le cassette di mio padre contenevano una dozzina di pezzi presi dai venti di cui sopra, registrati la prima volta dalla radio e poi dalle cassette, scalette rimescolate di continuo a creare il giusto mix. Mio padre possedeva qualcosa come cinquanta cassette e non credo ne esistesse una che contenesse un pezzo assente in tutte le altre. Per dire. La variazione tra l’una e l’altra era data dall’ordine dei brani e dal mix degli stessi. E ogni tanto mio babbo utilizzava una cassetta con cui registrava le canzoni che passavano alla radio al negozio in modo da avere dei cut quanto più possibile vicini all’originale (fino all’insondabile desiderio ultimo di possedere L’INIZIO DI UN PEZZO e LA FINE DI UN PEZZO, per dire).

La musica pesante e depressa venne molto dopo, i nastri al contrario e tutta quella roba lì. Certo, per un certo periodo ho fatto le cassette noise pure io.

(il fatto di non averle mai fatte ascoltare a nessuno mi dà una reputazione come critico)

Ovviamente lo scorrere del tempo e il continuo registrare da cassetta a cassetta, oltre al rifiuto di mio padre di spendere soldi in un impianto audio che non fosse di terza o quarta mano e in cassette non dico di qualità ma almeno non già registrate, aveva deteriorato il suono dei nastri e l’aveva reso oscuro ed infetto. A volte si sentivano sotto gli echi di un pezzo registrato il mese prima. Questi nastri casuali col suono deteriorato, già di per sé, avevano un fascino che è difficile spiegare e che in qualche modo hanno definito i miei anni ottanta. Non ho mai visto gli Zeppelin sul palco, non che io sia un fan dei Led Zeppelin, e non ho mai cambiato una ruota al furgoncino scassato dei Minor Threat e questa cosa negli anni novanta mi ha fatto sentire una specie di handicappato musicale (che la storia del rock si scriva di continuo è un concetto che ho imparato più tardi e che a certe persone non va giù ancora oggi); mi conforto sapendo che la sparizione dei nastri oscuri ri-registrati mi dà motivo di credere di aver vissuto un momento importante nella storia della musica che non si ripeterà mai più. O se lo farà sarà un revival patetico o il risultato di uno sforzo intellettuale del tutto inutile e forse pure dannoso. Vivete il presente. Drogatevi di alta fedeltà ed equalizzazioni ottimizzate su iTunes.

Qualche mese fa ho ricostruito la playlist di mio babbo a memoria  e ho iniziato a riascoltarmi i pezzi sul tubo: quando li rimetti su ci rimani di merda, perché è per la maggior parte musica italiana registrata secondo i canoni dell’epoca storica in cui è uscita, vale a dire –quasi sempre- di merda. Magari erano dischi a budget elevatissimo ma i risultati finali sono comunque piuttosto agghiaccianti. Quella che segue quindi non è proprio la playlist dei pezzi come sono o come vorrebbero essere, ma più come li ricordo al netto di venticinque anni di ruggine e ascolti sbagliati. Nel descriverlo, pertanto, parlerò de “l’originale” riferendomi con queste parole a cassette riregistrate un milione di volte e ascoltate dentro mangianastri improbabili.

LUCIO DALLA – ANNA E MARCO

Questa in realtà l’ho avuta sempre sotto le orecchie, continua a passare per radio. Negli ultimi ascolti ho abbastanza disprezzato il suono, che nell’originale si giocava su un certo tipo di drammaticità lo-fi che collassava sul silenzio (e quindi sul white noise) del finale, quando dice “Anna avrebbe voluto morire”. Da bambino mi piaceva molto la linea di testo “Marco che a ballare sembra un cavallo”, tra le più belle immagini che mi si sono stampate in testa a seguito di una canzone, e aggiungici pure la checca che faceva il tifo.

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RICCARDO COCCIANTE – MARGHERITA

Standard assoluto, nonché classico del gioco della scopa alla festa delle medie (durante la quale Andrea ha cacciato un limone ad Anna senza essere visto, lei continua a negarlo da venti e passa anni ma secondo me ) e insomma ci si cresce assieme anche in versioni più classiche. La particolarità dei nastri di mio padre è che la sua versione a caso finiva quando Riccardo sussurra “perché Margherita è buona perché Margherita è bella”. Una conclusione peraltro più che comprensibile, dopodiché nella versione ufficiale il pezzo riparte per l’ultimo crescendo in cui Coccia trova necessario puntualizzare che Margherita ama e lo fa una notte intera, velatissimo riferimento al fatto che –evidentemente- su questa cosa lui non ha problemi di sorta e le performance issue nel caso in cui lui sia coinvolto sono issue femminili. BOMBERONE. Mio padre una volta disse di aver visto Cocciante dentro un palazzetto dello sport gremitissimo, “prima che diventasse famoso”.

LUCIO BATTISTI – I GIARDINI DI MARZO

La storia della musica secondo mio babbo, in brevissimo: il più grande innovatore della canzone italiana di ogni tempo è Domenico Modugno. Prima di Modugno c’erano i Claudio Villa e quella gente lì, poi arrivò lui e cambiò le regole: a quanto ho capito era una questione di swag. Il più fruttuoso incrocio nella storia della canzone italiana invece era il legame Battisti/Mogol. Dal punto di vista di mio padre era facilissimo da capire: viene da una famiglia cattolico/liberale e per qualche motivo suo che non so ha sempre detestato i comunisti. Mia madre è lo stesso, e non potevano vedere di buon occhio i Faber e i Guccini e le altre zecche con cui poi ho deciso di ammorbarli a un certo punto della mia vita (sperando che lo considerassero un passo avanti rispetto agli Entombed). Ho avuto un paio di conversazioni con mio padre in merito a Battisti. Dice che la canzone con il testo migliore, e di conseguenza la più grande canzone mai registrata in Italia, è Emozioni. Nonostante questo, la canzone che stava nelle playlist era I giardini di marzo, che quando Lucio cantava sottovoce era quasi inintelligibile, e io sognavo all’idea di imitare i ragazzi che vendevano i libri non capendo che cazzo volesse dire, e pure oggi peraltro

GIORGIO GABER – BARBERA E CHAMPAGNE

Ho scoperto che era di Gaber solo quando l’ho cercata su internet; non ho niente contro Gaber anche se fa rima con FABER e chiama in causa lo stesso tipo di pubblico di adepti acritici, come Nick Hornby del resto. Riascoltandola è un pezzo tradizionale decente, in originale me la ricordo tipo Pierangelo Bertoli con una musica un po’ alla Pogues.

BLACK – WONDERFUL LIFE

Avete presente quei tastieroni all’inizio del pezzo? Li ho sentiti per la prima volta verso il 2007, quando ho deciso di recuperare il pezzo. Nell’originale si partiva col beat e si andava subito al sodo. Wonderful Life peggior intro di archi fasulli nella storia delle intro e degli archi fasulli. L’originale invece è bellissimo, tra i miei pezzi preferiti degli anni ottanta: una cavalcata vocale epica e concentratissima cantata con il megafono. Tutto sommato anche la versione vera lo è, ma quel gancetto peruviano nella base mi indispone parecchio. La voce di Black invece per me è ancora uno standard: non credo di avere mai sentito un altro pezzo di Black, ma è comunque il mio Dave Gahan: quando canta up straight in the sunshine fa una cosa con la melodia che per me potrebbe essere davvero l’unica cosa degli anni ottanta da portarci nel portafoglio fino a oggi, a parte tutte le eccezioni che potreste immaginare. Mio padre paventava un inglese perfetto (per gli standard di un romagnolo nato nel ’39 aveva un inglese discreto, c’è da dire), ma questo è l’unico pezzo in inglese che andava regolarmente nelle playlist, a quanto ricordo.

GIANNA NANNINI – FOTOROMANZA

Gianna Nannini esiste nel mio immaginario in tre incarnazioni, che per un artista che ho sempre disprezzato sono tante. La prima è di verso metà anni novanta, quando girava voce che fosse andata a Chicago a produrre un disco con il giro Touch&Go, e fosse stata presa a male parole. La seconda risale ai miei 13/14 anni, quando mia mamma la consigliava a mio fratello per cercare di fargli togliere Vasco Rossi dallo stereo. La terza è la presenza di Fotoromanza nei nastri di mio babbo. Io non è che fossi tutto questo ascoltatore di testi, ma ogni tanto carpivo qualcosa che mi interessava e insomma, un giorno che andavamo al mare e io avevo forse otto anni ho chiesto a mio babbo cosa fosse una camera a gas e lui fu costretto a spiegarmi lo sterminio degli ebrei.

ZUCCHERO – DIAMANTE

Moto d’orgoglio: in prima media andavo ai boyscout, lì Zucchero andava un sacco tra i ragazzi più grandi (non faccio commenti) e si cantavano le canzoni e cose così. Sta di fatto che diventai un esperto perché mio fratello s’era comprato la cassetta di Oro Incenso e Birra e passavo il tempo con le cuffie e il walkman a sentirlo e imparare a memoria i testi perché erano proibiti (a un certo punto dice “se la chiavò”, per certi versi è stato il mio Faber). Mio babbo mi fece mettere la cassetta di Zucchero in macchina e io morii di vergogna perché di certe robe col tuo babbo non ci parli e poi lui continuò ad ascoltarlo fino al lato B e ci trovò Diamante che forse all’epoca era la mia preferita. Diamante, scoprii solo anni dopo essere stata scritta dal Degro, diventò uno dei suoi pezzi preferiti ed andò a finire dentro la ristrettissima lista dei brani ammessi ai nastri. Durante l’ultima conversazione musicale avuta con mio padre, lui disse che Zucchero è stato un autore di scarso successo finchè non ha inciso Diamante.

MINA – AMOR MIO

La storia d’amore tra mio padre e mia madre era una questione grammaticale, ma stavano ancora assieme. Mina era “la mia passione”, nelle parole di mia madre; Amor Mio era “il miglior pezzo di Mina”, nelle cassette di mio padre. Non ho una vera e propria opinione del pezzo, non capivo il testo, ci sono canzoni di Mina molto più belle e gli arrangiamenti di Mina sono spesso roba di livello altissimo.

TOTO CUTUGNO – GLI AMORI

Sanremo era terreno di caccia, naturalmente. Due motivi: il primo è che la roba passava per radio in modi molto più prevedibili, il secondo è che Sanremo è Sanremo. Negli anni ottanta, a Sanremo, Toto Cutugno aveva cinque o sei canzoni in gara e quindi si sfidava più o meno da solo, arrivando sempre -paradossalmente- secondo. Però Toto negli anni giusti spingeva al limite le interpretazioni e sentirli su quei nastri diabolici e sfatti rendeva giustizia alla cosa, voglio dire, la roba di Toto Cutugno era davvero tra le più viscerali in circolazione. Gli amori forse è il pezzo più presente in quei nastri, ma è un po’ una lota.

AMEDEO MINGHI – LA VITA MIA

Io Amedeo Minghi me lo ricordo come una specie di Scott Walker del cantautorato sanremese anni ottanta, oddio, ad essere sincero è più Scott Walker che me lo sono pensato come un Amedeo Minghi del pop orchestrale propriamente detto. Succede. Amedeo Minghi cantava con un filo di fiato e quel pathos arcigno di chi sa di dire le cose giuste. Come se le dita cadessero sui tasti del pianoforte da due piani sopra, grossomodo, e solo di recente mi è stato raccontato che a livello di self-esteem Minghi se la sentiva più calda di Vincent Gallo. La roba originale e la roba che ho sentito sul tubo hanno più o meno la stessa potenza, un grosso VEDO LA GENTE MORTA del cantautorato italiano. La bellezza.

DARIO BALDAN BEMBO – TU COSA FAI STASERA

L’ascolto del pezzo sul Tubo in due versioni diverse mi ha convinto che il pezzo registrato da mio padre fosse un live-in-studio in presa diretta, inviato a mio padre e mio padre soltanto, da cui il suo comprensibile affetto. Le versioni che trovate sono brutti esempi di riccardofoglismo transgenico, l’originale invece me la ricordo come un’arrampicata vocale incazzatissima che partiva piano e si sprecava in sperimentazioni per sola voce tipo Demetrio Stratos. L’affetto di mio padre per questo pezzo di Dario Baldan Bembo, per il quale snobbava sempre l’amatissima L’amico è, non ha paragoni con niente di quello di cui ho esperienza. Non riesco a pensare ad una cosa che abbia avuto su di me lo stesso effetto dirompente, neanche tipo una Angel of Death.

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Le cassette di mio babbo si chiamavano spesso ADAMO, più un numero progressivo. Adamo era il suo secondo nome, con tutta probabilità quello che si sarebbe scelto da dj. Mio babbo non ha mai posseduto un computer, e quando parla del web usa la parola internèt con l’accento sull’ultima E.

(nota al testo: il pezzo era partito con intenti diversi, poi è diventato un temino sulla musica di mio babbo. Sarebbe carino se non fossi l’unico a scrivere il temino in questione. Se scrivete un tema intitolato “la musica di mio babbo” mandatemi il testo o il link a disappunto(a)gmail.com)

7 pensieri su “La musica di mio babbo

  1. Da adepto acritico di Nick Hornby quale mi fregio di essere, so riconoscere un adepto critico di Nick Hornby. Qui può saltar fuori un Grande Romanzo Rock “che ci definisce” (e che spazzi via in un colpo solo Ligajovanottivolobrizzi). Qui, o Maurizio Blatto. Credici. Credici un po’ di più, metti insieme un cuore, prova a sentire e dopo…
    Comunque bravo Adamo, bello Gaber che fa rima con Faber, belle le performance issue del bomberone, belle le sonorità molto intense come l’altra volta, mi piace. Sai cosa non m’è piaciuto, posso dirtelo? Il finale di Anna e Marco. Cioè, bello il cavallo, bella la checca che fa il tifo, ma questa cosa che negli ultimi ascolti dici “ho abbastanza disprezzato il suono” (per poi rivalutare amedeominghi)…
    Allora beccati questo mio reappraisal di Lucio Dalla e “Lucio Dalla del ’79” (compresa Anna e Marco and other gems neglected by your dad):
    http://conventionalrecords.wordpress.com/2012/07/10/lucio-dalla-lucio-dalla/

    • gran citazione (dico elio, non liga). minghi, il punto è, funziona nel male e nella merda. Minghi prende lo schifo più schifoso degli anni ottanta e lo respira a pieni polmoni e lo ributta fuori uguale con il resto dello schifo che gli esce dalla testa, tipo. lucio dalla non so, è colpa mia.

  2. Sono troppo vecchio per stare quì dentro. Ho ascoltato in diretta Fotoromanza (questa tramite juke-box), Gli amori, La vita mia, Diamante e Wonderful life

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