Non voglio sapere (breve saggio sulla crescita)

in a gadda da vida

“Non avete seguito i ribelli fino alle loro… tane?”
“No, finché non ce ne sia dato l’ordine… (Si corregge) Fino a che lei non ci dia l’ordine, signore. Quali tane?”
(Rafael Spregelburd, La cocciutaggine)

Il 1991 come anno in cui nascere è contemplato a fatica nel database di pensieri a cui io possa accedere; che il 1991 produca in fatto di nascite non soltanto dei neonati, ma dei neonati che crescano e si degenerino nell’adolescenza fino a produrre un genere musicale che, diversamente dai suoi co-neonati, io mai e poi mai potrò capire e dovrò arrendermi a non sopportare, bè, questa, poi.

La mia vita scorreva inquieta ma tranquilla finché, con clamoroso ritardo – immagino – rispetto al tempo reale in cui vivono i Ragazzini oggi, mi piace, +1, la mia solida impalcatura di concetti e conoscenze teoriche non è stata brutalmente scossa da una segnalazione di kekko su questo tizio, Tyler, che produce una sorta di hip-hop troppo tetro e lugubre perché noi si possa apprezzarlo, un suono ostile come gli sguardi di, credo, migliaia di under 20’s che si girano con gli occhi tutti neri mostrando i denti e dicendomi, Vecchio, stanne fuori.

E io ne sto fuori, sto un po’ in disparte lontano dal palco e dal pogo, in un punto in cui la musica arriva male, arriva attutita e, per la prima volta, provo la sensazione di non capire e non mi ci adeguo, e cerco di interpretare quello che vedo applicando mie categorie stantie e vecchie, Clouddead, Prefuse 73, Rayban di plastica rossa, acidi e Ah sì, è una moda, che naturalmente mancano totalmente il punto, acqua, acqua, acqua mentre loro affondano le mie corazzate;

Affondano le mie corazzate perché io sono il gesuita che arriva in Messico e scambia una rappresentazione del Cosmo Increato per una partita di calcio; sono il padre che tira su i pantaloni a vita bassa di mia figlia; sono il Gattopardo e sono, se volete, il vecchio inglese che smonta i Sex Pistols sulla scorta dei Beatles; io sono tutte queste cose, io che sto a guardare e rido ma non so che cosa invidio, che cosa invidio.

L’altra sera ero attorno a un tavolo con altri vecchi e cercavamo pateticamente di ideare qualcosa, un linguaggio, uno straccio di app (mi piace) che permettesse al nostro mestiere antiquato di facitori di libri (-1) di sopravvivere all’ineluttabile. La visione del sito di riferimento di questo Tyler mi ha fatto capire che non ce la faremo mai, e non ce la faremo anche e soprattutto perché io, oggi, adesso, sto parlando di “sito” ma mi accorgo che quel TUMBLR lì nell’indirizzo, ooops, nell’URL (+1), non me la racconta giusta (non mi piace più).

Tagliato fuori, non mi resterà altro che scappare via a casa, in lacrime e sprezzante al tempo stesso, e domani a un concerto di PJ Harvey o chissà chi altro (ma una cosa del genere), con rassicuranti, calde e valvolari chitarre elettriche che mi nasconderanno l’ineluttabile verità, ossia che la musica non più ci appartiene, e siccome in notti come questa l’ho tenuta tra le braccia,
la mia anima non si rassegna d’averla perduta.

Benché questo sia l’ultimo dolore che lei mi causa,
e questi gli ultimi versi che io le scrivo.

Badilate di cultura: The Ward

 
L’ultimo film di John Carpenter che ho visto al cinema è stato Vampires. Domenica pomeriggio, ottobre 1998, la scuola era ricominciata da poco. Lo davano al Fulgor, simpatico cinemino ubicato in una laterale di via Indipendenza sempre buia e umida estate e inverno, a fianco un albergo diurno abbandonato da horror coi matti, chiuso da quando ho memoria; forse anche per questo la sala era un grande ritrovo di dissociati, alienati e balordi più o meno autistici di ogni tipo. Anche quel giorno ce n’era uno: a cinque poltrone di distanza, occhiali, mezza età, pancione da scorpacciata di psicofarmaci, non la finiva mai di parlare al vuoto commentando ad alta voce i passaggi pregnanti, ogni tanto sparando battutine credo improvvisate sul momento, roba da fare impallidire Neil Hamburger e fornire materiale di studio per decenni a Vittorino Andreoli. Il mio amico Alessandro e io facevamo una fatica del diavolo a rimanere seri e silenziosi; non volevamo esplodere a ridere per non urtare la sua sensibilità, ma dentro avevamo l’inferno. Quando James Woods e il prete entrano nel covo del Maestro (una vecchia prigione disabitata), e il prete dice a James Woods che da ragazzino era campione di calcio all’oratorio (o qualcosa del genere), il borderline è sbottato con un’agghiacciante “FACCIAMO GOAL COL VAMPIRO”, agitando le manine e accompagnando la boutade (di cui andava probabilmente molto fiero) con un risolino stridulo da far accapponare la spina dorsale a un gorilla sotto steroidi. Io quella frase (e la risatina che è seguita) non me la dimenticherò mai finchè campo. All’uscita faceva fresco ed era già buio; le giornate si erano accorciate di quel po’ e avrebbero continuato a farlo, presto ogni ricordo dell’estate da poco trascorsa sarebbe sparito del tutto, schiacciato dal freddo e dalla brina e dai cieli sempre cupi e dalle lunghe mattine a scaldare il banco, a far finta di ascoltare fastidiosi ronzii che entrano da un orecchio ed escono dall’altro. Ma intanto Vampires mi aveva dato materiale in abbondanza per nutrire la mia fantasia per molti mesi a venire, forse per anni. (Continua a leggere)

Gruppi con nomi stupidi e MATTONI issue #14: REVE STEICH

 

per caso la faccia vi ricorda qualcuno?

Il trucco è vecchio, scambiare le iniziali del nome e del cognome, ma mi fa ridere sempre: dai celebri Wevie Stonder al ‘nostro’ Digi G’Alessio è praticamente impossibile trovarne uno che non suoni infinitamente e irredimibilmente più stupido rispetto all’originale. Ma Reve Steich, almeno per chi scrive, li batte tutti di almeno tre lunghezze anche solo per l’intuizione: non era venuto in mente a nessuno finora (almeno a quanto mi risulta) di omaggiare in un modo così trasversale e radicalmente beota il grande maestro del minimalismo percussivo alla vecchia. Soltanto leggere il nome mi ha fatto stare bene per una settimana. Peccato che a tale genialità onomastica non corrisponda una musica altrettanto esaltante e, come direbbero gli americani, mind blowing; l’ennesimo progetto dell’iperattivo Jaan Patterson (titolare di circa una decina di sigle diverse, la più popolare delle quali è probabilmente undRess Béton) si discosta poco dalle sue molteplici incarnazioni, tutte o quasi saldamente indirizzate verso un’elettroacustica moderatamente schizzata e moderatamente fastidiosa da saggio di fine anno al conservatorio, senza infamia e pure con qualche lode ma che spesso lascia il tempo esattamente come l’ha trovato. Stunning for 18 Miles, l’unica traccia a nome Reve Steich prodotta finora, è una sghemba cavalcata di 23 minuti che si snoda attraverso oscillazioni tintinnanti e brume digitali tra tempeste elettrostatiche e clangori metallici; dopo i primi cinque minuti spunta qualche UOOOOOOUUUUU, quindi il bum-bum di un organismo sconosciuto che sta crescendo lentamente nell’ombra, seguono smottamenti di terreno friabile come la torta sbrisolona, blip-blip-blip, bluuuuuuup. Ecco poi la spirale discendente di un bombardiere che precipita come nei videogiochi a 4 bit (a 8 sarebbe troppo), seguita da un allarme da bunker sotterraneo in un videogame della Simulmondo, poi sirena e radar sincronizzati, bip bip bip bip, biiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiip di un elettrocardiogramma sotto coca, rifrazioni – dissoluzioni, il bombardiere resuscita: BUOOOOOOOOOOOOUUUUU-UUUUUUUUUUUUUUUU, intasamento dell’etere, tipo le onde corte però in digitale; l’organismo sconosciuto di prima in agonia sorvolato dal bombardiere sopra di lui come un avvoltoio, rimbombo assortito, borbottii, sfrigolii, sirene e raggi laser, gocciolii, plic-ploc, qualche discorso campionato in sottofondo (molto in sottofondo), poi l’elica di una falciatrice malvagia che si trasforma presto in qualche altro ribollio elettronicamente generato, che poi diventa un fischio lancinante sopra una sirena e poi diventa il sibilo di un missile del sottomarino lanciato nel vuoto e poi si spegne lentamente, sfrigolando e tonitruando. Sul finale i missili del sottomarino ritornano per qualche altro borbottio mesto tanto per.
Il pezzo esce su SuRRism-Phonoethics, n0tlabel fondata e gestita dallo stesso Patterson, la cui figura autarchica e irreversibilmente dissociata (unita a un’etica del lavoro forsennata e fieramente artigianale) conserva comunque un certo interesse: compositore, poeta, video-maker, artista performativo situazionista, operatore sociale nella vita vera.

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L’apoteosi.

 

La gente non ricordava più l’età d’oro
del XX° secolo.
Non ne ricordava la prodigiosa tecnologia
nè le spaventose guerre.
Non ricordava più quando i Jugger
avevano fatto la prima partita al “GIOCO”
nè per quale motivo si giocasse
con un teschio di cane…

 
Giochi di Morte (in originale Salute of the Jugger o, per l’appunto, The Blood of Heroes) è I Cancelli del Cielo della fantascienza postatomica: scritto da David Webb Peoples nel momento di massima fama post-successo tardivo di Blade Runner (un flop al botteghino, sbancò nel mercato delle videocassette diventando in breve tempo il film più noleggiato di sempre), massacrato da una lavorazione travagliatissima (almeno sei anni dall’inizio della pre-produzione) e più volte rimontato, non si sa ad oggi quante versioni del film esistano né tantomeno quale sia (se ci sia) il director’s cut. L’unico dato certo è che la versione americana è più corta di almeno dieci minuti rispetto al cut europeo (un’ora e ventisei contro un’ora e trentacinque circa), anche se l’arrivo del formato DVD ha spalancato nuovi e inquietanti interrogativi (è spuntata fuori una fantomatica versione giapponese di 104 minuti) destinati con ogni probabilità a rimanere insoluti, per due ragioni principalmente: primo, Giochi di Morte è stato un tale fiasco sotto il profilo economico (costato dieci milioni di dollari australiani, ne ha tirati su poco più di 188.000) da rendere improbabile qualsiasi ipotesi di recupero filologico a posteriori come è stato invece, ad esempio, per Demoniaca di Richard Stanley (altro film maledetto per quanto decisamente più famoso), e secondo, dell’esistenza di Giochi di Morte pensavo di essere rimasto il solo essere vivente sulla faccia della terra ad averne conservato memoria.
Mi sbagliavo.
A ricordarsene  sono anche Justin Broadrick, Bill Laswell, Enduser e Dr. Israel, rispettivamente chitarrista, bassista, beat-maker e MC in The Blood of Heroes, progetto che prende le mosse da quel che probabilmente resta il migliore postatomico dopo Mad Max. L’album omonimo è uscito la primavera scorsa, e per chi ha passato l’infanzia a perdersi tra le pareti del videonolo e l’adolescenza in capannoni e centri sociali balordi a spaccarsi le orecchie con tutte le declinazioni possibili della drum’n’bass più marcia un disco come questo ha il sapore del regalo. Ma a parte la questione privata (capire di non essere il solo ad aver lasciato un pezzo di cuore nelle spire magnetiche di VHS dimenticate da Dio è qualcosa di prezioso di questi tempi) c’è proprio il fatto che The Blood of Heroes è un disco della madonna anche qui e ora, anche senza bisogno di tirare in ballo nostalgie e vissuto personali; è come dovrebbe suonare un disco sempre, unico, inafferrabile, misterioso, vivo e pulsante, portatore e generatore di autentica passione e stimolante ulteriori e infiniti percorsi. Un disco che ti lascia con il desiderio irrefrenabile di sviscerare ogni piega di un suono che incorpora jungle, elettronica, metal, industrial e hip-hop illbient di quello peso (giusto per dire le prime cose che richiama alla mente), di ripassare tutta (e dico TUTTA) l’epopea dei Godflesh con interminabili annessi e connessi, quindi via con gli Scorn e l’Earache degli anni belli, e i diecimila progetti di Laswell che sono un vortice da cui diventa difficile uscire, e tutta la roba dark e imparanoiata inglese di cui parla Simon Reynolds nei capitoli di Energy Flash post-rave di Castlemorton, e poi Goldie e tutto il catalogo Metalheadz, e DJ Olive, e DJ Spooky, e The Horrorist, e Isolationism, e chissà quanto altro mi sono dimenticato o non ho ancora ascoltato e ascolterò anche grazie a questo disco che è tra le cose più belle e formative e importanti che possano capitare se non siete sordi. A impressionare più di tutto il fatto che The Blood of Heroes arrivi dalla testa di gente con decenni di carriera e centinaia di uscite alle spalle (Laswell e Broadrick, nello specifico), comunque ancora in grado di partorire un disco che sembra inciso dopodomani. Che gli dèi li conservino.

Badilate di cultura: “Precious”

 

Lee Daniels è un negro frocio, e te lo sbatte in faccia come se la cosa dovesse in qualche modo riguardarti. Produttore di roba problematica in odore di Oscar (lo stigmatizzante Monster’s Ball, che di Oscar ne portò effettivamente a casa uno, e lo sgradevole quanto gratuito The Woodsman, che invece non ha vinto un cazzo), Precious è il suo secondo film da regista dopo lo straordinariamente brutto Shadowboxer (un intricatissimo polpettone interrazziale e gerontofilo che non ci si capacita come sia potuto uscite da intelletto umano, con un cast che pare assemblato tirando a sorte; un flop epico pericolosamente dalle parti del so bad it’s good più spinto), ha rastrellato premi in ogni dove – tra cui due Oscar su sette nominations – ed è una porcata che nuovamente si fatica a credere. Tratto dall’astioso romanzo Push, opera prima (e finora unica) in prosa della poetessa negra bisessuale femminista incazzosa übermilitante Sapphire, il film prende le mosse dalla vicenda – agghiacciante – di Claireece ‘Precious’ Jones, sedicenne negra obesa semianalfabeta ripetutamente stuprata dal padre tossicodipendente e per questo già madre di una bimba con la sindrome di Down opportunamente battezzata “Mongoloid” (…), rimasta nuovamente incinta (sempre dal padre), espulsa da scuola una volta appreso della seconda gravidanza e odiata dalla madre obesa disfunzionale perché – sostiene la genitrice – le ha rubato l’uomo. Finisce in una scuola speciale insieme ad altre debosciate del ghetto che dicono un sacco di parolacce; la maestra è una lesbica molto in gamba che di nome fa Blu Rain (…). Claireece impara cose profonde e piene di significato. La maestra le porta al museo. Nel frattempo la madre (una mostruosa Mo’Nique, giustamente premiata con l’Oscar) continua a coprirla di insulti proferiti con cadenza, loquela e atteggiamento da rapper, le tira stoviglie addosso e la obbliga ad andare a ritirare l’assegno della previdenza sociale. L’assistente sociale è una sciattissima Mariah Carey (…), evidentemente convinta che la condizione necessaria e sufficiente per essere un’attrice seria sia recitare struccata indossando squallidi completini della Upim; Mariah subodora qualcosa a proposito dell’incesto, ma tace e continua ad allungarle l’assegno. Claireece ha le doglie; viene trasportata in ospedale. Sgrava. Decide di chiamare il secondogenito “Abdul”. In ospedale conosce un inserviente gentile (Lenny Kravitz, credibile come infermiere quanto può esserlo Rocco Siffredi nei panni di un seminarista). Torna a casa. Scappa di casa. Va a vivere in casa di Blu Rain e compagna (e qui parte un’allucinante tirata pro-gay che farebbe venire voglia di prendere le spranghe anche a Nichi Vendola). Mariah Carey organizza un incontro madre-figlia dove ‘Precious’ impara che il padre – nel frattempo morto – aveva l’AIDS. ‘Precious’ va a fare il test: è sieropositiva, ma Abdul non lo è. Monologo incoraggiante con voce fuori campo, titoli di coda.
Il materiale umano di partenza, come detto, era (è) profondamente perturbante e autenticamente scomodo, e non oso pensare che film sarebbe potuto uscire se le redini del progetto fossero finite in mano a gente con l’attitudine e il know-how necessari per trattare degnamente questa roba, penso a Werner Herzog, a Jaco Van Dormael (che avrebbe tirato fuori ben altro che le sequenze oniriche da ciarlatani che invece si vedono qui), al primo John Singleton, che diamine!, perfino a Ulrich Seidl; il problema è che Lee Daniels di concetti quali pietà umana o etica dello sguardo e della visione se ne strafrega, arciconvinto com’è dell’indiscutibile giustezza e inoppugnabilità della sua visione delle cose, e per questo si limita a sfruttare una storia che contempla abissi di dolore, isolamento, abiezione e orrore dalle potenzialità infinite unicamente per costruirci sopra un film rigidamente a tesi che al confronto il vecchio cinema civile italiano era roba da pavidi moderati con la diarrea nelle mutande, insopportabilmente saccente e manicheo, tracimante l’insostenibile arroganza e la ripugnante protervia di chi dall’alto di cattedre che non si capisce perché mai dovrebbero spettargli ti viene a spiegare come va il mondo. E per farlo non arretra di fronte a niente, è pronto a tutto, anche a utilizzare i freaks in modo strumentale (la protagonista Gabourey ‘Gabby’ Sibide, oltre 160 chili, scelta tra decine di aspiranti attrici obese tra i 18 e i 25 anni). Ne esce una favoletta schematica e superficiale, greve e normativa, sgradevole e respingente più che altro per l’ego ipertrofico e lo smisurato autocompiacimento del regista (e per un montaggio bruttissimo e urticante peraltro avvallato da un’incomprensibile nomination agli Oscar, l’ennesima), che mira in alto con boria e ostinazione per dire, alla fine della fiera, che i froci sono buoni e quasi nient’altro, risultando così alla fine paradossalmente insultante proprio verso le categorie che con foga da inquisitore si affanna a difendere (come se negri e gay in quanto tali avessero bisogno di di un Lee Daniels qualsiasi con la sua seriosità turgida e mortuaria per venire “difesi”). Il classico sparo nel buio, o qualcosa del genere. Nessuna meraviglia che al Sundance abbia fatto sfracelli.

FUCK YOU PAY ME


I tempi sono cambiati ma è ancora strano avere trent’anni e sentirsi così soli. Hey World degli A.R.E. Weapons (2001) è il più importante pezzo pop degli anni zero – salvo i pezzi dei Suicide nella versione di Springsteen – e loro sono desolati e solitari e senza futuro. Vendono sul loro sito una maglietta orrenda che ho comprato senza pensarci due volte, la indosserò in occasione del prossimo Halloween, ubriaco davanti al rogo di casa mia come in quel pezzo di Tom Waits. Qualche anno fa pubblicarono un disco a tiratura limitata (un cd-r misero misero, con la copertina d’oro), lo si poteva acquistare solo sul loro sito ed io lo comprai il giorno dell’uscita, unico al mondo, mi scrissero commossi, e nel cd che mi arrivò giorni dopo c’era scritto a mano FUCK YEAH DONT STOP BANGIN. E io non ho mai smesso. Sono influenzati dai Nervous Gender nel senso che hanno le copertine nere e nessuno li conosce; la differenza rispetto ai Nervous Gender è che nessuno li ritiene fichi. Li apprezza – pare – un tardo Alan Vega, che l’anno scorso ha registrato un singolo con loro chiamato SEE THA LIGHT perché Vega ha capito a sessant’anni di apprezzare l’hip-hop primi  ’80, ossia l’hip-hop quando si chiamava RAP ed era brutto e pulsante e da cui gli A.R.E. – che non si sono mai fatti mancare nulla – sono influenzati. Ma non come ne potrebbero essere influenzate delle fighette da primaverasound tipo gli Heath, gli Hart, come cazzo si chiamano?, quelli col cinese danzerino e gli scarpottoni color fluo. A loro PIACE. E piace anche a noi, perché è IMPORTANTE così come lo sono i Suicide e Cecil Taylor e una sera, un anno o due fa, ero semplicemente felice di stare con la mia fidanzata e di amarla e così ho messo Dream Baby Dream e abbiamo ballato in salotto, tipo un ballo vecchio stile. Questo mi è venuto in mente perché significa che i Suicide sono IMPORTANTI e la mia anima è perfettamente in sintonia con quella degli A.R.E. Ho una loro brutta maglietta, l’ho già detto vero?, mi deve ancora arrivare in realtà e chissà se me la spediranno davvero, ma gli ho dato i soldi con  PayPal e sono lieto di averlo fatto in ogni caso. Pitchfork Media dette 1 al loro formidabile esordio, ma Pitchfork non ha proprio mai avuto gli strumenti, e nemmeno la gente li ha, solo gli Umani, che sono in genere pochi e non sempre interessati alla musica leggera. Il loro secondo album lo trovai a pochi giorni dall’uscita svenduto a due sterline su Amazon. Il primo, omonimo, si trova oggi su Amazon inglese a un prezzo compreso tra £ 0,81 e £ 2,51. Il secondo (Free on the Streets) a 50 pence. Il terzo (Keys Money and Cigarettes) non si trova, è quello d’oro di cui sopra, dovreste chiedere a me – risponderei “no”. Il quarto (Modern Mayhem) è caro, 2 sterline e 59. Il quinto (Darker Blue) non si trova ancora, bisogna comprare il vinile sul sito (chiederete a me quando mi arriverà: risponderò “no”). Le loro canzoni si chiamano: Vaffanculo pagami. Ehi mondo. Chi cazzo sei. Non ci frega niente. Non ci frega niente parte due. Saigon. Che cazzo vuoi. Sono solo alcune (quest’ultimo non è un titolo, sono di nuovo io a parlare). Cecil Taylor, a proposito, è un grande: impossibile non ascoltare Conquistador in questi strani giorni di ottobre. Cosa state ascoltando lì, cosa avete? Ah, gli Arcade Fire. O quei fregnoni dei Liars. Ah, oppure potreste ascoltare First Blues di Allen Ginsberg, ora che è uscito anche il film. Ma, dicevate, che disco avete preso? Gli Okkervil River, Giovanna Newsom, i Miao Miao, le CAZZATE. Volete la verità, o solo un po’ di musica? “Solo un po’ di musica”. Ah ecco, quindi non fa per voi. Cosa, gli A.R.E.? No, proprio l’aria che respirate (rubate ad altri polmoni). Questo stile di frasi brevi e a singhiozzo mi ricorda Saviano e mi odio da solo. A voi Saviano piace, lo leggete avidamente e il cuore vi si gonfia in petto, mentre a me non piace, io non leggo libri se non sono in tedesco (in quel caso non traduzioni di Saviano) e soprattutto leggo i testi degli A.R.E. Weapons, imparando molto. I casalesi per vendetta hanno fatto in modo che nessuno ne comprasse i dischi. Neanche voi li comprerete, perché tra lo spendere zero sterline e ottantuno e venti sterline per Saviano prendete Saviano. Ma i soldi ai Radiohead (pronunciato in questo caso /radioèd/) glieli avete dati per In Rainbows, eh fregnoni?, alcuni hanno anche ritenuto Dare Quindici Euro Sani a Thom. Affanculo Thom. Su CDUniverse c’è una sola copia di Modern Mayhem: la sto comprando in questo momento per impedirvi di prenderla voi. Fatto. Anche se ce l’avevo già. Ho preso anche il documentario su Jandek in dvd e un disco di John Fahey che non avevo. “Che non avevo” è la formula che nella blogosfera gli sfigati appassionati di musica usano quando comprano un classico del rock, come a giustificarsi. Ho preso un disco di Dylan “che non avevo”, ossia li altri li ho TUTTI e a ben vedere anche quest’ultimo ce lo avevo già solo in vinile dell’epoca e mi ero stancato di rovinarlo. Ascoltando gli A.R.E. Weapons vengono in mente: Jandek, John Fahey, Sun City Girls; e Akira Kurosawa, il battito sporco e malato dei Geto Boys. C’è una canzone dei Geto Boys nel disco prodotto da Rick Rubin che a un certo punto dice: l’ombra della morte / mi segue / non me ne frega un cazzo. Neanche a me, tantomeno agli A.R.E. Weapons. Il chitarrista fondatore è morto, ma se ne fotte. Se Tom Waits fosse ancora giovane e magro oggi inciderebbe l’esordio degli A.R.E. Weapons. Quest’ultimo disco invece è più come un disco dei Suicide, ossia come lo inciderebbero oggi i Suicide. Avete anche un po’ ragione a sostenere che se i Suicide oggi fossero giovani sarebbero i Kill The Vultures, ma in realtà non sapete che gli A.R.E. Weapons sono i veri Kill The Vultures, e che ho una maglietta anche di loro anche se ho trent’anni e che, per quanto sia strano, ancora mi sento così solo (suono festoso di trombetta circense).

Gente che ne sa: ATOM HEART for beginners.

Stile.

Uwe Schmidt è un gran cazzone. Di quelli poco appariscenti, che di sicuro non noti sul posto di lavoro e che magari alle feste aziendali nemmeno aprono bocca, per il semplice fatto che nessuno si prende la briga di rivolgergli la parola; ma che, se interpellati, se ne uscirebbero subito con la battuta più sgradevole e caustica possibile sul momento. Ha la faccia di un impiegato sull’orlo dello sbrocco dopo nove ore in compagnia di una fotocopiatrice difettosa e la postura ingessata e fremente di chi sta per combinare uno scherzo terribile, tipo cospargere la sedia di puntine da disegno, incollare l’una sull’altra con l’attak le pagine di documenti importantissimi o versare di nascosto un lassativo nel caffè che stai per bere; quell’espressione e quel modo di fare non lo abbandonano mai. Ha anche l’aria di uno capace di ironizzare su qualsiasi cosa, dal cancro alle tasse ai porno con animali alla coda alle poste all’ischemia miocardica, il tutto sempre e comunque con lo stesso sguardo vitreo e lo stesso sogghignetto appena accennato sotto quegli improbabili baffoni da motociclista frocio, unico elemento stravagante in un profilo che altrimenti sarebbe la personificazione assoluta del concetto di ordinario. Forse Uwe Schmidt è anche un genio, chi lo sa; troppo sterminata e perennemente sfuggente la sua produzione per poter azzardare anche solo un accenno di visione d’insieme. Quel che in compenso è certo è che il suo modo di operare ha del manicomiale; quella pazzia pericolosa perché metodica, implacabile, che fa paura perché segue schemi e traiettorie indecifrabili per chiunque non ne sia l’autore. Un esempio? Più di cinquanta pseudonimi diversi possono bastare? Personalmente mi ci sono voluti anni soltanto per scoprirne alcuni e ricondurne altri che magari conoscevo benissimo ma non avevo la minima idea che coinvolgessero la sua persona; come Lassigue Bendthaus ha sonorizzato i miei peggiori incubi cibernetici di bimbo plagiato da William Gibson, Il Tagliaerbe e i ClockDVA, come Atom Heart mi ha accompagnato alla scoperta della techno (prima) e dell’ambient più molesta e drogata (poi – in particolar modo nel terminale Second Nature realizzato assieme a Bill Laswell e Tetsu Inoue, per anni colonna sonora irrinunciabile per le più spericolate esplorazioni tossiche), come Señor Coconut Y Su Conjunto mi ha regalato innumerevoli ore di allegria al suono di quello che probabilmente rimane il tribute album più geniale di sempre in senso assoluto (alla pari soltanto con l’ugualmente folle The Moog Cookbook, dove però – per una volta – Schmidt non c’entra nulla). Questo per citare soltanto alcuni dei misfatti dell’uomo che abbiano rivestito una qualche importanza nella mia vita. Ce ne sono almeno altrettanti che ignoro del tutto. Probabilmente il capolavoro definitivo di Uwe Schmidt sta tra quei dischi che ancora non sono riuscito a trovare, figuriamoci a sentire. Sicuro che sta lì. Intanto lui continua la sua folle corsa verso la destrutturazione dei rancidi cascami alla base di, beh, più o meno qualunque sottogenere della musica elettronica; tocca ancora alla minimal techno nel recente Music Is Better Than Pussy (pubblicato come Atom™, tra i suoi alias più longevi), titolo assolutamente geniale (doppiato in chiusura di scaletta da una temibile Suck My Groove, nientemeno) e copertina da autentici sociopatici racchiudono una serie di numeri in cui il suono che – assieme all’electroclash – più ha fatto danni nello scorso decennio viene impietosamente sminuzzato con metodica tenacia, da omicida seriale, e blandamente ridicolizzato anche tramite l’uso di sinistri loop circolari e inserti vocali piuttosto perturbanti. Vince anche soltanto perché si intitola La musica è meglio della fica, ma non guasterà sapere che nonostante la durata di cinquanta minuti il disco viene venduto al prezzo di un EP perché la tracklist è di soli sei pezzi. Che gli dèi lo conservino.

pensieroso

Naturalmente i suoi live corrispondono a quel che c’è dentro la sua musica a livello speculare; chi lo ha visto al Dissonanze l’anno scorso potrà ben testimoniarlo. Questo sabato Atom™ suonerà a Palazzo Re Enzo nell’ambito del Robot Festival. Sapete cosa fare.

Badilate di cultura: Michael Rooker

 

 

A dare uno sguardo alla sua pagina Imdb in questi giorni, si legge che Michael Rooker è coinvolto in dodici progetti (undici film e un TV-movie) di prossima uscita. Ne ho aperto uno a caso: Matadors, con Stephen Lang, Kiele Sanchez e David Strathairn, regia di un vecchio leone della B più fiera, quell’Yves Simoneau che più di tre lustri fa mi traumatizzò con l’efferato e prevaricatore La Notte della Verità (thriller estivo da cinema di periferia come non ne fanno più, con il pisellante Peter Gallagher e una scombinatissima Jamie Lee Curtis da brividi freddi lungo la schiena). Ne apro un altro: Hypothermia, scritto e diretto da tale James Felix McKenney. Questo è in post-produzione quindi le informazioni ancora scarseggiano, ma scorrendo parte del cast non posso fare a meno di notare la presenza di Blanche Baker, terrificante matrigna sadica nell’insostenibile The Girl Next Door. E ancora: Atlantis down, temibile epopea sci-fi da sala parrocchiale deserta, dove Rooker veste il doppio ruolo del padre e dell’alieno (…); Super, ritorno al cinema di James Gunn dopo lo strabordante bagno di sangue citazionista di Slither (che pure vedeva Rooker protagonista assoluto); Bolden!, con l’inquietante Jackie Earle Haley, e il personaggio di Rooker che si chiama “Pat McMurphy”, come Jack Nicholson in Qualcuno Volò sul Nido del Cuculo; financo un film intitolato Pure shooter (dove Rooker interpreta il “coach Miller”), che se l’uomo avesse fatto il regista invece che l’attore sarebbe la storia della sua carriera racchiusa in due parole.
Michael Rooker è il mio attore preferito, da sempre. La folgorazione è stata immediata, da quando nella torrida estate 1992 sognavo Henry: Pioggia di Sangue (ne avevo letto un’estasiata recensione sulle colonne di cinema del “Punitore“), impossibilitato alla visione perché il film era vietato ai minori di 18 anni. Henry (che nel resto del mondo era uscito sei anni prima, nel 1986) è la fulminante partenza in pole-position del semiesordiente Rooker (prima soltanto una particina nel pilota di Crime Story, dove – manco a dirlo – impersonava il “luogotenente”): corporatura massiccia, mascella quadrata e uno sguardo che perforerebbe il titanio, Michael Rooker pare uscito per direttissima da una striscia di Chester Gould. I primi anni vedono le quotazioni dell’uomo in costante, vertiginosa ascesa: dopo qualche comparsata di riscaldamento (in Poliziotto in Affitto, con Burt Reynolds e Liza Minnelli, e La Luce del Giorno di Paul Schrader), esplode nel vibrante di sdegno antirazzista Mississippi Burning, a fianco di Gene Hackman e Willem Dafoe. Nel 1989 è in The Edge, TV-movie del figlio di Elia Kazan, e nel giro di pochi mesi lavora con Michael Mann (Sei Solo, Agente Vincent), Al Pacino (Seduzione Pericolosa) e addirittura l’überintellettuale Gosta-Gavras (l’invero avvincente nonchè piuttosto serrato Music Box – Prova d’Accusa). Ancora sulla breccia nei due anni successivi: in Giorni Di Tuono è il rivale di Tom Cruise, ‘Rowdy’ Burns, personaggio intriso di chiaroscuralità gay come soltanto Val ‘Iceman’ Kilmer nell’analogo Top Gun. Nel mastodontico JFK di Oliver Stone è addirittura co-protagonista, braccio destro del titanico e arringante Costner (sopraffatto dai nervi, mollerà poco prima della tirata di ventisette minuti sulla pallottola magica): è il picco massimo della sua carriera, in termini di popolarità e rispettabilità mainstream. Ma non è il suo gioco. Non è quello il suo campionato. Lo dimostra nel 1993, compiendo le sue prime scelte davvero radicali, scegliendosi le compagnie che più gli aggradano: nello specifico, George A. Romero per La Metà Oscura (Rooker è il collerico sceriffo che dà la caccia al mefistofelico Timothy Hutton), Renny Harlin per l’action ad alta quota Cliffhanger (futuro evergreen dei videonoleggi prima e di Italia 1 poi) e il sovrano della B di un certo livello George P. Cosmatos (Cassandra crossing, Cobra, Leviathan) per lo sgangherato Tombstone (assieme a eroi del tenore di Kurt Russell, Val Kilmer, Sam Elliott e Powers Boothe per dire soltanto i primi che mi sono venuti in mente). Ma il turning point vero si compie nel 1994: è infatti il personaggio di Jonah Mantz, l’irascibile poliziotto corrotto protagonista del fondamentale Uno Sporco Affare, a garantirgli l’immortalità nella produzione da videonoleggio passata, presente e futura. La sua interpretazione carica di rabbia repressa troppo a lungo diventa istantaneamente un marchio di fabbrica, tale da accostare Rooker, nell’immaginario collettivo, a bestie da distretto del calibro di Ray Liotta, Brian Dennehy o David Caruso (altri golden boys del videonolo con precedenti mainstream più o meno duraturi – Liotta lavorò perfino con Scorsese). Una scelta di campo talmente radicale che, da allora in poi, gli “straight-to-video” e la televisione rimarranno il suo esclusivo pane quotidiano: Rooker attraverserà il resto dei novanta e gran parte del decennio da poco conclusosi zigzagando amabilmente tra Z-movies più o meno beceri e praticamente qualsiasi serie televisiva che implicasse poliziotti, avvocati o quant’altro (CSI, JAG, Numb3rs, Thief, Crossing Jordan, Law & Order, ma pure fulminee incursioni in Tremors, Lucky, Stargate SG-1 e un sacco di altri), fino all’inaspettato recupero da parte del grande Doug Liman in Jumper che è storia recente.
Da sempre e per sempre il più grande eroe della serie B assieme soltanto al mitico J.T. Walsh, autentico corpo votato alla marginalità da VHS come ormai, purtroppo, non ne esistono più.

badilate di cultura: THE EXPENDABLES

Il trailer più rock dell’ultimo decennio è -curiosamente- il miglior trailer del decennio. Altrettanto curiosamente, con tutta probabilità è un trailer carbonaro.

Dentro ci sono

  • frasi qualunquiste giustissime scritte con gli stencil militari
  • il film che attendo con più speranza dai tempi di Eyes Wide Shut (allora ero giovane, mi perdonerete)
  • l’introduzione di Tannhauser/Derivè
  • I Get Wet di Andrew WK
  • tutti gli uomini che starebbero nell’Iliade se la scrivessero oggi.

Citando Nanni Cobretti, da cui abbiamo rubato la notizia, “è talmente definitivo che pare fotocopiato dritto dalla mia testa”.

Signore e signori, THE EXPENDABLES.