Dischi stupidi: BECK – SONG READER

C’è una sgradevole deriva della musica contemporanea che di tanto in tanto torna allo scoperto, ed è tutto quell’insieme di progetti che provano a definire un futuro di formati alternativi e modi di consumare non allineati. Questa pratica di sfida alle convenzioni ha un senso ridotto anche quando si parla di roba figa o importante tipo i dischi name your price di Radiohead o NIN o chi per loro, o il secondo disco vuoto che ha usato gente tipo Kapital Band 1 o anche ovviamente Laghetto (che però era il quarto disco) o che so, Infinity dei K-Space. Diventa assolutamente insostenibile quando qualcuno s’inventa un’idea su due piedi per disperazione o per il LOL o per smuovere un po’ di acque prima che il disco esca, e qui ognuno ha la sua lista tipo il disco dei The Perris o altre robe che chissà perché ricordo essere centinaia e al momento non me ne viene in mente manco una. Difficile dire che il nuovo disco di Beck, che a quanto pare uscirà solo in forma di spartito (il primo disco potenziale della storia!), faccia parte della seconda schiera, anche se odio Beck –siate avvertiti, odio Beck, questo è un pezzo su Beck scritto da uno che odia Beck, per quelli scritti da chi lo ama vi prego di skippare a QUALUNQUE ALTRO risultato ricerca di google. Il nuovo disco di Beck, se ci si pensa, richiede un certo coraggio ex-ante da parte dell’artista (affidare la musica che hai pensato per te alle mani di gente perlopiù inaffidabile che nemmeno conosci, incrociare le braccia e aspettare di vedere come va e continuare a ripeterti che nonostante sia roba scritta da te il risultato finale non sia così importante), che sommato al tempo che serve a scriverlo fratto il ritorno economico che ci si aspetta, insomma, assume un senso abbastanza particolare. E comunque è da classificare alla voce dischi stupidi perché l’idea alla base è un’idea del cazzo senza senso e senza futuro, questa cosa non deve mai uscirci dalla mente anche se ci piace decontestualizzare e vedere il genio un po’ ovunque. Su questa cosa non ci piove. Per quanto riguarda tutti i discorsi cognitivi e/o teorici vi rimando a chi ne ha già scritto, per quanto mi riguarda rimane solo un punto non-fondamentale: cosa si ottiene mettendo insieme l’idea stupida di cui sopra con l’arte e la discografia di Beck fino ad oggi?

Culturalmente parlando Beck Hansen è come quegli herpes che a un certo punto ti vengono fuori e poi spariscono e continuano a tornare di tanto in tanto per il resto della vita: sgradevole e incurabile, ma in un certo senso ci si puoi contare e –che so- ci sono cose peggiori, tipo la psoriasi e gli arti mozzati. Beck è andato di gran moda da subito, quando Loser è diventato il singolo cardine delle discoteche rock da lì in poi (ci fosse stata una classe politica più severa quando è uscito Loser, Beck sarebbe stato messo in croce fin dall’inizio). Beck è uno stato mentale. Il crossover prima di Beck aveva delle regole: per prima cosa era un affare del rock pesante, poi c’era comunque un criterio con cui potevi mischiare e non mischiare. Beck è arrivato a bomba sul mercato come una specie di versione adulta dei Beastie Boys di Check Your Head, che peraltro erano già una versione (più) adulta di se stessi, ma sarebbe da disgraziati mettere alla berlina un artista perché non è i Beastie Boys. E da lì in poi Beck ha continuato a crescere un po’ con la fama di perenne nuova cosa/ragazzino meraviglia del pop, un po’ come marchio di fabbrica di un’estetica ibrida ma innocua caduta giustamente in disgrazia tipo quindici anni fa (fu lo stesso Beck, all’epoca di Mutations, a scriverne un po’ a cazzo l’epitaffio), e un po’ come uno che avrebbe palesemente dovuto combattere per il resto della carriera contro un pregiudizio (tutto sommato veritiero) che il suo pezzo più riuscito e/o quello con cui è passato alla storia del pop è il primo pezzo del primo disco, anche se il primo disco in realtà è il terzo. Fosse successo tutto in un mondo alternativo il pregiudizio su Beck avrebbe sbaragliato Beck a calci in culo e l’avrebbe ridotto alla figura di un altro Dj Flash americano invece che, boh, il Bugo americano.

Beck esiste in una piega dell’anima su cui scorre tutto il resto delle cose del mondo senza fare una piega. Torna il garage, il crossover inizia a fare schifo a tutti, la musica meticcia non vende più manco al Buddha Bar, finisce il garage, torna la wave ingessata ma esce un nuovo disco di Beck e tutti quanti a dargli del genio. L’unico disco di Beck con il quale ho ancora (una volta ogni due anni, siamo sinceri) la minima voglia di confrontarmi è Odelay. Tutto il resto è un grandissimo monte di merda con squarci di luce e momenti di scrittura fichissima buttati qua e là per i dischi più o meno a caso in modo da creare quella sensazione tipo che la prima volta sembra il paradiso, la seconda il purgatorio e dalla terza in poi il classico disco di Beck -in questo sì il Bugo americano, o quantomeno una cosa vicinissima all’archetipo dell’artista completo millelire alla Lenny Kravitz (che per me è il massimo esempio di questa attitudine stile sai io suono in scioltezza qualsiasi genere musicale conosciuto all’uomo buttandola sempre in caciara, soprattutto per via del fatto che per un malinteso che non ho mai capito come sia nato ho pensato per mesi che Would I Lie to You di Charles&Eddie non solo fosse di Lenny Kravitz, ma fosse nello specifico la canzone intitolata Are You Gonna Go My Way di Lenny Kravitz). Dell’uomo-Beck non so molto, anzi l’unica cosa che so è che a un certo punto ha avuto una storia con Winona Ryder, una che a leggere le cronache è stata anche con Page Hamilton e un mio cugino, a un certo punto verso fine degli anni novanta, e dallo struggimento che ne è seguito è venuto fuori un disco acustico depresso stile Mark Kozelek di nome Sea Change che quando è uscito pensavo fosse uno spoof messo insieme da qualche hater di Beck e qualcuno continua a considerare il suo massimo capolavoro. Poi si è tornati al solito Beck colto e contaminato, Guero e Modern Guilt prodotto da Dangermouse come qualsiasi altro disco uscito nel lustro 2007/2011, e all’annuncio di questo Song Reader, composto appunto dei soli spartiti delle canzoni “liberati” e suonabili da chiunque. Solo ieri sono venuto a conoscenza del sito songreader.net, il quale raccoglie video caricati da utenti youtube in giro per il mondo che registrano e pubblicano i risultati sottoponendosi al pubblico ludibrio sul sito ufficiale a paga zero. Guardando video a caso, magari ho avuto sfiga io, ci si imbarca consapevolmente in quelli che si candidano già ad essere i peggiori trenta minuti di musica degli anni dieci e/o in un flashmob di casi umani senza speranza con una chitarra una pianola e nessuna vergogna. Per certi versi è un’operazione che denota coraggio, per altri versi ci ricorda che persino uno come Terry Malick (uno che per un certo periodo è stato un genio, insomma) ha deciso di non portare a termine il suo progetto di liberare il cinema mettendo la telecamera in mano a quelli che uscivano dai manicomi. Il brutto di Beck è che senti che è merda ma sembra sempre far tutto parte di un progetto più grande ed invisibile ai più. Vaffanculo.

dischi stupidi: MUSE – THE 2ND LAW (Warner)

La cosa peggiore dei Muse, qualcuno di voialtri si piglierà male a leggerlo, non è la musica. La cosa peggiore dei Muse è l’esistenza del gruppo. La seconda cosa peggiore dei Muse è che l’esistenza del gruppo non può essere ignorata. Se i Muse non esistessero o se fossero dei Darkness qualsiasi, la musica dei Muse non sarebbe un problema o sarebbe comunque normalissima musica di merda fatta più o meno apposta per segnare a mo’ di bandierina rossa la gente che possiede loro dischi come noti ascoltatori di musica di merda, una categoria di cui tra l’altro fa parte un sacco di gente simpatica e bravissima a fare il proprio lavoro, quindi insomma, senza rancore. Non è così.

I Muse sono con te ogni momento. Anche quando il loro ultimo disco non è uscito di recente e non senti le radio passare i loro pezzi al posto di qualsiasi altra cosa passi per radio, c’è un sentore nell’aria che non accenna a sparire, s’infila tra le scapole come un coltello e rende noioso e senza senso qualunque discorso sulla musica in cui ti trovi coinvolto durante la giornata (da internet in poi passare tutto il tempo libero a parlare di cretinate sulla musica non vuol più dire che sei un idiota totale).

Prendiamo, più o meno a caso, il nuovo disco dei Grizzly Bear. Ora, io non odio i Grizzly Bear, sono bravissimi nel genere che fanno e sono dei buoni autori di canzoni, caratteristica che di per sè (specie in questo periodo storico) li rende molto più fighi della media dei gruppi del nostro tempo. Però i Grizzly Bear hanno un’attitudine troppo al centro delle correnti e/o il fatto che siano così gentili e perfetti nel loro essere occasionalmente sporchi dà alla loro musica un fastidioso gusto da giro nei bassifondi, come se l’indie-folk fosse una condizione transitoria dell’esistenza sulla strada per diventare Yusuf Islam, quindi per certi versi una cosa sbagliata e sospetta dal punto di vista politico, come se in realtà i Grizzly Bear non avessero voluto fare davvero i dischi che stanno facendo e stiano sfregandosi le mani alla Bruno Vespa sussurrando a mezza bocca vedrai tra cinque anni col singolo alla fine del nuovo film di Wes Anderson. Per farsi quest’opinione uno come me passa diverso tempo sui loro dischi, li riascolta continuando a trovarli tutto-sommato-carini e registrando il fatto che non scatta quel fatidico click che ti mette in perfetta sintonia con un artista/gruppo, e poi magari si infila in una discussione su Friendfeed o su FB o su qualche forum e la spiattella a tutti preparandosi ad argomentare e non farsi dare del troll mentre continua a sentirsi il disco. Poi il disco dei Grizzly Bear finisce e magari inizia il nuovo disco dei Muse, il peggior coacervo di puttanate messe in musica dai tempi del disco precedente dei Muse, un buco nero culturale in cui Matt Bellamy e soci ripescano a cazzo qualsiasi brutta cosa sia mai stata messa in musica (Jean Michel Jarre, i Queen, i peggiori U2, il glam-metal e tutto il resto) e lo frullano in un contenitore nuovo di musica ancora più priva di gusto, senso e vergogna. Qualsiasi altro esempio recente di musica sbagliata semplicemente non può competere. E nello stesso momento io sto lì a dire cose brutte dei Grizzly Bear, sentendomi come uno che va a fare una vacanza in Congo e si lamenta perchè nel bagno della sua camera il bidè non butta acqua calda.

Il punto è che i Muse possono tutto sommato stare in una discografia come la mia e la vostra. Hanno suonato di spalla ai Deftones e ai RATM in festival italiani, lo so perchè c’ero, e la gente faceva sì con la testa immaginandoseli più avanti in scaletta l’anno successivo. E hanno continuato un processo di plastificazione della musica che ha qualcosa di sublime e fascinoso nel suo andare contro qualsiasi buon senso legato al gusto musicale di chiunque io conosca, lasciando volentieri ai Coldplay (altro gruppo di cui ti viene da dire tutto il male possibile e poi ti ricordi dei Muse) l’ingombrante ruolo di nuovi Radiohead/U2, diventando un concetto bruttissimo che riesce a far coesistere pomp rock di merda e pop di merda nello stesso format in cui tutto è gigantesco e luminoso e pieno di visual per la gioia dei settantamila che si dirigono verso San Siro col cartoncino di sangiovese del Ronco e la maglia del tour precedente dei Muse. E nel contempo ogni nuovo disco di Bellamy & Co. mette in piedi un nuovo dibattito tra quelli pro e quelli contro, nel quale pesi da una parte l’oggettiva bruttezza della loro musica e dall’altra il fatto che suonino bene dal vivo e/o abbiano un passato rispettabile. Che tra l’altro non è: uno si ascolta Showbiz e anche se non sono ancora presenti i pezzi plagiati da una Another One Bites the Dust è già tutto lì dentro, in nuce, manco troppo nascosto nei riffoni cock rock delle varie Muscle Museum a battere il tempo di un britpop dopatissimo stile ecco i figli di OK Computer (voglio dire, guardando ai Muse i Radiohead di Kid A assumono davvero un senso). E sì, la griglia dei sostenitori tra chi ha un’idea anche solo vaga di musica si sta assottigliando, ma continuano a essercene, vivono tra noi e li sostengono in quanto gruppo in continua mutazione che non siede sugli allori. Questa cosa con i Maroon5 non succede, nemmeno a fronte dell’occupazione militare di Radio Deejay all’uscita di ogni nuovo singolo. Perchè? A che pro? Continuo a non capire. Continuo ad ascoltare ogni nuovo disco dei Muse per rendermi conto quanto e come sia possibile SBAGLIARE un disco con a disposizione un budget potenzialmente illimitato e un personale che ti permetta di fare qualsiasi cosa tu voglia, di quanto il gruppo tocchi nuove frontiere del cattivo gusto e della vergogna. Mi ritrovo con le mani in mano e la morte nel culo, e credo che davvero The Second Law sia il punto di arrivo, l’esperienza limite, il disco più cafone in senso sbagliato della storia della musica. E poi mi rendo conto che prima o poi lo dimenticherò, passerò ad altre battaglie e darò un senso al tempo che perdo ad aggiornare Bastonate. E poi i Muse faranno un altro disco e lo metteranno in streaming sul Guardian e ci ritroveremo tutti daccapo, tutti dalla stessa parte della barricata a darci di gomito e offrirci birre sfottendo chi si fa la notte in bianco per comprare il biglietto in prevendita a 80 euro.

dischi stupidi: PRIMATE – DRAW BACK A STUMP

Lo spirito continua (col cazzo).
(M.C.)

A leggere fanzine e riviste fino a una quindicina di anni fa (forse anche meno) sembrava che fino alla fine degli anni ottanta la gente che si ascoltava hardcore e quella che si ascoltava thrash metal si menasse da mattina a sera e non ammettesse all’interno di nessuna delle due cerchie gente che suonasse l’altro genere. Ora, io sono nato nel ’77 e ho messo le mani sulla mia prima rivista di musica nei primi anni novanta, e insomma quella fase me la sono ciucciata in differita sentendone parlare al presente, come di una guerra ancora sanguinosa ma che andava lentamente estinguendosi (e che rivisse poi un breve lampo di splendore verso la fine degli anni novanta con il ritorno in auge dell’heavy metal puro, una cosa che ai tempi sembrava iper-logico odiare per partito preso e oggi guardiamo con rispetto e devozione). Paradossalmente, quasi tutti i dischi che mi stavo mettendo in casa erano a metà tra le due cose. Verso metà anni novanta ti andavi a spulciare una distro e ti ritrovavi con decine di nastri in saccoccia che avevano tutti quanti la copertina fotocopiata in bianco e nero, nomi/titoli/tracklist che contenevano sedici volte le parole Corporate o Capital o Agenda e impianti musicali sostanzialmente impossibili da distinguere se non per un paio di caratteristiche marginali (questi suonavano senza il basso, quelli avevano due cantanti di cui uno con la voce da bambino pazzo, questi qua i pezzi non superano mai i sedici secondi). Nel mio modo di pensare l’ho sempre chiamato crust o grind o thrash, in modi più o meno intercambiabili e senza pormi il problema in merito al fatto che avesse senso definirli sulla base di cosa o cosa no. Ogni tanto guardo a certi dischi che non sapevo di possedere e li rimetto su con un misto di tenerezza ed esaltazione, tutto sommato lo stesso atteggiamento che riservo a Come into my Life di Gala e ai primi 883. Sta di fatto che se togliamo gli Slayer, gli SOD e il death floridiano questa roba non è MAI andata di moda e non ha permesso a nessuno di quelli che la suonavano di comprarsi una villa con piscina. Nella maggior parte dei casi non han fruttato manco i soldi di un innaffiatoio, e quelli della scena che non si aggirano ancora senza denti per posti occupati alle sei del mattino biascicando frasi fatte contro il capitalismo, hanno probabilmente accettato l’offerta del padre e si sono messi a smerciare divanetti o prodotti per l’agricoltura. Mi piacerebbe sapere di anche solo UN SINGOLO caso documentato di punk pestati a sangue da metallari, ma francamente non è una cosa che mi ha toccato manco da lontano.
Dall’altra parte c’è da dire che l’atteggiamento di scostante fastidio di questo genere ibrido da TUTTO quel che succede al mondo, gli ha permesso di sopravvivere senza colpo ferire a tutte le contromosse i fascisti siano riusciti a mettere in campo, ivi compresa l’ipersaturazione di qualsiasi altro genere di punk e metal sconfitto dall’essere andato di moda anche solo per sei mesi o aver trovato qualcuno che ci buttasse dentro soldi grossi, anche in preda a raptus di palese insania mentale. Il più evidente risultato finale è la cosiddetta sindrome di Shane Embury, vale a dire l’idea che i Napalm Death da Enemy of the Music Business siano sempre e solo “una boccata d’aria fresca” e l’ultimo baluardo di un’attitudine profondamente arcòr stile già che abbiam fatto trenta facciam trentuno ma con copertina in bianco e nero. L’esempio di Utilitarian, per cui il mio collega (e più grande scrittore di musica mai esistito al mondo) m.c. spendeva parole pesantissime mentre il resto del mondo faceva a gara a chi leccava più il culo, è abbastanza emblematico. Dall’altra parte dello spettro sonoro, che in questo caso specifico è comunque la stessa identica musica, abbiamo gente che suona in gruppi blasonatissimi et smerciatissimi, nei limiti di quanto vengano smerciati i gruppi oggigiorno, dispostissimi ad appendere il chiodo al chiodo per mezzo minuto e mette insieme una superband di orientamento crust-nichilista rispettando tutte le regole del genere e buttando fuori un disco “povero” che non sappiamo a che titolo continuiamo a riascoltare in ogni nuova forma (si distinguono dagli altri gli Scum di Casey Chaos, che per il fatto di avere Casey Chaos in formazione suonano molto più storti e sconvolti della media di questi progetti). Nella fattispecie oggi siamo qui a parlare di tali Primate, in formazione Kevin Sharp e un membro dei Mastodon di quelli che non contano (vale a dire NON il batterista) e solito profluvio di suoni millelire sparati alla velocità della luce (la quale comunque ultimamente sta rallentando molto). Un disco autoprodotto esaurito in poco tempo, ora ristampato in extended version da Relapse, e la stessa tristissima sensazione provata con L’ALTRO side project di Sharp, i dispensabilissimi Venomous Concept, che quando ti rimetti in carreggiata tutto fa brodo a patto di sembrare sempre incazzato e vedere a occhio nudo la fine del mondo. Non sono i primi e non saranno gli ultimi, ma prima o poi avremo il coraggio di metterli in fila contro un muro, urlare vaffanculo e tornare felici all’ufficio paghe dove lavoriamo quasi tutti.

utilitarian.

Da Enemy Of The Music Business in poi i Napalm Death continuano a incidere ogni volta lo stesso disco. Esaurite le velleità ‘sperimentali’ nel trittico Diatribes / Inside The Torn Apart / Words From The Exit Wound una volta trovatisi a fare i conti e realizzare che quei dischi avevano fruttato in tutto poco più di una cacca di mosca, il ritorno all’ordine con un EP di cover calligrafiche per tornare nelle grazie degli osservanti più dogmatici (Leaders Not Followers, era il 1999), entrano nel nuovo millennio col pilota automatico già inserito: ripristino del vecchio logo marcio e filiforme, copertine da disco crust putrido registrato in cantina, indignazione a palla sotto forma di testi tutti improntati sul concetto di piove, governo ladro, chitarre tritatutto, batteria a mille e il latrato di Barney sempre più distorto e intriso di puro odio cockney dalle basse sfere. Order Of The Leech, The Code Is Red… Long Live The Code, Smear Campaign, Time Waits For No Slave, cambiano solo i titoli; distinguere un brano da un altro diventa un puro esercizio di fede. Non arresta il Napalm karaoke questo Utilitarian, al solito titolo grondante consapevolezza sociopolitica, copertina bicroma da disco dei Crass e strali apocalittici contro tutto e tutti, l’unica novità è un’intro tastierata alla Dimmu Borgir da latte alle ginocchia, in un pezzo c’è pure John Zorn che fa John Zorn periodo Naked City il che è ovviamente di una tristezza infinita. Piacerà ai regazzini inkazzati, ai punkabbestia col giubbotto sbrindellato pieno di toppe degli Amebix, ai fanatici del metallo peNsante (è suonato bene, c’è John Zorn) e agli uomini giovani che entrano in ‘centri sociali’ come in una chiesa. Lo spirito continua (col cazzo).

true believers e/o dischi stupidi: DREDG

I Dredg erano un gruppo di rock storto californiano. Il loro primo disco, Leitmotif, venne fatto uscire da indipendente a fine anni novanta e ripubblicato sotto il marchio Interscope nel 2001. Era una specie di outsider del periodo: se ne iniziò a parlare (non riesco a capire a che titolo) nel corso dell’esplosione del nu-metal, del quale vennero venduti a un certo punto come una balzanissima variante in salsa prog. Era un bel disco, Leitmotif. Non quello che si dice un disco con un senso, specie non se inserito in un contesto tipo “ha fatto poche copie da indipendente, lo prendiamo e lo facciamo diventare il gruppo degli anni duemila”, ma aveva qualcosa che funzionava. Sembravano i Jane’s Addiction emo e senza droghe dopo due anni di ascolto coatto di soli dischi incisi a Louisville, come avrei potuto tranquillamente scrivere (magari l’ho fatto) in una recensione a cui mettevo mano nel 2001. Un disco molto ruspante con delle belle chitarre grattone e un bel po’ di perizia tecnica. Successe che i Dredg diventarono uno dei nomi su cui puntare per il futuro.

Un anno dopo, grossomodo, arrivò la doccia fredda d’ordinanza. Il secondo disco della band si chiamava El Cielo, e suona più o meno come il suo titolo –cioè una cagata pretenziosa e senza senso, un disco che dalla sera alla mattina buttava in soffitta tutte le asperità del suono del gruppo in favore di, ehm, provare a diventare dei Tool ad interim (da dopo Aenima i Tool esistono solo nella mente dei loro fan e/o negli anni a cavallo dell’uscita dei dischi sempre più indifendibili a cui SI DEGNANO di mettersi a lavorare ogni tanto). La missione tra l’altro riesce in pieno. El Cielo (elaborato intorno a un concept legato a un quadro di Dalì col quale c’entra –se ricordo bene- la narcolessia) diventa la più redditizia panacea per progster di area heavy metal di tutto il decennio scorso, il centro caldo a cui ogni fan del bel canto cerca d’aggrapparsi con le unghie per dar conto di sé come persona di gusti raffinati e/o a trecentosessanta gradi. Queste cose nelle cerchie metal vanno un sacco. Perdo le tracce dei Dredg dopo aver ascoltato El Cielo dalla prima all’ultima nota: dopo un passo del genere le cose non possono che finire in merda. Dei dischi successivi ho notizia leggendo riviste, forum e blog musicali: versioni ingentilite del loro secondo disco, momenti di prog assoluto, “musica per gente senza preconcetti”. Vaffanculo. Oggi a pranzo mi trovo a cercare robe su Youtube e scopro che qualche matto ha caricato i pezzi dell’ultimo album (è uscito cinque o sei mesi fa) a mo’ di playlist. Il disco si chiama Chuckles and Mr Squeezy, il titolo suona un po’ come se fosse un disco dei Primus, è prodotto da Dan Nakamura e insomma decido di sentirmelo. Si tratta di una delle cose più imbarazzanti e sbagliate abbia mai sentito in vita mia, una specie di svolta trip-prog-hop degli Anathema buttata in caciara e/o fortemente influenzata da certe cose che potrebbero stare in un disco degli ultimi Incubus. L’etichetta per cui esce è la stessa dei Trail of Dead e si chiama, nomen omen, Superball. Decido di smettere di fare battutine stronze e dare una spazzolata alle recensioni sulle webzine di settore: a leggere certi pezzi sembra il disco più coraggioso e mirabolante della storia dell’umanità, regalatoci dai Dredg in uno slancio di creatività assoluta senza regole né rete di protezione, il più grande schiaffo alla musica commerciale di ogni tempo. “Un disco che dividerà il pubblico”. Geniali. Scopro su Wiki che il gruppo suona da quasi vent’anni e non ha mai cambiato formazione. Il batterista si chiama Dino Campanella.

Benvenuto nel mondo dell’AIDS (Wolf)

C’era questo tizio ipocondriaco con un contratto co.co.pro nell’ambito dei ditali da cucito che esce di casa una sera per andare ad un concerto degli Arab On Radar. Vestizione da rimorchio con anfibio lucido antiscivolo su vomito, pantalone in velluto impermeabile al vomito, camicia a quadri modello autotrasportatore di Twin Peaks (vomitorepellente), flacone di rohypnol nel taschino. Prende la sua auto perchè ha paura dei mezzi pubblici: c’è quasi sempre del vomito sui sedili, troppa gente che tossisce e poi insisteva su sta cosa che gli autobus sono talmente sporchi da avere al loro interno più fluidi corporei di un vero essere umano, anche se sono fatti di lamiera piegata male. Arriva al club e c’è la fila. Dopo venti minuti riesce ad entrare, ordina l’imitazione di un whisky al bancone e se lo fa versare in un bicchiere portato da casa, che Dio solo sa quanto non lavino i bicchieri in quel posto. Era lì da un’ora e tredici minuti e nessuno gli aveva ancora rivolto la parola: più faceva caso a questa cosa e più gli montava la paranoia che magari la gente non gli si avvicinasse a causa del rumore di pillole di rohypnol che girano a vuoto in un flacone proveniente dal suo taschino. Pensava, a ragione, che nessuno chiederebbe nemmeno l’ora ad una specie di salvadanaio rivestito di velluto e pieno di droga da stupro seduto al bancone di un club. La magia accade quando inizia a suonare il gruppo spalla degli Arab On Radar ed una morettina con più occhi che denti sani gli parla tutta la sera della scena shitwave di Providence degli ultimi quindici anni, in un discorso talmente passatista e fine a sè stesso che il nostro tizio riesce a concludere la serata con un threesome sui sedili posteriori della sua macchina: c’erano lui, la morettina con più denti marci che capelli e il virus dell’HIV. La mattina lui si sveglia, e di lei rimangono solo il retrovirus e la scritta sul lunotto “Benvenuto nel mondo dell’AIDS”.

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Dischi stupidi: Seeking Major Tom

Se ci sia o ci faccia ormai non ha più importanza, ammesso che ne abbia mai avuta: a ottant’anni compiuti, più di due terzi dei quali spesi a intrattenere alla grande miliardi di esseri umani soprattutto via tubo catodico (ma senza disdegnare fulminee incursioni nel mondo del cinema, della musica registrata e dell’editoria), William Shatner può permettersi qualunque cosa. Anche di uscirsene con un triplo concept/cover album tra i più balzani, sconclusionati, improbabili e farneticanti di sempre per un’etichetta nota ai più come dispensatrice di metallaccio di ultim’ordine, punk orribile e rockettaccio gotico per tamarri di periferia in anni in cui portavamo ancora i calzoncini corti; Cleopatra Records era il marchio che associavo ai dischi brutti dei Christian Death, al limite a qualche ciofeca random con ragnatele e tizi truccati da puttana in copertina, comunque roba da evitare come la peste se non volevi sprecare i soldi quando i dischi ancora si compravano; oggi, non so se è più forte l’effetto nostalgia provocatomi dall’aver rivisto un logo che credevo sepolto per sempre nei recessi più inutili della mia memoria o lo sgomento di fronte a un disco che travalica di diverse galassie il concetto di so bad it’s good, disintegrando in un sol colpo intere gerarchie di abbruttimento, rimodellando di fatto nuovi standard in termini di perturbante e gratuito, e rendendo ogni possibile termine di paragone una stronzatina assolutamente normale e nemmeno divertente. Seeking Major Tom è, nei fatti, una raccolta di cover di brani spesso famosissimi riassemblati e in qualche caso riadattati (cambiando gli arrangiamenti o perfino alcune linee di testo, alla maniera degli Slayer di Undisputed Attitude) in modo da delineare una continuity che sta tutta nella testa di Shatner, una storia vera e propria con un inizio, uno svolgimento e una fine, protagonista il “maggiore Tom” del titolo, che assurge a vita propria prendendo le mosse dal pezzo di David Bowie via il seguito apocrifo di Peter Schilling e si muove nel tempo e nello spazio attraversando – in ordine sparso – U2, Steve Miller Band, Deep Purple, Elton John (Rocket Man, c’era da chiedere?), Thomas Dolby, i Police (indovina? Walking on the Moon), Norman Greenbaum, i Queen, naturalmente gli Hawkwind, K.I.A. (robaccia famosa solo in Canada), The Tea Party, perfino Frank Sinatra (e non Fly Me to the Moon ma la sua versione di Lost in the Stars di Kurt Weill), Pink Floyd, Byrds, Golden Earring, Black Sabbath (Iron Man, agghiacciante) e Duran Duran (coerentemente, Planet Earth), il tutto rivisitato per l’occasione da un esagitato Shatner, convinto di stare recitando il ruolo della vita in una cornice che più camp non si potrebbe; roba che al confronto l’opera omnia di Meat Loaf diventa il demo autoprodotto di una cover band dei Discharge. Lo stuolo di ospiti poi è qualcosa di inimmaginabile, da Michael Shenker a Wayne Kramer, da Bootsy Collins a Lyle Lovett, da Peter Frampton a Dave Davies passando per Sheryl Crow e Zakk Wylde, e verrebbe da riportare per intero la lista dei guests tanto non ci si crede. L’insieme è impossibile da raccontare a parole, bisogna passarci in mezzo; per meno di 24 ore l’album è stato in streaming integrale su Soundcloud ma ora la pagina sembra sia stata rimossa o qualcosa del genere. L’edizione in doppio CD sta a quattordici dollari su Amazon americano e potrebbe essere il miglior regalo che decidiate di farvi così come una valida alternativa alla lobotomia frontale (e non è detto che i due concetti debbano escludersi a vicenda); io, è da un paio di giorni che sto pensando a come uscirne. Non è che abbia ottenuto buoni risultati finora, anzi.

 

non credo di avere le parole per dirne.

dischi stupidi: †††

Chino Moreno è il cantante dei Deftones. Quasi tutti convengono che oltre a essere il cantante sia anche l’unico vero genio all’interno della band, ma personalmente ho tre argomenti contro questa tesi. Vado ad elencarli e grazie per l’occasione.

1 Stephen Carpenter. Il chitarrista dei Deftones, un ciccione che suona a testa bassa e se ne frega il cazzo di tutto, oltre che l’unico vero fanatico di metal all’interno della band (ci sarà pure un motivo per cui i Deftones sono considerati un gruppo metal, anche dai metallari tra l’altro). E cristo santo fa pure Carpenter di cognome.

2 La prima uscita extra-Deftones di Chino Moreno, che se non ve lo ricordate si chiamava Team Sleep ed era un progetto che operava in un’area grigia tra Bristol, Mo’Wax e cose tipo i Depeche Mode se l’unico pezzo rilevante della loro carriera fosse Condemnation. Un progetto ultra-anticipato, con un disco finito nel 2003 che viene bloccato per alcuni leak circolati in rete (WTF), rimesso insieme nel 2004 e rimandato al 2005 da Maverick perché troppo bello (WTF) e quindi meritevole di un’elefantiaca campagna promozionale, tristissimo una volta arrivato nei negozi e sostanzialmente ignorato da quasi tutti, compresi diversi fan terminali dei Deftones.

3 Il nuovissimo progetto di Chino, che si chiama ††† (tra l’altro sulle croci non puoi mettere il grassetto, da cui appunto il grassetto su “il nuovissimo progetto di Chino”) e viene spacciato gratis, previa fornitura di un indirizzo email. Anche se il titolo non desta particolari sospetti in merito, si tratta di un disco witch house. In realtà si tratta di un disco così sintomaticamente witch house che l’unica cosa che puoi dire del disco stesso è che è un disco witch house. Il tutto senza che nessuno sia mai riuscito a capire cosa sia in effetti la witch house, a parte le croci e i triangoli nei titoli e nei nomi dei gruppi. Il che renderebbe Chino Moreno un buon esempio di dadaismo contemporaneo (essere triste e di maniera in qualcosa che di fatto non esiste), ma non credo sia il caso di mettere in piedi analisi di secondo o terzo grado se il primo fa cagare. Magari sono io. Il disco, in qualsiasi caso, lo trovate qui.

Avril Lavigne

C’è un sacco di dischi usciti nei primi anni novanta che all’epoca mettevano d’accordo anche i preti e che ora preferirei infilare su per il mio culo piuttosto che dentro il mio lettore CD, ma Blood Sugar Sex Magik gioca in una classe a parte. Blood Sugar Sex Magik possiede un potere di annullamento della razionalità che va oltre ogni possibile discorso sensoriale per diventare fastidio puro, malessere, revisionismo storico, sangue nelle strade e cronache di una vita di merda. Blood Sugar Sex Magik è uno di quei dischi che ti dà un fastidio boia anche solo a vederlo esposto nei nice price perenni dei grandi magazzini, figurarsi un negozio di dischi vero: un paio di mesi fa uno l’aveva perfino esposto in vetrina, a vent’anni dall’uscita. Stavo per entrare e ho tirato dritto e giuro che l’ho fatto solo per via di BSSM. Cazzo. Non credo che esistano altri dischi che mi fanno questo effetto, a parte cose tipo i Garbage che comunque hanno almeno la scusa di chiamarsi IMMONDIZIA e di essere stati percepiti come tali non più di due settimane dall’uscita di ognuno dei primi due dischi. Andando in giro invece ti trovi ancora dei fan di BSSM come se fosse la cosa più giusta e naturale del mondo. L’ultima volta che ho sentito Blood Sugar Sex Magik è stato non più di sei mesi fa, perché la mia birreria preferita ha una scelta di 17 dischi rock (la maggior parte dei quali dei Creedence, c’è da dire) tra cui appunto BSSM, che ogni volta stupisce per via di quanto è piatto noioso e finto, anche e soprattutto in rapporto a certi suoi corrispondenti contemporanei invecchiati comunque di merda (tipo il primo RATM o The Real Thing). Ma tutto sommato alla storia della musica si deve quantomeno rispetto. Il problema, con i Red Hot Chili Peppers, è che il processo di degrado ci coinvolge tutti. A vent’anni e passa dall’inizio di un insindacabile processo di caduta artistica, cioè da dopo Mother’s Milk, siamo ancora a chiederci se il nuovo disco dei RHCP sarà passabile o meno. Anche mettendo insieme tutte le arti che Dio ha mandato in terra, vengono in mente pochissimi corrispettivi di gente che ha conservato un barlume di credibilità nonostante un monte di opere così indifendibile, e sono quasi tutti nel cinema (Von Trier, Ridley Scott, cose così). Segue breve cronistoria: esce One Hot Minute, con Dave Navarro in formazione al posto di John Frusciante (impegnato a tempo pieno con la tossicodipendenza e una carriera solista di dischi-capolavoro realizzati col corpo da una parte e il cervello da un’altra); la critica lo tratta malissimo, forse anche al di là delle colpe del disco stesso, e cerca di fare ammenda diversi anni dopo incensando il ritorno di Frusciante in Californication, svolta pop a trecentosessanta gradi il cui unico merito è quello di aver ridotto l’impianto funk al servizio del pop da classifica in modo talmente grossolano e dozzinale da farlo sembrare come il frutto di una riflessione. Seguono lo sbagliatissimo By The Way, una specie di versione roots del disco precedente con le parti di basso ridotte scientificamente ai minimi termini (probabilmente per il LOL) e il doppio Stadium Arcadium, alla luce del quale qualcuno ha persino il coraggio di rivalutare parzialmente By The Way.

In questi giorni, se vi connettete a iTunes, potete ascoltare gratis il nuovissimo I’m With You. È il primo disco registrato dopo la seconda –e si dice definitiva- dipartita di Frusciante (il quale comunque non infila un disco da anni), rimpiazzato da tale Josh Klinghoffer. Il quale, a detta degli altri musicisti, ha portato un autentico rinnovamento nell’impianto della band. Alla prova dei fatti, il rinnovamento di cui sopra è che i pezzi sembrano delle out-takes di un gruppo medio dell’epoca in cui il punk-funk era diventato il nuovo mainstream pop, diciamo dei Bloc Party senza ispirazione (già che io vorrei pestare gli originali, di Bloc Party). A conti fatti è difficile immaginare un disco più fuori fuoco/tempo/bersaglio/asse/graziadidio di questo, ma l’ho comunque ascoltato dalla prima all’ultima nota. Dei geni?