Ci faccio la tesi sui significati reconditi di “La D è muta” (pro/contro di Django Unchained venduti come listone del martedì)

spaghetti perk

spaghetti perk

Ci sta essere in crisi dopo la visione di Django Unchained, una crisi terribile: insomma nel 2013 va bene o no farsi piacere Tarantino? Non è da un po’ troppo che è in giro? Ma hai visto che culone che c’ha? Però mica ci dobbiamo abbassare a quelli che “eh ma i suoi primi 3 film…”. Che si fa? Proviamo a considerare i pro (va bene farselo piacere) e i contro (col cazzo):

PRO:

-in un’era di pochi eroi cinematografici davvero memorabili, i film di Quentin ci provano, ci provano duro a metterci dei nuovi Snake Plissken, Jack Burton, Jeff Taylor. Perchè solo personaggi di Kurt Russell? Boh, ce ne sono altri?

-i film di Tarantino piacciono alla maggioranza delle donne: è un fatto. Sarà il pop, sarà la coolness dei personaggi. Allora se s’è visto Django e s’approccia un esemplare del gentil sesso, si ha il 65-68% di possibilità di un riscontro positivo nell’acchiappanza, se la risposta è “uè sì” alla prevedibile domanda “uè, t’è piaciuto l’ultimo di Tarantino?”.

-non è che i dialoghi dei suoi film recenti siano sempre grandiosi, a volte girano intorno alla ciccia senza addentarla, epperò cercano il ritmo, la commedia, l’immortalità. Cose a cui credono in pochi o che in pochi hanno le qualità e il coraggio per metterli in scena.

-può fare solo meglio di Kill Bill.

-in Death Proof c’ha messo Kurt Russell.

CONTRO:

-se fallisce in America, tanto lo adottano in Europa, specialmente in Francia. In tempi di crisi, quelli con il culo parato devono stare sull’anima per principio.

-le tesi universitarie su Tarantino hanno ampiamente superato in numero quelle su Kubrick e direi che eravamo un po’ stufi già di queste ultime.

-non è che perchè Sergio Leone faceva durare i suoi film 3 ore, te devi aggiungere pagine di script col cronometro in mano.

-non è che perchè a Godard piaceva spesso frantumare le palle te devi aggiungere pagine di script per frantumarci le palle.

-a fare meglio di Kill Bill ci riesco anch’io con un cellulare e i playmobil.

-in Django Unchained c’era Kurt Russell, ma poi è andato via.

Ma questo è snobismo a priori pro/contro l’autore, non si potrebbe giudicare “Django Unchained IL FILM” e basta? Eh no, non si può. O meglio, si può per un paio d’orette, quando il film, facezie a parte, è anche un western e quando i personaggi, facezie a parte, sviluppano e sei portato a credere nelle loro missioni di riscatto e vendetta. Tarantino, una manciata d’anni fa, diceva in giro che lui, quando rilegge un genere, vuole fare anche il miglior film possibile di quel genere epperò è una balla. Perche quando fai scattare il gioco all’interno di un contesto che ti cattura, come quello di Django fino alla prima resa dei conti a mezzora dalla fine, sai che all’ultimo momento hai deciso di andare a parare da un’altra parte: diventi il Tarantino imprevedibile che t’aspetti, diventi solo omaggio e cammei, diventi catarsi cinefila, ma non cinematografica. Era successo anche con Inglorious Basterds. E quindi alla fine “Django Unchained IL FILM” manco si merita di essere giudicato per la sua trama, per il romanticismo tedesco di Schultz e per la discesa nelle tenebre di Django Freeman, per il magone da finali tristi e per la gioia da finali felici. Perchè sono illusioni durate due ore e dieci minuti. Resta un cinema brillante che ammicca, diverte e stuzzica (e sia chiaro che non è poco) mettendo in scena una sorta di teatrino o una stanza dei giocattoli che però al giorno d’oggi non è che sia una grande conquista stilistica o critica. Anche perchè il discorso critico era più roba da La casa nel bosco, che, tra l’altro, era riuscito a salvare capra e cavoli in un’ora e mezza scarsa di meta-horror. Quentin invece ha scelto la capra. Non gliene faccio una colpa, non m’incazzo con il suo film, però, se devo schierarmi per forza, dico che amavo il suo cinema quando sui titoli di coda mi restavano in testa il patetico, commovente amore di Max per Jackie o Vincent Vega smitragliato sulla tazza del cesso e mi chiedo perchè, invece, di Shoshanna o King Schultz (dopo la fatal digressione finale) me n’è fregato relativamente poco.

IL TITOLO ORIGINALE E’ SPOILER!

"che cacchio c'entri tu con lois lane?"

“che cacchio c’entri tu con lois lane?”

Di nuovo in gioco/Trouble with the curve (ooops!) è la storia di un talent scout di baseball (Clint) che ha una figlia (Amy) e Justin Timberlake che gli ronzano intorno, sogna cavalli e dice ai suoi capi che il ragazzoccio ciccio bianco battitore prodigio di un team giovanile c’ha problemi a colpire le palle curve. In pratica il nocciolo è che Clint ha problemi di comunicazione perchè:

  1. la figlia c’ha la sindrome dell’abbandono, Clint dice: “eh t’ho abbandonata ma sapevo quello che facevo, perchè rompi il cazzo?” e lei invece c’ha 35 anni e vuole ancora parlarne. Ma perchè rompe il cazzo?
  2. Justin Timberlake fa come se fosse a casa sua, Clint non vorrebbe e lui continua e ad un certo punto Clint si rassegna. Ma perchè rompe il cazzo?
  3. John Goodman qui è troppo bonaccione per farsi ascoltare da qualcuno e Clint gli mangia una pizza in faccia.
  4. ci sono due nemici, uno per Clint e uno per Amy: il primo che guarda il baseball col computer viene sconfitto da Clint dopo che Clint gli aveva detto esplicitamente: “Ma perchè rompi il cazzo?”. L’altro da Amy ma fuoricampo, non nel senso del baseball.
  5. c’è il crossover con Terminator, non scherzo: il capo T1000 parteggia per il nemico di Clint che guarda il baseball col computer non perchè pensa che Clint sia ormai vecchio, ma perchè sta arrivando l’era delle macchine, lui è il T1000 e lo sa bene.
  6. c’è una sottotrama coi cavalli in flashback che poi torna tutto e che è la sottotrama di default di ogni film dal 1898 ad oggi. Avete capito quale.

Il film non ha una regia, sublima direttamente dalla sceneggiatura allo schermo mentre voi siete in sala. Succede anche che il ragazzoccio ciccio bianco battitore prodigio è uno stronzo montato, invece c’è un modello sconosciuto lanciatore messicano acqua e sapone che è il micheal jordan del baseball, ma non nel senso di quando michael jordan giocava a baseball, nel senso che lancia palle a 400km/h di default grazie al suo allenamento in cortile col fratellino decenne. Naturalmente Clint e la sua banda finiscono nel motel dove lui fa i compiti, vende noccioline e ha sviluppato la palla curva più letale della storia del baseball che… ASPETTA! Il ragazzoccio antipatico di prima c’ha problemi con la palla curva, vuoi vedere che…

Lo sviluppo dei personaggi passa attraverso queste scene chiave:

-Clint non ascolta i dottori. Clint canta “You are my sunshine”. Clint dice “Figlio di puttana!”.

-un battitore scoperto da Clint che vedi fare schifo all’inizio, diventa fortissimo quando viene la mamma a vederlo giocare.

-gli avvocati sono subdoli.

-Amy Adams riscopre i valori sani dell’america tornando a mangiare carne dopo una parentesi vegetariana. La cosa coincide col fatto che finalmente scopa.

-un ragazzotto magrolino cogli occhiali viene vessato, ma avrà il suo momento di gloria colpendo una palla con il culo.

-ci saranno dei chiarimenti e una gru verso l’alto sulla schiena di Clint che va via fumando il sigaro.

In-jokes:

  1. amy adams fa la ruota e ammicca per farci sapere che lei ha fatto la ballerina
  2. justin timberlake si stupisce che sa ballare e ammicca dicendo una cosa come “non sapevo di essere un ballerino nato”
  3. clint eastwood guarda in camera incazzato come quando i figli gli hanno regalato il telefono coi tasti giganti in gran torino. Poi ammicca.

In neretto le cose che non ci si crede.

Alla fine del film mangiate un hamburger navajo all’old wild west a fianco del multisala e sorriderete in pace con voi stessi.

ARGO maiuscolo, ma non tipo INLAND EMPIRE. Per davvero.

ARGO e argo

ARGO e argo

Perchè Argo è un film della madonna? Mica perchè, come per tutte le regie/produzioni targate George (Clooney, l’altro George è morto poche settimane fa e diventerà un cartoon Disney), si sente che finalmente qualcuno recupera il cinema americano d’impegno civile degli anni settanta. No, quelle sono balle, il salto non è così lungo, si ferma piuttosto ad un primo intermediario: la buona e sana televisione destrorsa degli ultimi 10 anni. West Wing. 24. Che è cinema anche quello, ma la gente è più difficile da convincere sulla questione. E’ la struttura stessa del film che ce lo dice: il soggetto è carico di relativismo, perchè è giusto sentire tutte le campane prima di iniziare un’opera d’intrattenimento buoni vs cattivi. Con sfumature, ma buoni vs cattivi. Così, dopo il biscottino liberale, si può partire col thriller venato di drama, con la CIA che è il terzo reggimento cavalleria e coi miliziani iraniani che in pratica sono gli indiani, il nemico della fiaba, il predone che agita la scimitarra de L’arca perduta. Allora ecco, Argo è un film della madonna perchè non è un film d’impegno civile in senso stretto, ma una dichiarata opera d’intrattenimento americana. I valori ce li ha già nel sangue, senza bisogno di simbolismi aggiunti.

Poi?

Poi dopo 20 minuti d’interpretazione minimalista da parte di uno che il minimalismo è costretto a farlo da una vita per motivi genetici, capisci una cosa: Ben Affleck mentre recita in Argo è imbarazzato, s’è accorto che gli sta venendo fuori un film della madonna. “Oddio cosa faccio?” sembra dire in ogni scena. E allora stacca l’inquadratura dal suo barbone verso un John Goodman, un Alan Arkin, un Bryan Cranston. Loro vanno per la maggiore. Ad un certo punto tira fuori gli addominali come arma segreta, ma no, li fa vedere solo riflessi allo specchio per pochi secondi, si vergogna. “Dovevo metterci George.” pensa “O mio fratello.” Probabilmente aveva già girato tutto il film senza la barba, ma poi l’ha aggiunta in post produzione perchè qualcuno gli ha detto che negli anni ’70/’80 non esistevano mascelle come la sua. Alla fine del film scoppia pure a piangere. E invece andavi bene così, Ben.

Poi?

Poi abbiamo i botta e risposta, 20 minuti di montaggio alternato, scene di massa, gente che trema per la paura e i “buoni” che oltre che con i “cattivi”, hanno a che fare con i fessi dei piani alti. Un copione che va molto di moda in questi anni di neoclassicismo hollywoodiano, certo girato facendo i conti con le recenti visioni indispensabili di grandi veterani. Per questo i primi nomi che si associano allo stile di Ben, con distanze e rispetto, sono Clint e Mann. Però non so, mentre scorrono le immagini qualcosa non torna. Clint e Mann. Forse gli anni settanta di cui si diceva prima c’entrano qualcosa, ma non sono Schlesinger o Pollack. Forse più lo Spielberg di Incontri ravvicinati, quello del cinema dall’equilibrio magico che poteva parlare di qualunque cosa, anche la più straziante, eppure capivi subito che non era necessario dargli una forza politica, destabilizzante o stabilizzante. A questo punto, non è nemmeno importante da dove nasce Ben Affleck regista. E’ una gran bella storia all’americana.

E poi Scoot McNairy, al terzo checkpoint, dà vita ad Argo. Gesticola per farsi capire, e farsi capire è tutto, ha gli occhi lucidi per la tensione, prende in mano i fogli, parla svelto e sicuro come se Argo fosse il progetto della sua vita, come se il cinema fosse la cosa più importante del mondo e in quel momento per lui non lo è, ma per noi si. “ARGO di Ben Affleck” è sospeso e Ben infatti resta lì in silenzio a guardare, a bocca minimalmente aperta, “Argo”, il film di fantascienza che viene girato in quel momento. Ed è un film della madonna.

“Daryl Hannah entra in un caffè.” SPLASH

Kekko non lo sa, ma gli ho salvato su Bastonate una bozza di un pezzo che parla di serie tv invece che di cinema. A tradimento. Ma è importante, giuro. E insomma al cinema non si ride più, madonna come sono snob, in fondo la risata è una cosa soggettiva e il nostro umorismo è figlio di dozzine di influenze culturali, sguaiate e nostalgiche della nostra infanzia, cazzo ho ragione, allora diciamo che io non rido più. Entro nel campo minato del pezzo autoreferenziale perchè chiunque può disquisire oggettivamente di drammi e morale accazzo come se avesse la verità in tasca, ma quando si tratta di comicità le cose si fanno serie.
Tanti anni fa andavo al cinema a vedere il medio-tardo John Landis, la ZAZ prima del tracollo, Eddie Murphy e santoddio anche i Farrelly quando facevano ancora ridere. Che non era il meglio del meglio del meglio perchè se fossi nato uno-due decenni prima, avrei visto il primo-ebbro John Landis, Mel Brooks quando c’aveva gli attori, i Monty Phyton e santoddio anche Woody Allen quando faceva ancora ridere. Poi c’è stata la secessione: “La sburra di Tutti pazzi per Mary” contro “Il Bill Murray dei Tenenbaum”. Che per carità, nei rispettivi film facevano il loro sporco lavoro ed è vero che queste categorie sono tagliate con l’accetta tanto che metterò insieme risate grasse e tentativi di commedia sofisticata, però è anche vero che oggi mi trovo molto più spesso nel fuoco incrociato di chi si bea unicamente del suo BWAH AH AH per il romanesco dei cinepanettoni, per il panino nelle chiappe di Road Trip e s’è visto tutti gli 8 film del multiverso di American pie e chi invece si concede un sommesso MUH UH UH per la laconicità dei Coen, per il lama di Napoleon Dynamite e s’è visto tutti gli 8 film del multiverso di Wes Anderson. Qui io mi trovo in difficoltà, perchè sono un’informe spugna senza personalità quando si tratta di umorismo, cioè mi spanzo quando Ivor fa il testimone di nozze in Dicks di Garth Ennis e si cala le brache e con gli sposi disegnati sul culo comincia a scorreggiare, ma sghignazzo pure alla battuta a 4 livelli di metacomicità ebraica di Curb your enthusiasm. C’era una puntata dei Simpsons in cui Homer si toglieva un pennarello conficcato nel cervello estraendolo dal naso e questo gli conferiva una manciata di punti Q.I. in più e allora Homer non poteva più ridere per un prete che sviene sulla torta in uno dei tanti matrimoni interrotti di Julia Roberts. Ora, il secondo livello non presuntuoso della gag non è che la gente stupida ride per cose stupide, ma che il film con Julia Roberts rappresenta tutti quei film che puntano sulla ripetizione clownesca fino all’esaurimento scorte della risata. Il “Non sono stato io!”. Il “Bucio di culo!”. Che naturalmente nell’era di un cinema all’apice del consumismo è elevata ad arte. E i Simpsons lo sanno bene visto che sono 10 stagioni e un film che non fanno più ridere.
Dall’altro lato si ride a culo stretto e io vedo gente che s’impegna a ridere SOLO a culo stretto. “Facciamoci una serata ridarella! Chiamo 5 amici, ci compriamo le pizze, le birre e si attacca con Zissou, poi Nacho Libre, poi la ciurma Apatow e magari si conclude con Jason Reitman.” E sì, funziona pure, ma finisce che 2-3 amici su 5 il giorno dopo hanno provato a gassarsi col monossido nel garage e non se ne sono nemmeno resi conto, stavano ancora ridacchiando. “MUH UH UH.” Uno, nel delirio allucinatorio, stava balbettando che Non pensarci è il film più divertente della storia del cinema italiano.
Ora, il dato di fatto è che non ci sarà sempre Una notte da leoni a conciliare le due posizioni, infatti il secondo era già fiappo, e la cricca Apatow non partorirà sempre dei Superbad. A scrivere commedie e dialoghi buoni sono rimasti in 9 su tutto il pianeta Terra. L’altro dato di fatto è che far ridere e innovare o arrivare a rendere immortali alcune gag è un lavoro del diavolo, se ci riesci sei uno che sa leggere i tempi e le persone meglio di tanti analisti usciti con lode da Harvard, probabilmente potresti salvare il mondo nel giro di un paio d’anni e invece hai scelto di fare il comico.
Il mio angolo di paradiso io l’ho trovato nella varietà televisiva e pur non amando le serie contemporanee che usano le risate registrate proprio perchè sono le Julia Roberts della tv (i Jeffersons invece andavano bene), posso affermare che 2-3 stagioni di The Big bang theory e How I met your mother valgono effettivamente la pena. Hanno il sacro e hanno il profano. Ma le vere supereroine sono Arrested Development, 30 Rock e due terzi di Community. Infatti le metto in grassetto. Ce ne sono altre jewish e british power di ottima fattura grazie alla nuova golden age televisiva, ma piglio queste perchè ho la sensazione che abbiano quei caratteri di “universalità” e nel contempo di innovazione che temo manchino da un bel pezzo nelle sale cinematografiche: 30 Rock usa la macchina per le scorregge (“oh no! it’s farting! it’s farting!”) per farti ridere e per farti ridere del fatto che non dovresti ridere; Community usa l’arma delle parodie e dell’amare e smitizzare John Hughes; Arrested Development è la serie che potrebbe salvare il mondo in un paio di anni, ma ha scelto di far ridere. Grazie a dio. Queste 3 comedy sono ormai chiuse, o quasi, perlopiù per gli ascolti non eccezionali, il che conferma (il circolo vizioso della ripetitività pompata a dismisura mette in ombra le cose buone, ma non ho le prove) e manda a puttane (“se erano così in gamba, perchè sono morte?” (cit.)) la tesi di questo pezzo. Chissefrega. Eppure, per esperienza personale, sono le uniche serie che sono riuscite a far sbracare persone che si facevano di teste infilate in ani di tacchini insieme ad altre che prediligevano le canzoni dei Beatles su vignette colorate con attori inespressivi. Anche se ammetto che vorrei fare come Stallone, andare dai primi e dire “Forse voi dovreste ripulirvi un po’.” e poi andare dai secondi e dire “E voi dovreste aprire quel culo.”. E poi bacerei Sandra Bullock quando mi faceva, incomprensibilmente, tantissimo sangue.

Giochi di parole originali con Bourne tipo Bourne Again, Bourne to be wild e altre sciocchezze

“ci sarei anch’io”

La saga cinematografica di Bourne è un po’ l’ABC della cospirazione e del complotto e degli agenti superaddestrati dove alla fine quello che conta veramente è la scorrevolezza e i gridolini di sorpresa misto eccitazione quando un tizio ne uccide un altro con una mina da matita ricaricabile. C’è pochissima gente che muore perchè uno coi baffetti e la faccia da furbo bastardo gli spara con una pistola al silenziatore. Anche perchè se ci metti le pistole al silenziatore, quanto tempo filmico impieghi a seccare la gente? 2 minuti? E i restanti 118 che fai? Te lo dico io che dovresti fare: CI METTI UNA TRAMA.

I film di Liman e Greengrass non volevano, no. Con tutto che il primo Bourne Identity lo teniamo buono come racconto archetipico di discreta fedeltà al romanzo e infatti rimane un po’ isolato rispetto agli altri. Il punto è che restano circa 20 minuti di film una volta che hai tolto le fughe, i corpo a corpo, i viaggi con le mappe in trasparenza, le rese dei conti e gli snocciolamenti di nomi a caso (che NON sono trama da spystory, quando tu fai dire ad un sacco di personaggi di fila per mezzora buona TREADSTONE! BLACKBRIAR! OMNIBUS! MILLENNIUM FALCON! DIKEMBE MUTOMBO! con lo scopo di generare impotenza e fallendo miseramente perchè la s(c)emplicità del tutto è disarmante).

Ma questo è un action spy thriller, quindi non c’è da lamentarsi troppo. Dico davvero, la trilogia di Bourne era mica malaccio pur se il secondo e il terzo SONO LO STESSO FILM. Davvero riguardateli, succedono circa le stesse cose, nello stesso momento. E’ a questo punto che giunge THE BOURNE LEGACY. Ora, Robert Ludlum è morto da anni e non è colpa sua (ma non ne sono sicuro) e un altro sta pasteggiando sul suo cadavere da un po’ di tempo. Mi pare che un libro lo abbia pure intitolato The Bourne Imperative. Cristo. Ma non è importante, tanto il film non c’entra un cazzo con il libro. L’importante era fotocopiare i successi di Greengrass (ancora una volta succedono le stesse cose più o meno nello stesso momento cioè fuga -> ricerca -> corpo a corpo mortale lunghissimo con mine di matite e adesivi colorati -> inseguimento finale con mezzi di fortuna -> “rivelazioni”) mettendoci un faccione buono pacioccoso come protagonista e un regista per certi versi affine (Tony Gilroy). Il faccione buono sublima la necessità di una trama e va a finire che The Bourne Legacy è lo stesso film di The Bourne Ultimatum. Che è lo stesso di The Bourne Supremacy. Per il 90% del tempo c’è gente che ne ammazza altra mentre alla centrale operativa Edward Norton sgrana gli occhi e grida: TREADSTONE! BLACKBRIAR! OMNIBUS! MILLENNIUM FALCON! DIKEMBE MUTOMBO!. Un po’ ce lo vedi che gli rode il culo che Mark Ruffalo gli abbia fregato Hulk. I personaggi che facevano parte dell’intreccio dei precedenti Bourne son lì a far camei o a essere citati in maniera spassosissima (“Quello là? Si è morto.” “Quell’altra? Boh”) offrendo una continuity che più sleale non si può. L’illusione della spystory che ti fa immedesimare con un protagonista quasi impotente qui non sussiste, perchè ti puoi immedesimare bene con l’originale, ma è più difficile con la fotocopia. Sui titoli di coda, mentre abbozzi i primi commenti con gli amici, il paragone più frequente che ti viene in mente è quello con Ong Bak.

A faccione Renner gli vuoi bene comunque, gli offriresti una zuppa calda. Uno lo fa nel film, ma muore.

FOTTA PROMETHEUS (il coso dei film di Bastonate #2)

no aspetta, l’altro

“Padre, aver la fotta per Prometheus è peccato?” “Altrochè, figliolo. Altrochè.”

Oggi sono qui per parlarvi di Ridley Scott. Chè pensavate che questa era una rubrica dove prima o poi si tratterà il cinema serio, cioè dopo Nolan dovevo buttarmi su Claire Denis? Bè sì, un giorno dirò delle cose su Claire Denis. Insomma Ridley Scott: io gli voglio bene. Gli voglio bene perchè è un paraculo, perchè da un po’ esce sempre con il film giusto nel momento economicamente giusto (le mode durano un po’), ma artisticamente sbagliato (una mezza dozzina di persone gli hanno aperto la strada) e insomma Ridley Scott è i Queen. E io nel 1985 ero poco più di un batuffolo e ad un festino di compleanno ballavo in mutande cantando Radio Ga Ga e mi hanno pure filmato mentre lo facevo. Per dire che l’affetto rimane, anche se i cd (o i film) fanno la polvere.

Prometheus è un film migliore di quanto pensiate e peggiore di quanto vorrei ammettere, in sostanza è un buon film. Ma io sono uno che dice che American Gangster è un gran cazzo di filmone e quindi avete il diritto di mandarmi affanculo. Ah sì, tra l’altro il finale alternativo di American Gangster è un buffetto a Tony Scott (comprate/scaricate il director’s cut che è più potente) e a pensarci adesso mi scende la lacrimuccia.

Tornando a Prometheus, come legittimare la sua bontà? Walter Hill nei credits non basta, anche perchè il suo contributo ufficialmente è stato:

-Walter, facciamo un altro film su Alien.

-Devo fare qualcosa?

-Vuoi fare qualcosa?

-Ciao Ridley.

-Ciao Walter.

E’ un prequel, quindi c’è un 50% di probabilità che sia spazzatura in alta definizione. Magari la trama l’aiuta: un gruppo di scienziati e ricercatori cerca le origini della civiltà umana in antichissime rovine aliene, ma fanno il passo più lungo della gamba e liberano merda biologica. E’ Alien vs Predator. Cazzo, è Alien vs Predator. Dovevano ingaggiare Damon Lindelof per fare Alien vs Predator.

Damon Lindelof. Ora magari non tutti sanno chi è, è quello che ha rovinato Lost.

Olivia Wilde gli ha tirato una ginocchiata nei coglioni perchè ha rovinato Lost, cercate su youtube se non mi credete. In cosa dovrebbe essere bravo Damon Lindelof? E’ presto detto: far combaciare le cose, fare in modo che chi ha amato i primi Alien s’indigni scatenando polemiche perchè cade il velo di mistero su una saga in cui è meglio non sapere che sapere e, infine, fare in modo che i nerd si esaltino perchè cade il velo di mistero su una saga in cui SAREBBE meglio non sapere che sapere, ma i nerd sono portatori sani e patetici di assenza di misura e cadute di buon gusto. E quindi vogliono sapere. Lo so perchè lo sono anch’io in altri campi.

Non me ne frega granchè dell’organigramma della Compagnia, delle origini degli alieni (perchè non potevano essere una qualche schifezza antica random nel vasto e pauroso cosmo?) e Cristo, giuro che se in Prometheus 2 vien fuori che qualcuno dei personaggi è il nonno di Ripley, la mia missione sarà rivolta a Damon e Ridley, ovunque andranno gli darò la caccia, li troverò e li ammazzerò (cit.).

Ecco, ora sapete che in questo primo Prometheus non c’è nessun nonno di Ripley: visto che alla fine sono riuscito a trovare un aspetto positivo?

Occhei no, non basta. Forse gli “ingegneri”? Saranno interessanti questi “papà di tutti noi” che spuntano nel prologo? Quelli che sembrano dei Chris Masters impanati o, se non avete seguito la recente continuity del wrestling, dei Lex Luger impanati o ancora più indietro, degli Adrian Adonis impanati, ma senza panza. Genetisti-culturisti, un po’ come i nazisti-comunisti che McBain combatteva con ardore.

E quindi? Ridley Scott è un regista che sa cos’è la messa in scena, sa come dare  un ritmo ai movimenti di macchina che sia funzionale alla sequenza, sa gestire le masse e sa dare profondità agli ambienti. E’ scritto sulla brochure. Lo Spazio, gli enormi pianeti deserti, le astronavi gigantesche sono roba sua. In Prometheus lo splendore è tutto ciò che non è di questa Terra, ma non nelle convenzioni cartoonesche di Avatar, bensì nelle atmosfere rarefatte, nel silenzio, nelle improbabili strutture orribili e nerissime attraversate da pochi bagliori lampeggianti. Ma per quanto io possa essere affascinato dalle rappresentazioni aliene, non salverei mai un film solo per luci e scenografie. E infatti Prometheus si salva perchè, dopo American Gangster, è uno dei pochi film recenti di Scott che sembra voler dire qualcosa, in questo caso sulla Natura e sulla scienza e non è la solita favoletta sull’etica, quella se la sbrigano in due minuti. E’ più una pragmatica, atea e “pessimistica” visione sulle origini della Vita, dove l’universo è un brodo primordiale gestito da regole precise che sfuggono alla nostra (e di chiunque) conoscenza nella loro interezza perchè tradite dal Caos, dall’impossibilità del controllo. E’ un film dove la luce va via poco a poco, i mostri nascono dal fango, ma non sono mostri, e si riprende a parlare seriamente di sopravvivenza mentre il Cosmo ritorna, nero come la pece, a far paura.

I Batman di Nolan, istruzioni per l’uso (il coso dei film di Bastonate #1)

(clicca per la fonte)

Il Cavaliere Oscuro – Il Ritorno contiene un enigma: se ci piazzi “il ritorno” all’inizio e scambi l’articolo con la preposizione diventa IL RITORNO DEL CAVALIERE OSCURO. Panico. Vabbè non è vero, è il titolo italiano, quello originale è The Dark Knight Rises. Sono brava gente gli italiani, comunque: cordiali, ospitali, un po’ farfalloni, cucinano bene.

Poi capita che alcuni di loro, quelli con i soldi, si siedano intorno ad un tavolo, si guardino negli occhi e dicano: “Il mercato home video è in crisi, Il cavaliere oscuro – IL RITORNO *(sussulti)* farà un milione di milioni di euro d’incasso, ma dobbiamo vendere i dvd, come facciamo?”

“Prendiamo Santamaria e Timi e gli facciamo doppiare i personaggi principali, poi la gente uscirà dalla sala e dirà: sì, bello, ma vorrei sentire le voci in lingua originale, così faceva un po’ cacare.”
“E per Prometheus?”
“Belen e Pupo.”

 

 

Chris Nolan invece è il vostro amico pesante, quello che ti spiega le barzellette:
-Chris Nolan: “La maestra fa a Pierino: dove vivevano gli antichi Galli? E Pierino: Negli antichi pollai!”
-*gli amici ridacchiano*
-Chris Nolan: “Fa ridere perchè i galli sono sia gli animali, sia un popolo che abitava il nordovest europeo.”
-*imbarazzo*

Allora quando nel dvd di Memento mette il montaggio “cronologicamente corretto”, pensi che sia interessante, che è una bella idea, roba da scuola di cinema magari, perchè tanto il film si capiva. Però è sinceramente apprezzato, visto che è una chicca extra visione. Bravo Chris. Comunque il flashback esplicativo alla fine di The Prestige non è che serviva. Ma grazie per aver pensato di nuovo a noi. Neanche tutti gli spiegoni d’Inception, bastava quello iniziale e poi alla prima “rapina” il funzionamento era abbastanza ovvio. Ma capiamo che sei premuroso. Magari la voce on/off di Gary Oldman che illustra al bambino la difficile morale nell’ultima sequenza del Heath Ledger’s Cavaliere Oscuro è un po’ ridon…oh ma aspetta: il bambino siamo noi! Sei un dritto!

Ora non voglio fare spoiler. Non li farò. Ma se il Cavaliere Oscuro – IL RITORNO *(sussulti)* fosse una cartuccia per Megadrive sarebbe settata di default sul livello easy. Se posso continuare l’analogia videoludica, gli ultimi 10 minuti sono una specie di tutorial dei colpi di scena. Avete presente quando ti stai gustando Blade Runner Director’s Final Infinite Cut e c’è l’ammiraglio Adama che piazza l’origami-unicorno fuori dall’appartamento di Deckard e lo vedi 10 secondi prima che la porta dell’ascensore si chiuda e Vangelis parta come un treno? Magari lì per lì non ci fai caso, hai ancora i brividi per i bastioni d’Orione. Esci dal cinema 2 minuti dopo, pensi all’unicorno di carta, poi al sogno dell’unicorno, poi a Legend, a Mia Sara, a Tom Cruise, a Steven Spielberg, ad A.I., ad Haley Joel Osment, alla gente morta…no aspetta! Torniamo indietro un secondo: ad A.I., AGLI ANDROIDI. Cazzo vuoi vedere che Deckard è anche lui un androide?

Per uno spettatore questi due minuti possono essere più appaganti del cofano senza fondo di popcorn durante le due ore e mezza di Transformers 3.

Chris Nolan invece pensa che quei due minuti lì siano una perdita di tempo. Ti dice che puoi integrarli con il film, così passi subito ad altro: quando esci dalla sala devi già pensare alle cose importanti, le rate della macchina, il mutuo, il cane da vaccinare. Intendiamoci, il film è bello: piglia il Batman invecchiato dolorante e dolente, un po’ della saga Terra di Nessuno, ci mette più legami col fumetto, almeno tre-quattro scene potenti, di nuovo un nemico carismatico, persino un paio di battute da cinecomic. E’ lungo e, anche se spesso montato come se non ci fosse un domani, è arioso, hai il tempo di assaporare un po’ tutto, di fare due più due, pur se la tua conoscenza del personaggio si limita alla parodia dei Simpsons con Krusty il Clown che era il nemico di Batman nella serie tv degli anni ’60. Si dai, quella dove c’è la scena con lo spray che inverte il senso di rotazione delle giostre.

Allora, senza spoiler, alla fine de Il Cavaliere Oscuro – IL RITORNO, Chris ti spiega chi è chi un paio di volte e ti spiega come e perchè devi essere contento per quello che succede dopo la scazzottata con Bane. Hans Zimmer piglia la palla al balzo e, in modalità Michael Giacchino, ti strappa la lacrimuccia con i suoi crescendo sulle carrellate dei personaggi e ti chiede di perdonare Chris per qualche didascalia di troppo. Tu accetti ed ecco che arriva la ricompensa e il film ha la possibilità di finire elegantemente su uno splendido primo piano, uno di quelli esperti, forgiati da un vita di cinema. Di quelli che non hai bisogno del controcampo, che non deve esserci il controcampo, perchè sai già cosa c’è di là.

Controcampo.