Rapidissima stima della misura del cazzo di Kanye West

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Ok in pratica qui Kanye West sta scopando Kim Kardashian su una moto (il video è quello di Bound 2, verso la fine, virato bianco e nero perchè è la settimana grind ma insomma, giuro di non avere fatto fotomontaggi; il video è una merda, e gli opinionisti si stanno dividendo tra chi pensa che sia una merda e chi pensa che sia talmente una merda da fare il giro). ponendo che non stia solo millantando di farlo e abbia davvero il proprio pisello dentro la ragazza, e mettiamo pure che questo screenshot abbia colto il momento in cui sia Kanye che Kim stanno tirando indietro il culo e quindi Kanye sia dentro solo con la punta, segue una rapidissima stima della lunghezza del pene di Kanye West stesso. Ho contrassegnato con due croci i punti possibili in cui possiamo trovare l’attaccatura dei genitali dell’uno e dell’altra. Viene fuori dall’incrocio una linea retta che ho traslato sul braccio di Kanye, alla stessa altezza. In altre parole la misura del cazzo di Kanye West è la stessa del suo braccio dall’attaccatura della spalla alla parte più grossa dei muscoli dell’avambraccio. Qui purtroppo è possibile vedere anche le mie lacune nel glossario di anatomia.

Kanye West, scopro su internet, è alto un metro e settantanove. Io sono alto un metro e settantotto. Sul mio braccio quello sbarrone che vedete vuol dire CINQUANTATRE CENTIMETRI CAZZO, che a fronte di un possibile errore (per eccesso o per difetto), è appunto la stima per difetto della misura della bega di Kanye West in tiro, MENO la parte che sta dentro a Kim Kardashian nello screenshot in questione.

hai capito Kanye che bomber.

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i Cani

igani1 Due anni fa è uscito il primo disco in italiano della mia banda e il primo disco dei Cani, che sono una banda di Roma dove i pezzi però li fa una sola persona. L’anno dopo abbiamo fatto uscire assieme 500 copie di un vinile dove i Gazebo Penguins e I Cani si dividevano i 45 giri al minuto di un 10 pollici. Da quel periodo, circa, e dopo un paio di concerti assieme, è capitato di sentirsi e vedersi ai concerti a Roma e via dicendo. Poi ogni tanto ci si sente. E quando c’erano i rispettivi dischi nuovi in ballo ci si passavano provini e cose così da mercoledì notte. Ora è uscito Glamour, che è il nuovo disco, e ci siamo fatti una chiacchierata.

> Partiamo dalla violenza. Esce un pezzo nuovo dei Cani, e cominciano le molestie. Perché secondo te un gruppo come i Cani ispira violenza? O ancora: perché certa musica ispira violenza? Parlo di violenza prettamente verbale, prettamente schermata, da dietro uno schermo, mai de visu; come se sparare su chi fa musica, o scrive, o quel che te vo’,  sia un bersaglio più nobile, più sensato, più giusto in un certo senso; come se nell’esperienza di fare qualcosa di creativo (intendo tutto quello che crea qualcosa che prima non c’era e non è mera riparazione) fosse obbligatoriamente instillata le possibilità della berlina, molto più che per un meccanico o per un idraulico. Sarà anche che è una “violenza” che fa parte di una porzione di mondo che ci riguarda di più, e quindi su cui siamo più attenti, più perspicaci, perché è quello che facciamo, ergo quello che vediamo meglio, distinguiamo di più. O forse perché c’è un’iper-valutazione del ruolo di chi fa musica, una specie di sproporzione tra quello che viene fatto (canzoni, concerti e qualche altro paio di stronzate) e quello che viene percepito (canzoni, interviste e più di un paio di stronzate). Come vivi questa faccenda che le tue canzoni fanno incazzare? Quanta frustrazione crea e come va vissuta (considerando che per il 90% dei casi viene da persone con cui probabilmente non andresti fuori a cena)?

Il chiedermi perché di tutta questa violenza è stata una questione che mi ha preso tantissimo, fin da quando è uscito il primo disco. Io capisco perfettamente che a uno non possa piacere un disco, che questo disco possa anche suscitargli sentimenti di fastidio (capita anche a me), quello che proprio non mi viene facile da capire è quel passaggio successivo in cui se non ti piace una cosa devi aggredire chi l’ha fatta o chi la ascolta. Poi boh, forse per me è diverso: le persone che ho conosciuto che stanno su un palco e cantano in genere sono molto sicure di sé, gli viene spontaneo e naturale interagire con le altre persone, etc. etc., tutte cose che io non ho moltissimo, e forse per questo quando è arrivata tutta la vagonata di merda che è arrivata (dal complottismo alla più feroce minimizzazione del lavoro che avevamo fatto fino ai puri e semplici auguri di morte) invece che scrollare le spalle e dire “haters gonna hate” ho fatto quello che mi riesce meglio: rimanerci male e pensarci su per moltissimo tempo. Da queste riflessioni sono nate domande tipo “perché c’è automatica ammirazione/interesse/stima/invidia nei confronti di chi fa roba creativa rispetto a chi fa roba più concreta?” (come dici tu, nessuno si mette a fare polemiche su internet sul lavoro di un idraulico), oppure “su internet bastano 40 persone in tutta italia per fare una folla che si azzuffa, non è che stiamo perdendo le proporzioni di quanto sono grossi i fenomeni, di quanto quello che su rockit/facebook/tumblr chiamiamo IPERGRANDISSIMOENORMESUCCESSO sia poi qualcosa che effettivamente ha una rilevanza nel mondo?” (da qui i “quattro poveri stronzi” di Twee, che non avevano nessuna accezione offensiva: qui a Roma quando si dice “quattro poveri stronzi” è sempre con una certa tenerezza, ma capisco che si tratti di un regionalismo che probabilmente avevo calcolato male), fino a “ma perché siamo così ossessionati dalla fama, dal successo, da tutte ‘ste cose qua?” e poi credo che da queste domande, o meglio dallo stato mentale di riflessione su queste cose, siano nati i pezzi del disco. Poi ci sarebbero anche mille altri discorsi da fare sulla questione della violenza: uno, molto semplice, è quello che sintetizzo con “Sò ragazzi”, nel senso che durante l’adolescenza la musica per molte persone (è stato così anche per me) è una sorta di stampella su cui sorreggi la tua personalità non ancora del tutto formata o sicura, quindi i dischi non sono una roba che valuti serenamente, bevendoti un bicchiere di cognac e fumandoti un buon cubano, ma una cosa che ti chiama in causa a livello molto viscerale e profondo. Poi c’è la questione di come la comunicazione su internet (specie quella anonima o semi-anonima) porti automaticamente ad aumentare i toni, a trasformare tutto in insulto o polemica, a evitare le mezze misure, o (cosa che succede in modo particolare con I Cani e che forse è la roba che mi fa girare i coglioni più di tutti) a far vedere che chi scrive è uno che la sa più lunga di tutti: quindi il linguaggio è dominato dall’aggressività e dal dover dimostrare non si capisce cosa a non si capisce chi. Poi c’è la questione del “tanto meglio!”, ovvero: se una roba piace a tutti vuol dire che è sostanzialmente innocua, che non ha niente che arriva direttamente all’ascoltatore e gli fa avere quella reazione di violenza. Se non ci fosse stato nemmeno un po’ di hate rispetto a questo secondo album, mi sarei seriamente preoccupato.  

> Ogni canzone racconta qualcosa, e quindi è un racconto. Quanto conta che un racconto generi altre storie possibili e quanto invece che il racconto sia una bella storia in sé e amen? Voglio dire: penso alle persone reali o ai riferimenti da storia che compaiono (Nabokov, Manzoni, De Andrè, Bianciardi, Pasolini, Jay Z, Piero Ciampi, Thurston Moore, …), che diventano snodi di senso, allargamenti di storie in una Storia più vasta, penso a quanto certi racconti nel disco siano poi il veicolo (per me) per fare altri percorsi, collegamenti. Che magari faccio io perché di certe cose forse c’è il caso che ne abbiamo parlato, o li faccio io perché mi piace farli. Non so se la domanda è chiarissima.

Io ho quest’idea che le canzoni debbano essere una roba un po’ viva, cioè, per me non devono essere un monolite da contemplare nella sua inspiegabile bellezza, ma più tipo una costruzione di Lego che puoi divertirti a prendere in mano, girare, smontare etc. Mi piace l’idea che uno possa ascoltare distrattamente e dire “ah, carino”, ma poi accorgersi che dentro ci sta quella cosa che rimanda a quella cosa che rimanda a quell’altra cosa, etc. etc. Tra l’altro per me, più riferimenti concreti ci sono, e più riesco a entrare dentro quella canzone, farmi coinvolgere. C’è un verso degli Of Montreal che dice “I fell in love with the first cute girl that I met / who could appreciate Georges Bataille / standing at the Swedish festival / discussing Story of the eye”: io quando l’ho ascoltato non ero mai stato a nessun festival svedese, non avevo idea di chi fosse Bataille, di cosa fosse Storia dell’occhio, ma poi mi sono andato a cercare queste cose, e queste poche parole sono diventate un micro-racconto in cui riesco a vedere tantissime cose, uno stato emotivo ben preciso, e quindi sentirmi coinvolto personalmente, molto più che in un verso generico da canzone d’amore tipo “mi perdo nei tuoi occhi”, che, boh, sì, mi sarà pure capitato di guardare a lungo una persona che mi piaceva, però sticazzi, è molto più interessante quell’altra cosa su Georges Bataille! Secondo me è molto più semplice lasciare qualcosa all’ascoltatore raccontando qualcosa di specifico che qualcosa di generico.

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> Sticazzi a me che non traduco mai una fava da chi non canta in italiano. Quel verso degli Of Montreal spiazza. Mai avrei pensato di trovare La Storia dell’occhio in una canzone. Degli Of Montreal poi. A questo punto stiamo un altro po’ sui testi. I primo pezzo uscito è Non c’è niente di twee, che è il pezzo che nel testo si raccorda di più col disco precedente. Che però mi pare si stacchi da quest’ultimo per un affollamento di personaggi  rispetto a una prima persona singolare che invece è portante in Glamour (il lavoro vero, in ufficio mi vesto da adulto, le mie interviste, sotto alla mia giacca sudo, vorrei stare sempre così i soldi per mangiare, i dischi, i videogiochi e basta: dichiarazione di poetica?), che però rientra dalla finestra (il primo disco, intendo) in tantissimi passaggi che c’entrano col successo, col suonare, con le faccende legate alla musica (radio, contatti, interviste), con tutto quanto è partito nella tua vita un paio d’anni fa con l’aver fatto uscire delle canzoni. Volendo potresti farci saltare fuori una domanda.

Dopo aver scritto così tante canzoni sul quartiere, sulla città, sul presente, le uniche strade percorribili erano o guardarsi fuori, ma veramente fuori (e in realtà provo a farlo in “Storia di un artista” e “San Lorenzo”), oppure dentro, ma veramente dentro (praticamente tutte le altre). “Twee” effettivamente è il primo testo che ho scritto (quando ho iniziato a buttarlo giù non era ancora stato pubblicato il primo disco), e infatti come giustamente rilevi è quello in cui ci sono più echi di quella dimensione lì. Poi boh, credo che lo sguardo un po’ distaccato del primo album continui a esserci anche in questo, solo che si rivolge a cose diverse, e che ci sono dei rari momenti in cui molla un po’ la presa e diventa meno distaccato. Nel primo album non avrei mai ripetuto una frase per due minuti come in “Corso Trieste”.

> Quando dici “guardarsi veramente fuori” citi San Lorenzo che, secondo me, assieme ad Introduzione, sembrano staccarsi dalle altre del disco a livello di contenuto e di stile del racconto. Più impersonali, più assiomatiche, meno narrative. Nella prima dici: “l’esistente è anch’esso pane per i nostri denti, non si può correre soltanto dietro ai sentimenti” (Introduzione) e sembra che si crei una dicotomia tra ciò che esiste e i sentimenti (che non esistono?). Cosa intendevi?

Qui invece hai beccato esattamente le due che ho scritto per ultime! Il fatto è che tutte le altre canzoni sono state scritte in una (lunga) fase di grande vulnerabilità e autoanalisi. Se fossi rimasto in quella fase, col cazzo che avrei trovato la forza (e/o il coraggio) di finire il disco, registrarlo, pubblicarlo, etc. Quando ho scritto Introduzione, che è una canzone che suona molto solenne, sicura, assiomatica come dici tu, ho capito che forse in qualche modo ne ero uscito. Comunque: senza addentrarci in discussioni di metafisica, quando dico “esistente” intendo ciò che empiricamente percepibile: in questo disco, anche quando parlo di me, cerco di dare degli appigli concreti all’immaginazione dell’ascoltatore. C’è tanta gente convinta che dire una parola come “Whatsapp” in una canzone d’amore sia una bestemmia, e invece dire una parola come “solitudine” va bene. A me sembra molto meglio dire “Whatsapp”, è una parola meno ambigua. Guardo con sospetto l’ambiguità, mi sembra troppo facile nascondere dietro all’ambiguità il fatto di non avere un cazzo da dire.

Nell’altra tutto il testo è incentrato su una riflessione cosmogonica – che a me ha fatto venire in mente il pensiero di Thillard de Chardin, anche se al contrario (senza cioè senza finalismo religioso) – abbastanza classica per il pensiero occidentale (vd. la piccolezza dell’essere umano rispetto alla natura; vd. Copernico, tutto il Romanticismo tedesco, Pascal, Leopardi, fino alle Cosmicomiche di Calvino) e in certi casi abbastanza cristiana come visione, ma decisamente fuori budget per una canzone pop. Che ci sta a fare?

Credo che guardarsi dentro sia una cosa interessante ma a lungo andare potenzialmente pericolosa. L’autoanalisi portata all’eccesso può trasformarti in un mostro: un mostro di egoismo, di autoreferenzialità, etc. Scrivere quella canzone è stato un po’ come dire “va bene, ci siamo divertiti, però ora basta”. A me personalmente quella che tu chiami “riflessione cosmogonica” sembra molto orientale: la ciclicità, il tempo che non ha inizio e non ha fine, l’individuo che si perde nell’universo, etc. Sicuramente faccio meno fatica a riconoscermi in una visione del mondo del genere che in quella cristiana. Per quanto riguarda il fuori budget: per me “pop” significa “leggero”, e gli artisti che ammiro di più sono quelli che trovano un linguaggio leggero per dire cose complesse, non facili, non ovvie. Io ci provo.

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Dici che tutto ciò che gravita attorno alla tua musica riguarda sì e no un manipolo formato da quattro stronzi (Non c’è niente di twee). In un ritornello dei Gazebo Penguins abbiamo scritto: “Mio nonno per quasi 70 anni è stato in minoranza e sta benissimo”, che di primo acchito, sapendo anche da dove veniamo, ha un chiaro risvolto politico, ma voleva anche essere una veloce riflessione sulla sensazione che si prova ad essere in meno, in una cerchia ristretta, che non coinvolge la maggior parte delle persone NEL MONDO, e che questa limitatezza in realtà non svilisce, non annichila, in certi casi anzi regala un senso più forte. Quanto t’importa che la tua musica arrivi alla maggioranza? Che superi le beghe da quartiere, che arrivi comunque?

Mah, guarda, in questi giorni ho letto sia “I Cani parlano a moltissimi ma non dicono un cazzo, allora è troppo facile, sono come Gué Pequeno”, sia “I Cani parlano solo a pochissime persone, non parlano a gente come mia madre”. All’interno della stessa discussione. Detto della stessa persona. Io vorrei avere un atteggiamento rispetto all’essere minoranza che non sia né di vergogna (perché non c’è niente di cui vergognarsi) né di eccessivo orgoglio (perché le cricche non mi piacciono e non mi piaceranno mai, e credo che il tentativo di comunicare con tutti sia positivo, soprattutto al giorno d’oggi). Quindi provare a parlare a tutti ma senza diluire quello che voglio dire. Non è facile, perché da una parte è molto confortevole l’idea di parlare solo a gente che parla già la tua stessa lingua, e dall’altra quando si provano a superare certi steccati c’è il rischio di fare ragionamenti tipo “hmmm questa cosa forse mi suona un po’ stupidina ma va bene così perché DEVE PARLARE A TUTTI”. Pochissimi riescono a tenersi in equilibrio. Io non so se ci riesco, ma il fatto che mi si muovano entrambe le critiche (parlare a pochi, parlare a troppi) mi sembra buon segno.

> Una domanda che invece arriva dalla redazione di Bastonate è: coi soldi saltati fuori dal primo disco che hai fatto?

Li ho spesi.

> Quando si prepara un disco una parte fondamentale dell’operato è sui suoni. Si passano ore su un basso, su una tastiera, magari su una svisa nell’ultima nota del giro di sinth del ritornello di Vera Nabokov, su cose che importeranno forse solo a noi, assolutamente fregandosene di chi ascolterà, di cosa penserà o se lo sentirà, semplicemente perché vogliamo quella cosa lì, una specie di perfezione molesta la cui assenza ci farebbe dire: così non va. Quanto hai lavorato sui suoni? quanto contano?  In questo c’è una batteria vera e un batterista che la suona e hai lavorato con Enrico Fontanelli degli Offlaga per gli arrangiamenti e il lavoro sui suoni. Perché?

Per un gruppo come I Cani il suono è fondamentale: credo che i pezzi farebbero tutto un altro effetto se suonassero diversamente, così come non potrei mai pensare di affidare l’intera produzione a qualcun altro. D’altra parte non volevo rimanere intrappolato nelle scelte del primo disco, e quindi l’idea di chiedere a Enrico di collaborare alla produzione: oltre ad adorare gli Offlaga in generale, ero rimasto estremamente colpito dalla produzione Gioco di società, lontanissima da quella del primo dei Cani, e proprio per questo ho pensato che collaborare con Enrico poteva aiutarmi a dare più “profondità” al suono del disco, obiettivo che, per quanto mi riguarda, è stato raggiunto in pieno. La scelta della batteria vera (scelta su cui tra l’altro è stato lo stesso Enrico, insieme a Giacomo che ha mixato il disco, a incoraggiarmi molto) è stata dettata da ragioni simili: provare a vedere cosa sarebbe successo uscendo dalla bidimensionalità ipercompressa del Sorprendente (che comunque non rinnego affatto, eh). Poi credo che non esistano punti di arrivo, e che nessuna scelta sia definitiva: per me il gioco è proprio vedere fino a dove riesci a spingere il suono dei tuoi pezzi facendo sì che continuino a suonare come tuoi pezzi.  

> Paura. Stai per cominciare un nuovo tour, “paura del buio soprattutto su un palco”, l’altro com’è finito, com’è stato, come ti sentivi, quanto era routine e quanta fotta, e quanta fotta hai per il nuovo, come sarà dal vivo questo disco, oppure altro.

Sicuramente non mi sento uno che è nato per stare su un palco, ma ci provo. In questo tour, come in quello precedente, ci siamo sforzati parecchio di trovare una formula che fosse onesta nei confronti del pubblico: quando fai musica elettronica non sempre è facile, e mi sembra che troppi gruppi finiscano per dire “vabbè, buttiamo tutto in base e suoniamoci sopra due cazzate”, ma da spettatore i concerti del genere mi lasciano sempre molto deluso. Preferisco sentire una stecca, un’armonia vocale in meno, o qualche suono diverso/mancante che vedere uno spettacolo perfettamente preconfezionato. La differenza rispetto al tour precedente è che la formazione è leggermente cambiata, abbiamo curato di più il suono (come nel disco), abbiamo dato spazio a strumenti analogici in aggiunta al digitale (come nel disco), e usiamo solo strumenti “veri” (niente più computer con Mainstage!). Spero che la differenza si sentirà.

Ho dato una spulciata a qualche conversazione su skype che abbiamo avuto nell’ultimo anno, e a parte il fatto che ogni 3 mesi mi facevo vivo per chiederti consulenze informatiche, c’era scritto che un tuo amico doveva andare in Thailandia a registrare i rumori per un pezzo del disco. L’ha poi fatto?

Cris X ha registrato il vociare di ristorante che si sente in Theme from Koh Samui, appunto sull’isola di Koh Samui in Thailandia (o forse a Bangkok, non ricorda più bene, ma suonava più fico Koh Samui). Lì il punto era proprio mettere qualcosa che fosse il più lontano possibile da Roma, da tutte le cose comunemente associate al primo album, etc. Tra l’altro quel pezzo è uno dei miei preferiti del disco a livello di suono, e gran parte del merito va al mix di Giacomo.

> Il disco finisce con la parola FELICITÀ. E poi parte una ghost track in totale anomalia.

Mi piaceva l’idea di finire l’album con un pezzo (Lexotan) in cui fosse veramente difficile rintracciare qualsiasi traccia di cinismo. Poi parte una ghost track anomala, come dici te (tra l’altro presente solo nelle copie fisiche! CD e vinile): una sorta di frullato di tutto quello che era stato detto riguardo ai Cani all’epoca del primo disco (la romanità, i sintetizzatori, gli hipster, i giovani, etc.), però ribaltato. Boh, mi faceva ridere.

> Oh ciccio, divertiti eh. Cinque alto.

STRATEGIA DELLA TENSIONE EVOLUTIVA #3 – Amadeus imita Jovanotti a Tale e Quale Show (con gli ovvi richiami ad Amedeo Minghi)

(pezzo a quattro mani, Franci + Accento Svedese)

Francesco F Senti scusa, mi hai girato un video di Amadeus che canta Ragazzo fortunato di Jovanotti al Tale e Quale show e ora sarò di cattivo umore per tutto il giorno nonostante qui abbia potuto vederlo soltanto senza audio. La prima cosa a cui ho pensato è che diocristo con quella barbina e quei capelli lì Amadeus è davvero la  copia un po’ sciapa di Costantino della Gherardesca, il che tutto sommato implica che uno dei massimi intellettuali italiani della nostra epoca è fisicamente il mashup tra Amadeus e Lorenzo Cherubini con la vergogna che basta a non vestirsi come uno dei due. C’è altro? Dimmi dell’audio, ti prego. Dimmi perchè. Dimmi perchè Gabriele Cirilli che parrucca PSY e Gangnam Style non è -evidentemente- un punto d’arrivo. 
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Accento Svedese Pensa se avessi sentito l’audio. Amadeus è stonatissimo ed in sovrappiù per imitare Jovanotti fa la zeppola, con l’unico risultato di somigliare più a Max Tortora che imita Silvio Muccino che imita Amadeus che imita Jovanotti – una cosa psichedelicissima e pericolosa, insomma – che a Jovanotti stesso.
Poi canta Ragazzo fortunato, il cui testo, se applicato alla triste figura di Amadeus, si trasforma all’istante in un delizioso ossimoro. Amadeus, che ormai è talmente alla frutta da ridursi a partecipare a quel fantasmagorico carrello dei bolliti che risponde al nome di Tale e Quale Show (a proposito, ci sono anche Fabrizio Frizzi, Riccardo Fogli e financo Gabriele Cirilli, che l’ultima volta ha imitato Wanda Osiris ma quando dalla regia hanno fatto partire Gangnam Style ha iniziato a ballare come PSY – meglio dei barbiturici con l’alcool, insomma) perchè artisticamente parlando non si è mai più ripreso dal suo jumping the shark, il litigio con Pedro all’Eredità, che istantaneamente ha trasformato Pedro in una celebrità sotterranea ed ha rappresentato l’imbocco del viale del tramonto per il buon Amadeus.
Amadeus, che a Deejay Television quando ero piccolo veniva sfottuto da tutti (Fiorello compreso – ricordo una puntata estiva all’Aquafan in cui Fiorello canzonava Amadeus perché si era ustionato naso e faccia) e che continuo a chiedermi come abbia fatto ad arrivare così in alto, in quell’imitazione ha stonato tantissimo, si è rotolato per terra, ha baciato Loretta Goggi, ha entusiasmato la sua compagna Giovanna Civitillo, ha imbarazzato perfino quel gran maestro di classe & stile che risponde al nome di Claudio Lippi ma ci ha fatto assistere a quella che nel suo complesso è stata una delle scene televisive più tristi ed imbarazzanti di sempre, e questo basta. Quell’imitazione di venerdì sera in prima serata – che più che un’imitazione è un autentico rip-off – sta lì a certificare che Jovanotti è diventato uno dei più grandi intellettuali pop italiani senza nemmeno rendersene conto, anche se spiegare bene il perché è molto difficile.

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appunti per una rubrica pop di Bastonate che tolga Miley Cyrus da quel catenone e la inchiodi alla croce per pagare i nostri peccati.

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La prima cosa che si nota una volta smaltita l’incazzatura per le prime inquadrature del viso di Miley che piange, è che Miley ha tatuaggi. Tra i diciannove tatuaggi (secondo l’internet) di Miley Cyrus, quasi tutti bruttini e non troppo significanti, scopro esserci anche un quote di Teddy Roosevelt. TEDDY ROOSEVELT. So anche qual è il quote (una roba sulla purezza di cuore in odore di destra storica), ma non è importante tanto quanto il fatto che sia di Teddy Roosevelt. Mettiamo in fila i Roosevelt dal punto di vista della simpatia: primo Franklin Delano, secondo Theodore, terza la serie televisiva sui ragazzi e gli alieni demmerda che davano sui Raidue nei primi anni duemila. (scherzo) Pare che anche Liam Hemsworth si sia tatuato un quote di Ted Roosevelt, ma non lo stesso di Miley Cyrus. Liam Hemsworth che, en passant, ci piace ricordare ucciso da un calcio rovesciato di Van Damme (con aggiunta di pugnale) a pochi minuti dall’inizio di Expendables 2. Mentre inizio a pensare che la conversazione in questo bar abbia preso una piega che non gradisco, su Vine gli spoof del video iniziano a moltiplicarsi come l’ebola. Nessuno è divertente. Nessuno specchia niente. In una scala della moralità che va da zero a meno dieci, Miley Cyrus aveva già stravinto ai lontanissimi tempi (tre settimane fa?) dell’esibizione ai VMA con Robin Thicke e il ditone di gomma sul cazzo di lui e la fica di lei. Considerato il contesto generale, Wrecking Ball è semplicemente una prova di forza. Poi ti torna in mente l’inizio: perché Miley piange? Chiede preventivamente scusa per quello che sta per succedere? È una metafora dello stupro? Ti vuole spingere a non credere a ciò che sta per succedere? Ha una più pallida idea del fatto che sta facendo musica pop? Quanto di tutto questo è colpa di Terry Richardson? Sapete che se cercate Terry Richardson su google per prima cosa viene fuori il suggerimento TERRY RICHARDSON CHIARA FERRAGNI e appunto Chiara è stata fotografata da Richardson e con Richardson indossando un giubbotto con la faccia di Richardson a mo’ di stencil e senza (ironicamente) la scritta OBEY sotto? (magari sono due richardsoni diversi) A che pro mettersi a contestualizzare, o decontestualizzare, quando da una parte c’è comunque qualcuno che morde le briglie per poterti snocciolare il curriculum di Terry e certificare il suo genio (erroneamente, tra l’altro: voglio dire, guardati il video di Miley Cyrus) e dall’altra quelli che abbaiano meta ad ogni costo e la loro cazzo di esigenza fisiologica di far cadere tutto sul morbido? Io da parte mia ho deciso che me ne frego, ma qualcuno prima o poi dovrebbe mettere insieme una tesi di laurea, o almeno un tweetbook, sull’uso salvifico della lacrima nei video pop. Accettare le lacrime, non accettare le accette. Analisi ricalibrata della grammatica documentaristica del video pop. Relatore: Carlo Mario Calabroni (Semiotica III). Dentro ci metti la morte del Settimo Sigillo e di fianco la foto di Lady Gaga nel video di Applause. Alla discussione una troia supponente della commissione ti chiede se hai sentito mai parlare di Blixa Bargeld e tu gli rispondi con il testo integrale della prima traccia del disco con Teho Teardo. Forse sto sragionando. Non vi sentite ingabbiati dal fatto che tutti riconosciamo le citazioni di tutti? Che tutti i libri che abbiam letto li abbiam letti solo per metterci in pari? Stamattina l’amico Accento Svedese ha giustamente scritto su Twitter

Il vero segno del declino della civiltà occidentale è il ritorno del bomber e degli anfibi Dr. Martens nel 2013.

Giusto per rimanere sulla destra storica, ecco. Mentre da noi escono foto di Giovanni Lindo Ferretti abbracciato a Giorgia Meloni, registriamo la curiosa coincidenza per la quale il bomber è tornato in auge (o no) dopo essere stato vestito da Ryan Gosling in Drive, due anni prima che Miley Cyrus inizi a sfondar muri vestita solo d’anfibi rossi, e formuliamo una teoria un po’ traballante secondo cui le declinazioni più evidentemente postfasciste del fashion attuale siamo appunto da far risalire al club di Topolino. Per motivi che non tutti conoscono, vi regaliamo in chiusura una foto di Sidney Sonnino, il quale da centosedici anni più o meno esatti ci invita energicamente a tornare allo Statuto.

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STRATEGIA DELLA TENSIONE EVOLUTIVA #2 – Jovanotti intervistato da Gramellini

e sangue nelle vene

Nell’intervista di Gramellini a Jovanotti pubblicata ieri sulLa Stampa non c’è solo l’appassionato ritratto di una delle maschere più tragicomiche della cultura pop italiana, ma anche la fredda cronaca della risurrezione di un sistema di valori che a dispetto di tutti i nostri peraltro modesti sforzi (due tweet al giorno) di arginarlo alla sfera di influenza di un sistema morale dove il danno è già stato fatto (la solita trimurti Saviano/Fazio/Gramellini, niente di personale e massimo rispetto ma gli unici con una fanbase meno scopabile della vostra sono Geova e Casaleggio). Nonostante io sia un tossico da internet certificato e piuttosto grave, ho sempre qualche problema con le dinamiche base di queste cose -nel senso, più  castronerie contiene più click genera più l’ufficio stampa è contento. Voglio dire, un demente è un demente, giusto? Un brutto pezzo è un brutto pezzo. Nella fattispecie, uno a cui viene chiesto

Non ti spaventano otto miliardi di persone?  

e che a prescindere dalla stupidità della domanda risponde

«Il mondo è vuoto. Sorvolalo in aereo e te ne accorgerai. È bello dove c’è un sacco di gente, ci sono più opportunità. Un giorno, in una megalopoli, guardavo con orrore la favela cresciuta accanto a un quartiere ricco, ma chi era con me disse: crescere con un quartiere ricco accanto è l’unico modo in cui un ragazzo povero può pensare di cambiare la propria vita. La vera povertà è sempre povertà di visione»

e sangue nelle vene

ecco, a me questa più che un’opinione sembra un grido d’aiuto, come quelli che si fotografano le vene già tagliate su instagram mettendo #countdown come hashtag  (immagino che qualcuno l’abbia fatto in passato, il mondo è sempre un gradino sotto i miei down della domenica sera). Il resto dell’intervista contiene punti di luce devastanti, tipo un momento in cui Jovanotti paventa Baricco al ministero della Cultura dando a intendere che questa sarebbe una cosa a qualsiasi titolo positiva. Da questo punto di vista Gramellini prova pure a fare il giornalista, a non abbassare del tutto il livello e a buttare uno sfottò ogni tanto, ma si ritrova con le mani legate e di fronte al più mastodontico powertrip della storia del pop italiano a parte forse Zucchero Filato Nero e la prima volta che Al Bano fece partire l’acuto di  È la mia vita a Sanremo (1995 e 1996, rispettivamente).

È difficile concentrarsi su un singolo passaggio nell’intervista e additarlo come male puro. È difficile anche rendersi conto, diciamo così, del quadro generale: è sicuramente un altro sampietrino a lastricare la via della beatificazione anzitempo di un musicista pop morto e sepolto (da questo punto di vista ci prendiamo il merito di aver parlato prima di chiunque altro di strategia della tensione evolutiva), orchestrata dall’ennesimo personaggio che gravita attorno alla claque di questo Sai Baba del multiculturalismo pop italiano. Tra l’altro varrebbe la pena di dare un’occhiata alla claque in questione, uno degli insiemi peggio assortiti di addetti ai lavori, simpatizzanti e gente che non rompe le palle per questioni che vanno dal buon vicinato al cattivo gusto musicale, ma più che altro per non tagliarsi dei ponti nella prospettiva di un giro di giostra in futuro: musicisti e giornalisti (alcuni anche rispettabili, mica solo al livello di Mollica) che escono dal trattamento-Jovanotti con una macchietta sul curriculum e la fama del cazzaro, o anche detta sindrome di Giovanni Allevi. Non mi voglio dilungare: dicevo di Jovanotti, della sua intervista, di un certo evoluzionismo darwiniano pre- e post-fascista d’accatto, perché ai nostri tempi puoi citare Gurdjeff ed essere sia post-comunista che post-fascista, il tutto all’interno dello stesso capoverso, e poi lamentarti del fatto che tutti quanti abbiano paura di muoverti e magari lapidarci con slogan del tenore di “bisogna essere”. Tra l’altro che cazzo vuol dire BISOGNA ESSERE? Contrapposto a quale situazione? bisogna essere invece di…fare? non-essere? possedere? limonare duro? cambiare? No, cambiare è escluso perché Jova è un fan del cambiamento, lo dice sia nell’intervista che nell’ultimo singolo, quello copiato dalla cover di Somewhere Over The Rainbow di Israel Kamakawiwo’ole (sia benedetto il copia-incolla) o qualsiasi altro pezzo per ukulele, il pezzo che dice sia l’eternità è un battito di ciglia che se non avessi voluto cambiare ora sarei allo stato minerale, e sia detto fuori di scherzo che di tanto in tanto io mi masturbo pensando ad un Jovanotti allo stato minerale. Bisogna evolversi per poter morire democristiani. Ecco, l’intervista a Jova è questo e altro e molto peggio. Fosse stato Povia e avesse dato più o meno le stesse risposte, probabilmente oggi sarebbe sfottuto da chiunque in quanto Povia. Con Jovanotti staremo a metà tra la controversia, un imbarazzato silenzio (assenso) e persino qualcuno che si avventurerà nel definire coraggiose opinioni tipo definire umanamente simpatico Berlusconi e quattro o cinque tappeti rossi stesi a Matteo Renzi in giro per l’intervista. E la mia segreta speranza è di vedere davvero Renzi sbancare il Festivalbar 2014 con un disco di cantautorato etnico/becero alla Safari, primo in classifica e suonato negli stadi, a togliere consensi a Jovanotti spolpandolo dall’interno tipo vespa icneumone. Jovanotti, che sorvola il pianeta Terra e si prende di merda quando non vede una megalopoli. Jovanotti, il cui pezzo di Jovanotti preferito è Bella, il cui testo recita “mentre ti allontani stai con me forever” e io penso tutte le volte a uno che ai tempi de L’Albero aveva scritto FOREVER MERDA con la bomboletta in un sottopassaggio pedonale alla stazione di Cesena.

la rubrica pop di Bastonate che spinge Gaga a prescindere.

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Born This Way esce nel maggio del 2011, anticipato dal singolo omonimo che dà già modo di schierarsi (perlopiù contro) la nuova incarnazione di Lady Gaga. Il secondo disco dell’artista newyorkese è atteso come una specie di secondo avvento. Non lo è. è un disco pop più o meno normale, un po’ matto in culo e un po’ rispettoso dei canoni del genere, tendenzialmente più vintage della roba che sfonda le classifiche nel periodo di cui parliamo. Un disco estremamente onesto, se vogliamo, senza nessuna traccia del vampirismo ossessivo di Madonna (ancor oggi considerata quella da cui Gaga ha rubata praticamente tutto). Born This Way è molto più buono di The Fame ma molto meno buono dell’EP Monster: non basta. Le critiche all’album sono tendenzialmente positive ma non abbastanza. È una fase in cui qualcuno s’aspetta qualcosa di importante e Born This Way ci scaraventa in una situazione di stallo senza precedenti nella quale per evitare di dover pensare a qualche problema reale ci ritroviamo a cercare con il lanternino la nuova Lady Gaga in giro per il pop. Questo è più o meno quello che ci siamo beccati nel frattempo. Il disco più cagato dell’anno 2011 è quello di Adele. 21 è uscito a gennaio e sta spingendo abbestia. Adele è brava ma non ti manda nell’iperspazio, è brava di quel bravo tipo Premio Bravo dei 400 Calci (“all’espressività in un ruolo inutile”). E comunque annuncia il ritiro dalle scene appena cacato fuori il brano per la colonna sonora di Skyfall. Beyoncé pubblica 4 un mese dopo Gaga. A fine agosto, per la cerimonia dei VMA, canta Love on Top facendo vedere il pancione: Gaga è vestita da uomo ma semplicemente sparisce. Il miracolo della vita. D’altra parte la Beyoncé di 4 è già adelismo di ritorno, o più verosimilmente una seria e ragionata rimasticatura whitneyhoustoniana di bassissima lega a cui prestare ascolto è da una parte irragionevole e dall’altra apertamente offensivo. Poca ciccia. Più o meno contemporaneamente Beyoncé prende parte a Watch the Throne, la joint-venture Jay-Z/Kanye West che dà alle stampe uno dei dischi più barocchi della storia del rap. Sembra roba destinata a sconquassare il mercato, ma a conti fatti sembra già più il ciao ciao mare di un’epoca della black music che se ne va per sempre. Magari per finire in mano a certi revivalisti black alla Frank Ocean, che almeno lo è in senso positivo (spirito sì musica anche no) e  si fa passare il testimone cantando la migliore canzone del disco, No Church in the Wild. Peccato per il video di quel cioccolataio di un Romain Gavras in perenne indecisione se buttarla in politica o in caciara. È anche la fine di Romain Gavras come regista di videoclip, almeno fino ad ora: magari tornerà per il disco nuovo di MIA, ma a MIA abbiamo dato l’addio da un bel pezzo. È stato in occasione di /\/\/\Y/\, ma poi è andata solo peggio. Apice del disgusto e pietra tombale la collaborazione in veste di cheerleader e coautrice nel video di Give Me All Your Luvin’ di Madonna, epoca MDNA, assieme a Nicky Minaj; è già il 2011 e le cose vanno male. Pochissime star provano ad unire grandeur barocca e white trash alla maniera di Lady Gaga. La migliore è Katy Perry, il cui ultimo disco lungo comunque è del 2010 (a ottobre uscirà il nuovo, in sfida diretta con Gaga): un’opera comunque abbastanza viva e pulsante da essere ristampata in edizione espansa due anni dopo con singoli aggiuntivi di pregio tipo Wide Awake. Il peccato per Katy Perry è che dal film Part of Me in poi, e forse anche prima, viene venduta implicitamente come una specie di Daniel Johnston del pop da classifica che crede solo a metà delle cose che dice –perlopiù la metà sbagliata- e subisce costantemente la pressione di essere sempre sotto i riflettori, con il risultato che a non cagarla ti senti che le stai facendo un favore. Il problema del white trash d’altra parte è quasi sempre che abbracciarlo in toto per qualcuno non è una buona scelta: si veda l’altra artista, che si chiama Ke$ha e che nel primo singolo dichiarava di lavarsi i denti col Jack Daniel’s. Ke$ha è un esperimento in provetta a tema abbassare il livello, una popstar sfiatata e stonata che canta tipo Yeastie Girlz e vedi se due beat grassi sullo sfondo non rendono vendibile qualunque cantante in terra. L’ultimo disco di Ke$ha è del 2012 e si chiama Warrior. Musicalmente sembra mostrare un’artista in crescita, ma incappa in un brutto infortunio: il primo singolo si chiama Die Young e arriva al n.2 della chart di Billboard una settimana prima della sparatoria a Newtown. Il testo incita a passare la notte come se dovessimo morire giovani, il video mette insieme pentacoli e redneck come se Gaga avesse commissionato un video a Rob Zombie. Alcune radio decidono di boicottare la canzone, Ke$ha twitta ufficialmente solidarietà alle vittime e aggiunge d’impulso che il testo non è suo e di essere stata costretta a cantarlo. Non che sia una gran sorpresa sapere che gente come Ke$ha non ha il controllo artistico dei propri album, ma vale comunque la pena di fermarsi un secondo, darle del coniglio e dimenticarsi per sempre della sua esistenza. Al contempo il white trash, sempre lui, arriva a lambire nuovi orizzonti di abbrutimento con qualche estemporaneo ritorno di gente come Britney Spears, quindici anni di buttarsi via e non sentirli, che firma un nuovo standard dello stare male in Scream&Shout di Will.I.Am (nelle efficaci parole del collega Accento Svedese“il prossimo passo è un featuring di Britney Spears su un brano a caso cantato da Eugene Robinson degli Oxbow – con Britney strafatta di crack che urla “Britney bitch” ed Eugene Robinson che filma con la videocamera”). Poco altro e sparso in giro talmente a cazzo da non creare manco il vario rumore di fondo una volta uscite dalle radio le Carly Rae Jepsen e gli PSY. Ci sarebbero i vari Bieber/One Direction, ma è una scena che non ci ha dato un cazzo se non qualche fanfic che comunque ci fa fatica leggere e la versione rallentata di U Smile  a cui -ci dispiace constatare- il mondo ancora fatica a credere. Il nemico del mio nemico è mio amico, come dice Jovanotti in Tensione Evolutiva: il decollo di Lana del Rey per dire sembra una barzelletta tirata per le lunghe ed esplode in tutta la sua tristezza all’ascolto del pallosissimo Born to Die, il cui principale pregio è quello di far dimenticare i pregiudizi sull’artista e passare da un odio di forma a un odio di panza e ad un odio di sostanza. Video cotti nella grana tra le braccia di A$ap Rocky e poco altro: basta a diventare testimonial per H&M e colonne sonore per lo spot del profumo, lo spirito del tempo è più lontano di Saturno. Qui ovviamente si rimane al palo, ma è fisiologico: nel nostro paese viene celebrata come una conquista culturale la vittoria di un rapper scarso ad un reality, mentre il mondo si sgretola sotto i nostri piedi  ed Anna Tatangelo può permettersi di rientrare a bomba e gettarci in faccia grossi rotoli de sordi in Occhio per occhio (curiosamente intitolata come la prima traccia del primo disco di Max Cavalera dopo lo split coi Sepultura), una Womanizer all’amatriciana stracarica di simbologie forse massoniche e forse a cazzo, pescate più o meno in blocco, pure queste, da un certo gagaismo d’accatto –abbastanza paradossale pensando a quanto sia profondamente italo certa roba di Gaga, Dance in the Dark in primis ma pure la stessa Pokerface. Poco importa, la periferia dell’impero. Di che altro è rimasto da dire? La più grossa popstar dell’epoca in cui viviamo si chiama Rihanna: smaltita la voglia d’esser Gaga con il video di S&M, si fa carico del peso dell’assenza altrui e costruisce il suo mondo da zero: un’etica del lavoro più mostruosa di quella di Greg Ginn ed una carriera di continui rimbalzi sui network, dischi belli a getto continuo e singoli che quando va male sono ai livelli di Diamonds.

Non mi basta e ci voglio credere. Nel video nuovo Gaga è vestita come la morte nel Settimo Sigillo. ArtPop esce tra un sacco di tempo.

La rubrica pop di Bastonate che oggi si intitola speciale Blur live @ Milano, 28/07/2013

ho scelto la foto più brutta, tanto per infastidire l'eventuale lettore.

Ho scelto la foto più brutta, tanto per infastidire l’eventuale lettore. Ed il pezzo qui sotto è pure fastidioso ma me ne sbatto. Mica si paga per leggerlo, no?

Lo aspettavo da almeno dieci/dodici anni, lo aspettavi anche tu o forse no, in formazione originale con Coxon fuori e dentro dal tunnel della depressione, magari un cartonato di Coxon come a Sanremo nel 1996, un roadie al posto di Alex James idem come sopra, il documentario Ho sniffato un milione di euro ed il momento in cui Alex James diventa paonazzo perché vede un pusher stendere le piste di coca sul tavolino di vetro, Damon Albarn che pare invecchiato male ma in realtà è invecchiato benissimo anche se è senza un dente/ha un dente d’oro, Dave Rowntree non pervenuto ora come allora, però che palle è a Milano, con questo caldo Milano se avesse il mare sarebbe il Salento, Milano vale un giorno di ferie ed una maratona in autostrada, ci sarà sicuro gente che li ha conosciuti per Fifa ’98, gente che li conosce da sempre, gente che non li conoscerà mai ma che è lì perché è lì che bisogna essere, speriamo si mangi bene o almeno non ci si becchi un virus intestinale che poi se devi scappare in bagno durante il concerto è un casino, a me non è mai capitato ma ad un mio amico sì e non è stato per niente bello, speriamo facciano pure He Thought Of Cars che per me è la più bella, chissà se ci sarà qualche vip o al limite qualche twitstar che passerà tutto il tempo a postare cose senza vivere un attimo dell’evento, ho prenotato un albergo talmente vicino all’ippodromo che mi sento il soundcheck direttamente dalla stanza, oggi è domenica e non si pagano i parcheggi, andiamo lì presto che tanto c’è caldo ed entriamo in temperatura subito, tappa McDonald per un gelato gonfiabile, i ragazzini che al McDonald consumano tutto l’ammontare di connessione internet mensile per cercare di portarsi a letto tipe mostrando loro video musicali truzzissimi, coda chilomentrica, all’entrata regalano un magazine musicale dove all’interno viene pubblicizzato un European Tour di Nek con solo date italiane, che tamarro Nek, Nek che suona al campo sportivo di Papozze (RO) nel 1999 e dopo il concerto vomita negli spogliatoi, chissà se a Nek piacciono i Blur, chissà se ai Blur piace Nek, le note sono sette ed il mondo è bello perché è vario per cui potrebbe anche darsi di sì, sul magazine parlano pure di uno screzio pesante tra Robbie Williams ed Liam Gallagher ma a quel punto il mio cervello ha già mollato gli ormeggi, vorrei proprio una reunion degli Oasis ma mi pare praticamente impossibile, gli scazzatissimi promoter della Samsung che forse manco conoscono i Blur, c’è un tipo vestito da cartone del latte di Coffe&Tv ed io mi faccio una foto con lui prima che lo scoprano anche gli altri, andiamo nella bolgia o forse no, c’è puzza di sudore, due tipe parlano di status di Facebook e di un tipo che pubblica status di Facebook che fanno ghignare tantissimo, il 3G non funziona e molta gente è in crisi d’astinenza, scende il buio e ciò che vedi da lontano è solo il bagliore degli schermi degli smartphone in assetto-foto, mamma mia che schifo la camicia indossata da Damon Albarn, mamma mia che figo Damon Albarn, per me non è vero che si faceva di ero, Graham Coxon è iper-depresso e non ride mai, Graham Coxon era il vero genio dei Blur, Alex James ride sempre perché c’è rimasto sotto con la coca, Dave Rowntree è un batterista della madonna anche se non lo diresti, il tipo vestito da cartone del latte di Coffe&Tv è stato chiamato sul palco durante Coffe&Tv ed ora è una star, speriamo che almeno riesca a rimorchiare qualche tipa, i Blur si divertono tutti tranne Coxon, la scaletta è semplicemente perfetta e This Is A Low è qualcosa di superiore, ho visto uno con la maglietta dei Pooh, The Universal è sempre The Universal, Out Of Time con Coxon alla chitarra ti fa rimpiangere il suo addio ed è superiore alla versione su disco, Beetlebum stessa è decisamente superiore alla versione su disco, mamma mia Trimm Trabb e Caramel, Girls & Boys è stata un po’ sgonfia ma era il primo pezzo e sai il caldo, la birra, forse era solo questione di aspettative troppo alte, io i Blur li ho conosciuti con Girls & Boys, i Blur ad Un disco per l’estate 1994 dove c’erano Nikki che cantava L’ultimo bicchiere-gli Otierre-Ice MC-Jam&Spoon-tanta eurodance da autoscontri tipo Eins Zwei Polizei (Mo-Do R.I.P.), Popscene ha risollevato le sorti del live o forse ero solo io, durante To The End mi sono commosso parecchio, Tender l’ho cantata a squarciagola nonostante l’abbia sempre ritenuta un corpo estraneo nella discografia dei Blur, oggi non ho più voce Song 2 mi ha gasato a tal punto che ho voglia di giocare a Fifa ’98, il mio disco preferito resta sempre Parklife ed il live non ha fatto che confermarlo, una vita per uscire dall’ippodromo e poi ancora tappa al McDonald per un milkshake sintetico, spero non facciano mai un disco nuovo perché potrebbero rovinare tutto, dopo un live del genere sono talmente gasato che potrei anche digerire un brutto disco nuovo ed andare a dire in giro che mi piace tanto. Decideranno i Blur visto che siamo in democrazia.