Se ci facevano pagare dieci euri, forse s’era la metà

 

cronaca del casino della madonna che c’era a Firenze per il concerto di Iggy & The Stooges

Ovunque c’e’ cacca
in frenetica danza,
e trascinato
dall’onda veloce,
giungi stremato
in Santa croce:

Dante di marmo
poeta divino
mira sdegnato
l’immane casino:
o fiorentini,
m’avete esiliato,
prendete la merda
che dio v’ha mandato.

 

(Riccardo Marasco, L’alluvione)

 

L’è maiala. Quando tu vai a un concerto dove un c’è da tirare fori i’quattrino, l’è sempre maiala. Ma maiala pesa: pensi d’arrivare un par d’ore prima, anche solo per metterti in un cantuccino a sentirti la musiha in santa pace, e invece nulla, casino da tutte le parti: una cosa che ‘n confronto Santa Croce i’ sabato sera, con gli amerihani briahi le son barzellette. Già, qualcheduno credeva che la vera musica rocche di Iggy Pop venisse sonata in Santa Croce, mentre alla gente gl’è toccato andare in Piazza della Repubblica, perché quelli dell’Hard Rock Cafè avrebbero deciso hosì. Ma che se ne vol parlare dell’Hard Rock Cafè? Da quande l’hanno aperto a Firenze, per i giovini pare un esista artro che quello. Mad°nna indiana, ti vien da dire, forse peggio c’è solo Virgin Radio. Poi, uno arriva tutto pien di speranza in Piazza della Repubbliha, né troppo grossa né piccina, e oltre a un casino che forse s’era visto solo a Fiorentina – Juve di martedì sera, o sotto casa di Cecchi Gori quando fallì la Viola, e chi ti trova sul palco a presentare la serata? Ringo. Ragazzi, diamoci una diacciata: Ringo, accidenti al crocifisso. Ma sarà possibile? Qualcuno dice che un pohinino s’intenda anche di musiha, specialmente di’ punk, ma vi pare un elemento presentabile? Uno che c’ha l’età di’ mi babbo e a momenti chiacchiera uguale alla mi sorella piccina, co’ capelli ritti ossigenati e forse la cocaina anche nell’ugne delle mani. Sicché c’è di mezzo anche Virgin Radio: ti pareva! Dopo aver sentito parlare Ringo, peggio d’un dito di Gianni Morandi su pe’ i’ culo, che, come se i’ dolore non fosse di già abbastanza, bercia pure che tra gli sponsor della serata c’è anche la Fiat. A questo punto t’hai voglia di chiappare un’arma a caso dallo fuciliera di’ tu nonno e scarica’gliela  ni’ viso; ma purtroppo un si pole. Ai’ limite, quel che si potea fare, l’era un minuto di silenzio per le vittime della Uno Turbo: ma la gente l’è proprio ‘nsensibile, maremma cane. Insomma: dopo che Ringo, che pare abbia finito tutt’i’ fiato ne’ pormoni, annuncia la vincitrice del premio in palio (una Fiat punto firmata Radio Bischero) di un si sa quale concorso, vengono presentati i primi ospiti: de’ ragazzi di Brescia che riescon nella sfida di far sembrare i Modà un gruppo quasi ascoltabile. La Nazione invece scrive «Potrebbero essere i nuovi Litfiba o gli eredi dei Marlene Kuntz»: mad°nna serpente, dimmi te come si fa. A me, onestamente, questi bresciani di nome Desma parevano più una versione pop annacquata in italiano dei Dragon Force con Dodi Battaglia alla chitarra; ma io purtroppo un scrivo sulla Nazione, e sinceramente un mi garberebbe nemmeno. Grazie a iddio – come se un lo si fosse bestemmiato di già a sufficienza – la vergogna dura poco, e monta sul palco un gruppo di fiorentini che in confronto ai Desma paiono davvero i Black Keys. Un blues – rocche abbastanza onesto, forse più da Flog che da piazza. La rottura di hoglioni è comunque dietro l’angolo, noi si vole vedere Iggy Pop: ma prima è la volta d’una vecchiaccia grinzosa e forse un po’ avvinazzata che dovrebbe esser stata colei che ha inventato l’Hard Rock Cafè: uno poi un deve smadonnare, dio prete.

Dopo la vecchia, che se iddio vole s’è levata di hulo dopo pohi minuti, ci sono finalmente Iggy & The Stooges. Chi gioca in prima squadra ni’ Monte de’ Paschi di Siena, di sihuro ha potuto vedere bene da dove mi trovavo io, ossia non troppo lontano dal mixer, mentre i piccini come me hanno solo sentito e nemmen troppo bene. Sehondo me, i volumi erano bassini; anche se, volendo, la batteria rimbombava fino a via Tornaboni, ma questo l’è un artro discorso. Fatto sta che la scaletta l’è stata bella un monte, e i’ concerto ha fatto piuttosto il paniho. Iggy gl’ha una forma smagliante: dalle foto, a occhio pareva Donatella Versace, ma il fisihaccio e la voce tengono botta parecchio, facendo fare la figura delle paste tiepide un po’ a tutti noi giovincelli, che come al solito siamo mal rappresentati quande si tratta di musiha dai’ vivo, specie se a ufo. A momenti, l’atmosfera l’era quella di un concerto della Bandabardò: davvero troppa gente coi rasta, troppi vini ni’ cartone (che si sa, i’vino ni’ cartone l’è un po’ come leccare la fiha con le mutande, stessa cosa), gente che un si lava da quindici giorni; altra che forse l’ultimo concerto che ha visto l’è quello che fecero senza motivo (sempre gratis eh!) Elio e le storie tese più d’una decina d’anni fa in piazza a Figline. Una miriade di persone che un movono le gambe o i piedini sulle note di “No fun”, tanto pe’ buttare lì una delle meglio hose della serata. Sul primo pezzo, “Raw Power” un po’ di degenero c’è stato, ma miha perché a que’ grulli gli garbava la canzone: massìe, l’era la contentezza di’momento! E poi, tutte queste pehore, questi rospi di fossa ribeuti a chiedere a gran voce “The Passenger”: oh, alla fine l’Iguana l’ha accontentati. Ma Iggy, accidenti alla tovaglia dell’ultima cena, come direbbe il Sommo liutaio Chiari: perché tu l’hai fatta? Un potevi fare a meno? Dopo delle versione parecchio tirate, rumorose e punk di “I Wanna Be Your Dog”, “1970”, “Search And Destroy”, “Gimme Danger” ce n’era bisogno? Forse sì: ti sei accorto che s’era solo io, il mio amico e altri due o tre ripresi dalla piena a cantare le canzoni degli Stooges (perché alla fine, Iggy, non fare tanto i’ bono, l’era un concerto degli Stugis, mica solo tuo!) , e allora hai pensato di fare il più sputtanato dei tuoi brani, anche il meno bello del disco “Lust For Life”. Ma t’importa una sega a te, tanto, se tutti cantavano il «La la la la la la » anziché «Radio Burnin’ up above»: i soldi da noi un gl’hai presi di certo, ma da i’comune, da Virgin Radio, dall’Hard Rock e compagnia (brutta) chissà quanti tu n’avrai buscati.

A chi c’era, come me, senz’altro l’esibizione non avrà fatto di certo cahà. Certo, io a veder  chi c’era sul palco ci sono riuscito solamente quando un brindellone di un metro e novanta m’ha fatto i’piacere di sollevarmi per farmi dare un’occhiata. Poi, per il resto, solo buio, capi, ascelle ni’ muso e la gigantesca scritta Pensione Pendini. Un diho che vada bene hosì, solo perché l’era gratis: un minimo di gnegnero nell’organizzazione c’andava messo. Perché un è possibile vedere persone scappare e infilarsi da tutte le parti: chi avanti, chi indietro, chi a destra e a sinistra, chi in culo. Quando ho visto una bella muccona tedesca passare con il gelato alla cioccolata, allora ho pensato che davvero, in queste circostanze, c’è solamente da rassegnarsi. Il fatto è che i concerti, soprattutto quelli di qualità, sarebbe bene costassero poco, ma qui un c’è via di mezzo: si tira su un evento più che interessante, e si finisce pe’ farlo diventare un carrozzone per ascoltatori della domenica (che la domenica ascoltano solo la serie C nella radiolina) e per gente che aveva solo la voglia di moversi di casa e dirigersi verso i’ capoluogo toscano, che l’è una città piccina ma l’è sempre bellissima, eh. Ma come l’è bella Firenze? Come sarà bella Firenze? Si va a giro pe’ i’ mondo ma una città bella home Firenze in do’ tu la trovi. E ora ci sono stati anche gli Stugis. E domenica c’erano i Radiohead, che però eran già venuti a piazzale Mihelangelo (che, ricordiamolo, c’ha i’panorama più bello di’mondo!) ni’ dumilatre e che costavano comunque sessanta sacchi ma valevan la pena, e forse c’era meno gentaccia di merda.

Come ho sentito dire a tanta gente ier sera: se si pagava anche solo dieci o quindici euri, alla fine s’era la metà. Ed è la tristissima verità, purtroppo. Ma lo sapete cosa: io la prossima volta che ci sarà un concerto gratuito in Piazza della Repubbliha, mi piglio una stanza alla Pensione Pendini. Mi faranno vendere anche le mutande, dovrò fare un mutuo con finanziamento a tasso zero, ma volete mettere come si vede bene da lassù? Se c’ero andato anche ieri, forse ce la facevo anche a vederela tipa  tutta gnuda che è montata sul palco. Iggy, accidenti a to ma’, tutte a te le fortune.

 

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(il mio amico Marco vive a Figline Valdarno, scrive su indieforbunnies e thenewnoise e si è gentilmente prestato alla mia richiesta di scrivere nella sua lingua dell’invasione della sua terra in occasione del concerto di etc etc. la foto della tizia nuda è qui anche se sembra un falso clamoroso)

Ciao, ieri sera ho visto un concerto dei Radiohead

Caribou spacca il culo, ma è facile spaccare il culo se hai un batterista così. Una mezz’ora di musica tirata con una Sun paurosa nel finale e potrei quasi andarmene a casa come quel tizio che quella volta scrisse il report del concerto degli Editors di spalla ai REM (chissà se si trova il link). La realtà dei fatti è che ho pagato cinquanta euro all’ingresso, per poter dire a cuor leggero di aver visto i Radiohead dal vivo e non dovermi sorbire passivamente il chiacchiericcio della gente che il giorno dopo parla di concerto della vita e/o che non potrai capire davvero i Radiohead da Kid A in poi finché non li avrai visti dal vivo, quindi di base ho pagato cinquanta euro per non farmi dare del rottinculo che parla dei Radiohead senza cognizione di causa. Sto mentendo, naturalmente: ci sono andato perché The King of Limbs per me è molto meglio di tutti i dischi da Kid A in poi e anche se non lo ascolto così spesso, insomma. E mento anche sui cinquanta euro: sono cinquanta di biglietto più dieci di panino e birra più una decina di autostrada andata e ritorno e più o meno un’altra decina di metano, quattro euro a parcheggiare in un posto improbabile e cristo di un dio i perdenti li riconosci perché al ritorno non si fermano a Castel San Pietro a fare cappuccino e brioche. Il prezzo del biglietto è cinquanta euro, il costo di un concerto dei Radiohead si avvicina al doppio. La gente non s’accalca ma quasi, fortunatamente l’arena Parco Nord di Bologna ne terrebbe tranquillamente il doppio –rimane il fatto che di gente ce n’è un sacco, non so quantificare un numero così, probabilmente è il concerto con più gente che ho mai visto, in assoluto.

Non ho mai visto gli U2. Una volta sono andato fuori da un concerto di Vasco, epoca Gli Spari Sopra, ma stare fuori credo non conti. Ho visto qualche Heineken Jammin’ Festival ma mai di quelli superpieni, forse i Pearl Jam di un paio d’anni fa a Venezia possono competere. I concerti grossi mi fanno schifo perché attraggono esseri umani di merda, gente palesemente cresciuta nelle caverne che piscia negli angoli, fa meno docce a settimana di quante ne faccio io (una cosa che francamente non credevo possibile, voglio dire), può sopravvivere per decenni nutrendosi soltanto di panini con salsiccia e cipolla e birra innaffiata, si carica sulle spalle a vicenda e vede i concerti come metafore della battaglia di Frankenhausen, considerando il concerto riuscito solo nel momento in cui parcheggiando l’auto davanti a casa si sente svuotata di ogni umore, piena di lividi e incapace di fare qualsiasi altra cosa che preveda l’uso delle gambe per il resto della settimana. Il tutto in cambio di un racconto del giorno dopo come nelle pubblicità della coca cola, tutti quanti hanno cantato assieme lo stesso pezzo e tanti saluti.

I Radiohead naturalmente hanno fatto di tutto per non farsi associare a quella immagine e per un momento mi viene da pensare che sarà bello vedersi un concerto della band giusto per vedere che effetto fa vedersi trentamila indiesnob non-ballare e non-emozionarsi nella stessa arena. Col cazzo: i fan dei Radiohead sono un pubblico rock composto per almeno metà da gente normalissima che attende all’evento nella non-segreta speranza che il gruppo la smetta di menarsela col trip del musicista sperimentale e si rimetta a suonare Creep nel secondo bis come un gruppo normale. Come fai a relazionarti a un pubblico che ti infila a forza nel calendario assieme ai Coldplay e ai Muse? Suoni la tua cosa, tiri su uno spettacolo della madonna e tanti saluti. Il palco è qualcosa di impressionante: due ordini di colonne a led dietro il gruppo, una fila di schermi in cima alle impalcature e una decina di schermoni mobili che vengono orientati diversamente alla fine di ogni pezzo. I Radiohead salgono sulle nove e mezzo e iniziano con Lotus Flower. Due ore e mezzo di concerto dopo, Everything in its Right Place in chiusura, finisce tutto quanto. The King of Limbs eseguito più o meno per intero, tre pezzi da OK Computer e tutto il resto pescato dai dischi che stanno in mezzo. Thom Yorke, considerato più o meno uno dei pochi musicisti al mondo che decidono cosa è cool e cosa no, fatica a spiaccicare una parola in fila all’altra, e come in ogni brutto viaggio del rock le parole che tira fuori sono perlopiù in italiano maccheronico. Nota a margine: perché i musicisti mainstream s’impuntano col ringraziare in italiano? Se pensano che ringraziarci in inglese non sia carino, perché non traducono pure i testi delle canzoni? Alzi la mano chi considera offensivo sentir dire thanks a lot invece che grazie mille da un cantante inglese. Lunga e poco interessante storia. Dicevo, è difficile dare degli incompetenti ai Radiohead, il gioco di luci è uno dei più seri che memoria d’uomo ricordi, i pezzi sono eseguiti senza sbavature e con un dispiego di mezzi che sembra aver coinvolto qualche cinquantina di persone in fase preparatoria. Il problema principale dei Radiohead è che al netto di tutto il dispendio di cui sopra e della perizia con cui gli arrangiamenti ti piovono addosso fino a farti sanguinare le orecchie, in un live di due ore e mezzo i momenti di autentica passione sono quasi zero. C’è un momento in cui la cosa sembra decollare: al primo bis si presentano sul palco Thom Yorke e Jonny Greenwood, attaccano Exit Music, il pubblico si ammutolisce e assiste in un silenzio tombale che ho visto poche volte anche ai concerti con sette persone sotto il palco. Al secondo movimento Thom Yorke smette di suonare e pronuncia l’unica frase articolata in inglese della sera: Jonny turn the fuckin’ $£”% off. Il pubblico inizia a far caciara e poi il pezzo ricomincia con l’aggiunta di un aereo che sta per atterrare al Marconi ma senza il pathos di prima, con Yorke che non spinge poi molto sulla voce e il gruppo che suona la roba di quindici anni prima come se si stesse facendo un giro nei bassifondi. Voglio dire, non si può dire che sia stato un brutto concerto, ma dubito che uno spettacolo del genere possa convertire chi non è già un fan di stretta osservanza. La botta di culo è che i fan di stretta osservanza sono già diversi milioni e riempiranno comunque le arene per altri dieci anni senza battere ciglio. L’altra botta di culo è che Stanley Donwood è abbastanza bravo da non dovermi far cercare delle foto del concerto su internet. La botta di sfiga è che molti fan di stretta osservanza sanno dove abito e mi picchieranno a sangue e/o accuseranno di non capire un cazzo di musica ed esistenza. Senz’altro vero, ma la prossima volta seguo le dritte dell’Agendina dei Concerti.

Lo Stato Sociale (+ I Camillas) @Rocca Malatestiana, 14/09/2011


“La mia generazione è una merda bologna è una merda le donne sono una merda gli aperitivi fanno tutti merda.” 
Ladro di cuori col bruco

Parlando del gruppo scrissi una cosa tipo “l’unico viaggio del pop italiano in cui abbia senso imbarcarsi negli anni in cui la coolness e l’ironia ad ogni costo sono ancora il nemico più insidioso.” Non è che voglio fare quello che mette le mani avanti, mi cito per non cadere in contraddizione. In sede di recensione scrissi “una specie di corrispettivo indie della morosina che la portavi alle cene con gli amici e diceva solo cose stupide, o di quello della compa a cui davate appuntamento nel posto sbagliato. Fa schifo, ma in qualche modo è il disco indiepop italiano più onesto e importante di sempre.Lo Stato Sociale, insomma, vive e lavora in un contesto di pop che respinge dove gli altri rappresentano. Fare schifo, per Lo Stato Sociale, è una specie di imperativo morale che deriva da una visione personale e per nulla accomodante del mondo che li circonda. Nei testi delLo Stato Sociale non ci si entra, non ci si specchia, non ci si emoziona quasi mai. Spesso si è in disaccordo. Lo Stato Sociale non piace molto alle persone con cui parlo, perlopiù sono considerati dei pagliacci finiti per caso in una cosa più grande di loro e che si agitano nella segreta speranza di non uscirne con le ossa rotte e/o l’incarnazione vivente dell’idea che il pubblico del nuovo indiepop italiano ha prospettive culturali abbastanza atroci da ciucciarsi cose del genere. Lo Stato Sociale esiste e prospera nella misura in cui la gente è disposta a non comprenderli. Li becco alla data inaugurale di un festival alla Rocca di Cesena, rimessa a nuovo dalla nuova gestione Aidoru e resa un parco-concerti meraviglioso. Non posso tacciare gli altri di malafede, ma anche se adoro Turisti della democrazia mi aspettavo una catastrofe assoluta: le chiacchiere con amici che li hanno beccati per caso e i commenti sui socialini ti fanno pensare che il torneo per stabilire la più scrausa e terribile live band ever abbia finalmente decretato un vincitore.

Col cazzo. Il gruppo si presenta con un membro in meno e inizia a pestare dopo un set interminabile dei Camillas (bravi e simpatici ma francamente i live dovrebbero durare la metà) e spara addosso al pubblico una manciata di canzoni, sei o sette al massimo di cui una registrata. Suonano come se avessero una ventina d’anni a testa, cioè pesante e convinto e senza risparmiarsi. Poi uno prende in mano la chitarra sembra un concerto rock di quelli veri, di quelli che ogni tanto ti capitava di sentire sette o otto anni fa. E sì, alla fine fanno un balletto del cazzo e il trenino del cazzo e continuano ad avere un’estetica del suono discutibile e delle basi stupide e probabilmente fanno schifo e magari sono pure ideologicamente sospetti, ma la cosa che gli esce dalle dita è roba sincera e personale al cento per cento. Andare via da una cosa del genere e pensare che non ci sia la ciccia, così su due piedi, mi sembra un modo come un altro per dimostrare di non capirne un cazzo di musica. Oppure ho beccato l’unica buona data mai fatta dal gruppo.

Altro @Dylan, Pesaro (o Fano, boh) – 31/08/2012

L’ultima volta che ho visto gli Altro dal vivo è stato a un Musica nelle Valli nel quale i With Love suonavano ancora l’arcòr (più o meno), i FBYC cantavano in inglese, il bassista dei Disco Drive era Pomini e gli El Guapo non avevano ancora generato dieci gruppi diversi.” L’avevo scritto qui e non me lo rimangio, anche se potrei rimangiarmi il resto delle cose che ho scritto. La redazione, cioè sempre io, è tornata a vedere gli Altro dal vivo dopo otto anni di stecchetto in occasione della presentazione del nuovo settepollici che esce per i nostri personali eroi di ToLoseLaTrack e si chiama Primavera, da qualche parte sarà in streaming o in fridaunlò (citiamo IlBillLaimbeer che fu ospite di striscio da queste parti e che ci svela essere il fridaunlò uno stato della mente). La facciamo corta: gli Altro dal vivo sono una di quelle band, e se ce n’è una in italia sono loro, che li vedi e torni a casa e chiami due amici e metti su un gruppo.
Ora, io non ho mai avuto un gruppo. Le mie uniche esperienze di produzione di musica sono dei giochetti che facevo con i nastri e due macchinette a scrocco, delle cose coi drones di chitarra e basso che grazie a dio l’uomo non ha mai sentito, un gruppo inesistente di nome Energumen di cui parlavo nei forum per vedere se qualcuno millantava di averlo ascoltato e quattordici minuti con un tizio di qua vicino a cui dissi “c’è potenziale” e poi mi accolse con un muro di amplificatori allucinante mettendomi paura e facendomi appendere gli strumenti al chiodo per sempre, tanto manco ce l’avevo un basso mio. Nel corso degli anni tuttavia mi sono fatto abbastanza idee su cosa sarebbe giusto o sbagliato tra le varie cose che può fare un gruppo rock e mi sono fatto una specie di decalogo che NON sarà il nostro listone di questo martedì ma che, insomma, non avendo ambizione di suonare applico semplicemente come una sorta di codice etico sulla base del quale giudico gruppi e dischi nel mio tempo libero. PRIMA REGOLA il gruppo è fatto di tre o quattro persone al massimo; SECONDA REGOLA non è che stai lì a fare a gara su chi è il più violento e millenarista ma il gruppo suona fortissimo; TERZA REGOLA non hai un manager o un’agenzia di booking o diocristo qualsiasi altro mangiapane a tradimento stile quelli che ti curano l’immagine e le agenzie di stampa, a meno che tu non sia diciamo il Teatro degli Orrori e/o disponga di diecimila fan sfegatati a cui puoi dire di votare a destra e loro lo farebbero. QUARTA REGOLA il gruppo stampa in vinile e CD e altri formati fisici e regala gli mp3, perchè il fridaunlò è uno stato della mente e comprare le canzoni a un euro su iTunes è immorale sia per chi vende che per chi ascolta; QUINTA REGOLA il gruppo fa concerti ed esce per qualsiasi cifra a qualsiasi condizione e anche in prudente perdita, amministrandosi per quanto possibile, togliendosi di bocca il pane e il Galaxy Tab per suonare una data in più e diventare abbastanza decente dal vivo da non far rimpiangere i soldi che i tre sfigati accorsi pagano alla cassa; SESTA REGOLA il gruppo consta di almeno un ciccione; SETTIMA REGOLA il gruppo non partecipa a nessuna cosa che non sia fare dischi e concerti, eccezion fatte le cose che gli sembrano molto interessanti. OTTAVA REGOLA il gruppo suona e incide musica che abbia un motivo qualsiasi di essere suonata e incisa, evitando di metterla insieme ad altra musica che non ha motivo di; NONA REGOLA il gruppo non ama essere fotografato e scoraggia la pratica pur non facendone un’ossessione, DECIMA REGOLA il gruppo esiste per un arco di tempo limitato, a meno di non tenerselo come gruppo della domenica per il resto della vita ed evitare di fare a spallate col mondo della musica.
Niente di che, insomma. Sono regole che vengono applicate inconsapevolmente dalla maggior parte dei gruppi nella prima fase di vita, a parte la seconda (drammaticamente assente nel pop contemporaneo), e che al primo sussulto di popolarità chiunque si aspetta vengano disdette in nome di una paga che comunque arriva alla radice quadrata rispetto alle aspettative. Se qualcuno continuasse a seguire pedissequamente il codice, magari interpretandolo con la sua personalità e continuando ad ostinarsi a parlare solo quando c’è qualcosa da dire, nel giro di qualche tempo avremmo dei nuovi Altro da coccolare. Essendocene pochi o nessuno, mi tengo volentieri gli Altro vecchi e qualche infortunio di forma della band, li vado a trovare una volta ogni dieci anni e torno a casa riprogettando il mio gruppo da zero (aiuterebbe saper suonare uno strumento, ma finchè non avrò imparato non sorgeranno dubbi sul fatto che io sappia o meno tener fede alle mie aspettative su ciò che dovrebbe essere un gruppo) e stupendomi che Baronciani e soci non siano ancora coperti dalla legge Bacchelli. A fine concerto qualcuno dice una cosa tipo “gli Altro son davvero un gruppo punk”. Di solito a chi dice queste cose mi viene voglia di menarlo, stasera no. Voglio dire, si prendono pure il lusso di non fare Pitagora.

Lou Barlow @ Hana-Bi, Marina di Ravenna (16/07/2012)

Sale sul palco intorno alle dieci mentre un disco sta ancora suonando in sottofondo, inizia a sistemarsi le cose e ad accordarsi una chitarra acustica. Sembra avere bisogno di cambiare una corda. Va avanti a cazzeggiare con la chitarra dieci minuti abbondanti e non riesce a trovare il bandolo della matassa, sembra nervoso. Torna dietro al palco con la chitarra in mano. Per un’altra ventina di minuti non succede nulla, qualcuno racconta di averlo visto chiuso in uno sgabuzzino in lacrime e con le mani nei capelli. Lou Barlow ha un sacco di capelli. Non fosse per i capelli e per quei vestiti da fricchettone sarebbe la mia copia (limitiamoci ai capelli). Qualcuno dice che mi sa che non suona. Di fianco a me c’è un tizio venuto apposta da Firenze.

Poi risale sul palco, saranno le dieci e mezzo, e sembra in palese stato confusionale. Prende in mano un ukulele e inizia a strimpellarlo, si scusa e dice di aver rotto la chitarra. Blatera un paio di pezzi. Non ricordo nulla dei Sebadoh e tantomeno del Barlow solista, non so piazzare le canzoni in un ordine preciso ma con una chitarrina che si sente a malapena sta dando uno spettacolo mai visto. La gente a bordo palco chiacchiera come se qualcuno avesse staccato la musica dall’impianto e stesse aspettando di essere cacciata via dal locale. Nel frattempo l’Uomo continua ad implorare dal cielo l’arrivo di una chitarra e annuncia placidamente di non aver più in mente nessun pezzo che potrebbe suonare con l’ukulele. A un certo punto gli arriva una Rickenbacker o qualcosa di simile e il concerto diventa una cosa magica. Metà della gente davanti se n’è fuggita via, Lou ha messo insieme un certo numero di sfighe che affliggono la serata: ha rotto la chitarra, ha perso gli occhiali a fare il bagno (pare sia sua abitudine fare il bagno con gli occhiali addosso), è divorato dalle zanzare, ha suonato due sere prima con i Dinosaur Jr e gli manca la voce. È solo in questo momento, da quando ha iniziato a suonare, che ricordo che lui è il bassista dei Dinos. Quello che mi fa più strano in questo momento è che lui sia il membro ESTROVERSO dei Dinos. Sta suonando da un’oretta seduto, con i piedi scalzi piantati uno sull’altro in una posizione che sembra un paralitico, ha i capelli costantemente sul volto e non guarda quasi mai in faccia il pubblico. Suona un pezzo dal prossimo disco della band, sembra molto bello, mima con la bocca la parte in cui c’è l’assolo di J Mascis. Metà della gente rimasta fino ad ora ha odiato il live, la maggior parte degli altri ha apprezzato nonostante le condizioni, una ventina di persone potrebbe averla considerata una delle cose più belle mai successe su un palco. Potrei essere tra questi ultimi.

(foto per pressappoco)

UNSANE @XM24, Bologna, 29/06/2012

 

(la foto è di R.Amal Serena ed è stata presa a Genova)

Ci piacerebbe dire che gli Unsane suonano la musica più coraggiosa e spericolata in circolazione, ma non è vero. Probabilmente non era vero neppure vent’anni fa. Il motivo fondamentale di questa cosa è che la musica degli Unsane non è frutto di un calcolo o di un ragionamento, anche elementare, in virtù del quale il gruppo possa aver sperimentato una serie di suoni ed approcci e poi abbia deciso di suonarne uno. La musica degli Unsane è musica che viene dalla testa e dalle braccia di persone che non avrebbero potuto concepire e suonare nessun’altra musica che questa. La musica degli Unsane è il figlio deforme di gente per cui è naturale ascoltare e suonare esclusivamente delta-blues e noise-metal, e che anzi non ha mai capito bene la differenza tra l’uno e l’altra. Il punto della faccenda-Unsane è che una volta finita la corsa degli Unsane non avremo nessun sostituto a raccogliere il testimone e cominciare a correre da lì in poi. Gentile dunque da parte di Chris Spencer mantenersi in buone condizioni cardiovascolari, continuare a scolpire il fisico e ripresentarsi all’ennesimo concerto italiano con il ventre piatto, il berretto in testa e un paio di pantaloni mimetici tagliati al ginocchio come se Clinton non fosse mai uscito dalla Casa Bianca.

Sotto il palco è andata meno bene. Quasi tutti i convenuti, almeno quelli che fanno il maggior casino, hanno barbe capelli e pance tipo la mia, la mia stessa età e l’insofferenza al caldo che i secondi trenta ci buttano addosso come una croce. L’XM24 è una fornace, Bologna è una merda e i Fine Before You Came in Piazza Verdi –molto onestamente- stasera non ci stavano. Quello dei Big Business, appena prima degli Unsane, è il solito spettacolo patetico di un gruppo che ha tutte le carte in regola per funzionare (fricchettoni brutti in culo e tecnicamente dotatissimi che suonano a metà tra Crowbar e Motorhead) ma invece, non si sa perché, un cazzo. La mia teoria sui Big Business è che non hanno i pezzi e dovrebbero tornare a fare da backing band ai Melvins, che con Trevor Dunn sono peggio. La mia teoria sugli ultimi Unsane è che Wreck sia un disco bello e importante ma anche e soprattutto un palliativo per chi nasconde dietro a vecchie certezze il non volersi più prendere il disturbo di cercarne di nuove. La cosa diventa chiara quando gli Unsane attaccano gli strumenti. Uno fianco all’altro, batteria in mezzo senza (?) Vinnie Signorelli a suonarla, iniziano con quella che se non sbaglio è la prima dell’ultimo e nel giro di tre pezzi iniziano a dar fondo ai classici. Against the Grain, Sick, Committed, Scrape, Out, Alleged. Suonano talmente duro e compatto che sembrano un unico feed ipersaturo su tutte le frequenze. La gente sotto si divide tra chi si mena come se avesse diciannove anni (e non), io sono schiacciato sul palco con un paio di ciabatte ai piedi e un ventilatore poco distante su cui cerco di non svenire. La chitarra suona così alta che non riesco a stare in equilibrio. Dall’inizio alla fine delle danze non si riesce a sentire una singola parola di quelle che Chris S e Dave Curran (incazzatissimo anche lui, l’unico uomo nel raggio di trecento metri con un paio di pantaloni lunghi) urlano nel microfono. La mia resistenza fisica arriva fino a due pezzi dal termine, poi sono fuori piegato in due cercando di riprendere il fiato, con maglietta e pantaloni bagnati come se m’avessero fatto un gavettone di sudore altrui. Credo di avere visto altri concerti così violenti e di cuore, ma al momento non li ricordo. Due sere dopo perdiamo quattro a zero con la Spagna e io sento ancora un po’ di ronzio all’orecchio sinistro. Spero abbiate apprezzato l’assenza di un caps lock fin troppo dovuto.

 

Maria Antonietta @ HanaBi, Marina di Ravenna, 19/06/2012

Abbiamo lasciato Maria Antonietta dopo i preliminari, vale a dire con un disco in uscita, un singolo con video opinabile e i testi in anteprima su Rockit. Va bene tutto. Nel frattempo il disco è uscito (l’ho ascoltato un paio di volte, non ho una buona opinione in proposito) e Maria Antonietta ha iniziato a girare dal vivo. Le cose da allora si sono evolute, qualcuno ha perso la verginità al MiAmi e via di questo passo. Ieri sera è capitato di vederla e boh, giusto per saldare un paio di conti. Per prima cosa Maria Antonietta non è per niente il primo esempio che ho in mente se mi si parla di “brutta musica italiana”. Maria Antonietta è una ragazza che porta in giro un live opinabile fatto di pezzi opinabili e conditi di un immaginario opinabile (e a volte pure offensivo, voglio dire, se linee di testo tipo ma sono ancora bella ed è tutto quello che ho ma adesso sono forte ossa che non puoi spezzare ti piacevo di più quando mi potevi scopare gesù cristo se fossero rivolte al maschile farebbero fioccare accuse di sessismo e fascismo, probabilmente infondate ma nondimeno); lo fa onestamente e con un’attitudine che il musicista indiepop italiano medio non sa manco dove stia di casa. Per prima cosa non ha un gimmick, e non ha manco un vero e proprio canovaccio: si presenta sul palco con due buzzurri, suona in un modo che somiglia vagamente ai Pixies e ci tira fuori il meglio che può. A volte sembra ubriaca. Non risparmia le cartucce, suona senza rete di protezione, funziona meglio chitarra e voce, sembra avere margini di miglioramento. Ha un pubblico casuale, nessuno si muove durante i pezzi (manco Quanto eri bello, verso la fine), applaudono alla fine dei pezzi, nessuno si sgola. Non è abbastanza per essere la cosa più bella in circolazione, ma se mi dovessero chiedere un esempio di brutte cose che succedono nella musica italiana, uhm, penso all’atteggiamento nei confronti del proprio pubblico e della propria musica che ha certa altra gente, anche molto più rispettabile, che ho visto su questo palco (tutto sommato l’unico mio vero collegamento col Paese Reale) e mi vengono i brividi. Piuttosto ben vengano Maria Antonietta, il suo immaginario da Carmen Consoli dell’era Alfano e quel vestitino che sembra pescato da un generatore automatico di vestitini di Maria Antonietta.

(la foto l’ho rubata a pressappoco, sono convinto non s’incazzeranno)

Instrument.

raccolgo la gentile segnalazione di Giampiero su Twitter e la faccio mia. Di questi tempi su Youtube si sta trovando qualsiasi cosa. Finchè non passa la pacchia, schiacciate play e godetevi aggratis il più bel documentario sulla musica mai girato. In segno di riconoscenza, linkatevi al sito Dischord e compratevi un centinaio di concerti dei Fugazi a tariffa nameyourprice.

Codeine @ Locomotiv, Bologna (31/05/2012)

Good Evening, we’re Codeine from New York City. Di mio ho sempre preferito i gruppi che si presentano prima di iniziare  a suonare, perché è una cosa giusta da fare e sembra sempre un po’ come se tu non abbia fatto cento chilometri per vederli. E poi mi sono sempre chiesto se si dicesse còdeine o codeìn o codèin, io di solito uso la seconda. Stephen Immerwahr pronuncia Codììn, ha una voce lenta e un portamento da professore di antropologia. John Engle somiglia un po’ a Stone Gossard coi capelli corti, nel senso che tiene la chitarra come se non ne avesse mai vista una fino a dieci minuti prima di salire sul palco. Chris Brokaw, schiacciato sul fondo del palco, è un batterista grandioso. Ho sentito tre o quattro concerti con dei suoni così perfetti: un paio dei Mono, Shellac, Arto Lindsay, altre cose al momento mi sfuggono. Immerwahr tra l’altro ad Arto Lindsay ci somiglia un po’, ha la stessa vocetta e un modo simile di stare sul palco.

Last time I was in Bologna, you were probably 10 years old.
You’ve done well.

Matteo era passato sulla reunion dei Codeine chiedendosi se sarebbe stato più sbagliato paccare la reunion o presentarsi con la consapevolezza di un karaoke per introdotti panzoni: io ho scelto la seconda. Il gruppo sul palco non lascia spazio a interpretazioni: sono tre signori di mezza età che hanno ricostruito una band defunta da quasi vent’anni per suonare qualche concerto, si trovano davanti un mare di gente in festa e ringraziano timidamente. Un po’ sembrano far fatica anche loro a capire cosa sia successo. Rispondono nell’unico modo sensato: chini sui loro strumenti, suoni perfetti e una scaletta che pesca un po’ da tutta la loro discografia (capirai). Stephen è l’unico con un microfono davanti. La prima è D, cioè quella che apre Frigid Stars. L’ultima si chiama Broken Hearted Wine e se devo essere sincero non l’ho mai ascoltata prima di ieri sera (devastante). Immerwahr la presenta con un filo di voce: the other songs, you could call them un happy. This one, i wouldn’t say it’s a happy song but for sure it’s not unhappy. Mi devasta. Dei gruppi che aprono si segnala il finale in acustico dei Comaneci, in mezzo alla sala semivuota con dedica a Tiziano/Bob Corn, danneggiato dal terremoto. Poi la sala si riempie di gentaglia: panzoni, ultratrentenni, gente in botta, studenti fuori sede con le lenti come il fondo delle bottiglie e gli occhi umidi sotto. Quelli con le magliette azzurre fosforescenti hanno paccato in favore dei Cloud Nothings la sera prima. Speriamo gli sia andata bene.

(la foto l’ho scattata io per pressappoco)