PITCHFORKIANA: Palms, Locrian, Fuck Buttons, Valient Thorr, Jamie Cullum

ho cercato “BEARDO” su google immagini e mi si è aperto un cratere mentale

PALMS – S/T (Ipecac) I Deftones sono un gruppo del cristo e della madonna, e questa cosa me la ripeto spesso come una sorta di mantra che –sono convinto- ci darà un giorno qualcosa di più dell’emotività plastificata di mestiere in repeat che mi rende ormai impossibile riascoltare i dischi (per carità onestissimi) da Saturday Night Wrist in poi. Nel frattempo Chino Moreno esce fuori con l’ennesimo side-project, questa volta con tre Isis (non Aaron Turner) a confermare la sua fede nella Causa del metal, un genere che con l’altra mano giura e spergiura di non praticare. Del disco non serve che sappiate altro: Chino Moreno + gli Isis. A diciannove anni sarebbe stato il mio sogno bagnato, ma a diciannove anni queste cose NON SUCCEDEVANO e quando succedevano s’è imparato abbastanza presto che era meglio se continuavamo a sognare e a bagnarci; in dodici anni di progetti laterali s’è imparato abbastanza bene, comunque, che se c’è un genio nei Deftones non è sicuramente Chino Moreno. Per carità, onestissimo ma se non ha Stephen Carpenter dietro al culo fa fatica a esistere, proprio. Finisce che il disco dei Palms te lo ascolti per capire se a questo giro è riuscito ad infilarci un pezzo decente. Se vi fidate del mio NO potete risparmiarvi la solita sbobba in sei movimenti da otto minuti l’uno. Per carità, onestissimo. (5.0)

LOCRIAN – RETURN TO ANNIHILATION (Relapse) Non sono quel che si dice un cultore dei Locrian (proprio zero) ma tra gli ascolti sparguglioni che ho dato alla sterminata discografia del gruppo ho sentito roba molto migliore del primo disco di Return to Annihilation. Ne ho sentita anche di peggiore, certo, ma il punto è che era chiaro che il primo disco su Relapse avrebbe contenuto il solito minestrone di ambient dronata, sfoghi rumoristi e altre noiosità che permettono ai giornalisti di Pitchfork di citare gente il solito LaMonte Young, il quale mi perdonerete il caps lock ma voglio metterlo in chiaro NON NE HA NESSUNA COLPA. Ecco. Dicevo: il ritorno dei Locrian non è un discaccio da buttare, ma oltre a essere il genere musicale più noioso e inutilmente frequentato dell’ultimo lustro Return to Annihilation può essere tenuto in sottofondo a basso volume mentre cucini una torta salata vegan a una ragazza con una margheritina tatuata sul polso che mette piede sulla soglia di casa tua per la prima volta, e magari lei ti chiede chi è che suona e tu pronunci la parola Locrian alla francese. La domanda che ci poniamo, alla fine di tutto, è quando cazzo è successo che “un disco di metal estremo impossibile da mettere in sottofondo per creare l’atmosfera” sia diventata una richiesta irragionevole. Vaffanculo. (4.6)

FUCK BUTTONS – SLOW FOCUS (ATP) I Fuck Buttons hanno due problemi. Il primo è che fanno musica stupida, e questo non è un problema di per sè quanto legato al fatto che la gente che mediamente si occupa dei loro dischi scrive di musica per gestirsi un bizzarro piano di ammortamento della laurea al DAMS arte. Il secondo problema è che questa cappa di sovrainterpretazioni della loro musica finisce per grigliare i loro dischi. Vi spiego come la vedo io: il più bel pezzo mai realizzato dai Fuck Buttons, e la definitiva incarnazione della loro arte, è il remix di Andrew Weatherall della prima traccia del primo disco. Avete presente? Un bel riffone sintetico alla Growing-maniera con un beat a quattro quarti sotto. Ok, questa cosa sembra chiara anche al gruppo, che da Tarot Sport in avanti ha iniziato a legarsi progressivamente alla musica dance. Ma per via di tutte le irragionevoli aspettative accademiche legate alla musica dei Fuck Buttons e per il fatto che i FB non hanno gli strumenti cognitivi per soddisfare tali aspettative, i loro dischi sono trattati infiniti di come cazzo si possa scomporre la stessa sbobba in tre pezzi invece di tirarne fuori uno solo decente e tirato che abbia tipo il beat della traccia numero 1 e l’ubriachezza markstewartiana della traccia numero 3 ma con il riffone portante della traccia numero 2, o anche solo il riffone portante della traccia 2 ma con una cazzo di drum machine sotto. E così che i loro dischi, pur essendo divertenti e appunto stupidi e riascoltabili potenzialmente all’infinito, danno una sgradevolissima sensazione di cock-teasing che lascia stremati alla fine dell’ascolto. (6.4)

VALIENT THORR – OUR OWN MASTERS (Volcom) è difficile giudicare i dischi dei Valient Thorr sulla base della musica in essi contenuta (noiosetta) piuttosto che sul fatto che siano realizzati da dei malati di mente che li metti su un palco e ti tirano fuori il concerto del millennio e sulla base di questi dischi terranno altri concerti del millennio. Non lo faccio. (7.1)

JAMIE CULLUM – MOMENTUM (Universal) è il primo disco di Jamie Cullum che ascolto. Prima di oggi l’unica canzone che ho sentito di Jamie Cullum è quella che sta nei titoli di coda di Gran Torino e probabilmente se me lo chiedete il minuto dopo che l’ho ascoltata vi dico che è la più bella canzone mai incisa da un essere umano (in quella bizzarra dialettica sognorealtà che rende grandi certe canzoni in quanto di contrappunto a certe scene di film, tipo gli Audioslave per Michael Mann). A volte le cose non le ascolti perchè non vuoi rovinare IL SOGNO e LA PERFEZIONE, altre volte perchè hai degli altri cazzi per la testa; direi che nel caso di Cullum siamo più dalle parti della seconda. La buona notizia, ad ascoltare Momentum, è che a quanto pare non mi son perso niente. (4.9)

PITCHFORKIANA: Clever Square, The Knife, The Thermals, Melvins, Mudhoney, Boris, Cathedral, Timberlake, Bowie.

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THE CLEVER SQUARE – ASK THE ORACLE (Flying Kids) sono amici miei, sia loro che l’etichetta che li ha stampati: in questi casi in molti mettono le mani avanti con discorsi tipo “comunque se il disco non fosse buono lo direi”. Io se il disco non fosse buono non lo direi mai, perché poi li beccherei nei posti, e sono fortunato perché in questo caso non devo né dire né non dire che il disco non è buono, e voi non dovete crederci perché ho messo le mani avanti. A cosa servono gli amici? Che cosa è disposto a farti un amico fraterno, a titolo di favore, che non ti faccia anche un blogger in cambio di un link? Il disco comunque è uno stranio esercizio di scrittura indierock molto classica (Mould, Pollard e cose così) infilata in suoni tra Neutral Milk Hotel, Animal Collective non-macchinosi, Sufjan Stevens e robe simili, è strano ma in qualche modo è vero, nel senso di roba sincera. Dovreste ascoltarlo. 7.2 THE THERMALS – DESPERATE GROUND (Saddle Creek) I Thermals dell’esordio avevano una botta che sembravano poter lavare da soli tutti i peccati dei gruppi garage-pop con l’articolo che andavano di moda quegli anni. Il secondo disco era come il primo ma troppo ben prodotto, dal terzo in poi hanno tentato di diventare dei mammasantissima di quello che allora stava diventando la definizione di indie, pubblicato solo dischetti medio-medi indistinguibili l’uno dall’altro e tutto sommato dispensabilissimi e non so davvero perché mi ostino ad ascoltarli, auto-negandomi persino quell’epifania da svacco artistico costruttivo che mi hanno dato gli Strokes. A dieci anni di distanza, comunque, hanno ancora il coraggio di infilare qualche canzoncina di livello. 5.4 THE MELVINS – EVERYBODY LOVES SAUSAGES (Ipecac) Arriva il giorno in cui su Bastonate anche i Melvins non si beccano un articolo tutto per loro. Il disco nuovo è un cover album infarcito di ospiti fighi tipo Scott Kelly, Tom Hazelmyer e Jello Biafra, ed uscirà il trenta aprile:  l’abbiamo ascoltato illegalmente in anteprima ed è quantomeno MOLTO MOLTO MEGLIO del precedente e (relativamente parlando) scarichissimo Freak Puke, che è un altro modo per invitarli a mollare la formazione Melvins Lite con Trevor Dunn e ritornare scranni e cattivi con la formazione a due batterie. 6.8 MUDHONEY – VANISHING POINT (Sub Pop) Sono dieci anni che sono tornati su Sub Pop e da allora registrano sempre più o meno lo stesso disco contenente canzoni sempre buone ma mai abbastanza da ricordarsi i nomi. E con tutto il bene che è impossibile non volere a Mark Arm, sono dieci anni che ce li stiamo ricomprando a blocchi di quattro o cinque titoli sussurrando ogni qualvolta possibile la band più seminale e sfortunata della storia del rock di Seattle, come un mantra e come se sapessimo davvero cosa significa la parola seminale. Va benissimo, ma il buonissimo e onestissimo Vanishing Point finirà a breve nello stesso posto dello scaffale dei dischi dove stanno prendendo polvere Under a Billion Suns e gli altri dischi anni duemila dei Mudhoney. 5.3 BORIS – PRAPARAT (Daymare) La sorpresa di questo mese/anno/decennio è che i Boris hanno finalmente mollato la loro poetica di riciclaggio situazionista di merda e sono tornati a fare un disco drone metal, vale a dire il genere musicale per cui saranno ricordati, e riuscendo persino a farlo in una chiave di lettura quasi inedita per il gruppo, una cosa abbastanza simile a Flood ma ancora più armonica, non so se mi spiego (immagino di no). Il tutto naturalmente senza insidiare la top 3 del gruppo (Amplifier Worship, Absolutego, Flood nell’ordine esatto) ma incuneandosi tranquillamente al quarto posto con grossi sorrisoni da parte del sottoscritto e in barba a qualsiasi tensione evolutiva di merda che ha donato alla nostra collezione una quindicina di titoli tutti ugualmente orribili ma ognuno in modo diverso dall’altro. Il fatto che il disco sia tirato solo in vinile fa sospettare che in realtà il prossimo titolo a nome Boris sarà l’ennesimo aborto hard rock, ma per quanto mi costa conviene comunque sperare per il meglio. 8.9 di incoraggiamento. THE KNIFE – SHAKING THE HABITUAL (Brille Records) The Knife è un buonissimo gruppo il cui valore artistico è inficiato perlopiù dal fatto che chiunque ne parla dà per scontato che in realtà i The Knife siano il cristo e la madonna che tornano in terra una volta ogni sette anni a fare piazza pulita di tutto il pop di merda che inzacchera le strade allagate della cultura della nostra epoca. Poi ti ascolti i dischi e sono sempre buoni ma non abbastanza da giustificare l’emotività spesa nelle aspettative. Sì è stato un anno di merda per il pop ma vedrai quando arrivano i gli le The Knife. Un altro gruppo con un problema molto simile sono i francesi Phoenix, per dire; quest’anno ce li becchiamo in uscita lo stesso mese, e sarà piuttosto difficile insomma capire se la musica nell’aprile del 2013 sarà salvata più dal nuovo disco dei gli le The Knife o dal nuovo dei Phoenix. Oddio a me i The Knife piacciono molto di più. 6.8 DAVID BOWIE – THE NEXT DAY (Sony) Stesso problema dei The Knife ma lungo trent’anni. 5.3 CATHEDRAL – THE LAST SPIRE (Rise Above) Con tutto quel che gli ho detto dietro nel corso degli anni (continuo a non capire dischi tipo Caravan Beyond Redemption o quel che era, le svolte rock’n’roll sabbathiane millelire da gruppo stoner al secondo demo eccetera), il nuovo disco dei Cathedral è ancora un buonissimo lavoro e/o l’occasione per ricordare a me stesso che per quanto mi riguarda Lee Dorrian è IL CANTANTE METAL, la voce più intensa, quella che mi colpisce sempre dove fa male e che mi fa avere ancora paura. 8.0. JUSTIN TIMBERLAKE – THE 20/20 EXPERIENCE (RCA) Meno bello di quanto vorrebbe essere ma più bello di quanto sono disposto ad ammettere. 6.9

PITCHFORKIANA – Gente figa, gente italiana, gente ex-figa, gente ex-italiana.

MESHUGGAH – KOLOSS (Nuclear Blast)
Per i Meshuggah era fisicamente impossibile andare oltre la tripletta Destroy Erase Improve/Chaosphere/Nothing, dal punto di vista artistico. Questo disco tenta disperatamente di restituirceli nella forma messa in piedi col terzo disco dopo un decennio grasso di onanismo, sbrodolamenti e dischi ispirati alle possibili recensioni degli stessi sui portali metal più in voga. Non ci riesce, ma apprezziamo comunque il tentativo.
 

HIGH ON FIRE – DE VERMIS MYSTERIIS (E1 Music)
Non so se sia perché sono usciti dal cono di luce del Metal Decisivo per il Nostro Millennio, ma i “nuovi” HOF in versione più rilassata e senza ambizioni di scrittura guadagnano un sacco in violenza e concetto. Sembrano sostanzialmente i vecchi HOF con gli Entombed e gli Slayer al posto dei Black Sabbath, lasciando i Motorhead dove stavano prima.

 
 

MELVINS – THE BULLS AND THE BEES (SCION A/V)
Non è il genere, non è il suono, non è il fatto che stiamo parlando di un disco in download gratuito, non è un tributo a dei “nostri anni migliori” che peraltro nella maggior parte dei casi manco abbiamo avuto. Si tratta più del fatto che un gruppo si degna di fare uscire un disco ogni sei mesi e metterci dentro ancora pezzi di questo livello.

 
 


 

Specialino Italia:

HEIKE HAS THE GIGGLES – CROWD SURFING (Foolica)
Nel loro genere sono la miglior cosa che possa capitare. Il loro genere è pop veloce e chitarroso con la cassa un po’ dritta e un po’ no, quella roba che sta per diventare p**k-f**k ma decide di non.

 
 


FATHER MURPHY – ANYWAY YOUR CHILDREN WILL DENY IT (Aagoo)
Roba grossa, nient’altro da dire. Roba grossa. I Liars fatti bene.

 

HOT GOSSIP – HOPELESS (Foolica)
Qua pensavo di essere di fronte a un disastro assurdo, l’idea di un disco degli Hot Gossip nel 2012 senza Fontaneto alla batteria etcetera. Non è così. Forse siamo un po’ dalle parti di quella roba Vice-weird alla Yeasayer/Sybiann ma sempre meglio che, insomma, tutto il resto.

 
 

HIS CLANCYNESS – ALWAYS MIST REVISITED (Secret Furry Hole)
La carriera del Jonathan Clancy post-Settlefish, qui forse al suo massimo risultato, testimonia sempre e solo che il bolognese è sempre e solo dieci volte più figo e in forma dei generi musicali che si ostina (non si sa a che titolo) a suonare.

PITCHFORKIANA (Zola Jesus, S.C.U.M., Verme, Zen Circus, MoHa!, Drive OST)

VVAA – DRIVE OST
Dark-ambient fighetta declinata alla Bristol-maniera più un po’ di pezzi sparsi tra wave brutta (nel contesto bellissima), cosine pop e persino drugapulco. È un disco d’uso: lo metti in macchina mentre guidi in autostrada e ti senti figo anche se hai addosso un bomberino argentato.

 

 

ZOLA JESUS – CONATUS
Indie-dark-ambient-pop commutativo (il genere più frequentato del pop di questi anni: cambi l’ordine dei fattori nel disperato nella vana speranza che il prodotto cambi). Questo pezzo viene pubblicato ad uso di chi tornerà su questo blog tra un paio d’anni cercando su google “ti ricordi quando Zola Jesus sembrava un’artista di qualche rilevanza?”. Ecco. Non ci credete? è in streaming.

 

VERME – VERMICA
La copertina (già sai) è quella del Black Album però rosa e col verme al posto del serpente. Il disco è verde però con scritto sopra QUESTO DISCO è ROSA. La musica è tutta quella edita finora, che potete scaricare illegalmente però legalmente, all’indirizzo. Oppure essere fighi e giusti e comprare.

 

 

MOHA! – MEININGSLAUST OPPGULP
Raccoglie singoli e materiale sparso. Paradossalmente, nel complesso, è il disco più strutturato che i MoHa! abbiano cagato fuori e forse l’unico che in prospettiva verrà persino voglia di rimettere nello stereo. Se ne volete parlare in giro raccomando molto il copia-incolla sul titolo.

 

 

THE ZEN CIRCUS – NATI PER SUBIRE
Ci sono persone a cui questa roba piace. Io me la immagino funzionare solo nelle cuffie di qualche tizia che si fa fotografie nelle scalinate di Bologna con lo spolverino di pelle di foca sopra la maglietta degli Husker Du nuova di zecca la minigonna e gli stivali di canguro per aggiornare il fashion blog.

 

 

S.C.U.M. – AGAIN INTO EYES
Questi invece li ho pescati a cazzo pensando che fosse uscito un nuovo disco degli Scum di Casey Chaos. Li metto dentro per ricordare a me stesso che gli Zen Circus sono solo una parte del problema.

PITCHFORKIANA: TIOGS, Today is the Day, Vaz, Neon Indian, Kanye/JayZ, Giorgio Canali

THREE IN ONE GENTLEMAN SUIT – PURE
Non è proprio la via italiana al noise rock ma c’è qualcosa di diverso tra questo disco e tutto il resto. Probabilmente è l’uso della voce, probabilmente è che nella sostanza è un disco rock’n’roll. Diversamente da quasi tutti gli altri dischi noise rock che suonano diversi da tutto il resto, è un disco bellissimo. E al momento è pure gratis. 7.9

TODAY IS THE DAY – PAIN IS A WARNING
Solo il fatto che Nunziata (cioè quello che ha scritto questa roba qui) non è riuscito a dargli più di 6 dà probabilmente l’idea di quanto sia triste di questi tempi essere Steve Austin. 3.8

GIORGIO CANALI E ROSSOFUOCO – ROJO
Sto cercando di immaginarmi qualcosa che anche solo a livello concettuale possa suonare più sbagliato di Rojo, ma è una faticaccia. L’unica cosa a cui riesco a pensare è un disco politico degli Afterhours con Agnelli che latra slogan sindacalisti a caso invece di quell’armamentario poetico-generazionale, ma DICIAMOCELO il risultato, anche nella più nera delle ipotesi, sarebbe dieci volte meglio dell’opus magnum di Giorgio Canali & Rossofuoco, un gruppo –anche senza il passato del protagonista della vicenda- ha la fama di essere trascinante e/o devastante dal vivo. Malumore. 3.1

JAY-Z & KANYE WEST – WATCH THE THRONE
Primadinoieratuttacampagna-hop virato Primadinoieratuttacampagna-soul. Presto o tardi si spegnerà anche questa fotta qua e rimarremo tutti a guardare i baccanali senza misura alla Kanye/JayZ come massima espressione di un’epoca del pop che –speriamo- sarà fuggita a gambe levate dallo stereo di chiunque. Musica totale is the new merda de cane. 5.4

NEON INDIAN – ERA EXTRANA
La musica di Neon Indian ha una sua rispettabilità interna che il drugapulco in genere non ha –nel senso che il drugapulco vive, o meglio viveva, parassitando a cazzo il corpo del pop (passatismo, antipassatismo etc). Da questo punto di vista il suo nuovo album avrebbe potuto essere l’unico modo per capire se il drugapulco, come concetto, avrebbe potuto svilupparsi al di là del primo stordimento collettivo. E invece, al di là del valore che può avere la musica, suona più o meno come la cassetta che metti a basso volume quando torni a casa da una serata infinita e t’è scesa la botta e hai pure un po’ litigato con quelli che stanno in macchina con te, tutti tengono il muso e l’unico obiettivo rimasto è arrivare a casa senza che ti ritirino la patente. 6.9

VAZ – CHARTREUSE BULL
Un disco così FIGO suonato con un cuore così grande che in un sol colpo viene da dimenticare la fine patetica di tutti gli Hella e i Lightning Bolt e i Mick Barr del caso e ci si sente come se il 2011 fosse il nuovo 2002. VAFFANCULO. Gente che non sbaglia un disco da vent’anni. 8.8. Streaming:

PITCHFORKIANA (the POPPONI issue): The Vickers, Aucan, PJ Harvey, Bright Eyes

THE VICKERS – FINE FOR NOW (Foolica)
Parte come la risposta italiana ai Phoenix, palese caso di risposta giusta a una domanda sbagliata. Continuano come una specie di bignamino di tutto quel che fa indiepop oggigiorno, garage solarissimo meets vampire weekend meets tutto il resto. Probabilmente non durerà negli anni, ma ieri era il primo giorno di sole da un bel pezzo a questa parte e io col disco dei Vickers ci sto bene. 7.1

AUCAN – BLACK RAINBOW (Africantape)
Un pastone alt-IDM-trip-scranno in cui entra più o meno tutta la musica in commercio. Rockit li definisce i nuovi Zu, probabilmente perché sono amici (sia degli Zu che di Rockit, immagino). Non è vero, naturalmente, ma quando gli entrano i pezzi BOTTA il disco è una figata. Per il resto del tempo sembra più una cosa di allungare il brodo e prendersi la soddisfazione di aver suonato, boh, un pezzo alla Portishead. 6.2

PJ HARVEY – LET ENGLAND SHAKE (One Little Indian)
Ad ogni nuova uscita di PJ Harvey -questo almeno da Uh Huh Her, che è stato strapromosso per evitare di cadere nell’errore dell’accoglienza non estatica di Stories From The City– una buona metà dei critici musicali interessati all’argomento parla di resurrezione dopo un periodo opaco, mentre l’altra metà preferisce star zitta e occuparsi d’altro. Non trovate quasi mai qualcuno che parla di periodi opachi al presente riguardo a PJ Harvey. Io ho la sindrome contraria, ovviamente: rimestare il suo passato per fare una scrematura di ciò che faceva schifo nei dischi di PJ anche quando i dischi di PJ erano la cosa più figa e importante che ci raccontavano essere successa sul pianeta terra. Nel frattempo, dicevo, escono dischi nuovi. Io per valutarli faccio prima una cernita di quanti ne parlano bene come, poi me li ascolto giusto per vedere se i miei sospetti sono fondati. Prima o poi troverò il coraggio di dargliela su senza manco ascoltarmi il disco, e quel giorno pioveranno confetti per le strade. 5.3

BRIGHT EYES – THE PEOPLE’S KEY (Saddle Creek)
Vedere con quali dischi stia continuando ad arrancare il cantautore a cui manco dieci anni fa veniva prudentemente affibbiato il nomignolo di nuovo Bob Dylan è commovente. D’altra parte Conor Oberst ha fatto intendere -a quanto ne so- che non ci saranno dischi di Bright Eyes dopo The People’s Key, il che non viene incontro al nostro desiderio di non avere dischi di Bright Eyes nè prima nè tantomeno durante il suddetto. Ok, Lifted era un bell’album. 3.4

PITCHFORKIANA DEATH METAL: Gortuary, Hideous Deformity, Insidious Disease, Interment, Parasitic Extirpation

INTERMENT – Into the Crypts of Blasphemy (Pulverised)
3/5 dei Centinex si riappropriano del moniker originario e continuano a fare quel che sanno: una mazzata dietro l’altra di puro swedish death metal di origine controllata, con testi che parlano di morte distruzione morti che ritornano e malattie ripugnanti, produzione da cantina gelida, batterista fisso sullo stesso tempo per tutto il pezzo e chitarre “a zanzara” Tomas Skogsberg style. La sostanza non cambia, semmai aumenta il putridume; un disco che ti fa sentire il ghiaccio nelle vene qualsiasi giorno della settimana, in qualsiasi stagione. Ci sono anche due riletture (di Where Death Will Increase e Morbid Death) dai demo del 1991-92, e nell’edizione limitata in vinile una cover di Torn Apart dei Carnage. Loro han sempre fatto questo. Rispetto assoluto. (8.0)

PARASITIC EXTIRPATION – Casketless (Sevared)
Grinding deathcore con produzione scintillante (pure troppo), eseguito con perizia e indubbio mestiere ma senza i pezzi. Si salvano giusto i simpatici samples (da Le colline hanno gli occhi remake e un episodio di X-Files che visto da ragazzino mi aveva fatto cagare addosso – per la cronaca, l’attore è il sottovalutatissimo Timothy Carhart), e l’uno-due Stabwound Symmetry/Vertical Human Splicing, che quasi riesce a far salire un minimo di fomento; il resto è routine ipertecnica con abuso di breakdown e gran tripudio di assoli ipershreddati come piace adesso. Un esercizio di brutalità gradevole quanto innocuo, esattamente identico a troppe altre uscite del settore. (6.2)

HIDEOUS DEFORMITY – Defoulment of Human Purity (Sevared)
Un logo tra i più illeggibili di sempre e una copertina che sembra disegnata da un bambino di sei anni con seri problemi comportamentali nascondono l’esordio più interessante dell’anno (per ora) quando si parla di brutal death tecnico; loro sono norvegesi ma non lo diresti mai, sono in due (vocals suine e chitarre affilate) e si fanno aiutare da turnisti di gran pregio (il bassista di Blood Red Throne, Deeds of Flesh e miliardi di altri, e l’ex batterista dei Vile, ora negli Arsis). Insieme danno vita a un malsano incrocio tra Deeds of Flesh e primi Cryptopsy ma con un tocco personale magnetico e perturbante e la cieca ignoranza propria di culti minori della Osmose più sommersa, tipo i Ravager; il tutto in meno di mezzora, con (commovente) cover dei Cadaver posta in chiusura a depotenziare. Veramente devastante. (8.3)

INSIDIOUS DISEASE – Shadowcast (Century Media)
Ennesimo progetto all-star (si fa per dire) in cui finisce coinvolto l’onnipresente Shane Embury; gli altri sono il mercenario Tony Laureano, Silenoz dei Dimmu Borgir, Jardar degli Old Man’s Child e il redivivo Marc Grewe, ex vocalist dei dimenticati Morgoth (due grandi dischi di death metal tecnico nei primi novanta, poi la svolta “alternative rock” con l’inascoltabile Feel Sorry for the Fanatic, imbarazzante raccolta di plagi dei Killing Joke dei dischi più tristi che ancora oggi mi vergogno di aver comprato ai tempi). Grewe da una decina d’anni è un travet della Century Media, e la pubblicazione di Shadowcast è evidentemente il suo premio-fedeltà; non si spiegherebbe altrimenti l’esistenza di un disco di ‘blackened death metal’ così fiacco e sciatto, prevedibile come la diarrea il giorno dopo una sbornia e noioso come una coda alle poste coi vecchi che tentano di fregarsi il posto a vicenda litigando ad alta voce, con “bombastica” produzione finto grezza e momenti ‘atmosferici’ reboanti e molesti da gruppetto black metal melodico di quint’ordine che anche il più sprovveduto dei preadolescenti avrebbe già spostato nel cestino prima di arrivare al quarto pezzo. Ospitata frettolosa di Killjoy e scolastica cover dei Death di Leprosy sul finale; un passatempo da dopolavoro giusto un pelo più divertente rispetto a collezionare pipe o sottobicchieri da birra, per Laureano un altro lavoretto si spera ben retribuito. (4.7)

GORTUARY – Awakening Pestilent Beings (Sevared)
L’esordio Manic Thoughts of Perverse Mutilation (2008) era un piccolo capolavoro di brutal death marcissimo e autenticamente ferale, suonato come se non ci fosse un domani (tutti i brani terminavano di botto con coda di qualche secondo in cui potevi sentire gli amplificatori fischiare) e registrato con un feeling live che ti si spalmava addosso tutto il sudore direttamente dalla sala prove. Awakening Pestilent Beings è diverso: pur continuando a legnare come una mandria di sbirri in tenuta antisommossa, la band è molto più ‘controllata’ e pare voler in parte mordere il freno, e i pezzi – indubbiamente più ragionati rispetto al furente attacco frontale del debutto – guadagnano in lucidità di scrittura quel che perdono in spontaneità. Comunque non si capisce la scelta di piazzare la strumentale Interlude, cinque minuti di virtuosismi alla Joe Satriani con chitarre pulitissime e arzigogoli spagnoleggianti in sottofondo, tra due pezzi intitolati rispettivamente Compulsive Ocular Torture e Necrotizing Infection. (6.8)

PITCHFORKIANA: Swans, Blonde Redhead, Black Mountain, Iron Maiden

zezelj (a caso)

BLONDE REDHEAD – PENNY SPARKLE (4AD)
…il cui valore oggettivo scaturisce da una scaletta che presenta titoli come Not getting there, my plants are dead o anche everything is wrong. 2.2

BLACK MOUNTAIN – WILDERNESS HEART (JAGJAGUWAR)
Si sviaggia di meno, ma era la loro caratteristica meno caratteristica. Comunque un disco la cui traccia iniziale si chiama THE HAIR SONG parte da 7.9. Se c’è anche un pezzo intitolato BURIED BY THE BLUES arriviamo tranquilli a 8.4, e Radiant Hearts è probabilmente il miglior pezzo di Bowie dai tempi di Herpes (sarebbe Heroes, ma l’autocorrezione di word fornisce significati tutt’altro che trascurabili). 8.6

SWANS – MY FATHER WILL GUIDE ME UP A ROPE TO THE SKY (YOUNG GOD)
La nuova formazione degli Swans è composta da gente del giro Angels Of Light, il quale è composto da gente del giro ultimi Swans più qualche ospite. Il disco sarebbe appena sufficiente -sotto tutti i dischi a nome Swans ivi compresa l’ultima parte della carriera- se visto dall’ottica Swans, ma è un buonissimo disco se visto in ottica Angels Of Light. E lo si può vedere nell’ottica che si preferisce, tenendo tuttavia conto del fatto che la musica e la vita sono due cose diverse -e anche del fatto che il disco è comunque licenziato a nome Swans. 5.2

IRON MAIDEN – THE FINAL FRONTIER (EMI)
Speriamo. 3.4

Nota: alcuni di questi dischi non sono ancora usciti, quindi le recensioni sono frutto di mera immaginazione.

PITCHFORKIANA – Hipstamatic summer, Buckcherry, Hellyeah, Walter Schreifels, Ted Leo

(è uno dei primi risultati se cerchi su google immagini *apro più culi di Rocco a Praga*)

HELLYEAH – STAMPEDE (UNIVERSAL)
Un gruppo (il monicker tradotto significa tipo Diobò, alla grande) tra Motorhead e primi Down senza pezzi, con Vinnie Paul alla batteria e il cantante dei Mudvayne alla voce. Non è che sia un brutto disco, ma non è quello il problema. Peraltro Vinnie Paul (il quale ha tutto il diritto di suonare la musica che vuole con chi gli aggrada) non capirebbe il problema manco se passasse cinque anni a non ragionare su nient’altro, cosa che allo stato attuale non sembra avere intenzione di fare. Al suo posto probabilmente farei qualcosa di simile, cioè un disco qualunque (FORSE senza una ballad elettrica intitolata Better Man, ecco), e su Bastonate il disco si beccherebbe comunque un 4.8 a stare larghi.

VVAA – HIPSTAMATIC SUMMER
Sarebbe una compilation estiva messa in free download da Colasanti su Stereogram. Il titolo, probabilmente casuale, si riferisce all’applicazione di iPhone che trucca le foto digitali come se fossero Polaroid (notare tra l’altro l’ironia di fondo, Colasanti che si autodichiara Enzo Baruffaldi dell’era iPhone). La selezione è molto più figa, tipo il dj-set dell’estate che non ti sei meritato: drugapulco, Deerhunter, Japandroids e svariate altre cose che buttano benissimo se hai il lettore mp3 subacqueo. 8.3

WALTER SCHREIFELS – AN OPEN LETTER TO THE SCENE (BIG SCARY MONSTERS)
College-pop stile colonna sonora di OC, senza pretese ma con pezzi. Probabilmente è il peggior disco a cui Walter Schreifels abbia mai messo mano, ma bastano la firma e due pennate da paura (tipo la conclusiva Open Letter) a fare un mezzo capolavoro. 7.9

TED LEO AND THE PHARMACISTS – THE BRUTALIST BRICKS (MATADOR)
Ieri sera al concerto dei Low Anthem (7.7) ho incrociato il banchetto della Casa del disco e ho provato a vedere se c’era per comprarlo a scatola chiusa (9.9 a me) e andare nella fotta. Non l’ho visto (5.1), e il tizio che era al banchetto con me s’è inculato il disco nuovo dei Magnetic Fields (7.2). Per mezzo secondo ho pensato di pigliarmi l’ultimo Pan Sonic (8.3), ma ho ripiegato senza alcuna ragione plausibile sul primo disco dei Baroness, per i quali non ho mai provato nulla oltre il 5.2.

BUCKCHERRY – ALL NIGHT LONG (ELEVEN SEVEN)
Ridendo e scherzando sono al quinto disco, il che mi suscita un rispetto che va davvero molto oltre il quinto disco in sé. 6.3

PICHFORKIANA DEATH METAL: Defeated Sanity, Humangled, Inherit Disease, Mortification, Severe Torture

DEFEATED SANITY – Chapters of Repugnance (Willowtip)
Brutal death tecnico velocissimo da un gruppo che di tedesco ha solo il passaporto; modelli dichiarati i Suffocation di Breeding the Spawn e i primi tre album dei Disgorge americani (nei quali peraltro ha brevemente militato il vocalist A.J. Magana), il tutto shakerato e rivomitato con un coefficiente di violenza perfino superiore alla somma delle parti. Peccato per la batteria registrata tipo “mastello”, unico difetto di un gioiellino di disco. Curiosità: il batterista si chiama Lille Gruber (ah ah, uh uh). (8.0)

HUMANGLED – Fractal (Abyss)
Death groove metal crasso e fetente alla vecchia, con punte di ignoranza nella letale uno-due Brutalize the Pedophile / Liquidfire (il cui invasivo e mongoloide chorus si stampa in testa e non se ne va più); loro hanno una storia lunghissima alle spalle, tra cambi di moniker e repentine virate ora verso il grind, ora cyber death metal (il mini Foetalize, peraltro graziato da una cover geniale), ora death gore purulento. Il mixaggio è ad opera di Dan Swanö e anche solo per questo Fractal merita quantomeno l’ascolto. (6.7)

INHERIT DISEASE – Visceral Transcendence (Unique Leader)
Brutal ipertecnico con concept cyber-futuristico alla base, ben esplicato dalla suggestiva copertina in bilico tra Matrix e La Guerra dei Mondi di Spielberg; i gargarismi vocali del voluminoso singer Obie Flett somigliano sempre più al rumore di uno scarico del cesso intasato, il che può rappresentare un punto a favore come un handicap (dipende dai gusti, a me prende bene). Più difficile restare indifferenti di fronte al mostruoso lavoro di batteria del tritacarne umano Daniel Osborn (titolare anche della one-man band Misanthropic Carnage). Non per tutti i gusti ma estremamente interessante. (8.0)

MORTIFICATION – Twenty Years in the Underground (Nuclear Blast)
I più famosi baciapile australiani celebrano il ventennale con una doppia raccolta assemblata, probabilmente, solo e soltanto per il LOAL: cinque reincisioni di vecchi e nuovi classici e il resto estrapolato da bootleg registrati col walkman da qualche disperato tra il 1990 e il 1993. Ci sono anche quattro pezzi acustici (…) da un unplugged in Norvegia. Basta la parola. (0.8)

SEVERE TORTURE – Slaughtered (Season of Mist)
Quinto centro (su cinque) per i macellai olandesi. Non cambia la formula – brutal death drittissimo con il santino dei Cannibal Corpse in bella vista – in compenso si lavora ai fianchi un songwriting sempre più ferale, complice una produzione cristallina come mai prima d’ora, in grado di rendere ancora più temibili composizioni già in partenza devastanti; a completare il quadro la solita piacevole alternanza nelle liriche tra sbrodolate di sangue & interiora e simpatiche invettive anticristiane che al confronto Glen Benton è un mansueto sacrestano. Loro sono una macchina da guerra. (7.8)