QUATTRO MINUTI: il nuovo disco dei Korn, del quale non sono sicuro nè del titolo nè dell’uscita.

(immagine rubata al link di cui all'immagine rubata)

Non è proprio come dire “immonda cagata”, è qualcosa di peggiore e più subdolo ed infame, è qualcosa di cui i Padri Fondatori, cioè sostanzialmente i Korn di quindici anni fa, si sarebbero vergognati fino alle lacrime. Un disco metal brutto senza nemmeno il metal brutto dentro, mascherato da evoluzione stilistica (peraltro inesistente) ed affidato alle cure di una serie di dj a caso quasi tutti senza vergogna e stile. Non che io abbia dimestichezza coi nomi coinvolti, ma è intrinseco nel fatto che abbiano voluto lavorare ai pezzi e fare uscire cose come quella di cui stiamo parlando. La cosa più brutta e sbagliata è rendersi conto del fatto che questa cosa non viene fuori né dal nulla né dagli anni duemila della band: è una cosa che ha le sue origini ALMENO nello sbagliatissimo “esperimento” di metal meets old skool sulla colonna sonora di Spawn, una cosa che si protrae nel corso degli anni e ha seminato zizzania in quasi tutto il materiale da Issues in poi, per svelarsi in tutta la sua bruttura nefasta e brutale nel disco presente. Che poi anche tutto sommato cose legate tipo Cradle of Thorns o LAPD non è che fossero esenti dal discorso. MERDA DI CANE. No, peggio. Aridatece le tute di lustrini fatte dai bambini menomati del Cile.

QUATTRO MINUTI: A Storm of Light – As the Valley of Death Becomes Us, Our Silver Memories Fade (Profound Lore)

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Il primo A Storm Of Light ci piaceva anche se non era un granchè: i motivi sono sostanzialmente due, cioè che 1 era molto meglio di come l’aveva dipinto la critica (la quale s’era accanita in un modo davvero allucinante, considerato il fatto che era un disco del giro Neurosis) e 2 VINNIE SIGNORELLI. Il secondo disco degli A Storm of Light era più o meno la stessa roba con meno verve. Nel frattempo il consenso popolare verso il giro Neurosis stava continuando a scemare, giustamente peraltro. Il presente è un’altra raccolta senza un perché, con meno verve ancora, un paio di componenti più irragionevolmente anni settanta e VINNIE SIGNORELLI ancora alla batteria. Va bene fare il tifo, ma già il precedente abusava della nostra pazienza. Boh. Però il titolo è molto lungo e molto goth metal.
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QUATTRO MINUTI: Fucked Up – David Comes to Life (Matador/Rough Trade)

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È stato facile lasciarmi prendere dall’entusiasmo la prima volta che ho sentito i Fucked Up: disco scannatissimo prodotto da dio, un impianto che stava allo standard nu-shoegaze (deerhunter, serena maneesh e un milione di cagnacci tipo a place to bury strangers) più o meno come i Dinosaur Jr stavano ai My Bloody Valentine, un cantante ciccione che urlava nel microfono come se lo dovessero mettere in galera il giorno dopo e dal vivo cantava nudo e si spolpava a forza di sudate. Era una cosa figa, funzionava. Il loro disco lungo precedente l’ho letteralmente CONSUMATO la prima settimana, poi è rimasto lì a prender muffa, perché OK l’impianto ma siamo quelli che siamo e ci piace la musica che ci piace (nella fattispecie invece di un gruppo sh**gaze con pesanti influenze hardcore preferisco ascoltarmi un disco hardcore con pesanti influenze hardcore, già che ultimamente ne sento pochissimo). il nuovo disco dura tipo novanta minuti, si chiama David Comes to Life e contiene la stessa identica musica in suite più o meno simili. Non è che non sia buono, ma già arrivare alla fine dello streaming gratuito su NPR è faticosissimo: sembra un samurai senza padrone del pop, un disco che si arrabatta come un pazzo in un’area libera da impedimenti morali e troppo fine a se
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QUATTRO MINUTI: Flaming Lips/Prefuse 73 EP (casa discografica: boh? Non mi interessa, non perdo nemmeno tempo a cercarla)

file under: copertine che fanno schifo al cazzo pur avendo la pretesa di essere all'avanguardia

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Iniziamo copiando: “L’EP, stampato in vinile a tiratura limitata e venduto solo presso il negozio Guestroom Records di Oklahoma City, conta 4 tracce che miscelano la tentacolare ispirazione di Coyne e soci con i glitch e le sperimentazioni tipiche di Prefuse 73. Il disco non è certo adatto a tutti i palati, l’acidità propria dei due protagonisti si somma in vertici a volte ineffabili, ma i fan dei Flaming Lips non resteranno certo delusi.”

Faccio partire (non ho l’EP stampato illegalmente perché non andrei mai e poi mai in Oklahoma, l’ho scaricato illegalmente), ascolto, interrompo. Riprovo più tardi ma interrompo ancora. Al terzo tentativo riesco ad ascoltarlo tutto. Una, due, tre, quattro volte, giusto per capire che l’EP dei Flaming Lips insieme a Prefuse 73 non è adatto a me perché è una delle cose più tediose che siano mai esistite nella storia della musica. Insopportabile. Ma perché la gente non si diverte invece di infastidirci con musica del genere? Perché la gente non si diverte invece di ascoltare musica del genere?

Per scrivere tutto questo ho impiegato un minuto e mezzo. Me ne resterebbero due e mezzo ma esco perché c’è una bella giornata di sole e voglio vivere la vita.

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QUATTRO MINUTI: Explosions in the Sky – Take Care, Take Care, Take Care (Temporary Residence)

(la cover del disco non mi piace)

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Qualche settimana fa ho tirato un pippone gratuito che insultava il concetto di post in genere sulla base del fatto che la corrente che ha sostanzialmente vinto la corsa è diventata un genere a sé. Questa cosa c’entra e non c’entra con Explosions in the Sky, il cui disco più riuscito è stato un tale successo pop da ingabbiarli in una specie di stereotipo secondo il quale loro sono i migliori, i più fighi e i più bravi a sviluppare un certo discorso melodico. Il che tra l’altro ci sta in pieno, con buona pace di tutti quelli che remano contro (un gruppo che per certi versi comprende anche me). La grana è che tutti i dischi dopo The Earth etc etc contengono più o meno la stessa cosa di quello sopra, aggiungendo elementi invisibili qua e là e rinunciando non si sa bene per quale motivo a tutti gli sfoghi-devasto come la fine di The Only Moment etc etc, senza darci niente in cambio se non una specie di reminiscenza iperprog aggiornata ai nostri tempi. Che poi non sarebbe neanche questo -in senso stretto- il problema:  provate a
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QUATTRO MINUTI: il video di My House degli Hercules and Love Affair (Moshi Moshi Records)

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Il video di My House degli Hercules and Love Affair è il 1989. Anzi no, è la parte finale del 1990 – quel limbo temporale che non è ancora fine anni ottanta ma nemmeno inizio anni novanta – una roba che in pratica pare uscita dalla mente di Enrico Ghezzi, un Enrico Ghezzi che magari ai tempi dell’esplosione della house music a livello planetario si è strafatto di ecstasy ed è andato in giro per rave come un Christian Zingales qualsiasi invece di portare avanti l’intuizione geniale avuta con Blob (intuizione non a caso avuta in quegli anni). Chi sarà mai il regista? Francamente non lo so e non ho nemmeno voglia di andare in rete a verificare, ma tutte quelle dissolvenze, tutti quegli stacchi, tutti quei colori che esplodono, l’effetto che vuole simulare l’usura e l’incertezza tipica delle registrazioni su nastro Vhs, le false pubblicità messe giusto a metà per spezzare la tensione paiono dirti che quegli anni e quei momenti potrebbero tornare da un momento all’altro – e non è una minaccia, anzi. Con una canzone così gay, poi, tutto è possibile. Straordinario.

 

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QUATTRO MINUTI: Lady Gaga – Born This Way

via ladygaga.com

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Quando ho scoperto che lo streaming si fermava e ripartiva automaticamente in un ciclo continuo ho deciso di spararla a ruota per trenta minuti per scomporre la canzone e farla diventare un flusso -l’ho fatto per farne una e perchè non ne avevo un’altra da fare, ma viene fuori una specie di ciclo continuo di reincarnazioni del pop che somiglia clamorosamente alla storia del pop-immondizia da metà anni ottanta ad oggi. Ironicamente madonniana e piena di slogan cicciosi. Haunta di brutto. Non è un granchè, ma la sua assenza di qualità probabilmente è una delle più grandi provocazioni di questo inizio d’anno. Non che significhi qualcosa, in termini assoluti quantomeno.
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QUATTRO MINUTI: Far – At Night We Live (Vagrant)

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Jonah Matranga è uno che ha spaccato PESANTEMENTE il culo a cavallo del 2000: ha fatto una specie di scuola a sé con i Far immaginando la tendenza futura di certo emo (oddio, questo magari non è un pregio in sé, ma Water and Solutions era un bellissimo disco e non ci son cazzi) ed è riuscito a tenere un buonissimo passo a dentro (New End Original) e fuori (Onelinedrawing) dalla discografia americana di quegli anni. Il che rende piuttosto duro accettare un disco di AOR/emo palestrato e senza pezzi come quello che ha impietosamente buttato sul mercato dopo aver riunito i Far in formazione originale con disco su Vagrant (con copertina orribile). Per sicurezza, dato che il tempo è bastardo e che questo oltre a fare schifo SEMBRA davvero un disco dei Far, ho riascoltato per l’ennesima volta l’ultimo disco prima dello scioglimento. Sai, magari hanno sempre avuto dei difetti che non carpivo. Invece no, è ancora figo.
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QUATTRO MINUTI: Daft Punk- Tron Legacy O.S.T. (un leak preso a caso in rete, sicuramente un fake)

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La colonna sonora di Tron Legacy a cura dei Daft Punk deve ancora uscire nei migliori negozi di dischi ma sarà sicuramente qualcosa di talmente superiore al resto dell’umanità che risulta bellissimo pure un fake trovato a caso navigando in rete. Che poi non sono proprio sicuro che sia un fake, magari è davvero la versione ufficiale messa in rete dagli stessi Daft Punk per prenderci per il culo tutti (nessuno escluso), però quello che vien fuori ascoltandola più volte è che quei synth distorti, quelle progressioni/ripetizioni di riff sempre uguali a sé stesse (otto minuti di un brano che in cui non cambia nulla stenderebbero chiunque tranne il sottoscritto), quelle drum machine caracollanti puzzano di fake lontano un miglio. Eppure suonano che è una meraviglia. E poi i titoli. I Daft Punk sono grandissimi anche quando fanno i fake di loro stessi.

 

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QUATTRO MINUTI: Beatrice Antolini – BioY (Urtovox)

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La funambolica cantautrice polistrumentista maceratese arriva alla prova del terzo difficile album con la fama di uno dei primi della classe dell’indie italiano. Verso i vent’anni avevo smesso di ascoltare solo metal e punk e rockettone e avevo deciso –essendo UN SACCO IN VOGA in quegli anni- di iniziare ad apprezzare il pop caleidoscopico e/o a trecentosessanta gradi, perché era giusto e dava idea di espandere le concezioni del crossover a un contesto meno caciarone e più etero. Se fosse uscito in quegli anni un qualsiasi disco di Beatrice Antolini avrebbe fatto un sacco di legna. Poi s’è scoperto che il livello di caciaronaggine era lo stesso del crossover metallone anche con la gente che cantava, e che in nome del completismo ad ogni costo la gente stava compiendo crimini sempre più efferati e crudeli. Così il pop caleidoscopico s’è estinto senza lasciare più o meno tracce, a parte la depressione di Beck e qualche altro triste avvenimento collegato. In tutto questo andare e venire io mi sono definitivamente rotto le palle di aspettare che dietro tanto disciplinato virtuosismo senza frontiere (stavolta estremamente groovy, tra l’altro, brr) Beatrice tiri fuori una canzone che valga la pena di ascoltare, e m’impegno fin da ora a non ascoltare il quarto

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(sentitevelo in streaming su rockit)