Rozzemilia issue #5: MASSIMO VOLUME

Vittoria Burattini, Egle Sommacal, Emidio Clementi: i Massimo Volume.

 

Lei stava aspettando un autobus in via Lame, noi eravamo chiusi in cantina e lui impataccava come al solito il quartiere con la sua pubblicità fatta di fogli di carta scritti a penna: SGOMBERO CANTINE SOLAI.
(Emidio Clementi, 2001)

Io quelle pubblicità me le ricordo bene. Erano dappertutto, cartellini bianchi della grandezza di poco più di un Post-It incollati malamente alle colonne sotto i portici, ai pali dei lampioni e dei divieti di sosta, alle pensiline e alle fermate degli autobus, spesso anche ai muri: ovunque. Me ne accorgevo soprattutto la mattina quando uscivo per andare a scuola, se ce n’erano di nuovi; con gli occhi ancora gonfi di sonno, ovunque mi girassi trovavo di volta in volta ulteriori foglietti fotocopiati con su scritto a mano “SGOMBERO CANTINE-SOLAI-APPARTAMENTI”, le lettere grosse e storte rifinite passandoci sopra decine di volte con la biro o il pennarello, il tratto tremolante e incerto di un bambino particolarmente duro di comprendonio o di un anziano che ormai ha dimenticato anche come si fa a pisciare in un cesso. “ANCHE SABATO E DOMENICA”, proseguivano gli annunci, poi sotto qualche altra frase nella stessa calligrafia da semianalfabeta e un numero di telefono che non mi è mai rimasto impresso nella memoria (a differenza del resto). Per anni la città ne era invasa, poi di colpo nessuno tornò più ad attaccarli nottetempo e così come erano apparsi scomparvero senza lasciare traccia. Mi sono sempre chiesto chi ci fosse dietro a quegli annunci così sgangherati, primitivi e inquietanti come un quadro naïf; l’ho imparato per caso, una quindicina di anni più tardi, quando ho letto La notte del Pratello, romanzo che sta al facchinaggio come Post Office sta ai postini. Il grafomane attacchino compulsivo era tale Pietro Zaccardi, un vecchio avarissimo che al confronto lo Scrooge di Dickens era un espansivo filantropo,  e i facchini alle sue dipendenze erano Leo Mantovani ed Emidio Clementi. Io stavo finendo le elementari, e se ripenso oggi a quegli anni le prime cose che mi tornano in mente sono il grigio e il freddo nell’aria del mattino e le pubblicità SGOMBERO CANTINE-SOLAI-APPARTAMENTI dappertutto. (Continua a leggere)

Primo videoclip per TRUCEBALDAZZI

La lunga estate da poco trascorsa ci aveva fatto temere un progressivo inaridimento della vena creativa di Trucebaldazzi, dopo il repentino exploit sul suo myspace (quattro pezzi – Scuola violenta, La mia ex ragazza, Vendetta vera, Troppo odio – che tuttora dicono di una visione unica e inimitabile, già imitatissima, tanto da poter venire idealmente circoscritti in un ipotetico Tucebaldazzi EP che è un po’ come il first album dei Suicide); probabilmente frastornato da una sovraesposizione francamente inaspettata (migliaia di contatti quotidiani), che rischiava di inghiottirlo anzitempo rendendolo indistinguibile da un qualsiasi zimbello dell’era youtube (dal grassone che balla la Numa Numa dance agli agghiaccianti deliri ombelicali di Gemma del Sud, scegliete voi l’impiastro che preferite), “The King” andava dissipando il proprio talento tra frettolosi bozzetti rilasciati a getto continuo (La mia ex ragazza pt. II, il già citato Contro la scuola, poco meno che tristi autocitazioni) e patetici featuring con personaggi impresentabili di cui ora, fortunatamente, non rimane traccia. In un sussulto di dignità – o di autocoscienza – infatti Baldazzi il mese scorso ha cancellato dal suo canale youtube quasi tutti i (magri) frutti di un’estate di superlavoro: bene così, tabula rasa, le merde fuori di qui, riconsegnate al loro destino di merde. Rimangono un solo featuring, certamente l’unico degno di nota – Odio la scuola, assieme a tale Punk MC in flow assassino di Dnepropetrovsk proporzioni – e un pezzo, La vita è proprio una merda (trainato dall’ipnotico refrain a incastro La vita è una merda/ Fanculo la vita di merda), finalmente di nuovo al livello delle vecchie meraviglie. Ma la vera novità è il videoclip di Vendetta vera, per la regia di Amerigo, caricato venerdì scorso e già forte di circa quattordicimila visualizzazioni nell’arco di appena 48 ore: girato in un rigoroso bianco e nero e ambientato in locations desolate e degradanti in puro Ciprì e Maresco style, il video documenta un gangsta Trucebaldazzi in assetto battagliero (stranamente senza collana con le lamette) con tanto di finale al cardiopalmo che manco Robert Ludlum. Ed è emozione vera, scandagliando tra i commenti, trovarne anche uno (favorevole) di Speaker Dee Mo. Ovvero quando la vecchia scuola omaggia la nuova, ufficializzando il passaggio di consegne tramite un pubblico attestato di stima che è come se Robert Johnson avesse stretto la mano a Keith Richards ai tempi. Questione di stile.

Rozzemilia issue #4: TRUCEBALDAZZI

 
Matteo “The King” Baldazzi da Pianoro, classe 1990, è il fan numero uno del Truceklan. Noyz Narcos, Duke Montana, Chicoria, Gel, Metal Carter, eccetera. Li segue dappertutto, in tutta Italia; a ogni concerto, a ogni jam è sempre in prima fila a scapocciare e alzare le cornina al cielo, t-shirt del Ministero dell’Inferno e collana con le lamette costantemente in vista, che esibisce con orgoglio. Nel giugno scorso ha diramato, prima tramite YouTube poi sul suo myspace ufficiale, una serie di pezzi che sono autentici gioielli di incredibly strange music, roba che se esistesse un Songs in the Key of Z italiano lui sarebbe tra i primi della lista: basi prese di peso da altre canzoni – preferibilmente del repertorio Truceklan/Malestremo – lasciate completamente inalterate e messe a girare in rudimentali loop, voce in ipersaturazione registrata con un microfono da due soldi (da quattro era già troppo), “strofe” e “ritornello” che si alternano seguendo disegni bislacchi quanto imperscrutabili, durata totale sempre inferiore ai due minuti. A ergersi sopra ogni cosa i perturbanti strali dell’incontenibile Baldazzi, costantemente fuori tempo, testi portatori e generatori di disagio vero. E, soprattutto, universali: “Io c’ho troppo odio/ Io c’ho troppo odio/ Contro gli insegnanti“. Chi non ha mai provato, nemmeno una volta nel corso dei propri studi (quali che fossero), questa sensazione (a parte secchioni e lunatici solipsisti del cazzo, gente di cui comunque è sempre meglio diffidare)? Oppure: “Da quando la mia ex mi ha lasciato/ Ho pensato di non cercarmi una ragazza/ Voglio farmi delle troie/ Non me ne fotte un cazzo dell’amore/ E del sentimento/ Voglio fare tutto a pagamento“, che è né più né meno un concentrato di odio cieco tutto di stomaco, quello stesso puro odio viscerale che soltanto i Black Flag sono riusciti a intrappolare così bene in ogni canzone (loro poi avevano anche la chitarra di Greg Ginn, ma questo è un altro discorso). Inutile rilevare quanto, nel giro di pochissimi giorni, i brani si siano diffusi a macchia d’olio e Trucebaldazzi sia diventato il nuovo fenomeno da baraccone del web italiano; era la logica conseguenza. L’hanno paragonato a Spitty Cash, ma l’accostamento è del tutto improprio: mentre quest’ultimo è un povero coglione che ha usato un paio di pezzi artatamente scrausi (il più “famoso” probabilmente è Difficoltà nel ghetto) per portare pubblicità ghignante e gratuita alla sua persona e al suo fiacchissimo “vero” hiphop di nullo interesse, Trucebaldazzi in quello che fa è assolutamente spontaneo, ci crede sul serio, non ha alternative e la sua genuinità emerge in modo anche disarmante (è commovente quando dice: “L’amicizia vera è con Chicoria Truceklan Malestremo/ Siamo come dei fratelli“). Precedenti illustri vanno piuttosto cercati in pilastri dell’outsider music quali Costes (per la qualità di registrazione e la ripetitività senza speranza dei testi) o il povero Wesley Willis (per la struttura dei pezzi e la totale autarchia produttiva), modelli a cui Baldazzi si rifà in modo sicuramente inconsapevole.
Negli ultimi giorni sono spuntati fuori due nuovi brani, purtroppo nettamente inferiori alle meraviglie precedenti; il primo, Contro la Scuola, non è altro che una rielaborazione condensata delle già note Scuola Violenta e Troppo Odio (di cui ripropone, immutate, alcune frasi), l’ennesima declinazione di un esercizio (professare il proprio odio verso gli insegnanti) che, senza l’aggiunta di elementi nuovi, inizia preoccupantemente a diventare maniera. Il secondo pezzo è anche il più problematico: Disagio Negativo, un featuring di quattro minuti con due ignoti burloni spuntati fuori dal mare magnum degli inetti wannabe-star di YouTube, aggregatisi al Nostro per ragioni che non esitiamo a qualificare come bieco opportunismo. Il consiglio che ci sentiamo di dare a Trucebaldazzi è di scrollarsi immediatamente di dosso feccia del cazzo di tal risma e tirare dritto per la sua strada con le sue sole gambe, perché lui ha una visione, e l’ultima cosa di cui ha bisogno è l’arrivo di qualche cialtrone a contaminarla. Nessuno tocchi Trucebaldazzi.

Rozzemilia issue #3: STARFUCKERS

Una delle riviste che più hanno condizionato la mia vita di ascoltatore era la seconda serie di Cyborg (la prima non sono arrivato in tempo a leggerla), che acquistavo regolarmente da Alessandro Distribuzioni; a pubblicarla era la Telemaco di Daniele Brolli, neonata casa editrice con sede a Bologna, dalla sfortuna imprenditoriale pari almeno alla lungimiranza. Tra le altre cose, stampavano anche uno dei fumetti più belli che avessi mai letto: “Le avventure di Luther Arkwright” di Bryan Talbot. Quella serie, come del resto tutte le pubblicazioni Telemaco, rimase monca in seguito al tracollo finanziario del marchio, sopravvenuto dopo poco più di un anno di esistenza. Raramente ho provato altrettanto dispiacere per la fine di qualcosa. Cyborg, se non ricordo male, non arrivò al decimo numero; ma intanto la mia mente era già segnata. Parlavano di filosofia e letteratura cyberpunk, di piattaforme e supporti allora al massimo dell’avanguardia come la 3DO o il CD-I, ospitavano (a puntate) fumetti che erano fumetti, naturalmente, non mancavano pagine dedicate alla musica. Erano gli anni delle posse, di Stop al panico, Slega la lega e, pochissimo più tardi, Fight da faida; ma anche l’unico momento in cui il noise rock abbia mai goduto di effettiva popolarità ad ampio raggio. Oggi sembra incredibile, ma immediatamente prima dell’invasione del grunge c’è stato un periodo in cui, per la prima e unica volta nella storia dell’umanità, ascoltare gruppi newyorkesi impresentabili e tentare di decifrare i testi dei dischi AmRep (nel cui libretto di due pagine era stampata a malapena una foto in bianco e nero sgranatissima) non erano operazioni ad esclusivo appannaggio di qualche decina di irrimediabili dissociati sparsi in giro per il mondo; ricordo benissimo i video degli Helmet al pomeriggio su Videomusic, le locandine del concerto dei Cop Shoot Cop affisse sui muri del centro, il clangore di chitarre taglienti come lame, bassi squadrati e tempi di batteria ossessivi, da catena di montaggio, che a volte facevano capolino perfino dalle radio nazionali. Sulle pagine musicali di Cyborg parlavano soprattutto dei ClockDVA e di altre band dai nomi esotici, a me totalmente ignote, le cui descrizioni mi catturavano come fiabe magnifiche, stimolando la mia eccitabile fantasia di bimbo: Laibach, Transmisia, gli stessi Cop Shoot Cop. C’era anche una rubrica dedicata alle autoproduzioni, ed è lì che ho sentito nominare per la prima volta gli Starfuckers; ne parlava in un’intervista Umberto Palazzo, allora leader dei Massimo Volume, interrogato a proposito della nuova scena rock bolognese, accostandoli a Splatterpink e Disciplinatha. Gli Starfuckers avevano da poco pubblicato il mini Brodo Di Cagne Strategico. (Continua a leggere)

una per il Record Store Day

 

Quando facevo le elementari passavo almeno due volte al giorno davanti alla vetrina di un negozio di dischi in via Giuseppe Petroni. Non ricordo come si chiamava, ricordo soltanto che dentro era buio e scuro e i commessi erano antipaticissimi. Non volevano vendermi “Fear of a Black Planet” dei Public Enemy; mi han detto qualcosa del tipo “ma non sei un po’ troppo piccolo per questa roba?”, poi però i soldi li hanno presi. Dopo quella volta non ci sono più entrato. Però continuavo a passarci davanti ogni giorno, all’andata e al ritorno da scuola. In vetrina c’era la copertina di un vinile che mi ossessionava: la foto di un tizio nudo che si strappava via un lunghissimo filamento di carne da un orecchio sanguinante. Niente titolo o autore, solo la foto. Non sono mai riuscito a scoprire di che disco si trattasse; il ricordo di quella copertina è ancora adesso estremamente vivido in me, e non sapere che disco sia è qualcosa che ancora mi tormenta, vai a capire perchè. Ha chiuso presto quel negozio; ora al suo posto probabilmente c’è il minimarket di qualche pakistano o un bar o un kebabbaro che vende il piatto negro nazionale agli studenti fuorisede. Si fa presto a confondere gli esercizi commerciali in via Petroni ora.
Su via San Vitale, ad andare verso la porta, si incrociava la vetrinetta di un angusto bugigattolo pretenziosamente battezzato “Important Records” o qualcosa del genere; la sfolgorante insegna in technicolor mi ipnotizzava, ma dentro non avevano quasi un cazzo che attirasse il mio interesse. Mio zio però ci comprava un sacco di vinili; Ellis, Beggs & Howard, i Double, robaccia pop coi sassofoni che tirava ai tempi. Ce ne voleva di fegato a smazzare quella merda. Facevano anche la prevendita dei concerti, mi pare di ricordare. Non durarono molto neanche loro; la cosa strana è che nessuno da allora ha più occupato quello sgabuzzino, saranno vent’anni ormai che la serranda rimane abbassata e sulla vetrina si accumulano flyer e manifestini di eventi passati, mai più rimossi.
Scendendo da via del Borgo, poco dopo l’angolo con via Irnerio c’era “Gospel Music Shop“, uno dei negozi di dischi più grandi che avessi mai visto; era immenso, un’unica enorme sala che si sviluppava in lunghezza e alla cui estremità avevano costruito un palchetto di legno dove ogni tanto si tenevano concerti gratuiti (ci vennero a suonare i Dhamm pre-Sanremo, tra quelli che mi ricordo). Sembrava davvero non finire mai. Per anni è stata la mia Shangri-La uscito da scuola; ci passavo le ore, a scartabellare tra pile di CD e LP organizzate in piccoli mucchietti in verticale uno sopra l’altro. Le novità avevano prezzi proibitivi ma il reparto usato era immenso e fornitissimo; ti tiravano dietro chicche come Twinaleblood dei Pyogenesis, Vittra dei Naglfar, Static dei Joykiller e tutta, ma proprio tutta la feccia italiana che neanche nei cestoni degli autogrill, da Andrea Liberovici ai Baraonna fino alla più invereconda delle nefandezze da fare arrossire di vergogna l’ultimo degli uscieri del Teatro Ariston. Questo resistette fino alla seconda metà dei novanta mi pare, poi si spostò in un localino su via Irnerio che era un ventesimo dell’hangar di prima; non tenevano più l’usato e il nuovo stava a prezzi da seconda ipoteca sulla casa. Hanno chiuso definitivamente intorno al 2003; al posto della vecchia sede c’è un localaccio dove mettono la musica latinoamericana, in via Irnerio c’è una prosciutteria trés-trés chic.
Meta obbligata per ogni testa metal che potesse considerarsi tale era “Rock Hard” in via Galliera, una stanzetta dalle pareti grigio fuliggine con espositori da colpo della strega fulminante che tenevano un centinaio di CD in tutto a dire molto, la parete di fronte all’entrata tappezzata di poster dei Therion e altri gruppi similari della vecchia scuola, dallo stereo sempre acceso colate di metallo fumante e alla cassa il padrone, un sosia di Dave Mustaine gentilissimo e disponibilissimo. I prezzi erano tutto sommato abbastanza onesti, e ogni volta che qualche gruppo metal veniva a suonare in città l’intraprendente sosia di Mustaine organizzava nel pomeriggio simpatici meet & greet con i musicisti, con tanto di sessions moleste di autografi con dedica, foto e quant’altro. L’avvento del Virgin Megastore (che aveva la stessa roba e molto altro a prezzi minori) gli tagliò le gambe; Mustaine passò la mano a un energumeno pelosissimo con gli occhiali a culo di bottiglia e la felpa dei Therion che tenne botta per un altro annetto prima di alzare bandiera bianca. Al suo posto c’è una “galleria d’arte” sempre deserta che espone croste di scalzacani.
Ma il negozio di cui conservo i ricordi migliori è “Flipside“, un antro umido nelle viscere di via del Pratello gestito da uno gnomo saettante forse napoletano che aveva tappezzato le pareti e il soffitto di cartelli scritti a mano con su frasi del tipo “Gradisco il saluto all’entrata e all’uscita“, “Non si regalano sconti“, “Se ti pesco a rubare nel mio negozio qualcosa di molto negativo ti accadrà“. Dentro c’era quasi solo roba usata, moltissimo vinile riesumato da chissà quali cantine che puzzava ancora di chiuso e di funghi, caterve di riviste (perlopiù vecchi numeri di “Rockstar” e “Rockerilla”) e qualche pila di CD a prezzi assurdi, o altissimi o bassissimi e assegnati apparentemente a random. Nei primi anni andava alla grande, il che gli permise di trasferirsi in un antro leggermente più spazioso a una cinquantina di metri dal vecchio; aveva messo una brandina dietro una tenda, c’erano anche il cesso e un cucinino ed era chiaro che lo gnomo viveva lì dentro. Gli orari di apertura erano dalle quattro del pomeriggio a mezzanotte; un giorno entrai che era in canottiera che si stava lavando i denti. Un posto commovente. Dopo anni di stoica resistenza ha abbassato definitivamente la saracinesca nei primi mesi del 2003; al suo posto c’è il miminarket di un pakistano diffidente che non ti vende la birra nemmeno sottobanco.

Oggi è il Record Store Day, una giornata dedicata a tutti i pazzi temerari romantici eroi di ieri e di oggi che hanno deciso di guadagnarsi da vivere smerciando dischi. Celebriamo.

Rozzemilia #2: MARNERO

Tendenzialmente siamo contrari alle interviste, ma Nico Ambrosini AKA John D.Raudo è sempre una persona con cui fa piacere parlare. Scarichiamo la coscienza e passiamo a un disincanto superiore: questa è la prima intervista su Bastonate e il secondo episodio di Rozzemilia. Ex-Laghetto, il più grande gruppo italiano degli anni duemila. Nico e soci continuano a battere squat e circolini, a suonare noise, a dire cose pesanti e ad organizzare il mai troppo lodato AntiMtvDay. Rispetto a Laghetto, se fossimo gente del giro critica metal, probabilmente potremmo parlare di inasprimento. Poiché non lo siamo, ci limitiamo a segnalare la pagina di Donnabavosa (la loro etichetta) nella quale potrete trovare pezzi in download e video per gradire. Oltre a tutto quello che, ragionevolmente, non avreste mai osato chiedere.
Marnero.
Musica vera.

Mi viene da pensare a una definizione tipo “Massimo Volume, ma col volume alto”. ti suona bene?
Sinceramente non ho mai ascoltato i Massimo Volume. Apprezzo certamente tutto ciò che mette un contenuto al centro dell’attenzione. Compreso l’hip hop di un certo tipo. Diciamo che in un periodo in cui conta solo lo stile e la forma,  abbiamo sentito il bisogno forte di sputare in faccia allo stile e di dire le cose più chiare, più lentamente. Scandire le parole perché le parole sono importanti, le parole sono bombe atomiche. Il contenuto si deve fare largo, e tu mi dirai, dovevi scrivere un libro allora, ma scrivere un libro non permette di urlare, e senza urlare divento violento nella vita sociale. Si finisce così ad urlare un audiolibro scritto a quattro mani con uno psicanalista e una scimmietta, quindi a otto mani, e gli ottomani vivevano sulle rive del Marnero. Tutto chiaro? Continua a leggere

Rozzemilia issue #1 – WE ARE CONTRABAND

 

I Contraband sono un duo, basso e batteria, ma non assomigliano ai godheadSilo né ai Ruins e non c’entrano un cazzo con i Lightning Bolt o i Testadeporcu o, beh, più o meno qualsiasi altro duo basso-batteria vi possa venire in mente. Per definire il loro suono hanno coniato essi stessi il termine “hard bass“, che nella pratica corrisponde a un malmostoso incrocio tra noise newyorchese tutto spigoli e incedere quadrato, crossover, hardcore (anch’esso newyorchese), math-rock e drum’n’bass però con strumenti veri; a rileggere la descrizione mi rendo conto che potrebbe sembrare un indigeribile beverone di roba presa di peso dalla prima metà del decennio 1990-99 e malamente riproposta in un rigurgito di reducismo dei più molesti. Sbagliato. I Contraband riescono, non so come, a rendere l’insieme qualcosa di organico, sganciato da riferimenti spazio-temporali (nonostante un loro pezzo, Dexter e la motosega, citi un telefilm di cui ignoro totalmente gli estremi), personale nonostante le molteplici influenze (un altro pezzo si intitola, non a caso, Morphine, come il gruppo del povero Mark Sandman), e soprattutto coinvolgente e trascinante come un moshpit a un concerto degli Integrity. Esordiscono nel 2008 con l’EP DebuttoDiBrutto, registrazione integrale della loro prima uscita live, otto strumentali nervosi, incalzanti e obliqui, eseguiti con furia e precisione di pari livello; a volte il basso ipereffettato sembra la replica dei diabolici arricciamenti di una Roland 303 tirata fino al collasso, mentre la batteria procede con la sicurezza e l’implacabilità di Mike Tyson prima di una sfida con un paralitico.
Nel maggio 2009 registrano nello studio di Roberto Passuti (sorta di Jack Endino bolognese però più storto) le tracce del debutto a lunga durata Hard Bass Guerriglia, che esce a dicembre. Aggiungono la voce, che rende l’incedere dei brani meno monolitico ma viene servita da testi (in italiano) a volte non all’altezza, rendendo l’esperimento, per ora, riuscito a metà; a prima botta i momenti più letali rimangono le versioni “definitive” di Ci sta sul cazzo quando dicono che assomigliamo a qualcun altro, Sensoinverso, Morphine (roba già presente nell’EP, qui reincisa) e la terremotante Musefighters, tutti strumentali. Abituatisi ai testi, si insinuano inesorabilmente nella memoria le feroci reiterazioni de La crisi, le grottesche distorsioni de L’antipasto, le cupe tessiture di Nero, la riottosa trasfigurazione di Urlo negro (classico minore del beat italiano dei carneadi Blackmen), le basiche dichiarazioni di intenti di 120 e Propaganda. Hard Bass Guerriglia è acquistabile via iTunes, oppure “fisicamente” attraverso il sito o al Disco D’oro di Bologna. L’artwork, onirico, perturbante e sinistramente antropomorfico, è di mio cugino (non sto scherzando).

Rozzemilia – disclaimer

Rozzemilia è una rubrica che parla di musica che nasce in Emilia, fatta da gente che vive, opera e gravita intorno all’Emilia, oppure emiliani che sono andati a fare la loro cosa altrove. In ogni caso, gruppi e musicisti di qualsiasi tipo, rilevanza, estrazione, convincimenti, razza o religione, l’importante è che abbiano una visione personale e qualcosa da dire, e lo dicano in un modo diverso da qualunque altro.
Perché solo sull’Emilia (anche se probabilmente non mancheranno escursioni, ricognizioni ed esplorazioni nella vicina Romagna)? Semplice: ogni rivista, periodico, ciclostilato, bollettino o sito Internet che si rispetti ha una sua rubrica sulla musica “di casa nostra”; ecco, questa parlerà veramente di musica di casa nostra. D’altra parte, pretendere di scrutinare TUTTI i gruppi e i musicisti provenienti da qualsiasi parte dell’Italia ci sembrava inutile, velleitario e presuntuoso (oltre che tecnicamente impossibile).
Una scelta di campo, quindi: una rubrica provinciale, perché si occupa di musica che nasce cresce e prende forma tra mura e pareti che spesso conosciamo bene per esperienza diretta, in case in cui siamo stati, nelle cantine e nelle sale prova che noi stessi abbiamo visitato, nei locali che frequentiamo, nelle strade che percorriamo ogni giorno. Ma al tempo stesso non ha niente di puramente territoriale (a parte il pretesto), perché parla di musica che avrebbe un suo senso e una sua ragion d’essere anche se nata a Lecce o a Bolzano o Los Angeles o Reykjavík.
Non ha scadenza fissa: quando ci viene voglia di parlare di qualcuno lo facciamo.
Va da sé che, essendo la rubrica parte della compagine di un sito che si chiama BASTONATE, tenderemo a dare spazio prevalentemente a psicopatici, sociopatici, fuori asse e dissociati di ogni forma e natura. Fateci sapere se la scrematura vi soddisfa.