XIU XIU (e/o fenomenologia dell’Avere Rotto il Cazzo)

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Di solito i gruppi che ti scordi sono gruppi che non sono mai contati un cazzo e magari pensavi di sì. Tipo, che so, Pelican o Interpol, Trans AM, Add N to X, Tortoise, At the Drive-In, roba così. Erano interessanti e poi riascolti i dischi e ti si sgonfia il cazzo, anche quelli che te li ricordavi belli1. Un giorno ti dici “cazzo questi me li devo davvero riascoltare, non so perché li ho persi di vista”. E poi li senti e c’è davvero dell’atrocità sotto, un’atrocità intima che ti impone oltre a voler smettere immediatamente di ascoltare quello che stai ascoltando ti fa venire il desiderio di sporgere un reclamo per l’ipotetico tempo che anni fa hai passato a sentire questa merda invece di concentrarti sui Liquido. Sacche di spreco delle facoltà cognitive e poco altro, ognuno ha i suoi scheletri nell’armadio. Possiedo un disco dei The Music originale, per dire. Ho sentito il singolo e ho pensato “WOW, MADCHESTER!”, il tutto senza avere la minima cognizione di Madchester e possedendo un paio di dischi degli Happy Mondays che mi hanno sfondato i coglioni tre settimane dopo il primo ascolto.

Ecco, non parlo di questi gruppi. Parlo di un’altra categoria, quella del GRUPPO FIGO che a un certo punto ha fatto PUF pur non smettendo di essere figo, o quantomeno interessante, o comunque rimanendolo per me anche se non per l’opinione pubblica. I motivi per cui questo succede sono molteplici, ma credo che il principale sia la sovraesposizione del gruppo/artista rispetto al suo pubblico potenziale in un certo momento della sua carriera. L’assioma, insomma, secondo il quale questo o quel gruppo ha rotto il cazzo.

Questa cosa succede a tutti i livelli di fama/esposizione, anche se essendo il concetto di rompere il cazzo legato al concetto di hype la cosa assume questioni da dramma sociale solo quando si vendono milioni di copie (un universo cognitivo che funziona secondo regole sue e mentre dico “secondo regole sue” intendo “alla cazzo di cane”) . L’assunto secondo il quale gli Oasis hanno rotto il cazzo è venuto fuori verso il terzo disco ed è rimasto valido fino allo scioglimento del gruppo –trasferendosi poi, per comodità, sul nuovo gruppo formato da Liam Gallagher e ridando questa incredibile street-cred post-mortem2 al fratello, il quale senza cambiare di una briciola il modo di scrivere si è ritrovato autore di quello che è stato considerato il miglior disco degli Oasis da Morning Glory a oggi per almeno venti minuti. Ero lì quando è successo, peraltro High Flying Birds discone del gesù e della madonna, come peraltro quasi tutti i dischi degli Oasis compresi quelli che vi aspettate io possa definire merde totali tipo Heathen Chemistry. Dicevo appunto, la cosa di avere rotto il cazzo non è comunque appannaggio esclusivo dei gruppi baciati da iperesposizione; ricordo di aver assistito, ai tempi dei forum di Fastidis/Movimenta/etcetera, a una polemica molto violenta legata al fatto che in quel giro postpunk italiano che andava quegli anni, i festivalini in posti tipo Ekidna o XM Valverde Valtorto Acquaragia o quel che era insomma, “suonano sempre gli stessi gruppi che sono amici e il culo parato e le scie chimiche”, cioè un concetto secondo cui un gruppo tipo gli SPRINZI può rompere il cazzo, mica i Bud Spencer Blues Explosion voglio dire3. E poi ci sono tutte le vie di mezzo, sempre stando in Italia un caso eclatante di avere rotto il cazzo in quel giro lì è Le Luci della Centrale Elettrica (il quale è passato da più grande promessa del cantautorato italiano al cazzo rotto nel giro di un anno circa e SENZA realizzare un secondo disco, che è arrivato a cazzo abbondantemente rotto ed era, a conti fatti, buono grossomodo quanto il primo).

Nei primi anni duemila andava molto di moda (tra quelli che rifiutano il concetto di andare di moda) una quasi-onemanband di nome Xiu Xiu. Era una specie di postpunk cantautorale con sotto un briciolo di elettronica spicciola, a conti fatti lo potremmo definire indie-pop se con questa definizione si può pensare all’esatto contrario dei Belle&Sebastian. Roba oscura e depressa, pesantemente influenzata da Talk Talk e New Order e basata sulla ricerca di un arrangiamento quanto più scarno ed essenziale possibile (ma quasi sempre diverso dagli altri) ad ogni pezzo. Mentre mi arriva il nuovo disco penso a dove ho lasciato gli Xiu Xiu e che gli Xiu Xiu hanno davvero rotto il cazzo. Decido che il momento dell’abbandono è stato all’altezza del terzo disco, si chiamava Fabulous Muscles. Poi penso che no, se non sbaglio subito dopo (o subito prima) è uscito il live per Xeng che era bellissimo, e poi guardo la discografia su Wiki e in realtà ho ascoltato pure la roba con i Larsen e La Foret e The Air Force. Nessuno di quei dischi è brutto. Non è brutto nemmeno Nina, peraltro, anzi è molto bello: Jamie Stewart si mette a coverizzare Nina Simone e avrà pure rotto il cazzo ma ad esprimere quel senso di malessere insostenibile son capaci in pochissimi (forse nel pop contemporaneo giusto Matt Elliott e pochissimi altri), e da ogni cover esce fuori un amore per la musica che sembra venire da un’altra cultura. In giro l’hanno stroncato con abbastanza cattiveria, ma forse è in questa roba fuori tempo massimo che si riesce meglio a distinguere tra roba buona e roba di merda. Nel caso di Jamie Stewart, a quasi dieci anni dai primi dissensi diffusi, mi sembra abbastanza chiaro che stiamo parlando del primo caso.

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1Millions Now Living Will Never Die, mica i dischi prog sbagliati apposta usciti dopo quello che non mi ricordo come si chiama ma ha la grafica figa fatta per sembrare un cd masterizzato, a conti fatti la più grande influenza dei Tortoise sul mondo del pop. Quelli dopo son buoni tutti, ma avete riascoltato Millions di recente? Siete arrivati alla fine? Ne siete orgogliosi?

2Ho scritto davvero street-cred post-mortem, scusate.

3Ricevo i comunicati stampa dei Bud Spencer Blues Explosion, l’altro giorno me n’è arrivato uno sui nuovi concerti e non so perché tutte le volte mi viene da pensare che questi sono il gruppo che ha rotto il cazzo più di tutti in Italia, guardo la mail con un astio fangoso e allucinato come se non fossero manco un gruppo, come se fossero un esperimento in provetta iper-paraculato e fintissimo in culo. A dire la verità, comunque, non ho la minima idea del perché ho questa cosa in testa, cioè tutto sommato sono meglio di un sacco di altra gente che suona…

TRUE BELIEVERS: Lo Scott Walker della generazione astratta

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La prima volta che ascolti Noi due hai già la sensazione di essere finito dentro qualcosa di grossissimo: non richiama praticamente nulla, e se richiama qualcosa lo fa in maniera del tutto inconsapevole. Come del resto è inconsapevole il suo non-richiamare. È come un pezzo di Aurelio Fierro cantato da una persona stonata sopra una base synthpop stile colonna sonora di Miami Vice ma blastata da batterie elettroniche assassine fuori-tempo che rendono tutto un po’ breakcore e fuori fase. È impossibile memorizzare brandelli di musica e testo. È un’esperienza pop completamente avulsa dal pop. Ascoltare i cinque minuti di Noi due innervosisce per l’assenza di riferimenti immediati e di logiche dell’assenza di logica. Abbiamo imparato una grammatica dei tempi dispari, a strutturare il disagio e riconoscere i pattern, ma secondo una logica strutturale per la quale i pattern ci sono sempre e lo sport è identificarli (per chi ascolta) o renderli quanto più inidentificabili possibile (per chi suona).

 

Ho scritto un pezzo su Noisey che presenta quello che nel titolo viene definito “il fenomeno più interessante mai partorito dal lato oscuro di YouTube“. Lui si chiama Fabio Mancini, il brano in oggetto si chiama Noi due e il pezzo intero sta su Noisey.

LEGGETELO CAZZO

Cody Zeller is my personal jesus from the campagne

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Who is your all-time favorite artist?

Carter-Williams: “Jay Z.”
Hardway: “Jay Z.”
Zeller: “Kenny Chesney.”
Burke: “Tupac. I love ‘Me Against the World’ and ‘Hail Mary.”
McLemore: “Lil Wayne. I love all of ‘Carter’ albums, and old Lil Wayne, like the Hot Boyz. I’ve been a fan for a long time.”

true believers: RICHARD BENSON

Di Richard Benson non si sa quasi nulla, se non quello che gli è accaduto a livello mediatico e ciò che è tramandato a livello popolare, le restanti poche nozioni vengono dalla più inaffidabile delle fonti: Benson stesso. Per questo motivo in questa sede riporterò informazioni ottenute personalmente e là dove si è in presenza di dati poco certi lo indicherò, spiegando anche quale sia, delle molte, l’ipotesi ragionevolmente più plausbile.

Le frasi in corsivo sono tutte tratte da versi, poesie o canzoni di Benson (spesso espresse in mezzo agli insulti) o, dove indicato, pronunciate dal pubblico al suo indirizzo durante i concerti.

Questa è la storia di Richard Benson. Una storia vera ma piena di bugie

Promotore di se stesso e millantatore tanto maldestro quanto affetto da manie di grandezza Benson è affezionato ad un personaggio coltivato e rifinito nei decenni fino all’impossibilità di distinguerlo dalla realtà. Diventato solo recentemente famoso in tutta Italia per qualche meme, fanatismo da YouTube e alcune comparsate televisive sui canali nazionali, in realtà è stato per decenni un fenomeno prettamente romano, attraversando tutte le fasi della parabola della notorietà prima come artista, poi come provocatore, poi ancora come opinionista, infine come fanomeno rivalutato e poi oggetto del pubblico ludibrio.

Eppure in ogni fase, in ogni decade, Richard Benson si è distinto per essere migliore del proprio pubblico ma anche pronto a cavalcarne la parte più brutale. E’ proprio questa dialettica inestricabile che in lui si crea tra la propria grandezza e la propria ridicolaggine a costituirne la parte più romantica. Nessuno può vantare la compresenza di simili caratteristiche in dosi così potenti, nessuno ha mai lottato così tanto. Richard Benson oggi appare come un clown, fa il clown ed è trattato da clown, ma rimane una delle figure più interessanti del sottobosco musicale e popolare romano, una delle pochissime in grado di parlare di un’epoca che non esiste più con le proprie azioni e non con le parole. Uno dei pochi fedeli ad una linea che non esiste più.

[dal pubblico] ‘a Benzoni!

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STREAMO/TrueBelievers/StareBene/DISCONE e altre cose sul nuovoWolf Eyes

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La prima volta che ho letto il nome Wolf Eyes, come quasi tutti in Italia, è stato su Blow Up. Erano i primi anni duemila e si parlava con un certo entusiasmo di qualche uscita a loro nome, poi collegata a tutto un discorso di nuova musica wave e nuova musica industriale, che tuttora mi ronza nelle orecchie. Ho letto e sedimentato, un momento in cui Blow Up e la musica sembravano nutrirsi a vicenda di questa sorta di energia che li spingeva tutti nella stessa direzione. Ho scoperto abbastanza presto che i Wolf Eyes erano, effettivamente, uno dei gruppi più interessanti del periodo: registrazioni carbonare licenziate sul mercato a botte di venti o trenta l’anno, nei formati più disparati e con in calce nomi di etichette assurdi che negli anni a venire avrebbero ossessionato un intero immaginario. Anche solo metterne in condivisione i dischi su Soulseek ti faceva sentire un punk di prima categoria o una specie di grande diffusore della Cultura, a cui un certo punto persino il mondo esterno prima o poi sarebbe arrivato riconoscendo implicitamente il nostro ruolo di teste di ponte (c’era già arrivato, ovviamente, due minuti prima di noi). Ho scoperto abbastanza presto che essere fan dei Wolf Eyes e del NOISE richiedeva una dedizione ed uno stipendio assolutamente maggiori di quelli di cui disponevo ai tempi. Dischi in vinile colorato stampati su un lato solo e tirati in poche decine di copie; cassette a tiratura ugualmente limitata smerciate più o meno a caso ai banchetti di qualche festival europeo a tema in cui era possibile assistere alle performance; amici che risparmiavano per mesi prima di quell’evento e si portavano a casa edizioni immancabilmente limitate e scrause pagando trecento euro a botta; si fa presto a sentirsi inadeguati, uomini non-nuovi, adepti di seconda o terza categoria destinati a una più che prevedibile abiura del NOISE una volta che quei suoni fossero passati di moda.

L’unico modo di continuare a quei livelli, nel noise, è di diventare artista. Ovviamente a un certo punto lo faccio, un po’ lo facevo anche prima ma ora lo faccio con uno spirito. Lo stupore intrinseco alla scoperta che certa musica può interessare a qualcuno che non sei tu. Registro cose con un mangianastri, aggiungo stronzatine fatte con una strumentazione rimediata e composta (vado a memoria) da tre pedali, un mixer, una tastiera, qualche microfono a contatto piazzato ovunque, un vecchio lettore CD dotato di un tasto per i loop e via; il pezzo forte era un Kaoss Pad 2 comprato a un centinaio di euro ad un amico, utilizzato un paio di volte e ributtato nel cestino. Il valore artistico della musica oscillava quasi sempre tra il ripugnante e l’inascoltabile, e le cassette/gli mp3 sono giustamente rimasti in un cassetto finchè la vita è andata necessariamente avanti e mi ha imposto di buttare le macchinette e ricominciare, boh, a disegnare; la mancanza di dedizione alla CAUSA ci ha imposto di rivedere il nostro asse critico ed abbiamo più che volentieri declassato l’harshnoise a un baraccone di idioti che (a parte pochi nomi, dei quali peraltro manco eravamo così convinti) sfruttava l’hype intorno a Wolf Eyes e simili come un trampolino di lancio per fare cagnara con macchinette autocostruite invece che con le vecchie autoghettizzatesi chitarre, senza alcuna idea alla base della musica stessa a parte il puro casino e a qualche cicatrice autoinflitta nei fortunatamente rari concerti dal vivo. Per poi bollarlo come una sega mentale artsy-fartsy non appena abbiamo visto comparire (tipo ai tempi dell’esplosione di un Prurient) il sospetto che la musica di qualcuno si fosse estesa oltre le bestemmie sputate in faccia a un pubblico di dieci stronzi con un microfono effettato a boia. Le storie di ascesa e caduta, nel rock e derivati, sono tutte riscritture apocrife della rivoluzione francese. Nel periodo di monomania riesco persino a farli piacere a qualche collega di lavoro, con il risultato di ritrovarmi di lì a un anno in discussioni in cui è LUI a raccontarmi per filo e per segno progetti di secondo e terzo grado di gente che ha suonato il corno in una cassetta dei WE uscita nel 2004 su American Tapes dicendomi cose tipo questa te la devi assolutamente sentire ti faccio un disco di mp3 mentre tu pensi quanto tempo da perdere ha ‘sto tizio. E poi? Boh, più niente. Circa un lustro fa smettono di uscire dischi a nome Wolf Eyes e i membri si fanno vivi solo in proprio.

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È abbastanza commovente riascoltarsi oggi i dischi dei Wolf Eyes. L’ho fatto la scorsa settimana: ho iniziato per caso trasferendo dischi da un appartamento all’altro e ripescando dalla pila dei disastri sfilati a qualche distro una delle collaborazioni con i Black Dice. Bello, per niente noioso, per niente gratuito. Ho ricominciato così, un po’ alla volta: Burned Mind che continuo non-originalmente a pensare sia il loro disco definitivo, Human Animal di qualche anno seguente, sempre su Sub Pop, sempre bellissimo. Slicer che forse era uscito su Hanson qualche anno prima, il disco (bellissimo anche questo) con Anthony Braxton. Al momento sono fermo qui. Probabilmente sono partito dai miei preferiti, ma è difficile guardare indietro a quegli anni e trovare un gruppo così amato allora che ancor oggi suona così dentro i tempi. Gran parte del merito è da darsi ovviamente all’eleganza formale dell’estetica del gruppo, oltre ovviamente alla capacità di Nate Young di ottenere un risultato specifico e peculiare a partire da qualsiasi suono. O alla sua capacità di selettore della propria musica capace di buttare sistematicamente nel cestino la roba non interessante o comunque riservarla ad uscite che finisco per non ascoltare. Resta il fatto che il nome Wolf Eyes continua ad essere –parlando di America- la pietra miliare del NOISE così come lo conosco io: al nome Wolf Eyes è associabile quasi tutto quel che so di questa musica, a partire dai padri fondatori per arrivare alle deviazioni freejazz a cui in qualche modo sono giunto ascoltandoli, a una manciata di etichette con nomi tipo Bulb o Hanson o Hospital o American Tapes ma anche Important e Troubleman che li hanno fatti uscire, a duecento side-project dei membri del gruppo, duecento gruppi con cui sono usciti split o dischi in formazione allargata e via di questo passo. Parlando di NOISE, in quella accezione, Wolf Eyes è quasi un genere musicale in sè.

E certo è una notizia che stranisce quella che una nuova formazione del gruppo senza Aaron Dilloway (presente come ospite su una traccia), quattro anni dopo le ultime uscite a nome Wolf Eyes, torna sul mercato con un disco nuovo intitolato No Answer: Lower Floors e viene ospitata su Pitchfork Advance –quindi per certi versi esce con lo stesso hype riservato ai nuovi Strokes* o Yo La Tengo. Siamo ai primi ascolti ma il disco sembra comunque buonissimo: NOISE di sapore molto industrial (in senso buono), per nulla gratuito, costruito su un equilibrio impossibile e su un profilo bassissimo, quasi ad elemosinare nella sua estrema eleganza un posto qualsiasi ai margini dello spettro musicale. Ancora una volta familiare ma al contempo non allineato, ed animato da questo senso di necessità che anche spento il player non accenna ad andarsene: un disco il cui solo essere uscito è una dichiarazione politica che ci colpisce dove fa più male: io ho mollato, i miei conoscenti hanno mollato, il NOISE in molti casi ha mollato. Wolf Eyes è ancora qui in forma smagliante: non sembra potersi permettere di essere altrove.

*mi chiedevo tra l’altro se nel caso di un disco come Comedown Machine sono gli Strokes a pagare per finire su Pitchfork Advance o se è Pitchfork a pagare gli Strokes per l’esclusiva. Quante cazzo di cose che non so.

true believers: MARK HOLLIS

mh

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A leggere riviste e libri di musica si tende a pensare che il rock’n’roll sia stato messo in piedi e reso grande da un branco di selvaggi illetterati e riottosi che sputavano contro il sistema e lavoravano alacremente contro chi voleva appiattire la cultura. Cinquant’anni e passa di chitarre ci hanno assicurato che non è così, naturalmente: la storia del rock è stata scritta da dei leccaculo che glorificavano le gesta di un branco di schiene curve al servizio di qualche manager lungimirante che riusciva a vendere la follia di gente non-folle a gente non-interessata a comprare la follia –l’unico modo che hanno avuto gli artisti di sfuggire a questo genere di incasellamento è stato di morire giovani, occupare un ruolo di scarso rilievo o riteorizzare la loro appartenenza su un nuovo asse concettuale che parte da Adolf Hitler (“aderire al sistema per riuscire a rovesciarlo”) e si risolve in uno dei più gloriosi motti dell’Azione Cattolica (“obbedire is the new ribellarsi”). Le leggende continuano a piacerci, ma c’è un motivo per cui i film sul rock fanno tutti vomitare –ed è che il materiale narrativo di partenza è quasi sempre una merda. Le storie più interessanti sono quelle su cui non potrebbe mai venire girato un film, tipo tutta la vicenda dei Talk Talk e di Mark Hollis.

Il quale diventa interessante naturalmente nella sua negazione, nel suo richiedere d’improvviso un profilo basso e a un certo punto mettersi a pensare ad altri cazzi. La storia la conoscete molto meglio di me: viene dato come una promessa della new romantic quando ancora il suo gruppo non ha messo fuori un singolo; mantiene la promessa sfornando tre dischi di successo crescente; ottiene libertà creativa e un budget stellare per il disco successivo; lo usa fino all’ultimo centesimo e consegna alla EMI dei nastri di musica sostanzialmente invendibile. Selling points: nessuno. Mark Hollis non è un tossico ribelle e riottoso con il trip del grande artista e una storia con una modella/attrice, voglio dire –Mark Hollis è brutto come la fame, se facessero un film su di lui ad andar grassa lo interpreterebbe Tim Roth o qualsiasi altra persona con delle orecchie gigantesche. Il sostanziale flop di pubblico di Spirit of Eden non fa cadere in qualche depressione maniacale o cose così, semplicemente Hollis (assieme all’eterno compagno d’avventure Tim Friese-Greene) scioglie il contratto con EMI, si accasa con Polydor, realizza un disco ancora più minimale e spoglio e bello, scioglie il gruppo e si ripresenta sette anni dopo con un altro disco solista, sempre minimale/spoglio/bellissimo e sempre in anticipo di un lustro grasso sui tempi. Poi si ritira dalla musica e come se niente fosse inizia a condurre una vita normale.

Dal punto di vista della storiografia, la vicenda Mark Hollis nega quasi l’unica cosa che sappiamo della musica contemporanea. Il motivo economico è solo uno dei motivi: non è il primo né l’ultimo musicista che si è avventurato su territori di musica che qualcuno poteva dire invendibile. Non è neanche giustissimo dire che Spirit of Eden SÌ e The Colour of Spring NO (opinione diffusa e sbagliatissima, tra l’altro). La vicenda Hollis è interessante perché ci mette di fronte al primo frontman di successo -dal novecento in poi- che a un certo punto ha deciso di non voler continuare ad esistere vitanaturaldurante. Sono stati davvero pochissimi ad uscire vivi dagli anni ottanta: Depeche Mode a parte, le rockstar di quell’era si sono bruciate in una serie infinita di compromessi, risurrezioni posticce, reality show ed apparizioni speciali alla sagra della salsiccia, continuando a chiedere la fetta di una torta sempre più piccola. Mark Hollis si è rotto il cazzo di suonare quindici (per ora) anni prima che la gente si fosse rotta il cazzo di ascoltarlo. La vicenda Hollis contraddice l’unico punto topos narrativo di cui sopra secondo cui LA MUSICA è una verità, un’idea pura, una rivelazione a cui a un certo punto della propria vita si aderisce dedicando la propria vita ad essa o morendo nel tentativo di. La storia dei Talk Talk è l’ipertesto di tutte le storie non raccontate del rock. La svolta finale è data dal solo fatto che gli ultimi tre dischi di Mark Hollis si sono dimostrati anticipatori di un modo di intendere il pop che negli anni successivi sarebbe andato alla grandissima –e suonano ancora oggi molto meglio di qualsiasi altro disco sulla loro scia e non prodotto da Bob Weston- ma non è una svolta che di per sé giustifica il tutto. Non è in programma un reunion tour della band performing Laughing Stock in its entirety all’ATP curato dai Sigur Ros (ve piacerebbe), e il recupero artistico dei dischi in questione è lungi dall’aver garantito a Hollis EMI e Polydor il riscatto economico di due operazioni fallimentari. Per certi versi la storia dei Talk Talk è la versione nobile di tutti i racconti che stanno dietro al basso sfasciato impolverato e senza corde seppellito nella cantina di qualche bancario con due figli e una collezione di dischi inesistente. La vicenda Mark Hollis è una delle pochissime storie del rock contenenti la parola FINE.

L’ultimo tassello della vicenda Talk Talk è di qualche settimana fa e chiude un capitolo vecchio di vent’anni: ai tempi del passaggio dei TT su Polydor, la EMI fece uscire un best of intitolato Natural History, prontamente disconosciuto dall’Uomo sia come concetto in sé che nel caso specifico della scaletta dei pezzi. Ora è uscita (quasi invisibile) la prima retrospettiva dei Talk Talk curata da Mark Hollis in persona: si chiama Natural Order, contiene grossomodo i dieci pezzi che ricordate MENO nei dischi dei Talk Talk (anche negli ultimi) e suona come una raccolta Soul Jazz di roba rara e fichissima oscurata ai tempi da un sacco di altra merda di immeritato successo. Né più né meno. L’ennesima scintillante conferma di un orgoglioso ex-musicista che poteva continuare a fare il genio per tutta la vita e invece.

DIME CAN MA NO ITALIAN FEAT TRUEBELIVERS: LORENSO DEL ROYAL SOUND CAFE’ A SCARDOVARI

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Unico rasta degno de rispetto che conosso, Lorenso el gestisse el Royal Sound Cafe’ a Scardovari (un posto che confina a est col mare, a nord con la morte, a sud col Po e a ovest con Ciosa. La provincia più visina in linea d’aria l’è Tirana). Posto in culo al mondo ma xente beissima. Go visto gli ANCIENT SKY sonare dopo aver magnà le vongole