tema: LA MUSICA DI MIO BABBO. svolgimento:

Detrocboi

Detrocboi

Io con mio padre ho sempre avuto un rapporto complicato, con mamma non ne parliamo neanche, tre anni fa sono andato in analisi e con certe cose ci ho fatto pace, altre no e forse non ce la farò mai.
Mio padre è uno di quelli che per prima cosa mi ha insegnato ad essere comunista e non vuol dire che sentisse i cori dell’armata rossa perché credo che uno dei primi dischi che mi ha comprato era Bianca e Bernie, i pezzi del film su vinile, una roba inquietante che però oh, alla fine il suo dovere lo faceva che mica c’erano le vhs.
Mio padre e mia mamma avevano la raccolta di dischi comune quindi erano un po’ di tutti e due, na cosa comunista seria tanto che quando hanno divorziato sono rimasti tutti a casa.
La cosa che ricordo di più era De Gregori la domenica, duecoglionididegregori tutta la domenica mattina, soprattutto Rimmel che già non si capisce un cazzo ora figuriamoci a sei anni, con ste frasi astratte, ste situazioni kafkiane tipo “ma io non ci sto più gridò lo sposo e poi“. I miei se la cantavano e io dopo un po’ per esasperazione anche al pensiero di che si grida sto sposo e soprattutto perché. Però ecco, De Gregori lo sento ancora anche se le parole ancora non le capisco.
Abbiamo fatto un viaggio in Jugoslavia quando era ancora intera, quel viaggio era La voce del padrone di Battiato. Immaginate TUTTA LA JUGOSLAVIA in macchina e con solo due cassette dietro di cui una Battiato?
Ecco. Io solo con gli intro ho l’angoscia vera, il senso di morte reale, che da ragazzino soffrivo anche la macchina ed erano tutti tornanti e quel disco sono tante sbrattate a bordo strada e tanti due coglioni così. Che poi oh “Battiato è un genio” ma sempre alla festa de Il Secolo è andato a suonare ma questi sono altri discorsi.
Battiato chiamava sicuramente anche Alice, che era il suo alter ego, sinceramente a me faceva un po’ridere il vocione impostato ma almeno era una delle prime se non la prima voce femminile che sentivo, poi per la maggior parte erano canzoni di Battiato e quindi brutte non erano.
Il pallino di mio padre è sempre stato Battisti, che quanto è genio Battisti che paroliere è Battisti e va bene. Ok. Datemi tregua, voi ricordate quand’è il momento in cui avete parato a memoria la prima canzone di Battisti? Io no. Forse alla nascita, e non l’ho mai retto eh, sia chiaro.
Altra canzone, non autore, era 1950 di Amedeo Minghi, che per me ancora oggi rimaniamo dalle parti del capolavoro assoluto, ecco quella c’era il gusto vero a impararla a memoria anche se pure lì senso del testo mah sì boh.
C’era poi Dalla. Ecco parliamone, che se alla fine so a memoria almeno metà della prima discografia tipo Piazza Grande o boh aggiungete voi non era per qualche viaggio ma perché era una delle cassette sempre in macchina. Forse quella a cui ero più affezionato.
Gino Paoli poi col Cielo in una stanza, ecco pure lì che gli dici, gli perdoni anche che ora vota PD e che sono rimasto il solo in famiglia a dire “sì ma Berlinguer”.
Mi poteva dire peggio, per altre cose peggio me l’ha detto e tanto, non era colpa di nessuno però, chiamiamolo caso o rogne, le canzoni sono rimaste e almeno stanno tutte nel posto giusto, in una cassetta nel cassetto di una macchina che non c’è più.

_________________________________________________________

Giorgio Palumbo

tema: LA MUSICA DI MIO BABBO (2 svolgimenti)

6A scuola non ero bravo a scrivere i temi. Sono sempre stato troppo sintetico e scrivevo grande e saltando le righe per occupare più spazio. Quando dovevo scrivere di mio padre, poi, andavo davvero in crisi. La maestra mi diceva che potevo anche scegliere di non farli i temi sul papà, visto che i miei erano divorziati (“divorziati” detto abbassando il tono di voce e con un particolare mix di compassione e disprezzo). Io però li facevo lo stesso e prendevo voti alti proprio in virtù della compassione di cui sopra.

Del mio babbo non ricordo quasi nulla ed è una cosa comprensibilissima considerando che a stento lo conosco e che l’avrò visto l’ultima volta una ventina di anni fa (forse qualcosa in meno, non so). Però, lo chiamavo “papà” e non “babbo” e di questo ne sono ragionevolmente sicuro.

 

Stavo con lui la domenica, probabilmente due o tre domeniche al mese per qualche anno, ma non saprei quantificare ad essere onesto. In macchina aveva l’autoradio, mentre mia madre no, che diceva che ad ascoltarla si sarebbe distratta dalla guida, e lui mi faceva sedere davanti a patto che non lo dicessi alla mamma (il sedile posteriore della Tipo di mia madre è stato obbligatorio fino ai 10 o 11 anni, più o meno).

 

L’autoradio si usava principalmente per ascoltare “Tutto il calcio minuto per minuto” che per un bambino con nessun interesse per il calcio e che neanche era mai stato allo stadio non era proprio il massimo, insomma. Però ricordo una serie di cassette registrate dallo stereo di casa e con la lista dettagliata delle canzoni scritta con la macchina da scrivere sulla copertina di cartoncino bianco. Credo che avessero anche un pezzo di nastro adesivo per evitare la cancellazione, questo però al 90% me lo sono inventato.

Di questi nastri ricordo ben poco, a dire la verità. Sicuramente erano divisi per artista, certe volte uno per lato. Un nastro che ricordo distintamente è uno splittone tra Baglioni e Lucio Dalla. Il lato di Baglioni si chiudeva con “Strada facendo” e con 10 o 20 secondi di silenzio e fruscii vari. Sui brani di Dalla non ci metterei la mano sul fuoco: penso ci fosse “4 marzo 1943”, ma è anche l’unica sua canzone di cui ora ricordo il titolo. Quella e anche “Attenti al lupo” (“Attenti al lupo” tra l’altro è il primo video musicale di cui ho memoria).

Poi c’erano almeno due cassette con dei pezzi di Lucio Battisti – questo mi fa supporre che gli piacesse molto, ma non azzarderei altre ipotesi. “Acqua azzurra, acqua chiara” e “Dieci ragazze” venivano di seguito e credo che fossero state registrate da un vecchio 45 giri. “Dieci ragazze” aveva delle parti in cui la musica e la voce facevano su e giù suonando strane e con degli immancabili fruscii di fondo. Mi piaceva tantissimo questa cosa, però direi che di certo non viene da qui la mia passione per certo lo-fi sporco e cattivo, ma non so se me la sento di escludere a prescindere questa ipotesi.

 

E poi, boh, penso che in sintesi sia tutto qui ciò che ricordo di mio padre e del rapporto padre/musica. Ma anche in assoluto, forse.

___________________________________________

esse

 

 

2

 

il mio babbo è sempre stato uno schizofrenico musicale, non credo sia una cosa voluta, credo invece si tratti proprio di genetica, e infatti lui, insime alla psoriasi, alla gotta e al palato stretto, mi ha passato pure quella. Solo in vecchiaia gli è preso questa fissa fissa del jazz, fissa che lo ha portato a sviscerare l’argomento in maniera maniacale dal punto di vista storico, sociologico, linguistico, tecnico e pure aneddotistico. Lui del jazz sa tutto: date, accordi, rimandi storiografici, correnti, sa tutto. Prima però è stato un guazzabuglio alla “va dove ti porta il cuore”, una confusione cosmica di gusti che chissà perché, anche quando toccavano l’apice del trash, mi risultava alla fine di buon gusto se contestualizzati. Tutta roba che andava ascoltata su vinile, sul piatto il cui braccio andava accompagnato. Il mio babbo aveva una veranazione per il suo impianto stereo, del giradischi aveva sempre l’astuccio con le puntine di ricambio, e prima di mettere su un disco, puliva puntina e vinile, pratica a cui dedicava interminabili minuti, ma che lui riteneva necessaria per un ascolto ottimale della musica. Questa credo che farò credo sia una play list che unisca insieme quelo che era mio babbo all’epoca e il ricordo che io ne voglio trattenere.

GIANNI TOGNI – LUNA

Questa canzone era un hit, e mio babbo io loso, fosse nato oggi, sarebbe stato un hipster. Però ragazzi, Gianni Togni era l’incarnazione perfetta del pop. Bello, pulito, con una voce leggibile, con melodie prevedibili e testi verticali. Luna fu la colonna sonora della nostra estate del 1980. Dopo un mesetto a giro per l’Europa con la tenda sul tetto della macchina, i miei decisero di finire le vacanze a Tirrenia. Era agosto, io avevo poco più di due anni. Ad agosto a Tirrenia, se arrivi e non hai prenotato, ti tocca un appartamento al 7 piano di un grattacielo, con l’ascensore rotto. Un atto eroico. Però dal terrazzo di quel settimo piano, Tirrenia pareva New York e in sottofondo andava Luna al tramonto.

BANCO DEL MUTUO SOCCORSO – MOBY DICK

Il mio babbo amava il Banco, lo amava visceralmente. Io credo che sia stato l’unico vero fan a gioire della loro partecipazione a Sanremo. Perché mio padre aveva questa concezione della generosità, se una cosa per lui era bella, doveva arrivare ovunque, salvo poi incazzarsi come una biscia quandi gli altri non la capivano. Moby dick però era quella canzone che la domenica mi metteva sempre nell’autoradio, mentre andavamo alle giostre alle Cascine. Io credo me li volesse far amare, sempre per quella questione che le cose belle devono essere inculcate a forza nelle masse, ecco che lui mi indottrinava furbamente, partendo dal pezzo più facile, orecchiabile, e per una bambina magico. Ci ha visto lungo il mio babbo. Il Banco infatti rimane uno dei miei gruppi preferiti.

LUCIO DALLA – BALLA BALLA BALLERINO

Un’altra grande fissazione di mio babbo: Lucio Dalla. Con Lucio Dalla era successo un po’ come con il jazz. Le fissazioni si coltivano maniacalmente e io credo che mio babbo sapesse anche quanti peli sulla schiena avesse Lucio. Dalla per lui li batteva tutti. Non c’era Battisti, De Gregori, De André, Guccini che tenessero. Dalla per lui era l’oltre. Balla balla ballerino era la canzone della sera, quando a pieni nudi, sul marmo, a tutto volume, nella casina al quinto piano di via della Piazzola, la ballavamo, con i cori in sottofondo di mia mamma che ci urlava di mettere le ciabatte sennò prendevamo il raffreddore.

BATTIATO – L’ERA DEL CINGHIALE BIANCO

Quando mio babbo ascoltava Battiato, gli veniva l’aria da Battiato. Incrociava le gambe come Battiato, faceva dondolare quella sopra, e buttava gli occhi al cielo per incrociare forse i “codici di geometrie esistenziali”. Successe poi che per la comunione, il mio zio ci regalò un viaggio in Tunisia e io dentro di me non facevo che ripetermi “Pieni gli alberghi a Tunisi, per le vacanze estive”. Peccato che il nostro viaggio nel villaggio turisto Valtur non preveda nessuna fermata a Tunisi. E però mio padre, si ostinò a tenerla come colonna sonora di quel viaggio, facendoci cercare ossessivamente “l’uomo di una certa età” che “fumava spesso sigarette turche”. Roba da Battiato insomma.

_______________________________________________

Barbara Dardanelli

#SELFIE (un ebook)

 

selfie005

Una volta ho promesso che se avessimo vinto i Macchianera avremmo fatto un ebook di Bastonate.

Nell’attesa che succeda, beccatevi un altro ebook. si chiama #SELFIE e contiene dei #selfie, ma è più complicata di così.

Come da prassi, esce con Barabba, la più grandiosa casa editrice di sempre. L’introduzione, lo dico con un certo orgoglio, è di Bertrand Russell.

tema: LA MUSICA DI MIO BABBO. Svolgimento:

3

Detrocboi

La prima importante considerazione da fare è che a Milano “babbo” non si dice. Anzi, si dice ma in un altro senso: è un modo un po’ zarro di dire “sfigato” (“che babbo”, “sei un babbo”) e, almeno qui, chiunque abbia meno di 35 anni associa la parola soltanto a quello, non certo a quel modo un po’ arcaico (e che fa venire in mente Pinocchio) di chiamare la figura paterna.

Quindi parlerò della musica di mio padre.

Mio padre è cresciuto negli anni ’60, ma non direi che sia mai stato un vero appassionato di musica, se come tale intendiamo uno che colleziona dischi e frequenta concerti. Men che meno leggere robe sulla musica.

Sui concerti poi era proprio hardcore: non è che li odiasse o che gli facesse schifo che ci andassi, è proprio che odiava il casino, i posti dove c’era troppa gente pigiata. “La ressa”. “Ma ti piace? Non vi sentite intruppati come le pecore? Poi tutti lì a fare eeeeh, mi sembrate dei pirla. Tutti lì a acclamare un cretino sul palco”. Ai concerti con tanta gente mi viene sempre in mente, ‘sta cosa di essere “uno dei tanti pirla”.

Va aggiunto che a 14 anni i concerti erano quelli genericamente alternativi italiani, tipo tra Afterhours e Pornoriviste, e questi si svolgevano prevalentemente all’ora defunto Palasharp (all’epoca Mazdapalce e precedentemente Palatrussardi, dove comunque mi portò a vedere Cristina D’Avena quando ero all’asilo), nell’occasione di feste in qualche modo politiche (festa di Liberazione, festa dell’Unità), intorno all’estate. I gruppi spesso si esprimevano anche in tirate “impegnate” (ricordo i Subsonica su Silvia Baraldini) e, quando glielo raccontavo, questo lo mandava ai pazzi. Da un lato aveva anche ragione a dire che fornivano opinioni precostituite a gente che non aveva neanche una vaga idea di quegli argomenti, e che le accettava acriticamente in quanto venute da un palco e da figure considerate fighe; dall’altro però, almeno personalmente, ricordo benissimo di avere sempre pensato: “ok, loro la pensano così, io non lo so”. Anche quando partiva il coro li-ber-tà-persilviabaraldini-li-ber-tà-persilviabaraldini, che io all’epoca manco sapevo bene chi cazzo fosse.

Credo che mio padre odiasse proprio il farsi mettere da una parte, qualsiasi parte, e raccontava di essere sempre stato preso per comunista dai fascisti e per fascista dalla sinistra (in realtà ha sempre votato tutta una schiera di partitini da 3 per cento che andavano dal centrosinistra al centrodestra – e mai la Dc – in anni in cui a contare erano ancora davvero la destra e la sinistra), e pur avendo fatto l’università a Milano in quegli anni lì non ha mai partecipato attivamente a una manifestazione. Partecipò però alla prima occupazione della Cattolica, dalla quale cominciò tutto quanto. Gli sembravano cose giuste e andò per giocare a calcio (anzi, come diceva lui “a pallone”. Aveva sempre giocato, ed era fortissimo) e fare un po’ di casino. Raccontava che dopo il primo giorno già la facoltà, da quella che era una protesta spontanea, si era riempita di gente esterna che lo chiamava “compagno”, alla quale rispondeva che lui non era compagno di nessuno.

E quindi, anche se venne espulso dalla Cattolica e insieme a Mario Capanna e altri finì in Statale, il suo ’68 attivo finì lì, nel ’67, perché come ha visto che ci stavano mettendo di mezzo la politica a lui non andava più bene. Sono argomenti su cui abbiamo litigato molto. Probabilmente troppo.

Da giovane ha fatto tantissimi lavoretti – i più disparati – durante le vacanze, o poi per contribuire a pagarsi gli studi. Consegnare guide telefoniche e panettoni durante le feste (la sua tecnica prevedeva la mano tesa e la frase “chiedere è lecito, rispondere è cortesia” per farsi dare la mancia), l’assistente da un dentista (dovevano essere anni meno rigidi in quanto a regolamentazione delle figure professionali), ripetizioni ai bambini, e per qualche tempo anche il deejay. Non so bene come e dove, quanti anni avesse, quanto potesse essere una cosa seria, se lo facesse da solo o in coppia, l’unica cosa che mi ricordo è che diceva: “non potevi sbagliare: i pezzi erano tutti di Mogol e Battisti, anche quelli cantati da altri. Presentavi la canzone e dicevi che era di Mogol e Battisti: fatta, eri a posto”.

Un altro per cui aveva comunque sempre una mezza passione era Celentano, forse perché lo vedeva come uno non troppo lontano da lui, anche solo geograficamente: anche lui di Milano, una specie di fratello maggiore cresciuto nello stesso posto negli stessi anni, come Teocoli, Cochi e Renato, Jannacci: gente che gli capitava di incontrare nei bar alla sera. Anche per Celentano però valeva la solita regola: bravissimo quando canta, tremendo appena apre bocca per parlare. “Perché questi siccome sono bravi a fare una cosa poi pensano di essere dei padreterni in generale”, e allora che abbia senso andare in televisione a fare monologhi di politica e tutto il resto.

Una cosa abbastanza impressionante è che la maggior parte delle cose che lo irritavano che ho raccontato fino a qui sono quelle che mi davano fastidio da adolescente, che vedevo piccoloborghesi, reazionarie, qualunquiste, e invece adesso su alcune mi sorprendo a scoprirmi quasi d’accordo – insomma non vorrei assistere a un monologo di Celentano neanche se pagato bene (io).

Un’altra cosa cruciale del suo rapporto con la musica è che a un certo punto, intorno ai 20, riuscì, con uno stratagemma che non ricordo, a entrare in un giro per il quale andava a comprare i 45 giri superscontati destinati ai jukebox e non alla vendita ai privati; lo fece per anni, e me lo raccontò quando ci tornò una volta che io avevo tipo 7 anni (e mi meraviglia che esistesse ancora questo posto), e se ne tornò a casa con decine di 45 giri per me, con robe tipo cantautori scrausi o remix di Molella, tutti in edizione con etichetta bianca riservata ai juke box. Per anni ho giocato a farci gli scratch con un giradischi della Fisher price.

Insomma non era il più grande degli appassionati di musica ma un interesse c’era.

Dopo essersi sposato* la musica si riduce a un disco alla settimana comprato in un negozio di corso Magenta, consigliato dal proprietario del negozio – chiuso da qualche anno ma dove ho fatto in tempo a comprare qualcosa anch’io (mi vengono in mente i Velvet Underground).

Di quel periodo mi restano un sacco di vinili, alcuni interessanti (Battisti – ricordo all’asilo la mia fissazione per Acqua azzura acqua chiara, che mettevo sul piatto anche dieci volte di fila – Battiato, Dalla, Lennon, Creedence, McCartney), e altri meno (Venditti, Baglioni).

Tra i pochi altri supporti fonografici interessanti ereditati, le cassette doppie delle raccolte rossa e blu dei Beatles. Intatte per ere geologiche su una mensola della sala, un giorno me le sono portate in camera e ho cominciato a consumarle, nonostante un lato di una cassetta fosse misteriosamente vuoto.

Comunque sia, tutta roba che stava già in casa da qualche anno, perché dopo la mia nascita praticamente basta, forse perché non era una cosa da adulti, ricordo di averglielo sentito proprio dire “io mi sono perso tutto negli anni ’80: lavoravo, la famiglia, questo e quell’altro. Musica zero, un po’ mi dispiace”.

Avendo poi in quegli anni l’ufficio al piano sotto a quello dove abitavamo non usava l’autoradio, e in casa stava poco anche nel weekend, aveva altri hobby: girare in bici, portare in giro me… e non ricordo di averlo mai visto mettere su un disco.

*l’unico nome che saprei fare riguardo mia mamma e la musica è Gianna Nannini. Lei proprio le piace. Poi c’è una cassetta di Edoardo Bennato che racconta che ascoltava sempre in macchina quando andava a lavorare a Linate, e una serie di singole canzoni che ogni tanto canta o le piace quando passano alla televisione – Scende la pioggia, Bella Belinda. Penso basta. Oggi mi ha detto che le piaceva molto Whitney Houston. Le ho fatto sentire alcuni dischi che ho pubblicato, o dischi di amici, ha dato i suoi pareri ma non si è mostrata mai troppo interessata. Uno dei problemi principali è che tutta ‘sta gente non canta bene. Fine capitolo mamma.

9

Detrocboi

Negli anni successivi ricordo rarissimi cd comprati (un Mina & Celentano in autogrill un giorno che siamo andati insieme a Gardaland), molta radio (la ascoltava in bagno ogni mattina facendosi la barba, e poi l’autoradio andando al lavoro – nel frattempo avevamo cambiato sia casa che ufficio. Principalmente Radio Due) e soprattutto le audiocassette registrate, da amici o parenti o quasi sempre da me (su sua richiesta), da cd comprati solo per quello, per ascoltarle in autostrada.

Ricordo un live di un Frank Sinatra (“the voice, il migliore di tutti”) già anziano, una compilation di canzoni delle pubblicità (grande moda anni ’90), e una raccolta del primo Gaber (ovviamente, quello delle “canzonette”, perché poi quando diventa “impegnato” ecco che non gli piace più), che odiavo.

E, sa la madonna perché, ma ricordo ancora questa tizia della mia scuola che veniva in montagna nello stesso posto dove eravamo noi – tizia di cui non ho alcuna notizia da quasi vent’anni – che, una volta che ce la stavamo portando in macchina da qualche parte, di fronte al mio odio per questa cassetta di Gaber che trovavo estremamente irritante si guadagna l’amore eterno dei miei genitori dicendo “eh ma rilassati ogni tanto, son belle canzoni allegre, orecchiabili, non è che deve essere tutto sempre come Jovanotti”. Oltre all’odio per il ragionamento da vecchia di questa tizia, la cosa che forse mi ha impressionato di più, e che ancora ricordo, è che probabilmente considerasse Jovanotti come una roba estrema e trasgressiva, ragionamento che anche all’epoca devo avere ritenuto degno forse di mia nonna.

Oltre che di Gaber (che poi ho cominciato ad apprezzare, almeno quello successivo – e perlomeno su questo sono rimasto in disaccordo con mio padre) sono stato un hater assoluto di un’altra sua cassetta: Renzo Arbore e l’Orchestra Italiana, Napoli punto e a capo – va detto che mio padre ha passato tutte le estati della sua infanzia e adolescenza a Pozzuoli, paese di origine di mio nonno.

A 8 anni se volevi uccidermi potevi farmi ascoltare musica napoletana. Ricordo viaggi al suono di Come facette mammeta e cose del genere, con questi arrangiamenti da festa di paese (non credo che all’epoca li codificassi come tali, forse più come “allegria immotivata”) che mi portarono a fare una cosa abbastanza unica e senza precedenti nella mia storia di bambino tutto sommato rispettoso e ben educato: gliela buttai via quella merda di cassetta. Me lo ricordo ancora perfettamente: in quale cestino la buttai e tutto quanto. Quello che ho assolutamente rimosso è cosa è successo dopo, se sono stato scoperto, se ho negato, se sono stato punito. L’unica cosa che ricordo è che sorprendentemente quella cassetta è tornata, diversa, più nuova, di un altro colore. Come se fosse ritornata dall’inferno per punirmi del mio gesto, anche se più probabilmente si era comprato il volume successivo. Ma non ricordo più quel patimento e l’ascolto forzato. Credo abbia fatto una cosa tipo “so che sei stato tu, sappi che non decidi tu, la macchina è mia e se voglio me ne ricompro dieci di cassette, però se educatamente mi fai capire che proprio non ti va, quando siamo insieme ascoltiamo qualcos’altro”. Credo sia andata così.
Con gli anni Renzo Arbore mi è anche diventato abbastanza simpatico (più che per la musica napoletana per altre cose tipo film o spezzoni di vecchi programmi tv), e mi fa piacere pensare che, nonostante il mio irrazionale odio di bambino, una delle ultime volte che mio padre è uscito la sera sia stato per andare a teatro con mia mamma per una serata a cui lo avevano invitato: un concerto di beneficenza di Renzo Arbore e ‘sta cazzo di Orchestra Italiana che tanto gli piaceva. E spero anche che si sia divertito.

Una delle cose che invece associo di più a mio padre in assoluto è una doppia audiocassetta con la colonna sonora di Forrest Gump (un formidabile compendio del rock classico anni ’60) registrata da un nostro parente, colonna sonora fissa di anni e anni di viaggi, stabile numero uno del cassettino della “macchina grossa” – cioè la station wagon che usavamo quando andavamo al lago o in vacanza – traslocata anche per un paio di cambi di macchina nel corso degli anni. Mi fa venire in mente l’inverno, le strade dei paesi intorno al lago, io e lui che andiamo a fare un giro nel pomeriggio, a bere una cioccolata calda, con il fiato che si condensa dalla bocca appena scesi dalla macchina; oppure a comprare qualcosa in paese, a trovare parenti, a fare un giro sul lungolago, o a passeggiare verso la montagna lasciando la macchina al parcheggio della ex-funivia. È musica indissolubilmente legata a noi che parliamo e alle migliaia di chilometri che ho fatto su quel sedile del passeggero, o prima ancora su quelli dietro, a cui mi capita di ripensare anche ora che sono anni che siedo sempre al volante.

– E che quando porto mia madre al lago le faccio subire un po’ di tutto (record di insopportabilità registrato: Sandwell DistrictFabric 69).

Un’altra cosa legata alla musica che ricordo di mio padre è una sua fissazione totale: Happy Xmas (war is over) la mattina di Natale. È l’unico rito di questo genere che avesse che mi venga in mente, non è una cosa usuale, eppure era un classico, sin da quando ero piccolo. Un best of in vinile del quale ho in mente la foto sulla busta interna: Lennon con addosso un paio di occhiali da sole rossi sdraiato a letto con la chitarra elettrica e un pacchetto di Gitanes. Sempre lo stesso disco, quell’epica, anche didascalica, ad accompagnare lo spacchettamento dei regali e tutto il resto. Difficile immaginare qualcosa di più cheesy, infatti da che ricordo è una cosa che ho sempre trovato un po’ ridicola, una fissazione per cui prenderlo un po’ in giro e tutto quanto. Eppure è un ricordo indelebile che resta fra i doni e, contrariamente a ogni aspettativa, da quando non c’è più non è saltato un 25 dicembre senza che uscisse dal mio stereo.

L’ultimo è un ricordo che non c’è, che ho voluto evitare. Mio padre è in un letto, il penultimo, e ormai capisce e non capisce. Lo hanno già fatto cenare, è quasi sera e sto per andare a casa, la televisione è accesa su Rai Uno e c’è uno di quei programmi di spezzoni d’archivio che mandano in estate dopo il telegiornale: sketch, varietà, robe così. Nessuno sta guardandolo ma resta di sottofondo. A un certo punto, con il volume un po’ più alto tipico di quando parte una canzone, riconosco una ballata con un certo pathos, una roba da momento toccante, e sullo schermo si vede Jovanotti che scende le scale di qualche programma e comincia a cantare. Mi rendo conto che se resto lì a sentirla (non mi fa nemmeno schifo) legherò per sempre quella canzone a mio padre, ai giorni più orrendi in cui ormai era abbastanza chiaro come sarebbe andata, che ricorderò per sempre quella canzone come uno degli ultimi momenti con lui, un momento anche sentito – è facile che mi commuova, e tutto il resto. Sarebbe quasi troppo facile lasciare che succeda, ma decido che proprio non mi va e ho la presenza di spirito di cambiare canale.

Forse se fosse stata una canzone di Renzo Arbore questa volta l’avrei anche lasciata.

____________________________________________________________________
Federico Sardo

CIAO CIV (Bastonate politico)

(sottotitolo possibile: QUINDICI MINUTI DELLA MIA VITA ANDATI VIA IN PRIMARIE PD)

civ 001

PRODROMI
Qualcuno mi dice che è caldamente consigliato registrarsi online per snellire le procedure di voto al seggio, dice. Cazzo, ok. Mi collego al sito e mi registro. Registrazione pulita su pagina ordinata, niente scam, devo solo indicare il numero della mia sezione. Registro il nome, cerco dove si vota, il sito mi sputa fuori il nome di un centro commerciale che si chiama *****  non ho mai sentito nominare. Un centro commerciale a Ravenna, mai sentito. Boh, non è la mia città. Dico alla mia fidanzata di registrarsi che è semplice e lei mi risponde qualcosa tipo “mavaccagare te e il PD”, che ci sta, e io le dico CAZZO DAI PROVIAMO A VOTARE CIVATI e scopro che quella già datami era la risposta definitiva. Ok. Ho votato solo un’altra volta alle primarie del PD, per motivi che vanno dall’indisponibilità nel giorno specifico a una mancanza d’interesse che genera sbadigli da slogarsi la mascella.

IL TEMPO
Impegni del fine settimana: Primarie del PD, fiera del disco a Forlì, comprare i regali di natale che mancano, vedere un presepe in una chiesa della campagna ravennate a cui hanno lavorato persone a me legate, aperitivo di un’associazione benefica specializzata nel cucire a mano indumenti per i nati prematuri, un festival psichedelico al Bronson con Fulkanelli e Julie’s Haircut, il tradizionale pranzo con salama da sugo che faccio con certi amici il giorno 8 dicembre di ogni anno, tenere eventuale disponibilità per una coppia di amici che dicono di avere intenzione di visitarmi. Da quando è nata la bambina prendo scientemente impegni sapendo che in una lista del genere posso sperare di infilare due o tre cose e trovare scuse per ogni altra. La mattina della domenica siamo discretamente lanciati per i regali di natale, ed è quasi sicuro che piscerò le primarie del PD. Il negozio di dolciumi dove eravamo supposti passare l’ora a nostra disposizione è chiuso, e per tutto il resto non c’è tempo. Cerco il centro ******col telefonino e vado a votare.

IL LUOGO
Mi presento a questo centro commerciale ***** e scopro perché non l’ho mai sentito nominare. Non è che odio la grande distribuzione, ma il centro commerciale ***** è una cosa molto anni ottanta: una struttura massiccia a parallelepipedo con un corridoio centrale, un bar e un discount a sinistra e i negozi (una lavanderia, un frutta e verdura, l’ambulatorio di un medico, roba chiusa e altro che non ricordo) a destra. È come una qualsiasi via di un qualsiasi paese di periferia nel ravennate con un filino di grasso in più e la scritta *****. Il tutto ha quel sapore un po’ da rovina, quello dei centri che hanno avuto miglior fortuna in un altro tempo. Il seggio elettorale delle primarie è nell’ambulatorio del medico.

LE CIANCE
Ho votato Pippo Civati in quota esisterà pure qualcuno in mezzo tra Palmiro Togliatti e Matteo Renzi. Civati è il PJ Bersani di queste primarie, tranne che ha un briciolo di fascino in più e una settantina d’anni di carriera in meno (nel 2013 la mancanza di esperienza è un vantaggio, vuol dire che sei stato complice di meno malghini) (la parola malghini è la traduzione romagnola di, uhm, lo potete immaginare). Civati è quello che voti se preferisci un partito politico che ti rappresenti un briciolo, invece che un partito politico con qualche chance di vincere le prossime elezioni. Questa cosa di giocare per perdere ha una sua logica malata che se avete sempre votato PD probabilmente non comprendete (io vengo da Rifondazione Comunista; dirlo alle primarie del PD è come dire che vieni dal punk alle selezioni di Sanremo Giovani). Non sono iscritto al PD. Il mio sostegno al partito si è limitato a mettere le crocette su quel cazzo di pallino ogni volta che mi veniva chiesto dal 2008 ad oggi, e datevi una svegliata che siete sulla schiena del buratello (romagnolo per “camminate sul ghiaccio sottile”). Ci tengo anche a precisare che forse avrei votato Civati senza avere in casa i bombardamenti a tappeto dei miei amici su twitter.

LA SPOSA MESSA A NUDO DAI SUOI SCAPOLI
La prima cosa che vedi entrando è che qualcuno ha sfondato il vetro della porta scorrevole e il vetro ora è per terra con sotto un manifesto del PD, il che fa subito un effetto tipo Marcel Duchamp. Entro e penso TAFFERUGLI, o qualsiasi altro pensiero scombussolato che mi attraversa la testa e comporti la presenza, vera o millantata, di vetri rotti, manganelli, sampietrini, FASCISTI e tutto il resto. Mi chiedo chi dei tre candidati sarebbe votato da un fascista. Magari sono le avvisaglie della rivolta dei Forconi. Entro nel posto dove si vota e c’è questo manifesto.

civ 002

LA FICA
Alle primarie di oggi, forse per la prima volta, c’è in ballo qualcosa di più che una linea politica: quello che ci stiamo giocando è l’ultima occasione di aderire ad un’ideologia di centro-sinistra e, nonostante questo, scopare. La cosa che è davvero in ballo nella scelta dei candidati è l’ideologia del coito. Cuperlo è il candidato che voti se LA FICA in fin dei conti non ti interessa o se non la preferisci al Partito, una scelta che non comprendo particolarmente non tanto perché mi interessa LA FICA quanto per il fatto che il partito, insomma, è quel che è. Matteo Renzi lo voti se LA FICA la vuoi sempre e comunque e sei interessato alLA FICA di per sé, senza guardare troppo di fino al modo di ottenerla, se vuoi LA FICA alla fine di un appuntamento e sei disposto per LA FICA a fare discorsi poco interessanti con lei per tutta la sera e a comprarti un giubbino di pelle di tendenza. Civati è LA FICA come effetto collaterale: lo voti perché vuoi essere quel genere di persona elitista e perfetta con i capelli un po’ sbottonati che alle occupazioni del liceo sta dietro al banco e non parla mai se non per dire due parole decisive nella seconda metà dell’assemblea, e le ragazze dietro di te stanno facendosi i gomitini e dicendo “dio che fico Pippo Civati guardalo cazzo”. Pippo Civati, dietro tutto quel mare di fica non voluta, è il candidato della riforma. Se avesse detto “fanculo il caso-Cancellieri, parliamo di quanto fa schifo il remake di Oldboy”, lo avrebbero votato più o meno le stesse persone, forse spingendo un tantino di più sulla penna quando fanno la croce. A proposito di croce, non è stato sufficientemente spinto sulla somiglianza fisica tra Pippo Ciwati e il Gesù Cristo interpretato da Willem Dafoe nel film di Scorsese. E questo spiega sia come mai Civati sia arrivato ultimo al ballottaggio sia il prossimo capoverso, che vi racconto solo perché altrimenti mi passa di mente.

DON ANDREA
Il mio parroco di riferimento si chiamava Don Andrea, un grettissimo parroco old skool fissato coi soldi. Nei miei anni di elementari ero fissato con Gesù e lo scoutismo e pendevo dalle sue labbra, e un giorno ci spiegò i peccati che nascevano dalla SCIENZA e dalla MEDICINA e dalla SOCIETÀ MODERNA, le quali secondo l’ideologia di Don Andrea erano la stessa cosa, così come del resto appunto i mali dell’età contemporanea e cioè IL DIVORZIO, L’ABORTO e L’EUTANASIA. In realtà al momento credo di perderne qualcuna, ma quella che interessava è l’ultima perché le prime due me le aveva già spiegata qualcuno. E così il tizio ci spiegò con le lacrime agli occhi che L’EUTANASIA, questa parola che poi ho scoperto non solo meravigliosa e scientifica di per sé ma anche –volendo- non applicata con sufficiente frequenza, era che       quando una persona è malata e soffre e sai che morirà tu vai lì e ti sostituisci a DIO e gli fai LA PUNTURINA (romagnolo per iniezione, spiegato ai bambini). Non era ben chiaro in quel momento, a me, cosa ci fosse di sbagliato nell’uccidere uno che soffre come un cane e sai che morirà comunque. Lui non mi ha tirato fuori Sylvia Plath o gli Swans, naturalmente: mi ha fatto l’unico esempio a sua disposizione, urlandomi contro METTI CHE GESÙ ERA LÌ NELLA CROCE A SOFFRIRE E QUALCUNO FOSSE ARRIVATO LÌ A DIRGLI SPETTA CHE TI FACCIO UNA PUNTURINA, TI SAREBBE SEMBRATO GIUSTO? EH? Ecco, non ho mai avuto l’occasione a dire a Don Andrea, il cui nome non era Andrea e che ora è purtroppo defunto, che se qualcuno si fosse avvicinato a fare un’eutanasia a Gesù sulla croce non avrei niente da obiettare, e anzi mi sarebbe parso un po’ sadico stare lì a guardarlo soffrire mentre faccio il livetwitting con hashtag #GOLGOTA13. Ho perso il filo.

IL LISTONE DELLA DOMENICA
Riguardo il manifesto sull’eiaculazione precoce e penso che qualcuno ha incassato contanti per fare questa cosa. Accalcate ad un tavolo ci sono dieci persone, tutte con tessera elettorale e carta d’identità in mano; ho la bambina in braccio, il che vuol dire che cinque di queste dieci persone si voltano e iniziano a fare la tipica espressione di chi non ha mai visto una bambina di undici mesi in vita sua. IL LISTONE funziona così: ci sono sei elenchi di persone, tre per i maschi e tre per le femmine, e in ogni elenco ci sono i nomi degli elettori in tre sotto-tronconi alfabetici. La gente viene ammessa o respinta su una base territoriale che non so. Arriva il mio turno, poggio la carta d’identità sul tavolo, lei come si chiama?
Francesco Farabegoli.
Ok, eccolo qui, Farabegoli Sante Adelmo.
No, proprio FRANCESCO.
Allora lei non deve votare qui, mi rispondono. Momento di panico. Penso a CIV, al suo bisogno di persone che credano in lui, ingoio l’orgoglio, chiedo informazioni. Guardi che ho controllato, dovevo venire qua. Lei dove abita?, mi chiedono, glielo dico e mi vogliono spedire da qualche altra parte. Senta, io non so che dire, non bazzico questa zona, mi sono registrato online e mi ha indicato questo posto per votare.

Crolla il silenzio. Le persone in stanza con me smettono di fare i sorrisini alla bimba e qualsiasi altra cosa stiano facendo lì dentro. Le tre persone mi guardano come se fossi sceso dallo spazio. Ho un maglione di lana e una camicia e un cappello nero da scemo, ora finisce che mi prendono per uno che vuol piantar grane e mi riempiono di cartoni in faccia.
La signora in mezzo mi chiede con la voce rotta “lei si è registrato online?”
Le rispondo di sì.
Mi chiede quando.
Forse giovedì scorso, le dico.
Mi chiedo perché è importante sapere se mi sono registrato giovedì o un altro giorno della settimana. Non lo chiedo a lei. Stanno continuando a fissarmi e inizio a preoccuparmi davvero, poi una chiama un tizio dietro e gli fa “senti, c’è uno che si è registrato online”. Questo sta tornando con delle penne e mi squadra. E poi si apre in un sorriso e mi sento come se fossi entrato da un concessionario con una borsa di contanti. AAAH MA SIIII CE L’HO QUI L’ELENCO DI QUELLI CHE SI SONO REGISTRATIIIII, ECCO, FARABEGOLI FRANCESCO, SIII.
Il foglio sembra contenere, più o meno, una quindicina di nomi. Beh, succede; non saranno tante persone ad essersi registrate in questo seggio, quindi ci sta. Mi consegnano una scheda. Ho un’altra domanda dentro, ma è troppo scottante per riuscire a tenerla dentro e covarmela nel mare delle ipotesi. Sentite, com’è che se una persona si registra online sparisce dalla lista degli elettori fisici ed entra in un’altra lista-ghetto di elettori che possiedono un computer?
La tizia che ha parlato per prima risponde che “eeeh, quelli che si registrano hanno una corsia preferenziale”. Per un momento pensavo che sarebbe stato alquanto figo sapere che il mio voto alle primarie, in quanto registratomi online, sarebbe stato messo in un’urna più fica e valso 1,5 voti dei non registrati online. Lana caprina.

Mi infilo dietro nel tavolino e butto la croce su PIPPO CIVATI, voto LA FIGA, voto LA FIGA SENZA DOVERLA CHIEDERE e LA FIGA SENZA DOVERMI VESTIRE PER LA FIGA. Supergag. Cristo, speriamo che Civati stravinca, sai che LOLLONI addosso a Matteo Renzi? Esco dal centro commerciale, faccio un segno alla mia morosa, la convinco a scendere e votare.

LEI
La mia morosa entra nel seggio con la carta d’identità in mano, guarda il cartello dell’eiaculazione precoce, poi me, poi sua figlia. Poi le dicono di farsi avanti e la rimbalzano perché il suo nome non è sulla lista. Non è la sua sezione, le dicono. Il tizio che mi voleva vendere l’auto sta chiamando un centralino per capire dove dobbiamo andare a votare, un posto più vicino a casa nostra dove ci aspettano con i nostri nomi nel LISTONE. Purtroppo il tempo è scaduto e votare Civati non vale poi tutte queste pugnette (romagnolo per onanismo). La tizia dopo di noi è ugualmente in un’altra sezione, ma le viene permesso di votare lì. Probabilmente erano due problemi diversi. Perché io ho potuto votare lì, mi chiedo? Risposta: chi si registra online può votare dove vuole e gli elenchi sono in mano a tutti.

EPILOGO
Ci metto altri venti minuti a realizzare che –a meno di errori- in tutto il comune di Ravenna, la città più grande di una delle zone più rosse d’Italia, alle primarie del PD ci siamo registrati online in quindici. Più o meno. L’unica altra cosa a cui riesco a pensare è che non ho ancora scritto CIAO CIV su Facebook linkando il video di Set Your Goals, così mi precipito a casa e lo faccio. Realizzo intorno alle 23 che tutto sommato il voto della signora a CIV sarebbe stato inutile. Sto ancora cercando un modo di salire sul carro del vincitore.

Tema: IL MIO PRIMO CONCERTO. Svolgimento:

Frankie Hi Nrg

Sono arrivato a definire come “mio primo concerto” quello che fece Frankie hi-nrg MC nell’estate del 1992 o nel 1993 in zona piscina comunale di Ferrara dopo aver letto un libro uscito tre anni fa. Questo libro, il cui autore è Damir Ivic, ho deciso  anche se non ho ancora finito di leggerlo che  è più o meno il libro definitivo, fino a quella data (novembre 2010, quindi diciamo 2010) , sull’hip hop italiano (e soprattutto è una storia ragionata, come da titolo. Tra l’altro si vede che l’autore ha fatto la mia stessa facoltà universitaria, cioè Scienze Politiche ramo sociale a Bologna, giusto un paio di anni prima di me cioè anni ’90, ma questo è un altro discorso).

Questo libro alla fine ho deciso che per me un libro importante perché mi sta aiutando a fare pace col mio passato (Se Baronciani per farlo ha preso un libro sui templari io potrò pure prendermene uno sui repper no?) , col b-boy che avrei potuto essere se al bivio degli anni circa 1992-93 (in pieno stato nascente delle posse e dell’ indie italiano: ho voluto usare apposto il termine “Stato nascente” per fare vedere che ho fatto Scienze Politiche e per citare il sociologo Francesco Alberoni e decidendo che una delle tesi di questo pezzo è che il rep e l’indie italiano attuali sono in gran parte come Alberoni, leggetevi il link e ne converrete) avessi scelto la scienza doppia h e non la linea dritta. Scelta che, non c’è bisogno di spendere troppe parole al proposito, dipende sempre dalle contingenze (abitare in un paese anziché un altro, trovare un disco anziché un altro, iscriversi a quella scuola anziché un’altra, etc).

Tutto sto pippone iniziale per spiegare che da lettore mi sono sempre chiesto quali fossero i criteri dello scrittore di turno di questa sorta di rubrica per decidere quale fosse stato il suo primo concerto: cronologico (il primo in assoluto)? mnemonico? (il primo di cui ci si ricorda), il primo in cui in quel momento si è avuta una epifania? Il primo per fare i bulli? [in questo senso io potrei giocarmela dicendo che ho perso i Nirvana con tanto di biglietto in mano perché ero stato messo in punizione dopo aver vandalizzato una bici ed esser stato beccato dal proprietario che era collega di mio padre; o ancora di essere stato fisicamente un concerto dei Fugazi il 1 Ottobre 1999 ma di averlo perso praticamente per intero perché la mia morosa fuorisede (Lavello, provincia di Potenza) dell’epoca, che per inciso faceva Giurisprudenza, mi aveva fatto uno scherzo al motorola 8700 (praticamente mi aveva mandato un sms di finto addebito di 300000, all’epoca quando c’era ancora la lira si poteva fare questo tipo di scherzi) e io ero impegnato prima a litigar con la signorina vodafone poi con lei?].

Per farla breve: sul versante cronologico se dovessi scegliere i concerti che ho “visto” da bambino dovrei ringraziare il posto dove sono nato e la militanza partitica della mia famiglia, che in blocco faceva la volontaria ai concerti delle feste dell’Unità in un paese e in una città emiliana negli anni ’70-80. Potrei vantarmi di aver visto gli Style Council nel 1985 o i PIL a Ferrara nel 1986 ma non mi ricordo nulla, se non che mio zio Max (nato nel 1960) mi ci ha portato. A livello di concerti di cui mi ricordo potrei dire di aver visto , più o meno sempre negli stessi anni, i Matia Bazar periodo psychedelia occulta, o il primo Luca Carboni, quello di Intanto Dustin Hoffman non sbaglia un film (tra l’altro ho sempre pensato che nella canzone Fragole Buone Buone parlasse di eroina e invece era una storia di corna vissute, come l’omonimo fumetto porno, ma questo è un altro discorso) che non stiamo nemmeno a parlarne di che canzoni clamorose ha fatto Luca Carboni.

Parlando invece di epifanie: mai avute, ad un concerto. O meglio: a posteriori le epifanie ce le ho avute, ma erano state create artificialmente dalla paraculaggine di chi suonava e questa è una cosa dovuta al fatto che sono finito quasi a fare quasi l’addetto ai lavori. E se vogliamo, fattore legato alla parculaggine, anche al fatto che poi io ci ho avuto le epifanie e anche chi suonava ce le ha avuto in direzione contraria, col risultato che la tua epifania è vanificata (tipo: come si fa a dire che hai avuto una epifania a vedere i Litfiba nel tour di Terremoto? O i CSI che facevan le cover dei CCCP? Questa tipologia di epifanie qui insomma)

Per il resto Le epifanie o ce le hai perché sei finito a vedere il primo concerto dei Sex Pistols, dei Joy Division o dei New Order anche, dei Sangue Misto che si sa che alla fine c’erano trenta persone (in tutto) e tutte sono “diventate” qualcuno (questa è la trama di 24 hour party people più o meno no?).

Oppure mi sono accorto che le epifanie le hai se dentro il gruppo ci sono un tipo e una tipa che vanno in tour e si stanno lasciando durante quel tour: mi ricordo di avere avuto una epifania nel 2001 ad un concerto dei Milemarker mentre cantavano Shrink To Fit e The Installment Plan a Brescia e poi ho capito che  la tipa e il tipo stavano assieme e si erano mollati. Accadde una roba simile coi Lost Sounds qualche anno dopo (2003 o 2004) con Energy Drink and the long walk home a Bologna al Covo o a Carpi (i fatti sono documentati, no phixion).

Fine della premessa.Svolgimento:

Fra il 1992 e 93 in sintesi comincio a interessarmi di musica in maniera “culturale”: inizio a comprare giornali musicali regolarmente (in questo senso è noto che per me le riviste generazionali siano Dymano! e Rumore), comincio a fare attenzione a determinati particolari che sono riassumibili col termine “sottoculturali” etc etc.

Prima di comprare queste riviste la mia cultura musicale “sottoculturale” derivava, per il 90%, dalla visione di DeeJay Television (ultima puntata: fine 1990).  i primi dischi comprati (o fatti doppiare) consapevolmente in questo senso erano tutti dischi rap: Public Enemy, De La Soul, Beastie Boys, Run Dmc. Nel paesino a 67 km dall’Isola nel Kantiere difficile arrivasse la roba dell’Isola Posse All Star e queste cose qui, anche perché l’autoreferenza di quella scena musicale batteva la chiusura tribale del punkhc (ecco perché il titolo originale di American hardcore dava appunto eguale importanza al sottotitolo A Tribal History).  Frankie hi nrg alla fine è riuscito ad arrivare a fare la sua cosa nella casa e al Maurizio Costanzo, per quello ora mi ritrovo a scrivere che il mio primo concerto che ho visto è stato il suo: perché alla fine poteva arrivarci giusto Frankie hi nrg nella mia, di casa. Poi alla fine i veri cani sciolti erano e sono lui e Caparezza, seguirà il dibattito.

Per il resto i dettagli del concerto che ricordo erano questi: sono andato con una Fiat Uno blu la cui targa iniziava con FE 336, guidata da un mio amico neo-patentato, quindi doveva essere il 1993 e quindi io dovevo avere 17 anni. Gli altri tre che erano con me al mio primo concerto più o meno non c’entravano un cazzo con la sottocultura hip hop. L’ amico che guidava poi ha vinto Beato Tra Le Donne il programma tv ed è ancora un mio amico, fa import export di prodotti sportivi da spiaggia fra l’Italia e la Thailandia. Gli altri nella macchina, gli altri due intendo, erano un mio coetaneo nato 5 giorni prima di me che il giorno del suo 18imo compleanno rubò la macchina di un suo amico mentre erano in discoteca e si andò a schiantare davanti alla Questura di Ferrara. Il nome di battesimo di questa persona è nota praticamente solo a me e pochi altri, escluse le forze dell’ordine. Prende un soprannome da un arte marziale orientale, una roba così. Un fatto significativo di questo amico è che una volta in discoteca partì in mia difesa con un calcio volante verso il buttafuori che mi aveva cacciato fuori perché avevo una maglietta dei Bad Religion (tutto vero: era il Casbah di Lido Delle Nazioni). L’altro dei tre oggi è capo reparto al LIDL.

Quell’anno a memoria, o forse anche nel 1994, mi sono fatto un sacco di canne, poi ho smesso. Mi ricordo che nella macchina prima di andare uno degli altri tra ha tirato fuori un pacchetto di sigarette PIENO di canne, o comunque con almeno 4 canne. Ce le siamo accese tutte e abbiamo fatto il giro della morte: tutti facevan un tiro e passavano la canna che avevano in mano, fino a finire le canne. Il posacenere era il gelato al cocco, quel gelato dell’antica gelateria del corso intendo, questo qui insomma:

cocco1

Per il resto ricordo che Frankie si accompagnava ad un gruppo crossover oltre che a Dj Stile. L’altra cosa che mi ricordo è che ho preso il poster del concerto. Il poster è ancora appeso in camera mia, nella casa dove vivevo coi miei genitori.

Mi anno intervistato senz’acca

Lou+Barlow

è una cosa successa davvero, Manq s’è preso del tempo per inviarmi domande e DIBATTERE con me sullo scrivere di musica. Come succede sempre, non ho detto quasi niente di interessante. Contiene cose tipo

E poi ha senso perché la stroncatura si basa su un concetto di appartenenza tribale piuttosto forte, almeno per gli standard della roba di cui stiamo parlando. Se stronchi un gruppo come i Sonic Youth, per dire, sai benissimo chi sarà tuo amico e chi sarà tuo nemico. Se promuovi i Sonic Youth, invece, è probabile che nessuno te ne chieda mai conto. Quindi in prospettiva diventa importante stroncare, un po’ per dare un’idea generale di cosa vuoi dalla musica (è importante far trasparire una visione d’insieme, o la gente non entrerà mai in sintonia con la tua roba), un po’ per dare al tuo scrivere un’impronta, assumerti la responsabilità di non piacere a qualcuno. è per quello che scrivere stroncature è così divertente: non sono gli insulti al gruppo, è sapere che stai deliberatamente mettendo i bastoni tra le ruote a qualcuno che magari non ti ha fatto niente. dà una certa forza allo scrivere.

ma pure

Così insomma, da un paio d’anni l’unica regola fissa su Bastonate è che il pezzo dev’essere buono. Se il disco è buono e il pezzo non è buono, il pezzo non esce. Naturalmente “buono” vuol dire tante cose, a volte escono delle ciofeche però magari hanno dei passaggi che mi piacciono, oppure contengono un punto di vista interessante, oppure hanno un bel corredo di immagini, non so. la cosa brutta dei pezzi divulgativi, informativi e quel che è, in senso stretto, è che non sono buoni quanto gli altri perché non raccontano una storia o ne raccontano una banale.

o

Come ascoltatore la COERENZA o RIGORE o ETICA o ONESTÀ è che se ho soldi da spendere nella musica li spendo nella musica e cerco di spenderli in un modo che abbia senso, quindi magari pagare un disco a venti euro al negozio invece che quattro dischi a venti euro su Amazon. O che so, pagare più concerti possibile invece che chiedere accrediti stampa a destra e a manca nei locali. Lasciare una birra al bancone e comprare una maglietta al gruppo e quelle cose lì.

E via di queste.

LA CLASSIFICA DEL 2013, o qualcosa che ci va vicino.

OO002

 

Propositi per il nuovo anno: più metallo, più chitarre, più sfiga, più gente nuda, più tette, più tette maschili, più glassa, più DRONI in italiano scranno, più sgrattoa rusty, meno gente pettinata tipo quel tizio che si fa chiamare Rover e di cui appunto il disco non ho sentito perché è BRUTTO, ma brutto vero, non dico il disco che non l’ho sentito, dico proprio l’uomo. Che schifo Rover, diranno alla fine del 2013 non avendo niente di meglio di cui parlare.

Questo lo scrissi ai tempi della classifica del 2012. Poteva andare peggio, nel senso che l’anno è quasi finito e di Rover fortunatamente ci siamo scordati. Il Rover del 2013 è JOHN GRANT, se vogliamo. L’anno prossimo l’obiettivo è non parlarne. Disco dell’anno: THE EX AND BRASS UNBOUND, scelta che denota da una parte un sacco di passatismo becero che ci piace pensare essere marchio di fabbrica di Bastonate before it was cool, dall’altra il fatto che a questo mondo se vuoi una roba fatta bene ti devi rivolgere alle persone di cui ti fidi. Altra gente in ordine sparso di cui ho particolarmente amato i dischi quest’anno, categoria stranieri: JAMES HOLDEN, FLAMING LIPS, LADY GAGA, FIRE! ORCHESTRA, WHORES, THE THING, KANYE WEST, DAFT PUNK, ONEOHTRIX POINT NEVER, JON HOPKINS, SHANNON WRIGHT, spetta che ci penso ancora e ne cago fuori qualcun altro, BILL CALLAHAN, THE KNIFE, MICAH P.HINSON se Junior Arts Collective è di quest’anno.

Dischi italiani dell’anno: MARNERO, GAZEBO PENGUINS, BACHI DA PIETRA, CASO, FINE BEFORE YOU CAME, IN ZAIRE. Degli Altro non ho ancora metabolizzato né tantomeno scritto, e prima o poi lo farò e sarà la solita messe di stronzate strascritte sugli Altro e li metterò in top five; di questi invece abbiamo scritto e seguono due puntualizzazioni. La prima è che questi dischi sono stati messi in una lista-ghetto apposita per gli italiani per questioni che non so dire ma starebbero tranquillamente in una top ten non divisa tra Italia ed estero. La seconda è che non mi sento a posto sul disco di Caso, nel senso che in sede di recensione l’ho liquidato tipo “lo ascolto più spesso di quanto sarei disposto ad ammettere” e poi è diventato davvero il mio compagno preferito nei viaggi d’auto, uno dei dischi più belli dell’anno e il cantautore italiano per cui ho la cotta più grande da chissà quanto tempo. Sembra una battaglia che combatto da solo, me ne sbatto: ascoltatevi il disco di Caso, imparatevelo a memoria, chiamatelo a suonare a Ravenna. Grazie mille.

Musicista dell’anno MATS GUSTAFSSON, scontatissimo: suonava nel disco del 2012, quest’anno è nella mia top ten con tre dischi (Ex, Fire!, Thing). Concerto dell’anno, categoria viziata dal fatto che il primo gennaio ho generato un erede e da allora non esco più di casa, GLASS CANDY al Bronson. Singoloni dell’anno DAFT PUNK e ROBIN THICKE (Blurred Lines disco è bellino ma non all’altezza del singolo con lo stesso nome), LADY GAGA sta scalando classifiche con il pezzo assieme a R.Kelly. Ristampa dell’anno NIRVANA, il va sans dire: la versione rimasterizzata di In Utero è clamorosa. Dischi belli che mi hanno fatto girare le palle e scatenato l’odio: DEAFHEAVEN, BAUSTELLE, WHORES, MY BLOODY VALENTINE, BOARDS OF CANADA. Dischi brutti che non capisco come facciano a piacere a così tanta gente: KYLESA, DEERHUNTER, PRIMAL SCREAM, D.E.P., DAVID BOWIE, DEPECHE MODE,. Artisti che potevano evitare di fare uscire quelle cacate senza possibilità di redenzione: PHIL ANSELMO, N.I.N., PEARL JAM. Dischi di cui spero ci scorderemo a breve: tanti. Miglior video: ONEOHTRIX POINT NEVER. Peggior video: MILEY CYRUS.

Considerazione generale: il 2013 è stato uno degli anni più belli della mia vita e non voglio fare il fighetto sulla musica. Considerazione meno generale: non è che la lista va su il 4 dicembre per motivi politici. è perchè non avevo nessun altro prezzo pronto.

La musica di mio babbo

s2

C’è un libro di Hornby che si chiama 31 canzoni e consta di una narrazione intorno a 31 canzoni, appunto, secondo regole stabilite nella prefazione. Parlando di Thunder Road, Hornby coglie l’occasione per parlare del fatto che mentre la sua scrittura era rimasta più o meno la stessa, il parere del pubblico sulla stessa si era notevolmente inacidito.

(il pezzo è bello, o perlomeno molto più bello di qualsiasi altra cosa io abbia letto su Bruce Springsteen)

Io faccio quasi sempre parte del Team Odio, sia chiaro. Non è che odio Nick Hornby, ma capisco benissimo perché certuni lo odiano: Hornby è diventato uno scrittore popolarissimo sull’onda di un certo tipo di scrivere, che purtroppo non basta a raccontare la nostra vita. Voglio dire, io non ho problemi a leggere gente tipo Lansdale in via esclusiva: non è che Lansdale sia meglio o peggio di Hornby (non è il punto), ma in qualche modo quando lo leggo mi dice qualcosa su quello che voglio leggere. Hornby è un tizio che scrive cose che fa sempre piacere leggere ma che non ci definisce. E questa è una. La seconda è che Hornby ha avuto tanto successo e non l’ha avuto in un modo tipo Melissa P, nel senso di un libro che vende e poi l’autore smette di essere influente e tutto quello che rimane è il senso di aver sprecato un’ora della propria vita in tempi lontani. Il successo di un romanzo tipo Alta Fedeltà ha proiettato Rob Fleming nella società contemporanea, rendendolo una persona con delle idee e una storia da raccontare. Ti volti un attimo e hai persone che anche dopo la morte degli m-blog continuano a citare Alta Fedeltà e a fare i mixtape e caricarli online su qualche piattaforma dedicata. Questa cosa, in molti casi, non è perdonabile.

Non è che non avessimo skill da compilatori prima di leggere Alta Fedeltà: ognuno aveva la sua e quasi tutti rasentavamo già la psicosi, ma era una scienza che ci tenevamo in un cassetto e che ci rendeva definitivamente sfigati. Il fatto che Alta Fedeltà l’abbia trasformata in una scienza dice che il libro era buono, ma la scienza in se stessa si è trasformata in un incubo claustrofobico di persone alla ricerca non tanto del nastrone definitivo, quanto di una tassonomia che potesse essere usata per comporre un generatore automatico di nastroni, tutti definitivi. Persone che si autoimpongono regole per compilare le playlist, senza mai porsi un problema riguardo al fatto che LA PLAYLIST è una cosa diversa da IL NASTRO.

(una distinzione che già di suo rivela che della corrente di scienziati musicali in questione ho fatto parte anche io, e su quanto e come calo un velo pietoso)

Prima di fottermi il cervello con LA SCIENZA del nastrone e persino prima di iniziare ad ammorbare le persone coi miei nastri di classiconi del metal, ho imparato a compilare dal Greg Ginn della cassetta da 60, mio babbo appunto. Mio babbo possedeva una conoscenza musicale che anche per i suoi contemporanei si poteva approssimare a ridicola, intendendo con questo uno scarsissimo numero di dischi conosciuti, un blandissimo interesse per i live, un esborso sostanzialmente nullo in cassette originali e una scarsissima fantasia. Mio babbo era una versione ipertrofica di me senza curiosità: ascoltava le stesse venti canzoni una quindicina di volte al giorno e le piazzava in cassetta. Le cassette di mio padre contenevano una dozzina di pezzi presi dai venti di cui sopra, registrati la prima volta dalla radio e poi dalle cassette, scalette rimescolate di continuo a creare il giusto mix. Mio padre possedeva qualcosa come cinquanta cassette e non credo ne esistesse una che contenesse un pezzo assente in tutte le altre. Per dire. La variazione tra l’una e l’altra era data dall’ordine dei brani e dal mix degli stessi. E ogni tanto mio babbo utilizzava una cassetta con cui registrava le canzoni che passavano alla radio al negozio in modo da avere dei cut quanto più possibile vicini all’originale (fino all’insondabile desiderio ultimo di possedere L’INIZIO DI UN PEZZO e LA FINE DI UN PEZZO, per dire).

La musica pesante e depressa venne molto dopo, i nastri al contrario e tutta quella roba lì. Certo, per un certo periodo ho fatto le cassette noise pure io.

(il fatto di non averle mai fatte ascoltare a nessuno mi dà una reputazione come critico)

Ovviamente lo scorrere del tempo e il continuo registrare da cassetta a cassetta, oltre al rifiuto di mio padre di spendere soldi in un impianto audio che non fosse di terza o quarta mano e in cassette non dico di qualità ma almeno non già registrate, aveva deteriorato il suono dei nastri e l’aveva reso oscuro ed infetto. A volte si sentivano sotto gli echi di un pezzo registrato il mese prima. Questi nastri casuali col suono deteriorato, già di per sé, avevano un fascino che è difficile spiegare e che in qualche modo hanno definito i miei anni ottanta. Non ho mai visto gli Zeppelin sul palco, non che io sia un fan dei Led Zeppelin, e non ho mai cambiato una ruota al furgoncino scassato dei Minor Threat e questa cosa negli anni novanta mi ha fatto sentire una specie di handicappato musicale (che la storia del rock si scriva di continuo è un concetto che ho imparato più tardi e che a certe persone non va giù ancora oggi); mi conforto sapendo che la sparizione dei nastri oscuri ri-registrati mi dà motivo di credere di aver vissuto un momento importante nella storia della musica che non si ripeterà mai più. O se lo farà sarà un revival patetico o il risultato di uno sforzo intellettuale del tutto inutile e forse pure dannoso. Vivete il presente. Drogatevi di alta fedeltà ed equalizzazioni ottimizzate su iTunes.

Qualche mese fa ho ricostruito la playlist di mio babbo a memoria  e ho iniziato a riascoltarmi i pezzi sul tubo: quando li rimetti su ci rimani di merda, perché è per la maggior parte musica italiana registrata secondo i canoni dell’epoca storica in cui è uscita, vale a dire –quasi sempre- di merda. Magari erano dischi a budget elevatissimo ma i risultati finali sono comunque piuttosto agghiaccianti. Quella che segue quindi non è proprio la playlist dei pezzi come sono o come vorrebbero essere, ma più come li ricordo al netto di venticinque anni di ruggine e ascolti sbagliati. Nel descriverlo, pertanto, parlerò de “l’originale” riferendomi con queste parole a cassette riregistrate un milione di volte e ascoltate dentro mangianastri improbabili.

LUCIO DALLA – ANNA E MARCO

Questa in realtà l’ho avuta sempre sotto le orecchie, continua a passare per radio. Negli ultimi ascolti ho abbastanza disprezzato il suono, che nell’originale si giocava su un certo tipo di drammaticità lo-fi che collassava sul silenzio (e quindi sul white noise) del finale, quando dice “Anna avrebbe voluto morire”. Da bambino mi piaceva molto la linea di testo “Marco che a ballare sembra un cavallo”, tra le più belle immagini che mi si sono stampate in testa a seguito di una canzone, e aggiungici pure la checca che faceva il tifo.

s1

RICCARDO COCCIANTE – MARGHERITA

Standard assoluto, nonché classico del gioco della scopa alla festa delle medie (durante la quale Andrea ha cacciato un limone ad Anna senza essere visto, lei continua a negarlo da venti e passa anni ma secondo me ) e insomma ci si cresce assieme anche in versioni più classiche. La particolarità dei nastri di mio padre è che la sua versione a caso finiva quando Riccardo sussurra “perché Margherita è buona perché Margherita è bella”. Una conclusione peraltro più che comprensibile, dopodiché nella versione ufficiale il pezzo riparte per l’ultimo crescendo in cui Coccia trova necessario puntualizzare che Margherita ama e lo fa una notte intera, velatissimo riferimento al fatto che –evidentemente- su questa cosa lui non ha problemi di sorta e le performance issue nel caso in cui lui sia coinvolto sono issue femminili. BOMBERONE. Mio padre una volta disse di aver visto Cocciante dentro un palazzetto dello sport gremitissimo, “prima che diventasse famoso”.

LUCIO BATTISTI – I GIARDINI DI MARZO

La storia della musica secondo mio babbo, in brevissimo: il più grande innovatore della canzone italiana di ogni tempo è Domenico Modugno. Prima di Modugno c’erano i Claudio Villa e quella gente lì, poi arrivò lui e cambiò le regole: a quanto ho capito era una questione di swag. Il più fruttuoso incrocio nella storia della canzone italiana invece era il legame Battisti/Mogol. Dal punto di vista di mio padre era facilissimo da capire: viene da una famiglia cattolico/liberale e per qualche motivo suo che non so ha sempre detestato i comunisti. Mia madre è lo stesso, e non potevano vedere di buon occhio i Faber e i Guccini e le altre zecche con cui poi ho deciso di ammorbarli a un certo punto della mia vita (sperando che lo considerassero un passo avanti rispetto agli Entombed). Ho avuto un paio di conversazioni con mio padre in merito a Battisti. Dice che la canzone con il testo migliore, e di conseguenza la più grande canzone mai registrata in Italia, è Emozioni. Nonostante questo, la canzone che stava nelle playlist era I giardini di marzo, che quando Lucio cantava sottovoce era quasi inintelligibile, e io sognavo all’idea di imitare i ragazzi che vendevano i libri non capendo che cazzo volesse dire, e pure oggi peraltro

GIORGIO GABER – BARBERA E CHAMPAGNE

Ho scoperto che era di Gaber solo quando l’ho cercata su internet; non ho niente contro Gaber anche se fa rima con FABER e chiama in causa lo stesso tipo di pubblico di adepti acritici, come Nick Hornby del resto. Riascoltandola è un pezzo tradizionale decente, in originale me la ricordo tipo Pierangelo Bertoli con una musica un po’ alla Pogues.

BLACK – WONDERFUL LIFE

Avete presente quei tastieroni all’inizio del pezzo? Li ho sentiti per la prima volta verso il 2007, quando ho deciso di recuperare il pezzo. Nell’originale si partiva col beat e si andava subito al sodo. Wonderful Life peggior intro di archi fasulli nella storia delle intro e degli archi fasulli. L’originale invece è bellissimo, tra i miei pezzi preferiti degli anni ottanta: una cavalcata vocale epica e concentratissima cantata con il megafono. Tutto sommato anche la versione vera lo è, ma quel gancetto peruviano nella base mi indispone parecchio. La voce di Black invece per me è ancora uno standard: non credo di avere mai sentito un altro pezzo di Black, ma è comunque il mio Dave Gahan: quando canta up straight in the sunshine fa una cosa con la melodia che per me potrebbe essere davvero l’unica cosa degli anni ottanta da portarci nel portafoglio fino a oggi, a parte tutte le eccezioni che potreste immaginare. Mio padre paventava un inglese perfetto (per gli standard di un romagnolo nato nel ’39 aveva un inglese discreto, c’è da dire), ma questo è l’unico pezzo in inglese che andava regolarmente nelle playlist, a quanto ricordo.

GIANNA NANNINI – FOTOROMANZA

Gianna Nannini esiste nel mio immaginario in tre incarnazioni, che per un artista che ho sempre disprezzato sono tante. La prima è di verso metà anni novanta, quando girava voce che fosse andata a Chicago a produrre un disco con il giro Touch&Go, e fosse stata presa a male parole. La seconda risale ai miei 13/14 anni, quando mia mamma la consigliava a mio fratello per cercare di fargli togliere Vasco Rossi dallo stereo. La terza è la presenza di Fotoromanza nei nastri di mio babbo. Io non è che fossi tutto questo ascoltatore di testi, ma ogni tanto carpivo qualcosa che mi interessava e insomma, un giorno che andavamo al mare e io avevo forse otto anni ho chiesto a mio babbo cosa fosse una camera a gas e lui fu costretto a spiegarmi lo sterminio degli ebrei.

ZUCCHERO – DIAMANTE

Moto d’orgoglio: in prima media andavo ai boyscout, lì Zucchero andava un sacco tra i ragazzi più grandi (non faccio commenti) e si cantavano le canzoni e cose così. Sta di fatto che diventai un esperto perché mio fratello s’era comprato la cassetta di Oro Incenso e Birra e passavo il tempo con le cuffie e il walkman a sentirlo e imparare a memoria i testi perché erano proibiti (a un certo punto dice “se la chiavò”, per certi versi è stato il mio Faber). Mio babbo mi fece mettere la cassetta di Zucchero in macchina e io morii di vergogna perché di certe robe col tuo babbo non ci parli e poi lui continuò ad ascoltarlo fino al lato B e ci trovò Diamante che forse all’epoca era la mia preferita. Diamante, scoprii solo anni dopo essere stata scritta dal Degro, diventò uno dei suoi pezzi preferiti ed andò a finire dentro la ristrettissima lista dei brani ammessi ai nastri. Durante l’ultima conversazione musicale avuta con mio padre, lui disse che Zucchero è stato un autore di scarso successo finchè non ha inciso Diamante.

MINA – AMOR MIO

La storia d’amore tra mio padre e mia madre era una questione grammaticale, ma stavano ancora assieme. Mina era “la mia passione”, nelle parole di mia madre; Amor Mio era “il miglior pezzo di Mina”, nelle cassette di mio padre. Non ho una vera e propria opinione del pezzo, non capivo il testo, ci sono canzoni di Mina molto più belle e gli arrangiamenti di Mina sono spesso roba di livello altissimo.

TOTO CUTUGNO – GLI AMORI

Sanremo era terreno di caccia, naturalmente. Due motivi: il primo è che la roba passava per radio in modi molto più prevedibili, il secondo è che Sanremo è Sanremo. Negli anni ottanta, a Sanremo, Toto Cutugno aveva cinque o sei canzoni in gara e quindi si sfidava più o meno da solo, arrivando sempre -paradossalmente- secondo. Però Toto negli anni giusti spingeva al limite le interpretazioni e sentirli su quei nastri diabolici e sfatti rendeva giustizia alla cosa, voglio dire, la roba di Toto Cutugno era davvero tra le più viscerali in circolazione. Gli amori forse è il pezzo più presente in quei nastri, ma è un po’ una lota.

AMEDEO MINGHI – LA VITA MIA

Io Amedeo Minghi me lo ricordo come una specie di Scott Walker del cantautorato sanremese anni ottanta, oddio, ad essere sincero è più Scott Walker che me lo sono pensato come un Amedeo Minghi del pop orchestrale propriamente detto. Succede. Amedeo Minghi cantava con un filo di fiato e quel pathos arcigno di chi sa di dire le cose giuste. Come se le dita cadessero sui tasti del pianoforte da due piani sopra, grossomodo, e solo di recente mi è stato raccontato che a livello di self-esteem Minghi se la sentiva più calda di Vincent Gallo. La roba originale e la roba che ho sentito sul tubo hanno più o meno la stessa potenza, un grosso VEDO LA GENTE MORTA del cantautorato italiano. La bellezza.

DARIO BALDAN BEMBO – TU COSA FAI STASERA

L’ascolto del pezzo sul Tubo in due versioni diverse mi ha convinto che il pezzo registrato da mio padre fosse un live-in-studio in presa diretta, inviato a mio padre e mio padre soltanto, da cui il suo comprensibile affetto. Le versioni che trovate sono brutti esempi di riccardofoglismo transgenico, l’originale invece me la ricordo come un’arrampicata vocale incazzatissima che partiva piano e si sprecava in sperimentazioni per sola voce tipo Demetrio Stratos. L’affetto di mio padre per questo pezzo di Dario Baldan Bembo, per il quale snobbava sempre l’amatissima L’amico è, non ha paragoni con niente di quello di cui ho esperienza. Non riesco a pensare ad una cosa che abbia avuto su di me lo stesso effetto dirompente, neanche tipo una Angel of Death.

________________________________________________________

Le cassette di mio babbo si chiamavano spesso ADAMO, più un numero progressivo. Adamo era il suo secondo nome, con tutta probabilità quello che si sarebbe scelto da dj. Mio babbo non ha mai posseduto un computer, e quando parla del web usa la parola internèt con l’accento sull’ultima E.

(nota al testo: il pezzo era partito con intenti diversi, poi è diventato un temino sulla musica di mio babbo. Sarebbe carino se non fossi l’unico a scrivere il temino in questione. Se scrivete un tema intitolato “la musica di mio babbo” mandatemi il testo o il link a disappunto(a)gmail.com)

MINDFUCK.

Michael Douglas

Michael Douglas

Ho appena ricevuto questo comunicato stampa.

Buongiorno,
 
siamo orgogliosi di presentarvi la serata del 30 novembre 2013 con la performance musicale di Enrico Ruggeri che presenterà IUS, nuovo album a cavallo tra ambient livida e landscape psichici.

 

Inizio a pensare: “sono arrivato al punto che mi mandano i CS su Ruggeri”. Lo scrivo su twitter. E comunque Enrico era punk prima di me, penso, e poi

AMBIENT LIVIDA? LANDSCAPE PSICHICI? CHE CAZZO

Mi risponde l’amico @sbracadau e mi fa “credo sia l’omonimo, c’è il disco qui.” Mi si apre in testa un landscape psichico.

Morale: esiste UN ALTRO musicista di nome Enrico Ruggeri, il quale a quanto pare suonava negli Hogwash, non disprezzabile gruppo stoner italiano anni duemila (Wikipedia degli Hogwash dice  il loro ambiente si muove da un indie-rock intimista a un ambito heavy-psychedelico sempre con melodie malinconiche. Sembra roba scritta dal gruppo stesso ma non sto qui a rompere i coglioni), il quale suona roba a cavallo tra ambient livida e landscape psichedelici. Il suo sito è qui, il comunicato stampa viene da Frohike. Questo è l’album in streaming esclusivo su impattosonoro: