DISCONE: Blanck Mass – s/t (Rock Action)

Benjamin John Power è metà Fuck Buttons, dei due quello non cinese. Blanck Mass è il nome sotto cui ha raccolto una serie di pezzi prodotti ed eseguiti in solitudine a casa sua tra l’estate e l’inverno scorsi, per citare le parole dell’autore una raccolta di brani vagamente incentrati sul tema dell’ipossia cerebrale e la splendida complessità del mondo della natura. Una gran puttanata new age per ipocondriaci? Bedroom-pop da cameretta dei più beceri e improponibili? Col cazzo: un disco che è un capolavoro straordinario di trascendenza e celebrazione dell’estasi, frontale e spirituale come negli ultimi anni soltanto Stigmata di Martin Rev, vibrante come la vita nei momenti importanti, immaginifico come il miglior trip da LSD ma più potente, viscerale come un pianto che nasce e cresce dalle più intime profondità dello stomaco. Un monumento all’analogico mastodontico, dirompente, una cattedrale la cui imponenza spaventa, ipnotizza e attrae come magneti. Nessuna meraviglia che il disco esca per l’etichetta dei Mogwai, del resto la materia è la stessa delle loro cose migliori: sangue, budella, lacrime, il groppo in gola che sale inesorabile. Il cuore oltre ogni ostacolo. In più c’è la visione, il misticismo totale, lo sguardo ascendente, jodorowskiano. Una droga.

Piccoli fans: SANDRO CODAZZI

 

In caso ve lo foste chiesti (io sì), Sandro Codazzi non è uno pseudonimo ma il suo vero nome. Ticinese, la stessa età di Cristo quando venne messo in croce, esteticamente si presenta come un perverso incrocio tra Michel Vaillant e il tizio dei Daft Punk col casco più appariscente dei due; musicalmente è un clash impazzito tra Jean-Michel Jarre, i Pet Shop Boys più arroganti e strafatti di popper, i Dopplereffekt del fondamentale Gesamtkunstwerk e naturalmente Giorgio Moroder, badilate di Giorgio Moroder come se non ci fosse un domani. L’esordio omonimo su Musica di un Certo Livello è uno stupefacente, coloratissimo florilegio di struggimenti tutti italo e allucinanti visioni cocainiche da scenografia di un programma Fininvest a caso però virato spaziale, tipo dentro l’astronave di Alien: meraviglie analogiche e glaciali soundscapes digitali, luci abbaglianti e oscurità insondabile. Tastiere plasticose evocano flash di raggi laser nell’aria satura di sudore di dancefloor fuori dal tempo, voci deumanizzate recitano con pathos da automa filastrocche apparentemente senza costrutto stile Glamourama di Photek ma ancora più spietatamente nonsense, su tutto un senso di spleen disperato e disperatamente carnale che emerge in maniera anche insostenibile. Se Alexander Robotnick avesse sofferto di depressione bipolare, probabilmente invece di Problèmes D’Amour avrebbe scritto pezzi come Aftermath o Martesan; se casanova Sebastien Tellier alla svolta pornesco-faustopapettiana dell’ineffabile Sexuality avesse aggiunto come ulteriore elemento un’insana passione per le automobili di classe medio-bassa, il risultato sarebbe stato molto simile invece a Sex in the Kadett, Uno Turbo I.E. o Android Ritmo Abarth, mentre The Performer è nientemeno che l’unico upgrade possibile dell’irraggiungibile – e altrimenti inimitato – dittico Pornoactress/Pornoviewer del temibile negro pazzo Gerald Donald, e già questo da solo basterebbe a proiettare istantaneamente Codazzi nell’Olimpo dei grandi visionari.  Il mixaggio ad opera di Cristiano Disciplinatha Santini e un artwork a dir poco sinistro (grafica e font da titoli di testa di Driven alternati ad austeri ritratti del pilota gentiluomo Elio De Angelis, morto nel 1986 in seguito a un incidente tra i più gravi mai occorsi su un circuito di Formula 1) completano uno dei dischi più ipnotici e perturbanti intercettati negli ultimi anni.

STREAMO: Bachi da Pietra – Quarzo (Wallace)

 
Parte con Pietra della Gogna, che non è Servo ma è un pezzo della madonna lo stesso, cronometrico stomp bluesy e crescendo di un lirismo e un’arroganza tipicamente metal, un incrocio tra March of the Pigs di Reznor memoria e un brano sludge a caso di uno di quei gruppi catramosi e laterali dispersi negli anni novanta della suburra americana più alienata e alienante, nomi tipo Mindrot, Luca Brasi o It Is I, nomi in ogni caso che Bruno Dorella, che è una testa metal vera, dovrebbe conoscere bene, e si chiude con l’arrancante e codeinico (nel senso del gruppo) incedere di Fine Pena, sorta di inconsapevole reboot lessicale di Insetti dei Massimo Volume virato Madrigali Magri nella narcosi e nella sonnolenza e nella nausea che trasmette. Il primo e l’ultimo sono i due pezzi migliori del disco, il cui unico vero problema sta nel fatto di venire (quasi) direttamente dopo Tarlo Terzo (nel mezzo c’è stato un live registrato con macchinari antidiluviani), ovvero il più importante radicale e brutalmente politico album italiano degli ultimi dieci anni (e di quelli prima, e di quelli dopo), un disco impossibile da replicare per chiunque, di questo devono essersene accorti i Bachi da Pietra stessi che infatti prima temporeggiano con stile (il live di cui sopra) poi la buttano sul disimpegno. Quarzo è l’album easy listening dei Bachi da Pietra. Waitsiano, verrebbe da dire, ma del Waits post-nozze con Kathleen Brennan: melodie a più ampio respiro, la voce perfino comprensibile rispetto all’inesausto biascicare dei dischi prima, arrangiamenti curati, perfino un pianoforte che spunta di tanto in tanto. Il rischio – ed è la prima volta – è che il rigore diventi maniera di rigore (che è una bella differenza), soprattutto nella parte centrale dove la tensione si respira a momenti alterni (Zuppa di Pietre, Notte delle Blatte, Pietra per Pane), cedendo spesso il terreno a un autocitazionismo rassicurante nella sua solida funzionalità che però proprio per questo appassiona un po’ meno rispetto allo stato d’assedio totale fino ad ora permanente. Comunque loro rimangono dei giganti e il rispetto, infinito, resta inalterato.

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