Fumetti: BATTLES – GLOSS DROP (e grazie per i sì)

 

Poniamo che questa sia l’internet italiana, o l’italia insomma: domani ci sarà qualche testa di minchia che inizierà a scavare nel torbido e a concludere in modo assolutamente GENIALE che oggi non è cambiato un cazzo rispetto a ieri, con lo stesso puntualissimo esser maldestro coi tempi che oggi ha permesso ai leader del mondo libero (quello in minoranza in parlamento) di chiedere per l’ennesima volta le dimissioni di Berlusconi; oppure magari tra vent’anni saremo ancora qua a parlare di quella volta nel giugno 2011 che chiesero gentilmente al popolo italiano di esprimere il nostro parere su quattro questioni purchessia e il popolo italiano rispose VAFFANCULO in massa compatto nonostante la classe dirigente non avesse accorpato il referendum alle amministrative, l’avesse fatto passare sotto silenzio, avesse insistito su questa cosa del silenzio quasi MILITARMENTE facendo sbagliare per sbaglio le redazioni dei TG Rai la data delle elezioni e consigliando agli elettori di andarsene in spiaggia e cercando di togliere il quesito sul nucleare perchè troppo caldo. Oppure niente di tutto questo. Mi piacerebbe solo che la cosa non venisse interpretata come una sconfitta di B o l’ennesima sconfitta di B. o la prima grande sconfitta di B. o niente del genere -non essendolo. Nel ringraziare tutti quelli che sono andati a votare, mi piacerebbe che PER UNA CAZZO DI VOLTA ci si godesse questi cinque minuti di (ehm) goduria in santa pace e la si vedesse come UNA NOSTRA VITTORIA, niente di incredibile, niente di patetico. Qualcuno tira fuori l’italietta anche quando si becca il resto sbagliato al bar, noialtri invece siamo andati a votare in trenta milioni senza essere obbligati a farlo e gliel’abbiamo detta. Ora davvero la smetto e da domani torno a parlare di gruppi sludge in botta con cantanti sovrappeso. Grazie ancora.

PS: prog-math-pop che più stantio non si potrebbe.

Badilate di cultura: The Ward

 
L’ultimo film di John Carpenter che ho visto al cinema è stato Vampires. Domenica pomeriggio, ottobre 1998, la scuola era ricominciata da poco. Lo davano al Fulgor, simpatico cinemino ubicato in una laterale di via Indipendenza sempre buia e umida estate e inverno, a fianco un albergo diurno abbandonato da horror coi matti, chiuso da quando ho memoria; forse anche per questo la sala era un grande ritrovo di dissociati, alienati e balordi più o meno autistici di ogni tipo. Anche quel giorno ce n’era uno: a cinque poltrone di distanza, occhiali, mezza età, pancione da scorpacciata di psicofarmaci, non la finiva mai di parlare al vuoto commentando ad alta voce i passaggi pregnanti, ogni tanto sparando battutine credo improvvisate sul momento, roba da fare impallidire Neil Hamburger e fornire materiale di studio per decenni a Vittorino Andreoli. Il mio amico Alessandro e io facevamo una fatica del diavolo a rimanere seri e silenziosi; non volevamo esplodere a ridere per non urtare la sua sensibilità, ma dentro avevamo l’inferno. Quando James Woods e il prete entrano nel covo del Maestro (una vecchia prigione disabitata), e il prete dice a James Woods che da ragazzino era campione di calcio all’oratorio (o qualcosa del genere), il borderline è sbottato con un’agghiacciante “FACCIAMO GOAL COL VAMPIRO”, agitando le manine e accompagnando la boutade (di cui andava probabilmente molto fiero) con un risolino stridulo da far accapponare la spina dorsale a un gorilla sotto steroidi. Io quella frase (e la risatina che è seguita) non me la dimenticherò mai finchè campo. All’uscita faceva fresco ed era già buio; le giornate si erano accorciate di quel po’ e avrebbero continuato a farlo, presto ogni ricordo dell’estate da poco trascorsa sarebbe sparito del tutto, schiacciato dal freddo e dalla brina e dai cieli sempre cupi e dalle lunghe mattine a scaldare il banco, a far finta di ascoltare fastidiosi ronzii che entrano da un orecchio ed escono dall’altro. Ma intanto Vampires mi aveva dato materiale in abbondanza per nutrire la mia fantasia per molti mesi a venire, forse per anni. (Continua a leggere)

un anno dopo

Daniel Johnston si rilassa dopo una dura giornata di lavoro

 
La cosa migliore a cui Mark Linkous abbia messo mano non sono i Dancing Hoods o i dischi a nome Sparklehorse o le occasionali collaborazioni con questo e con quello, né tantomeno l’album ‘fantasma’ Dark Night of the Soul assieme a Dangermouse, sciccoso giochetto situazionista per mandare in paranoia downloaders folli e scienziati della comunicazione particolarmente eccitabili, la cui bellezza e pregnanza è inversamente proporzionale a quanto se ne è parlato.  No, la cosa migliore a cui Mark Linkous abbia messo mano è Fear Yourself, il disco che nel 2003 ha sdoganato definitivamente Daniel Johnston alle platee festivaliere di tutto il mondo e di cui Linkous è stato produttore, arrangiatore, factotum e, diciamolo, mente principale dietro all’intero progetto, tanto che del suo autore alla fine conserva giusto qualche linea di chitarra o piano (entrambi strimpellati alla meno peggio) e naturalmente i testi, tutti declamati sussurrati piagnucolati o strepitati sguaiatamente con quella mostruosa vocina da bambino vecchio; il resto, musica e arrangiamenti e stuolo maniacale di strumentazione obliqua e bizzarra (un esercito di steel guitar fiati archi tastiere synth analogici mellotron organi e organetti praticamente infinito) è tutta farina del sacco di Linkous, e parla di una delle menti più geniali di sempre per quanto drammaticamente fuori dal tempo, uno che i Flaming Lips possono soltanto guardare da lontano sperando di poter arrivare un giorno a comprenderne parte della grandezza, uno che se fosse vissuto negli anni di Phil Spector, di Todd Rundgren, di Isaac Hayes, probabilmente sarebbe riuscito a metterli tutti quanti in ombra con il suo smisurato talento in sala d’incisione e un gusto per le soluzioni più storte e imprevedibili che non trova paragoni (men che meno oggi, quando in un’ora di studio di registrazione ci si è già bruciati tutto il budget). Ma non è soltanto una questione di perizia tecnica e fantasia deviata ad aver fatto scattare la magia. In un modo strano e incomprensibile a chiunque fuorché ai diretti interessati infatti Johnston e Linkous si completano a vicenda: il primo trovando nel secondo il partner ideale per veicolare le sue inesauste tirate di amore impossibile e ingovernabile, lanciate contro il mondo finalmente con un costrutto e un apparato stilistico che le rendano canzoni prima ancora che pietosi sfoghi inascoltati; il secondo trovando nel primo un senso e uno scopo per mettere ordine nella Babele di suoni e visioni dentro la propria testa, disciplinare il tutto e metterlo al servizio di qualcun altro che si riconosce simile nella sua alterità e per questo degno di rispetto assoluto. Il risultato sono dodici canzoni tra le più belle e vive e commoventi vi possa mai capitare di ascoltare, un disco capace di ridurre il cuore a brandelli a chi un cuore ce l’ha e non ha paura di farlo funzionare. Un capolavoro irripetibile e irripetuto che ieri, oggi, domani, dopodomani e per sempre è tra quelle cose che riempiono la vita e la rendono degna di essere vissuta.

Esattamente 365 giorni fa Mark Linkous si uccide sparandosi un colpo al cuore con la pistola di un amico. Aveva già tentato di farla finita nel 1996 durante un tour coi Radiohead.

 

 

MATTONI issue #15: MAX ESSA

 
Probabilmente Panorama Suite è la feel good song definitiva. Di sicuro è una di quelle che durano di più: venti minuti e ventiquattro secondi di pura beatitudine, non un calo di tensione, tutto a dir poco celestiale, e quando spegni lo stereo il ricordo di tanta magnificenza continua a cullarti per ore e ore (giorni). Lo stesso effetto dell’eroina, ma senza strascichi spiacevoli tipo perdita di peso, connotati alterati o essere costretto a scippare le vecchie sull’autobus per rimediare la prossima dose: stai bene e basta. La sua struttura circolare è ideale per innescare loop ripetuti e potenzialmente infiniti, e il bello è che non annoia mai.
Presente Jamie Foxx in Collateral, la scena della cartolina? Io vado sempre in vacanza. Decine di volte al giorno. Nel mio posto preferito: un’isola delle Maldive. È il mio piccolo luogo di fuga privato: nei momenti pesanti mi prendo 5 minuti di svago… e vado lì. Mi aiuta a non pensare a nient’altro. Ecco, Panorama Suite è quell’isola. Qualunque sia la vostra musica preferita, qualunque sia la vostra concezione di “stare bene”, Panorama Suite la incarna e la sublima dando vita a un estatico e irraccontabile luogo della mente da dove si vorrebbe non uscire mai più. Oltre alla versione fisica in 12″ per Is It Balearic? per ora sta anche sul soundcloud di Max Essa (polistrumentista autodidatta, dj e produttore con trascorsi di tutto rispetto nella scena inglese della stagione d’oro dei rave molesti Castlemorton-style, a sentire quel che fa ora non lo diresti mai) di modo che tutti possano goderne ancora e ancora. Che gli dei benedicano quest’uomo.

Panorama Suite by Max Essa

Buon Compleanno Henry

Nel 1994 Henry Rollins era un dio. Lo era per me, quantomeno: i video di Liar e Disconnect in heavy rotation su Videomusic, le foto in cui guardava dentro l’obiettivo come se volesse perforarlo, le interviste ovunque in cui ragionava come un monaco stilita con il curaro nelle vene al posto del sangue, l’umanità era un fastidio e tutti quanti noialtri insetti da evitare per quanto possibile. Era l’apice della sovraesposizione mediatica di Henry Rollins e mi aveva investito come uno tsunami, con i muscoli i tatuaggi e l’aria da marine sdegnato e tutto il resto; a un tratto mi pareva di conoscerlo da sempre. Non capivo molto dei suoi testi, ma quel poco mi bastava: la gente fa schifo, vivere in questo mondo è un gran casino, stai attento. Non avevo mai trovato nessuno che mi parlasse nel modo in cui i suoi dischi e le sue interviste parlavano a me in quel momento, ed evidentemente non ero il solo visto che ai tempi i dischi della Rollins Band andavano via come il pane. E i film, anche: Sesso & fuga con l’ostaggio, Johnny Mnemonic del pittore Robert Longo, perfino Heat di Michael Mann (dove le prendeva da Al Pacino), visti in rapida successione in cinema via via sempre più chic e centrali (dalla sala di periferia in estate del primo all’Imperiale dell’ultimo). Da lì a ritroso, The End of Silence e via recuperare i dischi della Rollins Band uno via l’altro, Life Time probabilmente il suo migliore, Turned On, il live album più violento che abbia mai ascoltato, Hard Volume e Hot Animal Machine presi quasi contemporaneamente, e poi i Black Flag, Damaged come un pugno nello stomaco e lo stacco di chitarra assurdo all’inizio di Rise Above, fuori da ogni costrutto, tanto che pensavo che il mio CD avesse un difetto di fabbricazione, My War che le budella le strappa direttamente, i testi che entrano nella carne come lame, che non li ha scritti Rollins ma li ha fatti diventare Henry Rollins, intanto da qualche parte Come In and Burn che è un’altra legnata sui denti solo un po’ più subdolamente insinuante nella sua finta calma carica di odio sotterraneo, il video di The End of Something a Superock (e le bestemmie annesse per la soppressione di Headbanger’s Ball), il pezzo assieme a RuPaul censurato dalla casa discografica perché “troppo poco virile”, Lost Highway di Lynch noleggiato da Blockbuster in inglese un anno prima dell’uscita del film in Italia solo per vedere Rollins che pronuncia una dicasi UNA frase, l’etichetta fondata con Rick Rubin che ristampa James Chance e Alan Vega, Now Watch Him Die letto in una notte, gli spoken word album pescati negli anni alle fiere del disco, Jack Frost visto solo perché c’era lui (lo stesso per Bad Boys II anni più tardi), poi la nuova Rollins Band senza Haskett Gibbs e Cain sostituiti da tre bovari del cazzo, Get Some Go Again che ancora ancora e Nice talmente brutto che quasi non ci si crede, i live sfornati a getto continuo, lo scioglimento, la reunion, il pezzo con Tony Iommi, il pezzo con William Shatner, l’Henry Rollins Show, i DVD ridanciani, i CD di spoken word che escono solo in America, gli horror di serie Y direttamente al videonolo (e che risate col secondo Wrong Turn, di gran lunga meglio dell’originale), il featuring assurdo con i Flaming Lips
Questa è stata la mia educazione a Henry Rollins, restano fuori tutta una serie di cose che non essendo cittadino americano mi sono perso (trasmissioni radio, apparizioni televisive, campagne di sensibilizzazione verso questo e quello…); oggi l’uomo compie 50 anni e il minimo che possiate fare è sparare a volume 11 qualunque suo disco teniate in casa (se non ne avete nemmeno uno probabilmente siete capitati qui per puro caso mentre cercavate salcazzo che porcheria da depravati).
Lonely

I hate the world that I think hates me
Punch holes in the wall you know that hurts me
Feel dark and cold alone it burns me
Wish someone would come and touch me
Walking alone in the prison yard
Seeing eyes that seem to see me so hard
Crawling like a snake right back in to my room
Feeling like a dead man rolling around in my tomb

There’s nothing like finding someone when you’re lonely
Makes you wanna be so all alone
There’s nothing like finding someone when you’re lonely
Makes you feel so…

Walk in to a crowded room, I start to freeze
Words fall short, mouth turns to wood, it’s time to leave
Never happy, never sad, iron face
Can’t stop looking I keep walking place to place

There’s nothing like finding someone when you’re lonely
Makes you wanna be so all alone
There’s nothing like finding someone when you’re lonely
Makes you feel so…

Aww, yeah!

Hearing those sounds that seem to keep me sane
Knifing eyes that point me at my brain
Reaching out of my soul it’s senseless
Reaching out of my mind it’s useless
I feel the mute frustration when I see your eyes
I’m inches away but in isolation it hurts to try
I reach out my hand – it turns to stone
I get up, walk out the door, I’m better off alone

STREAMO – il disco dell’anno scorso.

la più bella foto che ho mai visto in un sito (ribadisco).

Un po’ di cose le scrissi qui, mi va solo di aggiungere che Catch My Shoe è il disco che ho ascoltato di più e con più piacere nel 2010. Funziona in ogni contesto e spacca il culo a tutte le musiche del mondo di qualsiasi genere, volume, epoca e grado di indipendenza. Non stanca mai.

La storia di oggi, che poi in realtà è una storia di 21 giorni fa, è che il disco è in streaming su soundcloud, e se l’embed funziona lo potete ascoltare qui sotto. O in alternativa qui.









(via @Vitaminic)