Gruppi con nomi stupidi “the Christmas edition”: SKITLIV

 

Il disco delle feste 2010 (ma anche del 2009, e del 2011, e del 2012, e se il mondo non sarà andato a puttane del 2013, e… insomma, avete capito) è stato senza dubbio Skandinavisk Misantropi di Skitliv. Skitliv (che significa “vita di merda” in norvegese) è il progetto principale di Maniac; per chi ha avuto un’adolescenza normale, Maniac è stato il cantante dei MayheM (sai, quei norvegesi matti che si ammazzavano tra di loro) dal 1986 al 1988 e dal 1995 al 2004. Pare sia stato cacciato dalla band perché costantemente ubriaco o strafatto di medicinali che avrebbero dovuto fargli passare la voglia di bere (al suo posto è rientrato il temibile ungherese tossico Attila Csihar, già negli psicotropi Plasma Pool, cantante per caso su De Mysteriis D.O.M. Sathanas poi sfruttatissimo dai Sunn O))) ogni volta che sentono il bisogno di vocals maligne) . Il vero nome di Maniac è Sven Erik Kristiansen; vive a Oslo, ha due figli, il corpo disseminato di tatuaggi più o meno da ergastolano e somiglia vagamente a Marco Materazzi. Soprattutto, canta in un modo assolutamente spaventoso, malsano e profondamente perturbante, impossibile da replicare quanto da raccontare; ci si è avvicinato più degli altri Malfeitor Fabban quando nella recensione di Wolf’s Lair Abyss scrisse che la voce di Maniac sembra provenire da un essere deforme incapace di aprire la bocca per bene (le parole precise non le ricordo ma il concetto era questo). Da quelle corde vocali indistruttibili prendono forma i latrati più raccapriccianti che mente umana possa concepire; dopo il trattamento-Maniac, ogni frase diventa un incubo senza fine, ogni periodo la strofa di una poesia in una lingua sconosciuta il cui suono delle parole basta a fare impazzire di terrore.
Insieme al problematico (Niklas) Kvarforth degli Shining svedesi (quelli depressi, non i segaioli jazz) ha dato vita a Skitliv poco dopo la cacciata dai MayheM (la line-up comprende anche tale Ingvar alla seconda chitarra, Tore Moren al basso e una serie già piuttosto lunga di batteristi avvicendatisi in puro Spinal Tap style). Skitliv è la proiezione del marcio universo interiore dell’artista, della sua squilibrata visione del mondo e delle cose del mondo; musicalmente si articola in un black doom metal strisciante, affilato e implacabile, indolente come un pluriergastolano la domenica pomeriggio e gradevole come un appestato che viene a bussare alla tua porta alle quattro del mattino. Ma la componente in assoluto più straniante è costituita dai testi, spesso chilometrici, in cui l’autore si mette a nudo con una brutalità e una totale mancanza di sovrastrutture perfino imbarazzante; il fatto è che il più delle volte le liriche di pezzi dai titoli già di per se emblematici (Slow pain coming, Hollow devotion, Towards the shores of loss, ecc.) sembrano riflessioni private dal diario segreto di un liceale particolarmente problematico dopo la prima pippa con Baudelaire, un devastante incrocio tra inettitudine cronica e intuizioni fulminanti, atroci velleità da poeta maledetto e dolore puro, affettazione sgangherata e disagio tangibile e tagliente come lame, su tutto il riflesso di un ego ipertrofico e straripante, frenetico e sgraziato e probabilmente rimasto imprigionato in un’età mentale che si aggira intorno ai quindici-sedici anni. Veramente micidiale. Forse soltanto i deliri poliglotti dei Worship del terminale Last Tape Before Doomsday sono riusciti a evocare parte degli stessi scenari (tanto per capire di cosa stiamo parlando, poi il gruppo – perlomeno la prima formazione – cessò di esistere dal momento in cui il cantante-batterista-compositore principale Max Varnier si suicidò lanciandosi da un ponte). Skandinavisk Misantropi è il disco che risveglia il peggiore lato oscuro dentro ognuno di noi, ricordi di emozioni che il subconscio si affanna quotidianamente a sotterrare. Pochi dischi, in questo senso, sanno essere altrettanto molesti. Dal 2009 in poi (anno di uscita di Skandinavisk Misantropi), probabilmente nessuno.
Messe di ospiti più o meno ininfluenti alla riuscita del tutto; tra gli altri un catacombale Gaahl, l’amico Attila Csihar e un esagitato David Tibet che declama stronzate nell’intro di Towards the shores of loss.

Rozzemilia issue #5: MASSIMO VOLUME

Vittoria Burattini, Egle Sommacal, Emidio Clementi: i Massimo Volume.

 

Lei stava aspettando un autobus in via Lame, noi eravamo chiusi in cantina e lui impataccava come al solito il quartiere con la sua pubblicità fatta di fogli di carta scritti a penna: SGOMBERO CANTINE SOLAI.
(Emidio Clementi, 2001)

Io quelle pubblicità me le ricordo bene. Erano dappertutto, cartellini bianchi della grandezza di poco più di un Post-It incollati malamente alle colonne sotto i portici, ai pali dei lampioni e dei divieti di sosta, alle pensiline e alle fermate degli autobus, spesso anche ai muri: ovunque. Me ne accorgevo soprattutto la mattina quando uscivo per andare a scuola, se ce n’erano di nuovi; con gli occhi ancora gonfi di sonno, ovunque mi girassi trovavo di volta in volta ulteriori foglietti fotocopiati con su scritto a mano “SGOMBERO CANTINE-SOLAI-APPARTAMENTI”, le lettere grosse e storte rifinite passandoci sopra decine di volte con la biro o il pennarello, il tratto tremolante e incerto di un bambino particolarmente duro di comprendonio o di un anziano che ormai ha dimenticato anche come si fa a pisciare in un cesso. “ANCHE SABATO E DOMENICA”, proseguivano gli annunci, poi sotto qualche altra frase nella stessa calligrafia da semianalfabeta e un numero di telefono che non mi è mai rimasto impresso nella memoria (a differenza del resto). Per anni la città ne era invasa, poi di colpo nessuno tornò più ad attaccarli nottetempo e così come erano apparsi scomparvero senza lasciare traccia. Mi sono sempre chiesto chi ci fosse dietro a quegli annunci così sgangherati, primitivi e inquietanti come un quadro naïf; l’ho imparato per caso, una quindicina di anni più tardi, quando ho letto La notte del Pratello, romanzo che sta al facchinaggio come Post Office sta ai postini. Il grafomane attacchino compulsivo era tale Pietro Zaccardi, un vecchio avarissimo che al confronto lo Scrooge di Dickens era un espansivo filantropo,  e i facchini alle sue dipendenze erano Leo Mantovani ed Emidio Clementi. Io stavo finendo le elementari, e se ripenso oggi a quegli anni le prime cose che mi tornano in mente sono il grigio e il freddo nell’aria del mattino e le pubblicità SGOMBERO CANTINE-SOLAI-APPARTAMENTI dappertutto. (Continua a leggere)

MATTONI issue #9: Sufjan Stevens

la droga gioca di questi scherzi

 

Impossible Soul è il mattone posto al termine di The Age of Adz, ritorno al formato album per Sufjan Stevens dopo un lustro abbondante di EP, ristampe, cofanetti natalizi, riarrangiamenti strani, raccolte di scarti e concept sinfonici dedicati all’autostrada. È un regalo prezioso Impossible Soul, ma come ogni cosa buona bisogna conquistarselo, bisogna arrivarci, nello specifico, tagliando il traguardo dell’ultimo pezzo di un disco sfiancante, smisurato, tonitruante, inqualificabile, smodatamente eccessivo, esasperatamente magniloquente, altamente perturbante e perfino sgradevole da subire perlomeno in un’unica mandata. Un disco che è come un’overdose di zucchero caramellato sparata dritta in vena, un’indigeribile melassa sciropposa che sconvolge i sensi e rimane appiccicata ai centri nervosi come miele guasto, un delirio di numeri da film Disney coi protagonisti froci, con arrangiamenti in addizione infinita di squilli di tromba, strati di synth obliqui, vocals distorte tipo vinile fatto girare alla velocità sbagliata (a un certo punto spunta fuori un vocoder orrendo) e bizzarrie analogiche di ogni sorta e genere, roba che al confronto Todd Rundgren o Barry Manilow diventano spartani e basilari come manco il Don Fury dei primordi. Una roba veramente al di là di ogni immaginazione, barocca e ridondante tipo Zaireeka però fatto male, con testi in perenne trip egomaniaco molesto da far sembrare Brian Wilson o Candyass tranquillissimi e riconciliati.
Senza Impossible Soul, tutto quel che lo precede sarebbe un soffrire inutile; perché è in quei venticinque magici minuti che ogni tassello di quel che sembrava un atroce mosaico scombinato e malamente assemblato (nel frattempo pare che lo stesso Stevens abbia avuto il suo bel da fare a mantenere il controllo di sé stesso) trova un ordine e una collocazione, che il disegno globale acquista un senso e le smodate ambizioni alla base dell’intero progetto diventano – finalmente – ben riposte. Nel suo esasperato, vitalissimo citazionismo di praticamente tutto lo scibile musicale mai registrato (dal country alla dance, dal minimalismo al pop elettronico, dal folk al musical fino alla classica contemporanea e addirittura alle schitarrate metal) Impossible Soul riesce miracolosamente a trovare un suo equilibrio, che è perfetto e inscalfibile e non smette di svelarsi mantenendo inalterata la magia mentre un ascolto tira l’altro, rischiando di diventare per davvero il pezzo più rappresentativo e al tempo stesso più radicale e teorico dell’intera carriera dell’artista, con buona pace di chi ancora aspetta il seguito di Illinois (campa cavallo che l’erba cresce, come diceva sempre mio nonno). Sta al pop come Mother di Goldie sta alla musica elettronica. Intanto pare che The Age of Adz stia collezionando la sua bella serie di stroncature. Anche questo fa parte del gioco.

DISCONE: Monte Cazazza – The Cynic (Blast First Petite)

 

Si apre con i sette minuti di Interrogator, livida dark-ambient limacciosa e ostile punteggiata dall’inquietante rombo dei tuoni di un temporale in lontananza, un disco che – a dare retta alle voci – sarebbe dovuto uscire poco dopo il live Power vs. Wisdom del 1996; invece sono trascorsi quasi tre lustri prima di poter ascoltare una nuova produzione di colui che rimane tra i più grandi teorici della controcultura degli ultimi quarant’anni, instancabile esploratore e archivista di più o meno tutto quanto stia ai margini (della società, del vivere civile, del “buon gusto” comune), incontrollabile performer della body art più sfrenata decenni prima che l’intera faccenda diventasse affare per sciccose riviste d’arte e gallerie à la page, nonché comprovato inventore e principale promotore del movimento (oltre che del concetto stesso) di industrial music. Non è mai stato molto prolifico sotto il profilo discografico Monte Cazazza, troppo occupato a scandagliare il marciume dell’umanità fin nelle pieghe più profonde del sapere nascosto, a nutrirsi di quanto generato dalla paranoia, dalla devianza mentale, da ogni tipo di rigurgito antisociale, fedele nei secoli alle parole di Albert Camus: “Mi rivolto, dunque sono“. Ed è una rivolta da tempo silenziosa, nascosta, poco o per nulla appariscente (in dichiarato contrasto con gli eccessi grafici e sguaiati dei primi anni), che cova odio ma non lo grida, più interessata a destabilizzare lentamente ma incessantemente, rosicchiando come ruggine il metallo le fondamenta del sistema. The Cynic è un disco pericoloso. Un disco su cui ogni vero viaggiatore mentale tornerà di frequente. Materia sonora allucinata e allucinante, l’equivalente delle visioni sconvolte e apocalittiche di un Burgess, di un Topor, del Lynch di Eraserhead e di Louis Wain quando stava particolarmente in botta. È lounge per depravati (la spettrale rilettura di A Gringo Like Me, classico minore del Morricone western che nel nuovo trattamento diventa un glaciale numero da sogno lucido di un condannato a morte, a fronte del raggiante e stentoreo grido di speranza che era), spoken poetry per necrofili e tassidermisti (Terminal, agghiacciante murder ballad costruita su un crescendo di atrocità descrittive che proiettano definitivamente nell’orrore puro), techno per psicotici sotto sedativi in un pomeriggio di pioggia (Break Number One, ovvero se le pareti di una stanza delle torture potessero emettere suoni, e l’implacabile progressione di Venom, il pezzo che sentireste risuonare in una dark room deserta nell’ora del lupo), uno sguardo deformante che restituisce una visione del mondo obliqua e maligna, inevitabilmente fuori, profondamente non riconciliata. Con due regali sul finale: What’s So Kind About Mankind, ipnotica filastrocca da mandare in pappa il cervello seduta stante, roba che al confronto i Throbbing Gristle sorridenti e biancovestiti che ripetevano fino alla nausea parole come ‘friendly’ e ‘nice’ diventano un’accolita di pluriomicidi, dieci minuti di deragliamento mentale puro lungo un arrogante stomp da night club dell’Est Europa sopra cui si snoda un tunnel di caramellosi giri di tastiera che sono un clash tra Insomnia dei Faithless però malvagia e gli incubi di un clown drogato, e Birds of Prey, ancora spoken word su un destabilizzante tappeto synthpop freddo e asettico come un pavimento in linoleum, dove si materializzano i fantasmi dei Dark Day di Exterminating Angel e di Leer&Rental di The Bridge. Produce Lustmord, mai così spietato, efficace e sul pezzo dai tempi di The Monstrous Soul. In copertina la carcassa di un animale indefinibile e nel libretto una citazione di Ambrose Bierce. Doveva uscire nel 1996, si diceva, ma tra allora e il 2010, o il 1968 o il 3020, non avrebbe fatto comunque alcuna differenza. DISCONE (per gli alienati).

SHELLAC @ Estragon, Bologna (8/10/2010)

Dell’apporto che Steve Albini ha saputo dare alla musica pesante di ogni tempo non occorre certo che arrivi io a ricordarlo. Così come pure il personaggio-stevealbini abbiamo tutti quanti imparato a conoscerlo a fondo nel corso degli anni: un cinico idealista, individualista fino allo stremo, eccellente quanto controverso oratore anti-tutto (celebri le sue dichiarazioni a 360°, di volta in volta razziste, fasciste, sessiste, antisemite, misogine e chi più ne ha più ne metta: qualunque argomento “scomodo” vi possa venire in mente, lui l’ha trattato – ovviamente dal punto di vista più sgradevole e impopolare al proposito). Fondamentalmente uno di quegli stronzi di cui c’è bisogno, una voce fuori dal coro armata di una dialettica feroce e scontrosa ma anche lucidissima e puntuale che è puro cibo per la mente comunque la si pensi, non importa essere d’accordo con lui o meno. Il problema è che, negli ultimissimi tempi, tanto la sua loquela quanto la gestione della cosa Shellac sembrano perdere terreno: da un lato lui che improvvisamente rompe il silenzio-stampa per rilasciare un’intervista a GQ dove smerda i Sonic Youth per essersi venduti alle major negli anni ottanta, che tirato fuori adesso è il discorso più ridicolo e anacronistico che si possa immaginare (ogni divisione tra major affariste e cattive e indipendenti pure e sante è andata definitivamente a cadere dal momento in cui tutti hanno cominciato a scaricare tutto da Internet, e almeno questo è uno dei pochissimi aspetti positivi ricavati dall’avvento del downloading illegale), dall’altro un gruppo che è stato capace di mantenere inalterato negli anni un profilo artistico, attitudinale e umano di diverse tacche sopra la media mondiale, sia rapportato al resto della musica che alle precedenti incarnazioni di Albini nella forma ora di Big Black ora di Rapeman, che per la prima volta da quando ho memoria suona come la caricatura di sè stesso. E badate bene che queste considerazioni arrivano da uno che, quando è uscito Terraform e tutti ne dicevano peste e corna blaterando cazzate a proposito di “gruppo bollito” e simili facezie, gli Shellac andava a vederli al Link alla facciaccia di quei poveri coglioni; nel 1998 gli Shellac erano l’esempio perfetto di gruppo non allineato, giusto non spiccavano come avrebbero dovuto perchè ce n’erano ancora tanti, di gruppi non allineati, e che cazzo!, c’erano ancora i Fugazi. Lo erano con 1000 Hurts, e hanno continuato a esserlo per tutto lo scorso decennio, attraversato da sporadiche e capillari tournee senza un disco fuori e celebrato, nel 2008, con un nuovo album, Excellent Italian Greyhound (dedicato al cane di Todd Trainer), ancora molto buono e splendidamente uguale a sè stesso nonostante un pezzo, The End of Radio, troppo bolso, autoindulgente e autoreferenziale nonchè decisamente fiaccacoglioni, che rivisto adesso assume nuovi e inquietanti significati.


Oggi probabilmente gli stessi che Terraform è un album minore starebbero nelle prime file a pogare come ragazzini con un sorriso a 32 denti stampato sulla faccia. Ci sono anche io, in mezzo al pogo, attività che avevo smesso di praticare da circa una decina d’anni; mi ci fiondo non appena parte il riff di My Black Ass (secondo pezzo in scaletta) e lì rimango per circa metà concerto, comunque fino a quando mi rendo conto che questa sera non faranno mai Il Porno Star. Ma rispetto alle altre volte c’è una novità: da un certo momento in poi comincio a rompermi i coglioni. Sarà che è venerdì sera e sono stanco, sarà che sono a digiuno da circa sedici ore, sarà che la prima volta che li ho visti non ero ancora maggiorenne e già facevano le stesse identiche gag dalla prima all’ultima, repertorio completo, “sono un aeroplano“, pose stupide a ralenti, Bob Weston che chiede al pubblico di fargli delle domande, eccetera. Niente che non vada in sè, sia chiaro: loro sono una macchina da guerra capace di dare le piste a qualsiasi band di giovinastri snelli e puliti e con il look giusto (quale che sia il significato che vogliate attribuire a quest’ultima affermazione), presi singolarmente sono autentiche eminenze del rispettivo strumento senza fartelo pesare come invece farebbe un Vinnie Colaiuta qualsiasi, Todd Trainer perde i soliti ettolitri di sudore e la chitarra di Albini suona ancora urticante e tagliente e sgradevole come nessun’altra. Eppure da qualche parte dentro di me persiste la sgradevole sensazione di trovarsi di fronte a poco più di un karaoke per introdotti. Che, in fondo, la differenza tra questo e un concerto degli Asia sia soltanto che qui non ci sono tastiere grosse come un tinello. Per il resto lo spirito è lo stesso, ovvero rievocare un periodo lontano nel tempo in cui l’erba era verde e si dormiva con la porta aperta ed eravamo tutti quanti più giovani, sani e felici, e ognuno ha la sua età dell’oro con relativo sottofondo da rievocare, c’è chi la ricollega a John Wetton e chi a Steve Albini e in sè non c’è nulla di male, è la natura delle cose, però che tristezza. Non so come, nello spazio di una sola esibizione (peraltro molto generosa rispetto agli standard del gruppo, oltre un’ora e mezza di concerto) gli Shellac sono passati da avanguardia pura contro tutto e tutti a tristo lunapark da karaoke dell’umano per collezionisti seriali di concertoni, gli stessi che il mese scorso probabilmente erano agli Arcade Fire e che, in un imprecisato futuro, andranno a vedere per l’ennesima volta il Boss. Forse esagero e spero di sbagliarmi, ma a ‘sto giro mi sa che era meglio se lasciavo perdere e mi tenevo i ricordi.

bonus pics (kekko):

Gruppi con nomi stupidi: MOANAA

 
Loro sono polacchi e sicuramente nella loro lingua “Moanaa” significa qualcosa di oscuro e tetro e introspettivo o comunque in tema con l’introverso e umbratile post metal che propongono, ma a chi di język polski non mastica nemmeno una parola, e magari è stato giovane in Italia intorno agli anni ottanta, il loro nome evocherà tutt’altro. O forse è soltanto una mia fissazione, la stessa che per esempio mi ha impedito di prendere minimamente sul serio il pastiche fantahorror-ultragore Il Labirinto del Fauno dal preciso istante in cui viene fuori che il nome di un personaggio era – per l’appunto – Moana. A scanso di equivoci, questi Moanaa sono quanto di più lontano possa esistere dal più vago odore di proibito e pornesco: musi lunghi, sguardi fissi verso il pavimento, magliette dei Minsk a tutto andare, e spesso e volentieri il temibile grugno dell’inquietante visual artist K-vass (una specie di Z’EV rasta se riuscite ad immaginarvelo) sbattuto in faccia ai concerti. Roba da ammazzare la libido anche al più infoiato dei camionisti dopo sei mesi passati ininterrottamente al volante. Lo scorso maggio hanno messo in rete un EP di tre pezzi che per qualche incomprensibile movimento della psiche mi ricorda Sweet Daisy degli Sludge (uno dei gruppi più criminalmente ignorati di sempre), chissà perchè, forse perchè dura mezz’ora; lo si può ascoltare su bandcamp o dal loro myspace. Non è male. Chitarre liquide alternate a legnate moderatamente cattive tipo versione blanda dei Mouth of the Architect, sporadici inserti di vocals filtrate (altrimenti il mood è sul sofferente andante), da qualche parte i santini dei Pelican, dei folli Isis e dei Neurosis post-A Sun that Never Sets (il che non è che sia esattamente una bellezza, ma fa lo stesso), qualche fuga psichedelica di tanto in tanto, ma roba tranquilla, da cannetta leggera poco prima di addormentarsi, e il disco termina veloce così come era iniziato, e ridendo e scherzando un ascolto tira l’altro mentre il sonno tarda ad arrivare. Con una produzione più sporca sarebbe stato un gioiellino. Sono giovani, si faranno.

L’agendina dei concerti Emilia Romagna – 27 settembre-3 ottobre

"EEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEHHHHHHHHHHH!!!" (foto presa dal blog di Paolo Liguori)

 
State meditando il suicidio perché oggi e domani c’è il Blasco in città e i biglietti sono andati esauriti sei anni fa? Niente panico e rimandate l’insano gesto: questa sera potrete scegliere tra A Birthday Party Band + Jack & the Themselves al Nuovo Lazzaretto (dalle 22, cinque euro) o i folli Heraclite gratis al Clandestino (dopo aver sentito questi ultimi vi garantiamo personalmente che il vostro cervello finirà in vacanza permanente su Saturno). Poi c’è sempre martedì per farla finita eventualmente, visto che in giro non c’è un cazzo. Mercoledì 29 ancora al Clandestino a farsi friggere quei pochi centri nervosi rimasti in attività dopo gli Heraclite al suono del Legendary Tiger Man (gratis, dalle 22), mentre giovedì 30 tutti ad arrostire cinghiali grossi come elefanti e a tracannare sidro di pessima qualità da corni luridi e bisunti: il gjallarhorn risuonerà in tutto il suo assordante furore bellico intorno alle 19 all’Estragon, in occasione della Heidenfest 2010. Trenta euracci il prezzo per l’ingresso nel Walhalla (valkyrie infoiate non incluse). Per i fighetti in vena di sporcarsi le mani col rock invece ci sono i Black Mountain al Bronson.
Venerdì 1 bisogna veramente tornare in pellegrinaggio al Clandestino per celebrare il manifestarsi di uno dei più grandi eroi di tutta la storia della musica (e dell’umanità): direttamente dal sottoscala degli uffici ormai abbandonati della Skin Graft, ecco Mr. Quintron e tutto il suo sterminato armamentario di strumenti autocostruiti che faranno del vostro cranio una pastosa e coloratissima omelette. Poi per chi è ancora vivo c’è sempre Josh Wink a dispensare le sue bordate di 303 a mitraglia che con il giusto dosaggio di MDMA è la morte sua; al Kindergarten dalle 23.30, metterei anche il prezzo ma quei bastardini non l’hanno scritto (facile che è sulla quindicina).
Sabato tutti a farci del male alla serata Slego remember al Velvet: ad aiutarci ricordare quanto eravano giovani belli e (in)felici ci penseranno il satiro Fiumani con i Diaframma (probabilmente i brani più recenti Pacciani style verranno momentaneamente accantonati a favore di una scaletta più improntata sul reducismo peso), e a seguire Thomas Balsamini dj. Qui tutte le informazioni. Per i b-boys invece, Assalti canta e non manda in letargo le menti dalle 22 al TPO a prezzo non pervenuto. Domenica dovevano esserci gli Hardcore Superstar all’Estragon ma mi sa che hanno annullato; magari è rimasto qualche biglietto per il Blasco al Palamalaguti. Chissà.

L’agendina dei concerti Bologna e dintorni – 30 agosto-4 settembre

Suicide? Per me... numero 1!!!

 
Prima di sborrare nei pantaloni al pensiero dei Suicide in data unica italiana a Bologna mercoledì 1 settembre (performing the album Suicide per giunta) è meglio per voi che consideriate un paio di argomenti:
– il concerto si terrà al Locomotiv, il cui il tetto di metallo e le finestre rimaste sigillate per 3 mesi (esattamente dal primo giugno, data in cui si è svolto l’invivibile concerto dei Lali Puna – per la cronaca: niente prevendite, coda interminabile alla biglietteria, dentro il pieno totale e una situazione ambientale indecente con temperature ben oltre i 450 fahrenheit) avranno contribuito a creare un microclima interno che al confronto il deserto del Mojave è una cella frigorifera.
– per “un disguido” le prevendite non sono state attivate neanche stavolta, il che nella migliore delle ipotesi significa come minimo uno scenario all’entrata peggio dell’assalto degli indiani alla diligenza in “Ombre Rosse”, nella peggiore un bagno di sangue in piena regola. Suicide? Homicide.
– il concerto terminerà TASSATIVAMENTE entro la mezzanotte e i volumi saranno con molta probabilità poco meno che risibili, perchè se no i vicini si incazzano e telefonano agli sbirri.
un esempio di show dei Suicide (è vero, quella volta c’era solo Martin Rev: in tal caso moltiplicate per due il numero di vecchi sul palco). Se siete in cerca di un bel karaoke del cazzo su Frankie Teardrop oh Frankie-Frankie abbiate un’idea di cosa invece subirete.
– in tutto questo, il prezzo del biglietto è di 22 euro. È anche vero che la stessa sera a Firenze c’è Leonard Cohen (prevendite già chiuse da secoli), i cui biglietti per i settori più sfigati se non ricordo male partivano da una cinquantina di euro… a ognuno il suo.
Questo giusto per amor di cronaca (senza considerare le manovre da Tetris che si dovranno compiere una volta entrati nel forno-carro bestiame per aggiudicarsi una postazione vagamente decente tentando di dribblare i pezzi di merda con la sigaretta accesa). Chi non ricorda il passato è condannato a ripeterlo; io sarò lì intorno alle 21.30.
Il resto della settimana:
Lunedì 30 agosto festeggiamo la fine dell’estate all’Echoes con Riva Starr ai controlli; tanto martedì non c’è un cazzo e si resta a smascellare.
Di mercoledì abbiamo già detto. Giovedì ci sono Arcade Fire e Modest Mouse al Parco Nord per i turisti della musica (e della vita); in fondo, paragonati ai ventidue dei Suicide, i 32 euracci d’ingresso ci sembrano ora quasi equi. Per chi invece ha voglia di perdere un po’ di chili in eccesso via ettolitri di sudore, magari al suono di qualche bella jam viaggiosa che con un trombone grosso come un braccio è la morte sua, al Nuovo Lazzaretto per pochi spiccioli si potranno ascoltare i canadesi Barn Burner, gli statunitensi Unrestrained e i nostrani “nervosetti” Cervo. Inizio ore 21 (ecco altri che se la passano bene col vicinato).
Venerdì 3 per gli assidui frequentatori di modelle piene di cocaina c’è Boosta al Kindergarten; più interessante sabato con la prima esibizione mondiale dei DDR s.p.k.r. per l’inaugurazione di stagione del Decadence (quindici euri). Poi di corsa a sentire Sven Vath al Cocoricò.
Per chi ci crede, domenica al Voodoo Club di Comacchio c’è la Hair Metal Fest in compagnia di due bei relitti mica da ridere: Tuff e Shameless (di nome e di fatto). Nel caso cotonatevi anche i peli del cazzo altrimenti vi lasciano fuori.

STREAMO: The High Confessions – Turning lead into gold with the High Confessions

 
The High Confessions è il nome del nuovo supergruppo in città. Il mastermind alla base dell’intera operazione è universalmente identificato in Steve Shelley, rubicondo batterista dei Sonic Youth, uno che, con quella faccia e quel fisico, te l’immagini al massimo a cuocere hot-dogs in una bancarella a Little Italy piuttosto che a sorseggiare Martini all’ultimo vernissage a SoHo con gli amici galleristi Lee, Kim e Thurston. E infatti si è scelto un degno compagno di merende: alla voce troviamo infatti un’altra faccia da relitto della working class che non farebbero avvicinare a un party in un loft neanche con un palo lungo trenta metri. Lui è il titanico Chris Connelly, uno che negli ultimi venticinque anni ha militato praticamente in qualsiasi gruppo industrial europeo e non, era tra gli amichetti preferiti di Al Jourgensen quando i Ministry erano ancora i re del mondo, e parallelamente a tutto questo ha portato avanti una carriera solista di assoluto rispetto (in particolar modo il materiale licenziato da Wax Trax! nel magico triennio 1990-92). La line-up è completata dal basettato Sanford Parker (bassista dei Minsk, chitarra e voce nei malmostosi Buried At Sea e nella grezzissima all-star black metal band Twilight, session man per i live dei Nachtmystium nonchè apprezzato produttore e ingegnere del suono) e dal bohemienne Jeremy Lemos (nella foto è quello vestito come un idiota), già nei dronanti White/Light e ingegnere del suono a sua volta.
L’esordio, pretenziosamente titolato Turning Lead into Gold (in italiano sarebbe “Trasformando il piombo in oro“) with The High Confessions, è uscito incredibilmente su Relapse il 20 luglio scorso; lo si trova in streaming quasi integrale (manca una bonus track inclusa nella sola edizione digitale, comunque assente nelle versioni ‘fisiche’ CD e doppio LP) a questo indirizzo. Sono cinque pezzi per una durata totale di cinquantatrè minuti e qualche secondo. Nell’ordine abbiamo: l’iniziale, robotica Mistaken for Cops, voce adulterata tipo dietro un megafono, chitarrismo acuminato e ossessivo, batteria pestona che evoca il ritmo di una catena di montaggio. Il pezzo finisce in dissolvenza dopo quattro minuti. La blaterante e PiLiana Along Came the Dogs, torrenziale tour de force (per meno di tre minuti non entra nella categoria MATTONI) tra incomprensibili vaniloqui stratificati e sovrapposti, tribalismi alla Metal Box (ma senza le chitarre stridenti e la paranoia) e dronate montanti sul finale. La cantilenante, notturna The Listener tra echi lunari, clangori metropolitani, minacciosi rintocchi di piano, drumming ipnotico e numeri da Jah Wobble degli incapaci.
In Dead Tenements è la voce a diventare lydoniana. Per il resto la solfa non cambia: salmodiare allucinato, feedback e bordoni a pioggia, drumming tribalistico/metronomico, qualche WOOOOOOOOOSSSSHH di synth analogico qua e là e tutto che sale sale sale e scende scende scende poi ancora sale sale sale poi ancora scende scende scende ma comunque non arriva mai a esplodere. In ogni caso la ventata desolante sul finale non manca.
Più o meno lo stesso nella conclusiva Chlorine and Crystal, solo che qui ci sono le chitarre lancinanti e la batteria fa tù-tùm stile primo disco dei Joy Division; sembrerebbe quasi un out-take di Exterminating Angel di Robin Crutchfield se solo al posto delle chitarre ci fossero le tastiere e il pezzo fosse un bel pezzo. Forse esagero ma per me questo disco è una mezza ciofeca.

Radu Malfatti – Lucio Capece @ AngelicA (teatro San Leonardo, Bologna, 13/5/2010)



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