Dove sono finite le chitarre?

I Converge sono fuori con uno split 7″ griffato Deathwish, con Dropdead sul lato B. La traccia a firma Dropdead è figa ma non ha quella botta fuori di testa delle produzioni a cavallo dei duemila (dopo li ho persi); in quella dei Converge non ci sono le chitarre. Cioè le chitarre ci sono, ma sono bassine e finiscono per farsi seppellire nel mixaggio finale da un basso di cui il giornalista direbbe tellurico e dalla solita voce effettatissima e dalla batteria che fa un sacco di sfunezzo coi piatti. Non è come una Phoenix in Flames, un pezzo di sbrocco produttivo con il rumore bianco a mangiarsi tutto piazzato in fondo a un disco della madonna; sembra piuttosto l’evoluzione à la page di quella sorta di hardcore in provetta che sta dentro a progetti tipo Rifoki o Retox ma senza quel briciolo di appeal meta che pareva avere anche solo un annetto fa. A questo punto siamo più verso quel momento del banchetto in cui capisci che sta per arrivare il cameriere col conto e inizi a guardarti intorno per vedere a chi dei presenti son rimasti due soldi nel portafoglio. Magari siam noi ad essere dei rompipalle, ma proprio BOH.

L’agendina dei concerti Bologna e dintorni – 20-26 giugno 2011

 

Esiste un modo migliore per cominciare la settimana se non in compagnia di un mucchio di energumeni polacchi e brasiliani lungocriniti grugnanti e bestemmianti? Non che io sappia. L’appuntamento questa sera è al Blogos con Vader e Krisiun (di spalla Essence, Resistance ed Eloa Vadaath), l’inizio intorno alle 20, il prezzo diciotto eurini. Domani a parte Anna Calvi al bagno Hana Bi (gratis dalle 21.30) e Il Pan Del Diavolo al Bolognetti l’ipotesi di farsene dei grammi o restarsene in branda diventa ben più che un’eventualità. Mercoledì in compenso due begli appuntamenti al prezzo che ci piace di più (zero euro/gratis/a ufo): badilate di cultura all’XM24 per MeryXM, e nostalgia canaglia di quando l’erba era verde e gli uomini erano veri uomini all’Honky Tonk bar con la one-man band The Blues Against Youth. Giovedì ancora all’XM24 per una scarica di ultraviolenza con i massicci Thou (che vengono dalla Louisiana e ci tengono a farcelo sapere), gli ultramassicci Moloch e i massiccissimi D.U.N.E. (dalle 22, quattro euro); se invece temete di spettinarvi la frangetta o stropicciarvi gli stracci che portate addosso, al Bolognetti c’è il pitchforkiano Destroyer (gratis dalle 21). Venerdì Battles eccetera al Link (dalle 22, venticinque euro più tessera), oppure festival nel cortile del Crash con Mother Propaganda e altri (more news to come, come si dice); sabato potrebbe anche essere un buon giorno per morire (la ragione? Iron MaidenMotörhead sullo stesso palco può bastare?), se poi domenica non ci fossero Agnostic Front e U.S. Bombs gratis a Portomaggiore.

 

Nei giorni 23-24-25-26 giugno al parco della Montagnola si terrà la Festa delle Musiche, dalle 15 a mezzanotte tavole rotonde e concerti a strafottere senza soluzione di continuità. Tutte le info Qui.

 

La gigantesca scritta LOAL

L’unica cosa da dire sui Dillinger Escape Plan l’ha detta con una certa verve il nostro m.c. ai tempi dell’ultimo disco: “Fanno talmente schifo al cazzo i loro dischi che ormai si aspetta quello nuovo con la perversa curiosità di misurare quanto ancora avanti abbiano spostato l’asse del pessimo senza possibilità di redenzione, del paradossale, del tragicomico, del gratuito.” Da questo punto di vista c’era quantomeno da aspettarsi qualcosa di ORRENDO. Ma vederlo arrivare sotto forma di cover di Fight The Power, per giunta con Chuck D in persona a fare da guest-star, è davvero una cosa da non credere ai propri orecchi. Nondimeno.

PS: se dobbiamo essere brutalmente sinceri non è nemmeno un problema dei soli DEP. Il disco che la contiene, la OST di un videogame di cui non so nulla (andate a chiedere info a quelli di giocagiue, magari), consta di una manciata di inqualificabili cover a tema guerra, con aborti tipo gli As I Lay Dying che si permettono di riproporre War Ensemble in salsa pro-tools-core, anche se probabilmente è più dura da accettare la rendition di War Pigs firmata Acacia Strain. Da un punto di vista critico in certi casi è difficile riuscire a distinguere tra onestà intellettuale e quaranta righe di insulti alle madri dei musicisti.

Bastonate Heavy Rocks

attendiamo post di indiepassere.

L’uscita di Absolutego, nel ’96, mi fece uscire di testa e mi costrinse a buttar via ogni disco che avevo in casa. Naturalmente non è vero: conobbi i Boris, come tutti gli altri qua in giro, quando i loro primi due dischi vennero ristampati e messi sul mercato da Southern Lord. Nondimeno, Absolutego è ancora oggi un disco MOLTO bello e una passeggiata per niente facile nell’hard rock cafone degli anni in cui esce: un’unica traccia di un’ora e passa pesantemente influenzata da Sleep e Melvins, forse ancora più opaca e granitica. Ancor più bello è il successivo Amplifier Worship, uno dei più bestiali dischi drone-metal mai realizzati: le ristampe sciccose e la caratura della band fecero il resto, creando uno zoccolo duro di fan che raccoglieva gente ossessionata dall’asse Swans/Neurosis, ex-hardcorers che scappavano a gambe levate dalla new school e fanatici di stoner marcio che passavano ogni pomeriggio libero a scandagliare i cassetti dei negozi di dischi alla voce Rise Above o Man’s Ruin o –appunto- Southern Lord. Si è scoperto parecchi anni dopo che la ristampa dei due dischi in realtà era parte di un piano quinquennale ordito da gente che aveva fiutato l’aria, deciso di imporre un nuovo modo di suonare metal estremo e lasciare che il contesto ideologico fosse creato in modo del tutto naturale ad opera di operatori del mercato straconvinti che pesare e pensare potessero diventare sinonimi senza cambiare di una virgola la musica che stava dentro ai dischi. Cosa che –tra l’altro- nel caso di Stephen O’Malley e Greg Anderson è verissima, ma quanta malafede nell’averli eletti nostri personali supereroi. Discorso noioso.

Paradossalmente, i Boris avevano smesso da anni di essere quelli di Absolutego. Due dischi del genere ti definiscono al punto di svuotarti, d’altra parte: è quasi impossibile uscirne vivi, tantomeno rilanciare su un piatto come quello di Amplifier Worship –a meno di non cadere nel trabocchetto del noise fine a se stesso, che per i giapponesi è una tentazione scontatissima; i Boris scelgono un’altra strada, un po’ più simile a quella di Yamataka Eye, per cui da ora in poi mi sembra giusto chiamarli Vooris per distinguerli da quelli precedenti (mi fa fatica usare il simbolo dell’infinito): fare uscire dischi uno diverso dall’altro allegando un  implicito spiegone che li faccia sembrare più complessi di come suonano.  Nel 2000 esce Flood, per molti il loro capolavoro: è una specie di versione ambient-psichedelica di Amplifier Worship e poco altro –un disco dignitosissimo, in ogni caso. Dopodichè la band molla tutto e inizia una carriera ancora in corso, fatta di rivisitazioni sistematiche di quasi tutti i clichè del pop che prevedano una chitarra, sezionati e risputati fuori quasi identici in dischi che all’inizio sembrano divertissement anni settanta (Vooris Heavy Rocks) e/o teoremi di postrock verista, in molti dei quali il grottesco diventa quantomeno una cifra espressiva. Ci sono persino ritorni al passato tipo Dronevil, ma sembrano quasi più una parodia/abiura che la prosecuzione di un discorso. Ancor più paradossale, la critica colta (The Wire e colleghi) non ha mai mollato i Vooris. Ogni nuovo passo della band è percepito come una maggiore presa di coscienza dei Vooris nei confronti del mondo del rock e del mondo del rock nei confronti di se stesso. Il fatto che la band ormai pubblichi un paio di dischi all’anno non rende la cosa facilissima da accettare: ce ne siamo fatti una ragione, li abbiamo mollati una mezza dozzina di dischi fa e siamo passati ad altro senza troppi rimorsi (ma m.c. ha ascoltato il disco col cantante dei Cult e ci ha dato un fedele resoconto in quattro minuti). Mi hanno segnalato tuttavia che su NPR, oggi, si possono ascoltare entrambi gli album in imminente uscita: uno si chiama ancora Heavy Rocks e ha la stessa copertina di quello uscito una decina d’anni fa (con un colore diverso); l’altro è intitolato Attention Please e dalla copertina potrebbe essere un disco dei Ladytron. L’ho ascoltato in streaming per via della copertina e (a parte concludere che con un po’ di fantasia potrebbe essere un disco dei Ladytron anche musicalmente) non ho voglia di farmi una vera e propria opinione in merito, nè tantomeno di ascoltare l’altro. Magari qualcuno che li ha ascoltati mi faccia sapere.

L’agendina dei concerti Bologna e dintorni – 4-10 aprile 2011

 

avremmo voluto regalare una di queste a ciascuna di voi ma purtroppo il limitato budget della redazione

 

L’agendina dei concerti compie un anno. Sembra ieri che muovevamo i nostri primi timidi passi eccetera eccetera un anno di traguardi importanti eccetera eccetera ma il regalo più grande siete voi lettori che eccetera eccetera eccetera. Fine delle autocelebrazioni.
Fa un caldo blu e il circo dell’esodo coatto in riviera durante il week-end è ricominciato anzitempo, Marina di Ravenna come Lampedusa in questi giorni, ciò nonostante si prospetta una gran settimana con una serie di appuntamenti da non perdere (quanti e quali decidetelo voi). Si comincia questa sera con una doppia tutta romagnola: al Clandestino i soffianti Cesarians (gratis dalle 22.30) e al Bronson i sensibili Shout Out Louds (quindici euro, dalle 21.30), che a dispetto del nome riottoso sono leggerini leggerini leggerini, comunque da amare a prescindere anche solo perché il primo nome del gruppo era Luca Brasi. Martedì un’overdose di tecnicismo incarognito e virtuosismi a raffica da far scappare via piangendo Yngwie Malmsteen: c’è Mike Stern a San Lazzaro (tutte le informazioni Qui). Se suonate un qualsiasi strumento lasciate perdere: dopo questo concerto correrete a suicidarvi.
Mercoledì è la vostra serata se vi piacciono i gruppi che plagiano i Mogwai a volumi ancora più alti degli originali: God Is an Astronaut al Bronson (21.30, quindici euro) e potete pure dire addio alla vostra scatola cranica. Restando in zona Bologna invece, una sciccheria per i matti fanatici di film di serie Q: i Calibro35 sonorizzano il caposaldo del rape and revenge più sadico e degradante, Milano odia: la polizia non può sparare, al cinema Perla (inizio spettacolo ore 21.30, non so il prezzo). Il fatto è che all’XM24 per la rassegna MeryXM ci sarà un incontro di quelli importanti, un libro che racconta la storia di Bologna attraverso i centri sociali e per quelli che sanno ci sarà da versare calde lacrime e in abbondanza; poi a seguire concerto free jazz di un gruppo di cui personalmente non so nulla a parte che c’è Jacopo Andreini alla batteria, dunque perlomeno imperdibile. Tutto gratis da orario aperitivo.
Ah, per chi ci crede inizia anche il processo Berlusconi-troie (gratis su tutti gli schermi); io ci credo il giorno che lo saprò rinchiuso in una cella di 3 metri per 3, con la casacca a strisce e una grossa palla di metallo al piede, a cercare di difendersi da una mandria di senegalesi malati che lo chiamano Shirley.
Giovedì per le salamandre appuntamento al Locomotiv con il freak altissimo e i suoi Deerhunter (21.30, quindici euro più tessera AICS, unica data italiana, occhio a non evaporare); dovevano anche esserci i Parasytic all’Atlantide ma ora che la Cancellieri caga il cazzo non si sa più, probabilmente lo dirottano all’XM24, more news to come come dicono gli yankee. Venerdì invece c’è di sicuro serata all’XM, tutti i dettagli nel flyer qui sotto. Altra roba: prima serata del Massimo Volume weekend (+ Bachi da Pietra, tutte le informazioni – tranne il prezzo, as usualQui) e i relitti Sigue Sigue Sputnik allo Scalo San Donato (a seguire gran djset nel segno del reducismo più sfrenato, info Qui). Comunque sia, allo Scalo San Donato vedete di non mancare sabato e domenica per Leviatani e Zanzare, ogni anno sempre più bellicoso e paurosamente definitivo del precedente, questa volta c’è pure il Menarca per cui se non è il più grande evento della storia dell’Umanità dopo l’ultima cena allora io non lo  so.

L’agendina dei concerti Bologna e dintorni – 7-13 marzo 2011

"Si ricordi Mister, ci sono tre Regole Importanti da seguire con il Mogwai. La Prima: i Mogwai sono sensibili alla luce forte, in particolar modo quella del Sole, lo ucciderebbe. La Seconda: si ricordi che non dovrà mai bagnarlo con dell'acqua, quindi non gli dia mai acqua da bere né tanto meno fargli il bagno. Ma la Terza Regola - la più importante di tutte: lei non dovrà mai, mai, mai dargli da mangiare dopo la mezzanotte."

 

Citando il magico Cocciante, Per ognuno di noi c’è una maschera se nasconde un sorriso o una lacrima, io non lo dico ma lo so. Domani è Carnevale. Nel frattempo, se questa sera avete voglia di celebrare la festa della donna con qualche ora di anticipo, al Bronson arrivano per l’occasione le Those Dancing Days (dalle 21.30, omaggio donna come in discoteca, sei euro per gli altri); altrimenti c’è una roba al Clandestino che non ho capito bene ma c’è da fidarsi sulla fiducia (o dare un’occhiata al programma per delucidazioni). Domani probabilmente alzeremo il dito medio a feste e festini e scapperemo (di nuovo) al Clandestino per Sara Lov, che tra l’altro ha pubblicato da poco su Irma un disco di cover tra i più belli e sensati degli ultimi anni; gratis, dalle 22.
Mercoledì è il momento delle scelte importanti: da un lato i Mogwai all’Estragon (ventidue euro, dalle 22), dall’altro i zozzissimi e fangosissimi Butcher Mind Collapse gratis all’XM24 all’interno di MeryXM (dalle 20, loro cominceranno non prima delle 23), in entrambi i casi si finisce con i timpani triturati e il cervello a brandelli. Per chi invece ha voglia di stare un po’ tranquillo e conservare le orecchie intatte magari al suono del jazz più stimolante e mentale in circolazione, a Rimini per il festival itinerante Crossroads c’è Franco D’andrea con ospite speciale Dave Douglas. Giovedì preparate la droga e rispolverate i camicioni da hippie rubati alla Caritas, ci sono gli Electric Wizard al Locomotiv (dalle 22, quindici euro più tessera AICS obbligatoria); se poi non riuscite a riprendervi dai loro viaggi siderali nessun problema, visto che venerdì almeno per ora in giro non c’è assolutamente nulla per cui valga la pena cacciare dei soldi. In compenso sabato c’è pure troppo: alle Scuderie in piazza Verdi Pierpaolo Capovilla e Giulio Ragno Favero in ‘Eresia‘ per voce chitarra pianoforte laptop e contrabbasso (dalle 21, dieci euro), Nero Su Nero festival con l’unica data italiana di Batkerielle Infektion e tanta altra roba (al dalle 18 a oltranza, aperitivo a ingresso gratuito, dodici euro dalle 22), massacro hard-noise-core all’XM24 (vedi flyer in basso) e per finire Andrew Weatherall al Locomotiv (dieci euro più tessera AICS). Se poi domenica avete ancora energie da spendere ci sono i Tunas allo Zuni.

 

MATTONI issue #16: MOGWAI

 
A differenza degli ultimi due dischi (che a loro tempo sono finiti a prendere polvere dopo pochi e frustranti ascolti) Hardcore Will Never Die, But You Will mi è piaciuto molto e da subito. È un disco di cuore fatto per gente con un cuore, roba sincera per stare bene soffrendo (più o meno, a seconda di quanto sia sviluppata la vostra capacità di provare emozioni), magari senza picchi stratosferici tipo May nothing but happiness come through your door o 2 rights make 1 wrong, ma anche senza un pezzo che sia meno che buono; il che è già di per sé un piccolo miracolo considerando che stiamo parlando di un gruppo al settimo album – più qualche dozzina tra singoli, EP e split quasi sempre esaltanti – che almeno fino al 2006 è riuscito a mantenere una media qualitativa elevatissima, e soltanto da allora sembrava essersi avviato verso un comunque apprezzabile auto-karaoke funzionale se non altro a (continuare a) giustificare la loro presenza sui palchi di locali e festival e in generale ovunque ci siano persone disposte a pagare per farsi triturare i timpani dalla live band più fragorosa del mondo dopo Dinosaur Jr e Manowar.
Oltre al solito gioco di rimandi condotto con il solito incomprensibile senso dell’umorismo da dissociati irrecuperabili (San Pedro, probabilmente in omaggio ai Minutemen, è il brano più corto del disco; l’ultimo pezzo si chiama You’re Lionel Richie ed è aperto da un delirante sample dove un tizio declama cose in italiano stentato), e al tutto sommato innocuo peccato veniale nell’intitolare un pezzo White noise (peraltro neppure il più ‘rumoroso’ del lotto), Hardcore Will Never Die, But You Will si segnala per la presenza, nell’edizione limitata in doppio cd o doppio vinile con download card, di una traccia di 23 minuti, Music for a forgotten future (the singing mountain), che se la memoria non falla è il brano più lungo mai inciso dai Mogwai (My father my king ne durava “solo” 20). Scritto e pensato come colonna sonora per un’installazione dal titolo “Monument for a Forgotten Future”, il pezzo (quasi del tutto privo di batteria) rivela un’inedita propensione alla grandeur da kolossal hollywoodiano con gran dispiego di violoncelli, viole e violini utilizzati come mai prima d’ora. Per i primi quattro minuti pare un loop preso a caso dalla colonna sonora di Brokeback Mountain, poi spunta un carillon tristissimo, da orfanello perso nella neve, che introduce a un nuovo gran lavoro di archi austeri – tastiere e chitarre moderatamente sferraglianti lasciate molto in sottofondo – non arrivasse a un certo punto un vibrafono sembrerebbe roba del Kronos Quartet giusto un pelo più allegra; s’insinua di nuovo la chitarra dolente in puro Mogwai style ma pacificato, duetta mestamente con il vibrafono poi lascia perdere, rientrano gli archi, una nenia funeralesca dove piange anche il cadavere. Al dodicesimo minuto un piano maestoso, pulviscoli di feedback come ruggine sgorgante dagli amplificatori, una chitarra stridente che sembra il lamento di un androide mentre ascolta Enjoy the silence dei Depeche Mode, un crescendo da colonna sonora di Danny Elfman subito azzoppato dall’incedere monco e montante di chitarre basso tastiere e finalmente qualche tocco di batteria, sembra il pezzo di Mr. Beast messo alla fine di Miami Vice ma meno epico e infinitamente più disperato, di quel momento in cui la disperazione si trasforma in rassegnazione, che è come dire il peggio del peggio. Non dura molto comunque: la musica si spegne all’improvviso lasciando spazio al gracchiare elettrostatico della radio quando si è persa la frequenza, poi tornano su gli archi, ma timidamente, sullo sfondo, una progressione ciclica che sta in mezzo tra il Philip Glass quasi totalmente neutralizzato delle colonne sonore miliardarie e ancora il Kronos Quartet dopo un’overdose di barbiturici, poi di nuovo il gracchiare della radio per un minuto, come a dire fine delle trasmissioni. Qualunque sia la vostra opinione sui Mogwai altri come loro in giro non ne trovi.

 

 

L’agendina dei concerti Bologna e dintorni – 14-20 febbraio 2011

Vincenzo Vasi al lavoro (foto di Francesco Minichiello)

Probabilmente questa sera il Clandestino è il posto migliore sulla faccia della Terra per festeggiare San Valentino: dalle 22.30 il basettato Vincenzo Vasi (tra i più grandi suonatori di theremin al mondo, bassista mentale, vocalist stratosferico e un sacco di altre cose, uno dei motivi per cui sono orgoglioso di essere al 50% romagnolo) e il cronenberghiano Nicola Montefiori in coppia assassina e programma a tema (“The Look of Love” il titolo della serata) plasmeranno la celestiale colonna sonora per una notte che potrete raccontare ai vostri nipotini tra cinquant’anni.
Per la serie “ma tu guarda chi si rivede”, martedì gli Angra all’Estragon (dalle 22, ventidue euro); visti due volte con André Matos ai controlli, non avevo la minima idea che fossero ancora in circolazione. Chissà chi è che canta ora. Mercoledì perfino troppa roba in città: all’XM24 MeryXM con un libro catastrofista su Bologna e a seguire concerto frigotecnico con UTAT, Magic Towers e Colourful Mountain (dalle 20, gratis), UK Subs e Vibrators al Sottotetto (di questo non so né prezzi né orari, ma ho il sospetto che inizi presto e non sia propriamente a buon mercato), Silvio Indigesti Bernelli a colloquio con Dee Mo al Modo Infoshop (dalle 21.30), Sigourney Weaver (a dispetto del nome l’attrice non c’entra un cazzo) al RAUM, e pure in forse i Leng Tch’e al Nuovo Lazzaretto (“in forse” perché a parte un post sul loro myspace datato dicembre 2010 sembra scomparsa ogni altra notizia al riguardo: vedremo).  Comunque giovedì tutti all’XM24 per i Marvin, non so cos’altro ci sia in giro, non so se ci sia in giro qualcos’altro, l’unica cosa che so è che questa è la serata.
Venerdì rock’n’roll passatista overdrive al Covo con i Guano Padano (nome meraviglioso) di ‘Asso’ Stefana (dalle 22), oppure mazzate sui denti al Nuovo Lazzaretto con la Mini Fast Fest (dalle 21); ci sono anche gli Hurts all’Estragon, ma non so voi ma a me già i Bros facevano schifo al cazzo e non vedo perché fare il bis con un gruppo ancora più fiacco degli originali. Sabato il delirio: Storm al Link, Wire al Velvet, ancora Vincenzo Vasi e Massimo Simonini in serata theremin all’Areasismica a Forlì, e per finire quel matto di Oldseed alla Salumeria del Rock (lui è un personaggio assolutamente da conoscere, oltre che un musicista di raro pregio e talento). Gran finale domenica al RAUM per Magic Towers + UTAT e Opium Child, oppure ancora all’XM24 per il Souljob Festival: delirio.

L’agendina dei concerti Bologna e dintorni – 31 gennaio-6 febbraio 2011

una rarissima immagine di Mark Kozelek durante una giornata buona

 

Bologna e nevica. Tra sabato e domenica 22 ore non-stop di nevicata poi a seguire pioggia a secchiate che pareva di stare in India durante la stagione dei monsoni, ma ora è tutto finito e per stasera garantite strade percorribili e circolazione agevole almeno fino al Clandestino, dove suona il dissociato francese Bud McMuffin; uno spettacolo vero, gratis, dalle 22.30. Martedì 1 febbraio arrivano Thin Lizzy e Supersuckers all’Estragon (dalle 21); per ovvie ragioni manca lo storico frontman Phil Lynott (ha lasciato questa valle di lacrime venticinque anni fa), ma la notizia quantomeno bizzarra è che in questa occasione il suo ruolo verrà ricoperto da Ricky Warwick, l’isterico leader degli Almighty (ve li ricordate o avete avuto un’adolescenza felice?) nonché tra le ugole migliori dell’Irlanda del Nord, e alla seconda chitarra c’è Vivian Campbell dei Def Leppard. Un karaoke coi controcazzi per una delle più grandi band mai esistite sulla faccia della Terra. Unico inconveniente il prezzo: trentacinque euro non opere di bene. Per una serata più low-budget ma sempre pilotata da reducismo peso con vecchie carcasse barcollanti ai controlli, ecco i Members al Nuovo Lazzaretto; di spalla Rotten Boi!s e altri simpatici compagni di merende. Dalle 22, gradite creste da moicano, giubbotti di pelle lerci, pantaloni strappati e ascelle non lavate da almeno una settimana.
Mercoledì continua la rassegna MeryXM all’XM24 (gratis, da orario aperitivo ad oltranza) con la presentazione di un libro che farà molto piacere a Steve Jobs e in coda un concerto che si preannuncia particolarmente molesto (date un’occhiata a nomi, organico e foto…). Altrimenti Meteors (che ancora rompono culi dopo 30 anni) con annesso festivalino psychobilly all’Onirica a Parma (dalle 21, venti euro più tessera obbligatoria altri cinque euro), o il Doc Trio di Simone Zanchini al ristorante Zingarò a Faenza (dalle 22, gratis già mangiati oppure menù-concerto a venti euro tutto incluso). Giovedì non c’è niente fuori, non c’è niente fuori, credimi, non c’è niente fuori, tranne i Massimo Volume a Cadelbosco di Sopra (dalle 21.30. Per i non emiliani, per arrivarci bisogna passare per una frazione di nome Sesso, nel caso non dimenticate la macchina fotografica per tante tante pose stupide davanti al cartello).
Venerdì la bella notizia per chi andava al liceo negli anni novanta è che ci sono i Pennywise all’Estragon; la notizia perfino migliore per chiunque sia vivo è che di spalla suonano i Real McKenzies (purtroppo vista la posizione in scaletta non potranno deliziarci con un set eterno, ma non si può avere tutto dalla vita). Esserci diventa a questo punto una questione cruciale (dalle 20.30, ventidue euro – la stessa cifra chiesta dai Godspeed You Black Emperor! e ugualmente ben spesa se volete sapere la mia). Sabato l’overdose: festival devastante all’XM24 (dalle 23 a oltranza, ingresso sotto ai cinque euro), Gay Beast al Covo (dalle 22, prezzo ignoto), Mombu al Voodoo Club a Comacchio, Nile e Melechesch al Temporock a Gualtieri (poco dopo Cadelbosco di Sopra, il prezzo non lo so ma qualcosa mi dice che non sarà a buon mercato), festivalino noise al Grottarossa, e last but not least Goldie al Velvet (dalle 23). Comunque vada, è fondamentale arrivare vivi a domenica per Mark Kozelek alla chiesa di sant’Ambrogio di Villanova, ovvero qualcosa di molto vicino alla manifestazione di Dio in terra, ma con la chitarra al collo.

MATTONI issue #13: ELUVIUM

 
Matthew Cooper è il punto di incontro tra i Mogwai e Ludovico Einaudi. Nei suoi dischi puoi trovare con la stessa facilità tanto le scariche di feedback grondanti malinconia dei primi quanto il minimalismo alla buona da compilation new age nel cestone dell’ipermercato del secondo. Fino a qualche anno fa nei suoi dischi Cooper si dedicava alternativamente all’uno o all’altro aspetto, nel senso che un suo disco era solo chitarra lancinante ipereffettata o solo piano melenso da sala d’attesa dal dottore, ed erano i suoi dischi migliori (nello specifico, l’etereo Talk Amongst the Trees per quel che riguarda strati su strati di chitarre distorte che generano amarezza e chiamano rimpianto, e An Accidental Memory in the Case of Death per l’Einaudi-karaoke però preso male e autenticamente dolente). Da quando ha deciso di fare entrambe le cose contemporaneamente ho perso progressivamente interesse per la sua musica sempre più tetra e svenevole come un armadio polveroso pieno di bambole di ceramica, sarà anche perché inconsciamente lo ricollego a un periodo della mia vita in cui compravo a scatola chiusa qualsiasi disco Temporary Residence, roba che a posteriori probabilmente non rifarei (mi risparmierei così una buona dose di orchiti fulminanti e prese a male assolutamente gratuite).
Quando però sono venuto a sapere che il nuovo album di Eluvium prevedeva in scaletta un’unica traccia di 50 minuti un barlume di attenzione si è riacceso in me. Impossibile anche solo pensare di comprarne una copia fisica: la prima (e unica) tiratura di 200 esemplari assemblati a mano è andata bruciata in meno di 48 ore. È in compenso possibile ascoltare Static Nocturne (questo il titolo del tour de force cooperesco) integralmente su Bandcamp ed eventualmente acquistare l’mp3 al prezzo di otto dollari, ma è una mossa che personalmente non consiglierei a meno che non sentiate il disperato bisogno di un sottofondo vagamente fastidioso mentre sbrigate le faccende di casa più monotone, tipo dare la cera alle piastrelle del cesso; ci sono in realtà circa sei-sette minuti di chitarra languida all’inizio ed altri cinque-sei di piano lacerante verso la fine che sono tra le cose migliori mai incise dall’introverso polistrumentista, il problema è che nei restanti quaranta e rotti non accade assolutamente nulla a parte un continuo e irritante sciabordio di rumore bianco, e comunque anche quel poco di (ottima) musica è sepolto da strati di feedback ondivago e scariche elettrostatiche che rendono l’insieme soltanto lontanamente intellegibile. Io il disco l’ho ascoltato sotto Natale assieme al Christmas EP di Jesu, la neve sulle strade e tutto il resto, e l’effetto nel complesso è stato pure abbastanza deprimente (nel senso buono), e magari finché continua a fare freddo e a venire buio presto Static Nocturne può pure avere un suo perché, ma per ora non ho nessuna voglia di ripetere l’esperimento e difficilmente me ne tornerà in futuro. Peccato, a mettere insieme quei dieci minuti celestiali ne usciva il pezzo più bello di Eluvium, così invece è soltanto poltiglia sfrigolante per semiautistici e lunatici solipsisti irrimediabili.