Dischi stupidi: Seeking Major Tom

Se ci sia o ci faccia ormai non ha più importanza, ammesso che ne abbia mai avuta: a ottant’anni compiuti, più di due terzi dei quali spesi a intrattenere alla grande miliardi di esseri umani soprattutto via tubo catodico (ma senza disdegnare fulminee incursioni nel mondo del cinema, della musica registrata e dell’editoria), William Shatner può permettersi qualunque cosa. Anche di uscirsene con un triplo concept/cover album tra i più balzani, sconclusionati, improbabili e farneticanti di sempre per un’etichetta nota ai più come dispensatrice di metallaccio di ultim’ordine, punk orribile e rockettaccio gotico per tamarri di periferia in anni in cui portavamo ancora i calzoncini corti; Cleopatra Records era il marchio che associavo ai dischi brutti dei Christian Death, al limite a qualche ciofeca random con ragnatele e tizi truccati da puttana in copertina, comunque roba da evitare come la peste se non volevi sprecare i soldi quando i dischi ancora si compravano; oggi, non so se è più forte l’effetto nostalgia provocatomi dall’aver rivisto un logo che credevo sepolto per sempre nei recessi più inutili della mia memoria o lo sgomento di fronte a un disco che travalica di diverse galassie il concetto di so bad it’s good, disintegrando in un sol colpo intere gerarchie di abbruttimento, rimodellando di fatto nuovi standard in termini di perturbante e gratuito, e rendendo ogni possibile termine di paragone una stronzatina assolutamente normale e nemmeno divertente. Seeking Major Tom è, nei fatti, una raccolta di cover di brani spesso famosissimi riassemblati e in qualche caso riadattati (cambiando gli arrangiamenti o perfino alcune linee di testo, alla maniera degli Slayer di Undisputed Attitude) in modo da delineare una continuity che sta tutta nella testa di Shatner, una storia vera e propria con un inizio, uno svolgimento e una fine, protagonista il “maggiore Tom” del titolo, che assurge a vita propria prendendo le mosse dal pezzo di David Bowie via il seguito apocrifo di Peter Schilling e si muove nel tempo e nello spazio attraversando – in ordine sparso – U2, Steve Miller Band, Deep Purple, Elton John (Rocket Man, c’era da chiedere?), Thomas Dolby, i Police (indovina? Walking on the Moon), Norman Greenbaum, i Queen, naturalmente gli Hawkwind, K.I.A. (robaccia famosa solo in Canada), The Tea Party, perfino Frank Sinatra (e non Fly Me to the Moon ma la sua versione di Lost in the Stars di Kurt Weill), Pink Floyd, Byrds, Golden Earring, Black Sabbath (Iron Man, agghiacciante) e Duran Duran (coerentemente, Planet Earth), il tutto rivisitato per l’occasione da un esagitato Shatner, convinto di stare recitando il ruolo della vita in una cornice che più camp non si potrebbe; roba che al confronto l’opera omnia di Meat Loaf diventa il demo autoprodotto di una cover band dei Discharge. Lo stuolo di ospiti poi è qualcosa di inimmaginabile, da Michael Shenker a Wayne Kramer, da Bootsy Collins a Lyle Lovett, da Peter Frampton a Dave Davies passando per Sheryl Crow e Zakk Wylde, e verrebbe da riportare per intero la lista dei guests tanto non ci si crede. L’insieme è impossibile da raccontare a parole, bisogna passarci in mezzo; per meno di 24 ore l’album è stato in streaming integrale su Soundcloud ma ora la pagina sembra sia stata rimossa o qualcosa del genere. L’edizione in doppio CD sta a quattordici dollari su Amazon americano e potrebbe essere il miglior regalo che decidiate di farvi così come una valida alternativa alla lobotomia frontale (e non è detto che i due concetti debbano escludersi a vicenda); io, è da un paio di giorni che sto pensando a come uscirne. Non è che abbia ottenuto buoni risultati finora, anzi.

 

non credo di avere le parole per dirne.

DISCONE: Blanck Mass – s/t (Rock Action)

Benjamin John Power è metà Fuck Buttons, dei due quello non cinese. Blanck Mass è il nome sotto cui ha raccolto una serie di pezzi prodotti ed eseguiti in solitudine a casa sua tra l’estate e l’inverno scorsi, per citare le parole dell’autore una raccolta di brani vagamente incentrati sul tema dell’ipossia cerebrale e la splendida complessità del mondo della natura. Una gran puttanata new age per ipocondriaci? Bedroom-pop da cameretta dei più beceri e improponibili? Col cazzo: un disco che è un capolavoro straordinario di trascendenza e celebrazione dell’estasi, frontale e spirituale come negli ultimi anni soltanto Stigmata di Martin Rev, vibrante come la vita nei momenti importanti, immaginifico come il miglior trip da LSD ma più potente, viscerale come un pianto che nasce e cresce dalle più intime profondità dello stomaco. Un monumento all’analogico mastodontico, dirompente, una cattedrale la cui imponenza spaventa, ipnotizza e attrae come magneti. Nessuna meraviglia che il disco esca per l’etichetta dei Mogwai, del resto la materia è la stessa delle loro cose migliori: sangue, budella, lacrime, il groppo in gola che sale inesorabile. Il cuore oltre ogni ostacolo. In più c’è la visione, il misticismo totale, lo sguardo ascendente, jodorowskiano. Una droga.

una per Keith Caputo che sta cambiando sesso.

Keith Caputo 2011

 

 

I Life Of Agony erano un luogo della mente dove mi rifugiavo ogni volta che stavo male e sapevo e sentivo che nell’immediato futuro sarebbe andata ancora peggio. Non so cosa avesse fatto scattare l’empatia (il fatto che condividessero il batterista con i Type O Negative probabilmente ha aiutato), ma quei quattro italiani bruttissimi capitanati da uno gnomo che assomigliava tanto a un galoppino mafioso preso male erano entrati nella mia vita come una coltellata nella pancia, e non ne sarebbero mai più usciti. Musicalmente erano un incrocio tra hardcore, metal, dark e sludge mai sentito prima né tantomeno poi; nei momenti veloci pareva di essere finiti in mezzo al pogo più violento e cattivo del mondo con la certezza che il soffitto sarebbe crollato da un momento all’altro, in quelli lenti era come farsi succhiare via il sangue da un’aspirapolvere mentre un rullo compressore ci sbriciolava gli ossicini. Il primo disco, River Runs Red (1993), è un concept sul suicidio; gli interludi Monday e Thursday sono registrazioni di messaggi dalla segreteria telefonica del protagonista, viene lasciato dalla ragazza e licenziato dal lavoro, in Friday – la traccia conclusiva – si ammazza. Nel mezzo alcuni tra i pezzi più dolorosi di sempre, indipendentemente da generi musicali e gusti personali di sorta; in pratica è l’esorcismo privato del bassista e paroliere Alan Robert, figlio di divorziati, il padre alcolizzato violento che gli menava. Al microfono c’è lo gnomo triste di cui sopra, Keith Caputo, un altro che quanto a infanzia disastrata non scherza manco per il cazzo (orfano a un anno, madre morta di overdose, padre mai conosciuto): la sua voce, un lamento carico di rabbia o l’urlo più triste del mondo a seconda di come consideriate il bicchiere (che comunque è sempre mezzo pieno ma di lacrime, per citare il poeta), è quel che rimane impresso più di ogni altra cosa, più ancora della musica, che è quanto di meglio il gruppo scriverà mai. Per il successivo Ugly (1995) la stesura dei testi viene divisa 70/30 tra Robert e Caputo, i tipi sì che ne hanno viste: i primi cinque pezzi in blocco sono roba da stendere un elefante. Seasons, I Regret, Lost at 22, Other Side of the River, Let’s Pretend (primo dei sei miliardi di pezzi di Caputo dedicati alla madre morta) toglierebbero la voglia di vivere anche al più arrogante fottuto pornodivo miliardario sulla faccia della Terra. Rapidi colpi di rasoio sulla carne viva come diceva Tamburini, impossibile azzardare un paragone che non implichi il concetto di soffrire gratis come cani senza alcuna speranza di riscatto. Il resto del disco non è altrettanto buono, ci sono anzi un sacco di filler orrendi (inclusa una cover al di là del bene e del male di Don’t You (Forget About Me) posta in chiusura) ma sticazzi, i Life Of Agony la loro storia l’hanno già scritta, marchiata a fuoco per sempre nei cuori dei deboli e degli umiliati. Soul Searching Sun (1997) è UNA MERDA. Spazzatura alternative rock (erano gli ani novanta, questa definizione aveva un senso) da far vergognare la più infima delle band da classifica generalista di allora e di sempre, un susseguirsi inesorabile di pezzi insulsi il cui vuoto pneumatico emerge in maniera anche perturbante; l’ansia di non avere un cazzo da dire. Unici momenti da salvare Weeds (comunque una cosetta rispetto alla roba vecchia) e le bonus tracks incluse nella versione digipack (a spiccare una rendition triphopeggiante di Let’s Pretend che in piena notte con un cannone gargantuesco è la morte sua). Nel mezzo del tour però Caputo lascia adducendo scuse, e il gruppo momentaneamente si sfalda; dovevano venire anche a Bologna, al Covo, a fine ottobre ’97, un trauma dell’abbandono che non ho mai superato. Rientrano in pista l’anno dopo con il sostituto più improbabile che si potesse immaginare: l’abbronzato Whitfield Crane dei relitti “divertenti” Ugly Kid Joe. Tempo un paio di tour e fortunatamente capiscono che non è cosa. Nel frattempo esce la raccolta di demo e B-sides 1989-1999, che contiene probabilmente il pezzo migliore mai scritto dai Life Of Agony, Coffee Break: cercate di procurarvelo a ogni costo, fosse anche l’unico loro brano che ascolterete mai. (Continua a leggere)

L’apoteosi.

 

La gente non ricordava più l’età d’oro
del XX° secolo.
Non ne ricordava la prodigiosa tecnologia
nè le spaventose guerre.
Non ricordava più quando i Jugger
avevano fatto la prima partita al “GIOCO”
nè per quale motivo si giocasse
con un teschio di cane…

 
Giochi di Morte (in originale Salute of the Jugger o, per l’appunto, The Blood of Heroes) è I Cancelli del Cielo della fantascienza postatomica: scritto da David Webb Peoples nel momento di massima fama post-successo tardivo di Blade Runner (un flop al botteghino, sbancò nel mercato delle videocassette diventando in breve tempo il film più noleggiato di sempre), massacrato da una lavorazione travagliatissima (almeno sei anni dall’inizio della pre-produzione) e più volte rimontato, non si sa ad oggi quante versioni del film esistano né tantomeno quale sia (se ci sia) il director’s cut. L’unico dato certo è che la versione americana è più corta di almeno dieci minuti rispetto al cut europeo (un’ora e ventisei contro un’ora e trentacinque circa), anche se l’arrivo del formato DVD ha spalancato nuovi e inquietanti interrogativi (è spuntata fuori una fantomatica versione giapponese di 104 minuti) destinati con ogni probabilità a rimanere insoluti, per due ragioni principalmente: primo, Giochi di Morte è stato un tale fiasco sotto il profilo economico (costato dieci milioni di dollari australiani, ne ha tirati su poco più di 188.000) da rendere improbabile qualsiasi ipotesi di recupero filologico a posteriori come è stato invece, ad esempio, per Demoniaca di Richard Stanley (altro film maledetto per quanto decisamente più famoso), e secondo, dell’esistenza di Giochi di Morte pensavo di essere rimasto il solo essere vivente sulla faccia della terra ad averne conservato memoria.
Mi sbagliavo.
A ricordarsene  sono anche Justin Broadrick, Bill Laswell, Enduser e Dr. Israel, rispettivamente chitarrista, bassista, beat-maker e MC in The Blood of Heroes, progetto che prende le mosse da quel che probabilmente resta il migliore postatomico dopo Mad Max. L’album omonimo è uscito la primavera scorsa, e per chi ha passato l’infanzia a perdersi tra le pareti del videonolo e l’adolescenza in capannoni e centri sociali balordi a spaccarsi le orecchie con tutte le declinazioni possibili della drum’n’bass più marcia un disco come questo ha il sapore del regalo. Ma a parte la questione privata (capire di non essere il solo ad aver lasciato un pezzo di cuore nelle spire magnetiche di VHS dimenticate da Dio è qualcosa di prezioso di questi tempi) c’è proprio il fatto che The Blood of Heroes è un disco della madonna anche qui e ora, anche senza bisogno di tirare in ballo nostalgie e vissuto personali; è come dovrebbe suonare un disco sempre, unico, inafferrabile, misterioso, vivo e pulsante, portatore e generatore di autentica passione e stimolante ulteriori e infiniti percorsi. Un disco che ti lascia con il desiderio irrefrenabile di sviscerare ogni piega di un suono che incorpora jungle, elettronica, metal, industrial e hip-hop illbient di quello peso (giusto per dire le prime cose che richiama alla mente), di ripassare tutta (e dico TUTTA) l’epopea dei Godflesh con interminabili annessi e connessi, quindi via con gli Scorn e l’Earache degli anni belli, e i diecimila progetti di Laswell che sono un vortice da cui diventa difficile uscire, e tutta la roba dark e imparanoiata inglese di cui parla Simon Reynolds nei capitoli di Energy Flash post-rave di Castlemorton, e poi Goldie e tutto il catalogo Metalheadz, e DJ Olive, e DJ Spooky, e The Horrorist, e Isolationism, e chissà quanto altro mi sono dimenticato o non ho ancora ascoltato e ascolterò anche grazie a questo disco che è tra le cose più belle e formative e importanti che possano capitare se non siete sordi. A impressionare più di tutto il fatto che The Blood of Heroes arrivi dalla testa di gente con decenni di carriera e centinaia di uscite alle spalle (Laswell e Broadrick, nello specifico), comunque ancora in grado di partorire un disco che sembra inciso dopodomani. Che gli dèi li conservino.

Solomon Burke 1940 – 2010

 

Se ne va uno dei pilastri più imponenti (non solo in senso fisico) di negritudine alla vecchia in quasi tutte le sue incarnazioni, dal gospel al funk, dal blues al soul fino al rock’n’roll e perfino al country (numerose le sue cover di classici del genere, che invariabilmente dopo il Burke-trattamento diventavano roba da schiavo nelle piantagioni di cotone). Nella sua voce pastosa e potentissima convivevano slancio verso il Divino e pulsioni che più brutalmente terrene non si potrebbe, come due facce dell’identica medaglia. Grande amante di Cristo, del buon cibo e della figa, lascia una ventina di figli e altrettanti album nei quali ha esplorato buona parte dello scibile musicale negro e non; ma era dal vivo – dove a stento si muoveva dal trono di volta in volta posizionato in mezzo al palco – che “The King” sprigionava fino in fondo il suo devastante, ipnotico carisma, nel corso di esibizioni fluviali a base di completini sgargianti ed ettolitri di sudore mandate in orbita dalla sua ugola baciata da Dio. Ed è adempiendo la sua missione che è morto, nella hall di un aeroporto olandese; avrebbe dovuto suonare il 12 ottobre ad Amsterdam assieme ai De Dijk con cui aveva recentemente collaborato.

non-recensione: JINGO DE LUNCH – Land of the Free-ks

Jingo de Lunch ieri (dalla busta interna di Perpetuum Mobile)

 

Oggi esce Land of the Free-ks, il nuovo album dei Jingo de Lunch, il primo dal 1994. Non ne ho ancora ascoltata una nota. Probabilmente sarà già finito nei peer-to-peer o in giro per i migliori Rapidshare del pianeta, ma non me ne frega un cazzo: aspetto di trovarlo nei negozi di dischi, come è giusto che sia, che sono quei posti che (a dire il vero sempre più di rado) ti capita di trovare da qualche parte per le strade. I Jingo de Lunch sono stati la più grande rock band uscita dalla Germania, e potrei dirlo a casa di Nina Hagen appoggiando gli anfibi sul suo tavolo da tè come davanti a qualsiasi cialtrone krautrock – e intendo chiunque, dal primo all’ultimo – rumorista pseudonazi o metallaro birraiolo che dir si voglia, la sostanza non cambia. Che diamine! Lo direi anche se mi trovassi di fronte i Rammstein al completo, armati di spranghe larghissime e vaselina e incazzati neri. Hanno inciso due dei più bei dischi hardcore di sempre (l’esordio Perpetuum Mobile e il mini Cursed Earth, un GRANDISSIMO album di crossover totale (Axe to Grind, curiosamente licenziato dalla berlinese Hellhound, etichetta specializzata in doom metal) e tre dischi di scintillante punk rock and roll (Underdog, B.Y.E. e il dimenticatissimo Deja Voodoo) che sostanzialmente erano poco più che variazioni sul tema di Axe to Grind ma avevano comunque dalla loro grandi pezzi, uno stile letteralmente inimitabile e un gran cuore. Soprattutto, i Jingo de Lunch hanno saputo imprimersi nella memoria di una generazione di squatters mettendo a ferro e fuoco i centri sociali di tutta Europa con concerti-fiume dalla fisicità e vitalità semplicemente disarmanti (dove oltre ai loro pezzi suonavano cover di Bad Brains, Thin Lizzy, Misfits ecc.); passarono anche da Bologna, nel 1989, per una indimenticabile “doppia” all’Isola nel Kantiere, la prima sera gremita con gente rimasta fuori, la seconda a sorpresa per pochi fortunati (o lungimiranti) spettatori. Senza di loro, probabilmente il crossover come lo abbiamo conosciuto negli anni novanta e oltre non sarebbe mai esistito, così come un’intera ondata di front-women che va da Skin a Karyn Crisis, da Linda Perry a Bif Naked. Il loro suono, imitatissimo, basato sulla metronomica sezione ritmica di Steve Hahn e del lungocrinito Henning Menke, il doppio fuoco incrociato della coppia d’asce formata da Joseph ‘Sepp’ Ehrensberger e Tom Schwoll, e gli incredibili contorcimenti vocali della canadese Yvonne Ducksworth, tuttora è rimasto insuperato. Mollano il colpo nel 1996, Yvonne si trasferisce in Arizona a lavorare come tecnico informatico, gli altri restano; a parte Yvonne, ognuno mette su una propria band, ma combineranno poco. In quel periodo e negli anni seguenti potevi trovare i vinili dei loro ultimi tre dischi praticamente ovunque per pochi spiccioli, nessuna traccia dei primi due per la più che valida ragione che chi li aveva giustamente se li teneva stretti. Nessuna celebrazione, del resto, nessun nome nuovo a ricordarli, nessun Jack White del cas(zz)o a tramandarne la memoria alle nuove generazioni; il nome Jingo de Lunch semplicemente scompare dalle mappe del rock “che conta”, a ricordarli pare soltanto il solito nugolo di irriducibili che ancora continua a farsi sfondare le orecchie nei centri sociali nonostante gli anni passino e il numero di primavere lieviti.
Tornano insieme nel 2006, il pretesto i mondiali di calcio in Germania, viene imbastito in due e due quattro un paio di spettacoli in un pub sull’onda dell’amarcord sfrenato, del sano cazzeggio/remember tra amici più che altro; manco a dirlo, entrambi i concerti sold-out con pubblico stipato di reduci sudati fradici in visibilio che ne vogliono ancora, e non solo lì in quel momento: dappertutto. L’anno successivo verranno accontentati, i Jingo de Lunch celebrano il ventennale con un tour capillare Germania-Austria-Italia che li tiene occupati per un mese e mezzo; tornano anche a Bologna, quasi sul luogo del delitto (quasi, perchè l’Isola nel Kantiere non esiste più da sedici anni), all’Estragon per uno show gratuito che ha tutto il sapore della rimpatriata tra amici che il tempo non è riuscito a cambiare. A un certo punto sale sul palco anche Lucio degli Upset Noise a cantare assieme a Yvonne Growing Pains (cover appunto degli Upset Noise che apriva Underdog nonchè presenza fissa nelle setlist post-Axe to Grind).  Un altro pugno di concerti sparsi tra Germania e Spagna nel 2008 poi Sepp e Tom Schwoll lasciano amichevolmente, quindi la scelta di andare avanti senza di loro; viene reclutato tale Gary Schmalzl a sostituire entrambe le chitarre e si ricomincia, per la prima volta in formazione non originale, a novembre di nuovo sulla strada. La sfida, tutta da dimostrare, è se dal vivo e in studio i Jingo de Lunch abbiano ancora un senso; presto lo sapremo.

 

Jingo de Lunch oggi (dal myspace della band)

Bruno S. – 1932-2010

 
L’11 agosto un attacco di cuore ha posto fine alla tribolata esistenza di Bruno Schleinstein, meglio conosciuto come Bruno S.
Figlio indesiderato di una prostituta, che lo massacra di botte fino a renderlo temporaneamente sordo in tenerissima età, Bruno trascorre l’infanzia, l’adolescenza e parte della vita adulta tra orfanotrofi (prima), manicomi (poi) e galere (durante), un percorso di vita che avrebbe suscitato l’invidia di Edward Bunker e lo sdegno di Franco Basaglia, al termine del quale si ritrova a guidare il muletto in una fabbrica di pezzi di ricambio metallici per sbarcare il lunario; alla sera e nei fine settimana gira per bar suonando e cantando le sue canzoni – in larga parte autobiografiche – con l’ausilio di fisarmonica, xilofono e una serie infinita di strumenti autocostruiti in puro Moondog style (ma senza i deliri cosmologici). Ultraquarantenne viene scoperto da Werner Herzog, che in quel periodo era in pieno trip lavorare con personaggi ‘estremi’ (voglio dire, ancora più del solito: nel giro di un paio d’anni aveva girato, nell’ordine, un documentario sulla vita di una sordocieca e uno su un istituto per bambini gravemente handicappati, il primo film con Klaus Kinski con annessa minaccia di morte nel caso quest’ultimo decidesse di abbandonare il set, e per finire un’intervista al campione mondiale di salto con gli sci); figurarsi il sollucchero all’ipotesi di poter lavorare con un matto vero. Lo scrittura immediatamente come protagonista nel terminale L’Enigma di Kaspar Hauser. Il film viene inserito in concorso al festival di Cannes 1974; vincendo le iniziali ritrosie da parte di Herzog, Bruno parteciperà alla premiazione (Kaspar Hauser otterrà il Grand Prix Speciale della Giuria) e al conseguente circo mediatico di interviste, servizi fotografici eccetera, facendo nè più nè meno la fine di John Merrick nella seconda parte di The Elephant Man: un giocattolo anche un po’ repellente da mostrare ai ricconi incuriositi. Curiosamente, è anche la stessa sorte che tocca al personaggio da lui interpretato nel film, un cortocircuito che annulla definitivamente ogni residuo di barriera tra messa in scena e realtà: Bruno S. è Kaspar Hauser, e viceversa.
Il sodalizio con Herzog prosegue nell’ancora più radicale, negativista e spietato La Ballata di Stroszek, scritto dal regista in quattro giorni, pare, per compensare Bruno della mancata partecipazione alla rendition cinematografica di Woyzeck, allora in fase embrionale (il ruolo poi andrà a Klaus Kinski); ancora una volta Bruno interpreta sostanzialmente sè stesso, un emarginato in lotta costante contro la società da cui cerca di difendersi ogni giorno, in una guerra che si riconosce impari fin dal primo momento. Stroszek è il ruolo che proietta la figura di Bruno S., e quindi la sua vita, nell’olimpo dei massimi credenti bastonati dalla sorte in ogni tempo e in ogni luogo, dei Robert Neville, degli R.P. MacMurphy, degli Umberto D., e in generale di tutti quelli che riescono a trovare la forza, giorno dopo giorno, di rappresentare sempre e nient’altro che il proprio Io disperato.
Il problema è che Herzog, non appena si rende conto di avere esaurito le motivazioni dietro un progetto, e dunque sente il bisogno di correre dietro a qualcos’altro – possibilmente ancora più folle e scriteriato, ha un modo decisamente sgradevole di chiudere i rapporti: all’improvviso e in maniera irrevocabile, senza alcuna spiegazione. Convinto (chissà, magari pure a ragione; comunque non lo sapremo mai) che la partnership con Bruno avesse terminato la sua spinta propulsiva, il volitivo bavarese molla gli ormeggi e abbandona il matto miracolato al suo destino senza pensarci due volte. Da par suo, Bruno viene lentamente dimenticato da tutti (dai cinefili e dagli addetti ai lavori quantomeno) e torna – bisogna dire con la dignità intatta – al suo inesausto errare tra bar e baretti a suonare le sue fragili canzoni piene di orrore. Col tempo si fa anche una certa fama come pittore nel campo dell’outsider art
È in qualche maniera un cerchio che si chiude l’ultima apparizione in video di Bruno S.: un documentario, proprio come agli inizi (Herzog infatti lo scoprì grazie al fantomatico Bruno der Schwarze, pellicola di tale Lutz Eisholz su una banda di musicisti di strada capitanata – per l’appunto – da Bruno ‘Il Nero’). Bruno S. – Estrangement Is Death racconta la vita dell’uomo dopo che le luci della ribalta hanno smesso di brillare, senza patetismi ma anche senza alcuno sconto; vedere il degrado in cui Bruno conduce la sua esistenza è un rospo difficile da mandare giù in qualunque modo la si voglia mettere.
Cercando notizie sulla sua morte mi sono imbattuto in questo articolo; il sito è in tedesco e non ci ho capito un cazzo, ma nell’ultima foto Bruno indossa una t-shirt di J Mascis & The Fog. Mi venga un colpo se so il perchè, ma secondo me questo significa qualcosa.

DISCONE: Martin Rev – Stigmata

 

A chi non conosce il personaggio, ma anche a chi lo conosce ma ignora le motivazioni alla base di questo disco, “Stigmata” sembrerà uno scherzo malriuscito, un pessimo giochino situazionista o un’ulteriore, agghiacciante dimostrazione di irrimediabile inettitudine (non bastassero in tal senso tutti gli sgangherati, rustici, abborracciatissimi album precedenti); diventa invece assolutamente straziante se ne si conoscono le cause. È il 2008 quando esce, completamente in sordina (gli stessi proprietari dell’etichetta che aveva sotto contratto Martin al tempo, File-13, ricevettero il master all’improvviso e in maniera totalmente inaspettata, una mattina davanti alla porta dell’ufficio sotto forma di un’anonima busta sigillata), “Les Nymphes“, concept album astruso e manicomiale su qualche imprecisata usanza degli antichi greci; evidentemente Martin era entrato in fissa con l’idea di concept album visto che, parallelamente alla gestazione di “Les Nymphes“, aveva iniziato a lavorare al materiale che avrebbe poi fatto parte di un nuovo e ulteriore concept allora in stato embrionale, in pratica una messa da requiem riveduta e corretta da par suo. Alla stesura partecipava, come sempre, la moglie Mari, da oltre trentacinque anni musa, collaboratrice, ispiratrice e compagna di vita dell’uomo; fin dagli inizi nei Suicide, era lei a scattare le foto, a elaborare la grafica dei flyer dei concerti, a progettare le immagini di copertina. A lei Martin dedicava ogni album (andate a controllare sul dorso del primo Suicide; andate a vedere come si intitola il primo pezzo del suo primo disco solista). Perfino la sigla con cui era registrato all’equivalente americano della SIAE, MaRev, non corrisponde, come molti pensano, all’abbreviazione del proprio nome e cognome, bensì alle generalità della moglie da sposata: Mari Reverby. Insomma i due stanno lavorando al disco nuovo quando Mari improvvisamente si ammala e muore, stroncata da un male fulminante. Martin è sconvolto, annientato. Per un po’ non trova la forza di reagire, pensa che sia tutto finito. Si chiude in un insanabile dolore, tronca i contatti col mondo. Poi la folgorazione: grazie anche a lunghi risolutori colloqui con l’amico Alan Vega, si impone di portare a termine la lavorazione dell’album, che nel frattempo aveva assunto un significato ben più tragico e profondo, un requiem personale, il suo morto da piangere. A uscirne è un disco impressionante, un viaggio nei meandri dell’anima di un uomo devastato, una vela nel vento, una sonda che scruta nell’oscurità più impenetrabile con commovente fermezza e donchisciottesca audacia, tra elementari ventate di synth sepolte da echi catacombali e fantasmatici uuh-uuh che squarciano il buio come vaganti ectoplasmi. È uno dei dischi più spaventosamente sinceri e inermi che siano mai stati messi al mondo, di un’intensità e una carica di dolore tali da prostrare: si esce defatigati, profondamente provati dall’ascolto di Stigmata, eppure lo stato d’animo che l’album apporta è di liberazione, direi perfino di gioia. La gioia che infonde la fragorosa manifestazione di fede assoluta di Martin, nella consapevolezza che Mari ha spalancato le sue ali e in letizia è volata tra le amorevoli braccia del Divino (come si legge nella struggente dedica finale). Da accostare idealmente ai film di Bresson, di Paul Schrader, al Cattivo Tenente di Ferrara e al Diamante Bianco di Herzog, e in generale a tutti quelli che silenziosamente, nell’ombra, continuano incrollabilmente a credere.

(foto di deSna.B)

PS: dopo lungo cogitare ci è sembrato di poter stabilire che il brano eseguito in apertura del concerto di spalla ai Pan Sonic fosse una schizoide versione “cantata” di Sophie Eagle, il brano che apre Les Nymphes.

True believers: Joey Ramone

DON'T WORRY ABOUT ME JOEY RAMONE

Quando Joey Ramone scrive e registra parte del materiale che andrà a formare il suo unico album solo Don’t Worry About Me (2002) è già condannato, solo che ancora non ne ha (o non ne vuole avere) piena coscienza. Sei anni prima gli è stato diagnosticato un tumore al sistema linfatico (al tempo gli erano pure stati dati dai tre ai sei mesi di vita…); fino al 2001 riesce a tenerlo a bada, ma una caduta sulla neve quell’inverno gli sarà fatale. Nell’urto si rompe l’anca, deve quindi venire ricoverato per due ragioni: farsi curare la frattura e continuare a combattere il cancro. Ma il corpo non reagisce più come dovrebbe ai numerosi trattamenti a cui Joey deve costantemente sottoporsi; per la prima volta il male, invece che regredire o restarsene lì dov’è, si espande irreversibilmente. Le speranze di amici e famigliari (oltre ovviamente ai milioni di fans in giro per il mondo) si fanno sempre più flebili. L’unico a non darsi per vinto è Joey Ramone stesso; assieme all’amico Daniel Rey e a un ristretto manipolo di musicisti (tra cui Marky Ramone, con cui aveva da poco riallacciato i rapporti dopo anni di incomprensioni e rancori) continua a lavorare a un progetto iniziato nel 2000, il tanto sospirato disco solista. Una serie di canzoni scritte di suo pugno e un paio di cover (tra cui 1969 degli Stooges) incise nel corso di poche e sporadiche session, ogni volta che la salute glielo consente; canzoni che verranno poi lealmente amministrate dallo stesso Rey, che con incrollabile coerenza e straordinaria determinazione impedirà fermamente qualsiasi tipo di ripugnante speculazione post mortem, limitandosi ad autorizzare la pubblicazione dell’album e di un Christmas EP, entrambe uscite espressamente concordate da Joey quando era ancora in vita. Nessun greatest hits, nessun live postumo, nessun cofanetto extralusso con le complete sessions, nessuna limited edition con previously unreleased bonus material; niente di niente, sebbene orde di parenti, consanguinei e in generale ogni sorta di figure legate a vario titolo al defunto sarebbero state ben felici di aumentare al massimo gli introiti a cadavere ancora caldo. Di Don’t Worry About Me due sono i momenti particolarmente strazianti: Maria Bartiromo, dedicata all’omonima anchorwoman della CNBC, regina delle notizie finanziarie, in cui Joey forse inconsapevolmente esterna la sua ferrea volontà di vita, tutta l’ansia di restare saldamente ancorato al presente (“Cosa sta succedendo a Wall Street? Come stanno andando le mie azioni? E come andiamo con Yahoo? E con AOL? E Intel? E Amazon? Voglio saperlo.“). Ma soprattutto I Got Knocked Down (But I’ll Get Up), vero manifesto dell’intero album (molto più che la toccante, ancorchè scontata, cover di What A Wonderful World); tre minuti e mezzo che danno voce a quel che passa per la testa di ogni malato terminale, con una semplicità, una lucidità e una schiettezza assolutamente brutali, proprie di chi ha veramente qualcosa da dire sulla vita. Mai come in questo caso il ricorso alla forma-canzone inventata (e il termine va preso alla lettera) con i Ramones si rivela necessario: cosa meglio di tre accordi può illustrare l’assoluta banalità del dolore, della morte? Come la musica, così il testo, capace in pochissime secche spietate frasi di arrivare direttamente al punto là dove miliardi di dischi, libri e film si sono affannati nel tentare di descrivere l’indescrivibile. E veritiero, soprattutto: esiste qualcuno al mondo che non sia convinto che stare sdraiato in un letto d’ospedale “fa davvero schifo“? Che non si senta “frustrato“? Che non “rivoglia indietro la sua vita“? Forse esagero ma sono convinto che nessuno come Joey Ramone in questo pezzo è mai riuscito a raccontare con altrettanta efficacia la condizione del malato, il calvario ospedaliero, le ore da riempire nell’attesa di un referto, il tempo che acquista tutta un’altra dimensione, ma anche l’incrollabile fiducia e la cieca speranza nell’aggrapparsi fino all’ultimo a ogni alito di vita.
Questa è l’opera di un morente. Eppure lo stato d’animo che apporta è di liberazione, direi persino di gioia. La gioia che nasce nel sentirlo ripetere ossessivamente, come un mantra, che sì, è stato fatto cadere, ma che comunque si rialzerà. E se lo dice uno che non ha mai smesso di crederci, che quattro giorni prima di morire ancora rifiutava di venire intubato per non danneggiare le sue corde vocali, possiamo ben fidarci.
 

I Got Knocked Down (But I’ll Get Up)

Sitting in a hospital bed
Sitting in a hospital bed
Sitting in a hospital bed
Sitting in a hospital bed.

I, I want life.
I want my life
I want my life
I want my life.

It really sucks.
It really sucks.
 

Sitting in a hospital bed
Frustration going through my head
Turn off the TV set
Take some drugs so I can forget

I, I want life.
I want my life
I want my life
I want my life.

It really sucks.
It really sucks.
 

I got knocked down, but I’ll get up
I got knocked down, but I’ll get up
I got knocked down
I got knocked down

I got knocked down, but I’ll get up
I got knocked down, but I’ll get up
I got knocked down
I got knocked down

I got knocked down, but I’ll get up
I got knocked down, but I’ll get up
I got knocked down
I got knocked down
I got knocked down

I got knocked down, but I’ll get up
I got knocked down, but I’ll get up
I got knocked down
I got knocked down
I got knocked down
I got knocked down
I got knocked down

I got knocked down, but I’ll get up
I got knocked down, but I’ll get up
I got knocked down
I got knocked down
I got knocked down
I got knocked down
I got knocked down
 

I got knocked down, but I’ll get up.