L’agendina dei concerti Bologna e dintorni – 21-27 novembre 2011

eh... già.

 
Oggi un cazzo. Domani odio, morte, distruzione, olocausto nucleare e scenari alla Mad Max al Voodoo Club di Comacchio, arrivano i Warbringer e il loro thrash metal revivalistico alla vecchia (dalle 22, dieci euro più tessera Arci, aprono Explorer e Game Over), e che bello se Reagan fosse ancora vivo per poterlo infamare come ai vecchi tempi… Mercoledì è già delirio: Jack Oblivian al Sidro di Savignano (dalle 21.30, altri due gruppi, otto euro più due di tessera = dieci euro), Natacha Atlas & Transglobal Underground all’Estragon (22.30, quindici euro), MeryXM in assetto jazz sviaggioso e belligerante (gratis da orario aperitivo) oppure Andrea Cola all’Elastico. Giovedì gran trip psytrance mentale al RAUM, pensa che palle il mondo se non fosse nato Albert Hofmann… Venerdì fuori porta: i vecchiacci ultrasonici Sonics al Bronson (21.30, venti euro) o i giovinastri casinari ZEUS! al Kalinka a Carpi (GRATIS, dalle 22). Sabato ‘sti gran cazzi di Paul McCartney, c’è Z’EV all’Area Sismica (nell’ambito del megafestival überintellettuale Màntica, il programma completo Qui), oppure i colossali Ornaments all’Atlantide (aprono gli introspettivi Dystopian Society e gli ignoti – perlomeno al sottoscritto – Gandhi Kamikaze, dalle 22.30, falla girare…), o magari i Gazebo Penguins a Rimini (pare sia Questo il posto, ve la vendo esattamente come l’ho comprata…). Domenica a partire dalle 19 altro mindfuck al RAUM, gli estremi in sintesi Qui; altrimenti i Bachi al Mattatoio a Carpi, infine un ulteriore secret show in città, volete saperne di più? Scriveteci: lagendinadeiconcerti(at)gmail(dot)com

L’agendina dei concerti Bologna e dintorni – 4-10 luglio 2011

 
Per chi ha trascorso l’adolescenza e buona parte della vita adulta a sfondarsi il cranio con il rumore più molesto e spaccatimpani in circolazione la data di stasera al Nuovo Lazzaretto ha il sapore dell’evento: per la prima volta in Italia gli Psycho, e per chi sa il ciglio si inumidisce, e non c’è altro da dire se non che ad aprire le danze saranno i calligrafici powerviolence albionici The Afternoon Gentlemen e i rockettari di Modena Postalmarket Babies. Dalle 21.30, prezzi politici, caldino. A Ravenna c’è un guitar solo show di Steve O’Malley (dalle 21.30, tredici euro gli adulti, cinque e mezzo i bambini), nel caso foste impossibilitati a recarvi a Bologna ma voleste ugualmente fracassarvi i padiglioni auricolari in maniera irreparabile; certo non è la stessa cosa, soprattutto in termini di dinamismo e vorticosità testicolare, ma garantito che qualunque sia la vostra scelta poi le orecchie vi fischieranno per almeno 48 ore. Se martedì non siete a farvi triturare i maroni con The National e Beirut a Ferrara (o al Miodi a farvi triturare ulteriormente l’apparato uditivo), in città se la gioca l’asse BolognettiFilippo Re (come per tutto il resto della settimana d’altronde): Josephine Foster da una parte, Kocani Orkestar dall’altra, in altre parole nenie e zingari, fate la vostra scelta. I mercoledì senza MeryXM sono privi di ogni significato; meno male che c’è Ray Gelato a Parma a ricordarci dei suoi esplosivi live al Bestial Market quando ancora noialtri portavamo i calzoncini corti. Per il resto, Ardecore a Filippo Re (gratis dalle 21.30), PJ Harvey a Ferrara e i Gogol Bordello al Velvet. Giovedì Iori’s Eyes al Bolognetti e Heike Has The Giggles a Filippo Re, purtroppo per ora non so altro. Venerdì Badly Drawn Boy al Bolognetti (chissà, magari sclera di nuovo) e Cold In Berlin a Filippo Re. Sabato invece Gli Avvoltoi a Villa Serena, gli Ataraxia a Castelfranco Emilia, e mega-metal festival sul lago di Suviana con Girlschool, Crying Steel e altri capelloni cotonati. Domenica Austra a Santarcangelo oppure Rosetta + City of Ships al Nuovo Lazzaretto (dalle 22, sei euro).

L’agendina dei concerti Bologna e dintorni – 21-27 febbraio 2011

sapere cose.

Comunque stasera a parte Gianluca Grignani che sbasa al Teatro delle Celebrazioni e tali All Time Low all’Estragon (dalle 21, venti euro) in giro non c’è niente e si può restare in casa a guardare la pioggia cadere. Mercoledì MeryXM prosegue in grande stile con un omaggio a William Burroughs con annesso concerto sviaggioso (gratis, dalle 20); contemporaneamente, al Sant’Andrea degli amplificatori Luciano Maggiore e Francesco ‘Fuzz’ Brasini srotolano le loro distese di drones per la gioia del nostro telencefalo (o di quel che ne resta). Dalle 21.30. Giovedì Father Murphy in jam confidenziale a orario aperitivo, luogo ancora da verificare (ulteriori dettagli nei commenti appena scopro qualcosa); poi per ora niente. In compenso venerdì ce n’è per tutti i gusti: i reduci della vecchia guardia saranno tutti al Sottotetto a vedere i Crying Steel (cinque euro più altri cinque di tessera), mentre per gli amanti del metallaccio ridondante imperdibili i Rhapsody (che dopo i buffi con Joey DeMaio – con annessi strascichi mafiosi che per ora non è dato conoscere – si fanno chiamare Rhapsody of Fire) all’Estragon (meno imperdibile il prezzo: trenta euro); per mods e skins rissaioli la prima serata dello Skull & Bones Festival al Crash!, ma l’appuntamento da non mancare è con quel monumento alla TECHNO con la T la E la C la H la N e la O maiuscole che si chiama Jeff Mills, al Kindergarten con il suo arsenale di giradischi e 909 in fiamme (e, pare, un sound system nuovo di zecca per l’occasione) in una serata che se siete vivi ha tutti i crismi dell’evento. Il prezzo per vedere la leggenda in azione è di venti euro; i venti euro meglio spesi da… boh, non trovo nemmeno le parole per tentare un paragone comunque eufemistico. Devozione.
Non bastasse, sabato altra badilata di roba: Scott Kelly al Nuovo Lazzaretto (la colonna sonora ideale se avete deciso di farla finita ma vi manca il coraggio per l’ultimo step; è la terza volta in un anno che me lo sparo e non ne avrei mai abbastanza), centesimo concerto dei Crazy Crazy World of Mr. Rubik al Locomotiv (dalle 21.30, cinque euro più tessera AICS, gli acidi non sono necessari basta il caldo soffocante), seconda serata dello Skull & Bones al Crash! (particolarmente interessante per la presenza degli inossidabili Last Resort), Morkobot al TPO e mega-jam del futuro all’XM24. Domenica credo che avrò un leggero mal di testa.

MATTONI issue #8: JUSTIN BIEBER rallentato dell’800%

it's da ghetto, bitch.

 

Justin Bieber è il nuovo mocciosetto canterino salito alla ribalta mondiale grazie a youtube per la gioia dei pedofili di tutto il globo. Se in questi giorni vi capita di cercare su youtube un video rock – un qualsiasi video rock – date uno sguardo ai commenti più recenti: al 95% sono lunghissime sequenze di insulti pro o contro (molto più spesso contro) Justin Bieber e i suoi fan, roba sul genere “sentito questa merda? Loro sì che spaccano, altro che Justin Bieber!“, il tutto riferito invariabilmente agli ZZ Top quanto ai Black Sabbath o agli AC/DC o ai Led Zeppelin o ai Beatles. Questo è il modo in cui sono entrato a conoscenza di Justin Bieber: cercando video a caso su youtube. Ma c’è chi, invece di perdersi in flame interminabili in giro per la Rete, si è ‘ispirato’ a Bieber per un’idea veramente geniale: prendere un pezzo a caso dello squittente canadese – nello specifico, la caramellosa U Smile – e rallentarlo dell’ottocento per cento, così, per vedere che effetto fa. L’autore della genialata è tale Nick Pittsinger, che per portare a termine l’impresa pare si sia servito di un semplice programma freeware e nient’altro; di sicuro c’è che, una volta caricato su soundcloud, U Smile versione 2.0 (o sarebbe meglio dire 800.0) si è immediatamente diffusa a macchia d’olio fino a diventare uno dei tormentoni del momento, coinvolgendo allo stesso tempo buontemponi e gente di un certo livello (dell’esperimento si è parlato pure sulle prestigiose colonne del Newsweek) con inevitabile strascico di emulazione internettiana in cui, all’improvviso, tutti si sono messi a rallentare (o velocizzare) tutto. Ma U Smile, che nella versione extended dura trentacinque minuti, è speciale, ha un senso, uno scopo e una dignità probabilmente superiori all’originale anche a prescindere dall’originale: ascoltando la traccia senza avere la minima idea da dove provenga ci si trova comunque di fronte a un monolite di pura estasi trascendentale, qualcosa come il perfetto incrocio tra lo “stupore cosmico” di Rhys Chatham nel mastodontico A Crimson Grail e la trance music più ipnotica e minacciosamente rituale dei Dead Can Dance e dei primi In Slaughter Natives, in ogni caso qualcosa di infinitamente stratificato, spaventosamente imponente e profondamente liberatorio nel suo fluire di toni dalle variazioni impercettibili ma costanti, dove la vocina querula del pagliaccesco infante diventa un colossale rombo angelicato che susciterebbe l’invidia di Lisa Gerrard e la gioia di La Monte Young. Nessuna ironia: questa U Smile deve finire immediatamente nelle vostre playlist a fianco del Vuvuzela Drone (e relativa puntata di Radio Dio corrispondente), a Touch Strings di Phill Niblock, all’opera omnia di Yoshi Wada e a tutti gli altri pilastri comprovati della drone music più pura e incompromissoria (oltre a non poter mancare in generale nella collezione di chiunque nutra anche solo un lontano interesse per il suono). La trovate Qui, basta premere ‘play’; uscirne, in compenso, è tutto un altro paio di maniche.

MATTONI issue #7: Kevin Drumm

l'arma del delitto.

 
All’epoca possedevo un organo e mi piaceva suonarlo con un ampli Marshall, tenevo due o tre accordi per una mezzora, così tanto per divertirmi. Un giorno che lo suonavo c’era Jim O’Rourke da me e mi chiese se volevo registrare un disco così; naturalmente dissi di sì. Suonai due accordi per un’ora e poi stop. Poi un mucchio di gente iniziò a chiedermi di questa registrazione per organo che avevo fatto per Jim O’Rourke e che si supponeva fosse eccellente; tutti ascoltavano molto quel che Jim diceva all’epoca… Accadde tutto poco dopo che avevo preso il mio primo indirizzo e-mail e non riuscivo a credere a quanta gente mi stesse scrivendo su questa cosa… Uno mi disse che aveva sentito dire che si trattava di un nuovo capolavoro minimalista tipo Tony Conrad o Phill Niblock… E io: “Ma no, sono solo due accordi, nulla di interessante che abbia a che fare con ipertoni o che…” Un altro mi chiese di suonare l’organo nella sua band perché aveva sentito che avevo fatto questa grande registrazione ed ero una sorta di virtuoso dello strumento (ah ah ah…). Altri mi chiesero di pubblicarla senza neanche averla sentita… e per me non era stato che una specie di gioco.
(Kevin Drumm)

Questo è quanto il ritroso e geniale chitarrista chicagoano ha raccontato a Stefano I. Bianchi in un’intervista apparsa su Blow Up #124 a proposito del brano-fantasma più famoso della sua discografia. Registrato nel 1996 e intitolato, bisogna dire con assai scarso sforzo di fantasia, Organ (per l’appunto), è stato poi reinciso e incluso – separato in due tranches distinte, Organ e Organ Returns – all’interno del disco in assoluto più scostante e respingente a cui l’uomo abbia mai messo mano: l’enigmatico, semiautistico e noiosissimo Comedy (2000, probabilmente un j’accuse verso la scena elettrominimalista di quegli anni, purtroppo realizzato in modo rudimentale e motivato da un senso dell’umorismo comprensibile probabilmente al solo autore). Della versione originale, fino ad oggi, erano a conoscenza i soli Drumm & O’Rourke e forse pochissimi altri, uh, “fortunati”.
La recente emissione del box quintuplo Necro Acoustic per la Pica Disk di Lasse Marhaug (non nuova a mastodontiche pubblicazioni archivistiche del genere, si vedano i quadrupli di Government Alpha e dello stesso Marhaug, e soprattutto il mostruoso Box Is Stupid degli Incapacitants – dieci CD – di cui probabilmente parleremo in futuro), dove la ‘vera’ Organ occupa per intero il quinto CD, offre finalmente l’occasione per ascoltare con le proprie orecchie una composizione di cui, probabilmente, troppo si è favoleggiato e troppo si è scritto. Perché la descrizione di Drumm corrisponde a verità: due accordi, due variazioni tonali che somigliano rispettivamente al roteare delle pale di un elicottero in avaria e a una scoreggia amplificata da un microfono guasto, il tutto portato avanti per cinquantacinque minuti senza alcuna variazione (a parte qualche scarichetta elettronica praticamente inudibile di tanto in tanto, e un paio di crepitii in più sul finale, giusto per gradire). Organ è questo. Come sfottò minimalista ha anche un suo perché, ma subirlo per tutti e cinquantacinque minuti è tutt’altro paio di maniche. Perché non esiste qualcosa di peggiore al mondo di un interminabile drone noioso; a quel punto, tanto varrebbe spegnere lo stereo e limitarsi a fissare il soffitto nel silenzio, le probabilità di uscire da sé sarebbero in qualsiasi caso maggiori. In compenso, il resto del materiale contenuto in Necro Acoustic è bellissimo e vale fino all’ultimo dei cinquantadue dollari che costa (questo il prezzo del cofanetto, ordinabile direttamente dal sito della Pica Disk), con punte di eccellenza riscontrabili nel primo CD (tutto a base di microfrequenze spappolatimpani fastidiosissime) e nei trentaquattro minuti di No Edit 2, terminale tour de force kevindrummesco alla vecchia tra sibili, strappi, graffi, abrasioni e più o meno qualsiasi altro non-suono si possa ricavare da una chitarra elettrica collegata a un amplificatore, con in mezzo arbitrariamente una serie di pause improvvise che aumentano il clima di tensione. Potevamo mettere quest’ultimo come MATTONE, ma la verità è che ne volevamo uno stupido.

 

MATTONI issue#6: “the Vuvuzela drone”

L'arma del delitto (clicca per ingrandire)

 

Questo non è mai stato inciso (per ora) e non sta su nessun disco, ma lo conoscono tutti, in tutto il mondo. Per averne un assaggio basta accendere il televisore in questi giorni durante una partita qualsiasi dei mondiali di calcio: l’effetto è immediato e decisamente straniante, entrare nel gorgo è la logica conseguenza. Sulle prime è il senso di fastidio a prevalere, come prendere coscienza all’improvviso di un rumore di fondo persistente, estremamente molesto e impossibile da eliminare; poi, lentamente, molto lentamente, l’orecchio si abitua, il ronzio entra nelle vene, diventa progressivamente parte di noi. È come venire risucchiati dentro uno sciame di zanzare. Di miliardi di zanzare. Come trovarsi sospesi nell’epicentro di un cataclisma, in un sogno lucido o nella più reale delle esperienze extracorporee. È l’essenza stessa del significato di drone nella sua accezione più pura e primordiale; non per niente la traduzione letterale di “drone” è “ronzio”, e questo è finora il ronzio più colossale, maestoso e imponente mai prodotto a memoria d’uomo. Massimalismo allo stato puro, roba da fare impallidire la misera distesa di batterie dei Boredoms (“soltanto” 77) e che perfino un massimalista D.O.C. quale Rhys Chatham, con le sue quattrocento chitarre elettriche lasciate a riverberare nella conca della basilica del Sacro Cuore a Parigi, era riuscito soltanto a sfiorare da lontano. No, no, non c’è gara: decine di migliaia di esseri umani sintonizzati sulla stessa nota, impegnati a produrre la stessa nota per un lasso di tempo potenzialmente eterno (generalmente circoscritto a 90 minuti per la sola ragione che tale è la durata convenzionale di una partita) sono qualcosa di francamente irripetibile e assolutamente inebriante anche quando udito nel più malmesso dei tinelli, in mutande davanti alla tv, stravaccati sul divano (figurarsi come deve essere trovarcisi fisicamente in mezzo…!), un mastodontico, indescrivibile bordone dentro cui perdersi forse definitivamente, un muro di suono sconfinato, titanico, monumentale, imparagonabile per intensità ed effetti – devastanti e duraturi – sulla psiche. Qualcosa di paurosamente vicino a uno stato di trance perenne. Poche pippe: è questa la più grande opera d’arte della storia dell’umanità, e affanculo cosa pensava Stockhausen dell’11 settembre.
A dimostrazione di quanto il vuvuzela drone abbia già intaccato irreversibilmente il sistema nervoso collettivo, riportiamo integralmente la descrizione di “vuvuzela” presente fino all’altroieri sulla pagina italiana di wikipedia (scopriamo ora che è già stata rimossa). Sicuri che in futuro il contenuto verrà rimaneggiato altre migliaia di volte, per qualche giorno questo è quanto apparso: delirio totale.

L’uso della vuvuzela è stato talvolta impedito all’interno degli stadi. Con la giustificazione, rivelatasi poi non veritiera,[3] che questo strumento fosse un elemento caratteristico della cultura e delle tradizioni sudafricane, la FIFA ha deciso di permettere l’ingresso della vuvuzela all’interno degli stadi dal 2008.

In particolare, la vuvuzela ha fatto parlare di sé durante lo svolgimento della FIFA Confederations Cup 2009, a causa del suo rumore intenso e praticamente ininterrotto, addirittura fastidioso per i giocatori,[4] al punto che la FIFA ha valutato l’ipotesi di impedirne l’introduzione negli stadi dei Mondiali 2010.[5][6] Poco dopo la fine della Confederations Cup, l’ente calcistico ha dato il via libera alle trombette.

E da quel momento fu BBBBBBBBBBBZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ ZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ ZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ ZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ ZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ ZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ ZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ ZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ ZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ ZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ ZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ ZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ ZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ ZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ ZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ ZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ ZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ ZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ ZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ ZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ ZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ ZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ ZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ ZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ ZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ

L’agendina dei concerti (Bologna e dintorni) – Maggio (parte 3)

Uno stronzo che compra il biglietto di un concerto sei mesi prima di solito è lo stesso stronzo che si sceglie la bara in anticipo. Io ho dovuto farlo per non perdere John Zorn all’Arena del Sole e stasera ho avuto la conferma definitiva che non sono tagliato per questo genere di cose. L’unica ragione per cui non abbiamo segnalato l’evento (come un nostro lettore ci ha giustamente fatto notare) è che il concerto era sold-out da settimane, dunque sarebbe sarebbe stata una segnalazione utile giusto a far travasare la bile a chiunque non si fosse premunito ere geologiche fa.
Meglio depotenziare con l’assalto country’n’roll primitivista del folle Blues Against Youth martedì 18 al Nuovo Lazzaretto, buona occasione peraltro per far balotta con gli sbirri che continuano ad accorrere numerosi aizzati dall’intollerante vicinato. Mercoledì appuntamento imperdibile all’Estragon per ogni appassionato di death metal che possa dirsi tale: Deicide e Vader in una sola botta, con i Marduk a fare da spartiacque per una lunga serata in compagnia della musica più bella del mondo.
Il resto della settimana è tutto per il Leviatani & Zanzare, imprescindibile festival psych-doom-noise-psycho-ambient-sludge-core giunto alla quarta edizione con un bill letteralmente straordinario, che potete contemplare in tutto il suo maligno splendore qui sotto; quella di sabato in particolare promette essere una data a dir poco epocale grazie alla paurosa combo RamessesOrhtodoxBen Frost, i primi due in data unica italiana, così come gli allucinanti Year of No Light, direttamente dalla Francia per spappolare timpani e cervelli a strafottere. Per le serate di giovedì e venerdì allo Scalo San Donato l’ingresso è gratuito, mentre per la doppia sabato/domenica al Locomotiv è disponibile un biglietto unico al prezzo di 20 euro; contando che le band sono ventuno in tutto, praticamente la spesa totale è di meno di un euro per gruppo… la distruzione totale e irreversibile di udito e sistema nervoso non è mai stata altrettanto economica…

Detto da MC dell’Emilia, dalle nostre succede ciò che segue. Stasera a Marina di Ravenna apre ufficialmente lo Steve McQueen, cioè la serata del martedì dell’Hana-Bi (il bagno al mare preferito da chi ascolta musica. Live alle 21,30 The Intelligence. Tre parole, amico mio: IN-THE-RED. Nuff said. In alternativa a Savignano, il solito Sidro Club, suonano tali Neanderthals, articolo davanti al nome. Non li conosco ma li immagino.

Sembra che mercoledì e giovedì non ci siano concerti all’orizzonte, quindi potete devastarvi di figa e birra a casa e risparmiare qualche soldo. Nel caso ci sia qualcosa segnalatemelo.

Venerdì sera cercherò di uccidermi per doppiare il concerto di Arto Lindsay a Lugo ed i Black Heart Spaccatemi Il Culo Procession al Bronson, sostanzialmente la data che metterà a riposo il locale fino a settembre. MC li ha detestati a Bologna, dice che fanno poca roba dai primi tre, ma io non ci credo. Se mi rimane qualche energia proverò ad andarmi a vedere Il Teatro degli Orrori sabato 22 al Velvet, giusto per evitare la noia e gli Statuto (che suonano al Rock Planet la sera stessa), oppure parto pure io per una serata doom bolognese. O no. Domenica 23 a pranzo con tutta probabilità andrò a vedere la reunion di Mia Mamma in formazione originale: cappelletti, bollito di carne, patate, magari due cotolette.

QUATTRO MINUTI: Growing – Pumps.

Inauguriamo a caso una nuova rubrica estemporanea. Si intitola QUATTRO MINUTI e contiene recensioni di dischi o concerti scritte col cronometro. 240 secondi netti, se lasciamo cose in sospeso pazienza.

VIA
Il nuovo disco dei Growing lo trovate in streaming qui, ma è un disco del cazzo. Mi farebbe piacere dire che non è così, tirare le somme e buttare qualche fiorellino sulla tomba di qualcun altro nel disperato tentativo di ribadire che i Growing e svariati altri drone rockers della domenica no. Probabilmente questo è lo stesso atteggiamento patetico e peloso che ci permette di difendere un pochetto tutti i dischi del dopo-Kranky, sostanzialmente un mare di buste ambient-drone. Parlando di cose puramente teoriche, Pumps (che tra le altre cose senza senso esce licenziato da Vice) è una specie di logica evoluzione dei Growing live, quelli con l’assetto imperioso stile disco-morte con i beat pesi appiccicati sui drone del primo periodo. Naturalmente l’ignoranza salvifica di questa roba dal vivo, parente di quello che MC raccontava a proposito di Fuck Buttons, su disco (come per i Fuck Buttons del resto) diventa un coacervo di robine kraute e paracule coi beat brutti e senza pacca. Ovviamente anche a questo giro troveranno i loro fan, convinti che siccome una
STOP

MATTONI issue #2: Alan Licht

 

Nell’autunno 2003 A New York Minute, titanico doppio album del chitarrista minimalista Alan Licht, finì in downloading illegale su Internet – come consuetudine – diversi mesi prima che il disco uscisse “fisicamente” nei negozi. Non so come sia andata la faccenda nel dettaglio, sta di fatto che il rip che circolava in rete (e che, ironia amara, tuttora si trova con maggiore facilità) presentava una scaletta diversa da quella che poi, molto tempo dopo, avremmo trovato sul CD; probabilmente qualche fonico dello studio dove Licht stava registrando, preso da un improvviso impeto rivoluzionario, nell’urgenza di fare nel più presto possibile qualcosa di eversivo ha rippato una copia di lavoro dell’album con ancora la tracklist provvisoria. Il problema – ironia doppiamente amara – è che i due pezzi scartati dalla versione definitiva sono, quando non i migliori del disco in senso assoluto, certamente i più stimolanti e affascinanti. Essendo entrambi costruiti principalmente su samples di canzoni arcinote posso ipotizzare che l’esclusione sia stata dovuta all’impossibilità di pagare diritti d’autore che si immaginano esorbitanti, somme che il filiforme Licht non sarebbe riuscito a saldare nemmeno se l’album avesse stazionato nelle zone alte della classifica di Billboard per ere geologiche. Ma sono congetture; la verità, probabilmente, la conoscono soltanto Licht e il fonico manolesta di cui sopra.
Il primo pezzo è la versione originale della title-track; chi conosce bene il disco (beninteso: uno dei massimi capolavori di minimalismo chitarristico dello scorso decennio) avrà imparato ben presto e a proprie spese a skippare di default quell’infernale quarto d’ora di cut-up di previsioni del tempo registrate da una trasmissione radiofonica nel corso dell’intero mese di gennaio 2001 e miscelate al rumore del traffico e ad altro chiacchiericcio molesto assortito carpito chissà dove. Tutt’altra musica e tutt’altro costrutto assume invece il brano nella sua concezione primigenia: i minuti da 15 diventano 23, e intorno al dodicesimo l’incessante fluire metallico di vaniloqui sul tempo sfuma nel ritornello campionato e messo in loop di New York Minute di Don Henley, pilastro assoluto delle stazioni radio FM americane di una volta, pezzaccio strappacuore e bomba nucleare dell’airplay in quegli eighties che Licht, da vecchio rockettaro quale era e comunque resta, conosce come le sue tasche. In a New York Minute/ Everything can change… In a New York Minute/ You can get out of the rain… Estrapolate da un pezzo che è tra le sintesi più cruciali di concetti quali mutamento e perdita e mutamento dovuto alla perdita, queste frasi ripetute ossessivamente come un mantra (con tanto di “u-uuh” spettrale contrappunto che le accompagna) acquistano rinnovata consapevolezza e ulteriore, lacerante urgenza tragica, diventando – forse inconsapevolmente – la più grande e importante trasposizione in musica del post-11 settembre vissuto dai newyorkesi dopo l’intero American Supreme dei Suicide (disco tanto decisivo quanto frettolosamente dimenticato). Un pezzo che strappa il cuore anche a chi il crollo delle twin towers l’ha visto al telegiornale, comodamente seduto sulla poltrona di casa. Anche a chi delle twin towers se ne sbatte allegramente i coglioni. Terminale.
Il secondo brano – questo invece cassato in toto dalla scaletta definitiva – si intitola Bridget O’Riley, dura ventidue minuti ed è interamente costruito su porzioni del giro di synth che apre Baba O’Riley degli Who messe in loop e sovrapposte creando un effetto di “stratificazione” proprio del migliore Steve Reich, una sorta di equivalente “elettrico” della sua Violin phase con in più il calore dell’analogico (i samples sono presi da una copia in vinile di Who’s Next e in più punti si avverte il crocchiare della puntina sul solco impolverato) e la pompa kitsch delle superproduzioni: all’undicesimo minuto infatti il mosaico di loops, ormai divenuto un’ingarbugliata impalcatura a sé stante, entra in collisione con un campionamento – messo a sua volta in loop – del climax di Heart of glass dei Blondie, creando un cortocircuito sensoriale persino superiore alla somma delle parti. In quel periodo Licht era intrippato col bastard pop, e questi due suoi esperimenti sono probabilmente l’unico lascito degno di nota di quell’irritante ennesimo abbaglio passeggero della stampa musicale “che conta”. Entrambi i pezzi sono ora scaricabili, del tutto legalmente, da qui.

Monarch @ Scalo San Donato (Bologna, 4/11/2009)

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Vedere i Monarch dal vivo per lunghi anni è stato per me poco meno di un pio desiderio, qualcosa di molto vicino a una fantasia irrealizzabile, tipo vincere al Superenalotto, diventare Re del Mondo o svegliarsi una mattina con il cazzo più grosso. Fantasia formatasi intorno alla fine del 2005, quando rimasi letteralmente folgorato dal primo album del collettivo di Bayonne, un mostro di un’ora e mezzo per tre fluviali insostenibili maceranti composizioni di terminale funeral-sludge-doom con innesti ambient e noise rimescolati in una produzione tra le più fangose e putride fosse mai dato sentire, qualcosa di – letteralmente – mai udito fino ad allora, e finalmente divenuta realtà quattro anni più tardi grazie a un temerario mini-tour europeo che ha graziato l’Italia di ben tre date (le altre erano ad Arcore e Torino); nel frattempo ci sono stati uno scioglimento e una reunion, tre split EP (rispettivamente con Elysium, Moss e Grey Daturas), altrettanti album (sempre in tirature risibili, spesso in vinile colorato, comunque con due pezzi per botta e copertine manicomiali), un EP di cover dei Discharge (…) e perfino un best of (Dead Men Tell No Tales, del 2007, il titolo è preso dal pezzo che apriva il disco di debutto). Basso profilo (il loro demenziale sito ufficiale non esiste più da anni), umiltà e fede incondizionata all’etica underground, i Monarch sono tra i segreti meglio custoditi della scena doom mondiale. La sala dove vengono fatti suonare è adeguata alla loro musica, uno scantinato buio e umidissimo nelle viscere dello scalo merci di via Larga; per l’occasione è stato imbastito un mini-festival con un cartellone che è una gioia per chiunque ami farsi sfasciare i timpani con criterio. L’inizio a orari antelucani mi impedisce di godere delle performance di Jagannah e Iron Molar (comunque già visti e sentiti in più occasioni: spaccano il culo e probabilmente ne parleremo presto); ad accogliermi trovo invece l’impressionante muro del suono eretto dai Malasangre, ormai da un decennio tra le realtà italiane più consolidate in ambito stoner-doom. Dalla psichedelia viaggiosa e spinellante dell’esordio A Bad Trip To… (autentico tesoro nascosto di cui sarebbe auspicabile una ristampa quanto prima) la loro proposta musicale si è lentamente evoluta verso un doom acido, altamente depressivo e saturo di basse frequenze, con attitudine black metal, vocals salmodianti e occasionali inserti di samples, una roba ideologicamente molto vicina a quell’inclassificabile UFO che fu From the 13th Sun, il disco dei Candlemass che i Candlemass stessi vorrebbero non fosse mai esistito. Loro citano Nightstick, Skepticism, Burzum e Clandestine Blaze tra le principali influenze, e c’è da crederci. La qualità del suono questa sera gioca però a loro sfavore, i volumi elevatissimi e un’amplificazione che è quel che è rendono i timbri eccessivamente sgradevoli e la permanenza in sala un autentico tour de force; dopo parecchi minuti di tempie pulsanti e gengive tremanti alzo mio malgrado bandiera bianca e risalgo al piano terra dove sento tutto benissimo con il pavimento che vibra sotto i piedi.
Il set dei Monarch è breve ma circostanziato e pienamente appagante: un solo brano, finora inedito, di quarantacinque minuti, che nasce dal nulla e cresce inesorabilmente in intensità e volume montando lentamente tra funerei drones e stentorei colpi di batteria, con la cantante Emilie che, ripiegata su sé stessa, si prende tutto il tempo necessario per far lievitare la tensione fino ad esplodere in una serie di urla belluine opportunamente effettate, comunque sommerse dall’opprimente cappa sonora che tutto avvolge e tutto inghiotte. Una progressione ipnotica, stordente e malvagia che riporta alla mente il minimalismo più ferreo quanto le meraviglie del (finora) unico album dei Teeth of Lions Rule the Divine, un’incursione nei luoghi più inospitali della mente che entra nel sangue e lascia spossati, debilitati, inerti al suo termine.
Chiudono gli Akronia con il loro arcigno industrial-ambient marziale, tetro e negativista, un reiterato assalto al sistema nervoso punteggiato da inquietanti vocals femminili che accrescono l’unicità e la peculiarità dell’atto, la sonorizzazione ideale per incubi notturni invasivi e difficili da dimenticare.