TM404 – TM404

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Verrà un giorno in cui agli hipster piaceranno gli 808 State, le elucubrazioni mentali a base di Roland 303 ed il down da qualsiasi tipo di droghe sintetiche. Quel giorno verrà – eccome se verrà – e noi non potremo dire che non sapevamo, che non eravamo pronti.

Foals – Holy Fire

PIGmag-foals-holy-fireCome i Jane’s Addiction – anzi no, i Porno For Pyros – che suonano variazioni sul tema di Heaven degli Psychedelic Furs. Il disco che i Muse o i Coldplay non scriveranno mai perché non son capaci.

La rubrica pop di Bastonate che a questo disco potrebbe (forse) anche essere considerata il listone del martedì (ma anche no): Eels – Wonderful, Glorious (Vagrant Records)

“In quella virgola tutta la genialità di Mr. E” (cit.)

“In quella virgola tutta la genialità di Mr. E” (cit.)

La prima volta che ho avuto un contatto più o meno diretto con gli Eels è stata una puntata di Roxy Bar su Videomusic nel 1997. Oltre a loro c’erano ospiti anche Pippo Inzaghi ed i Supergrass, e Red Ronnie era sempre un personaggio discutibile ma comunque ben lontano dall’essere un Roberto Giacobbo dei poveri che in rete vaneggia di predizioni Maya sui terremoti in Emilia e/o un sostenitore di Letizia Moratti che getta fango su Pisapia tanto per [inserire una frase a caso la riflessione su Red Ronnie, su San Patrignano e sul reparto macelleria della suddetta comunità di recupero tossicodipendenti]. Non c’entra assolutamente nulla con il resto che sto per andare a scrivere (anche perché non ero solito seguire Roxy Bar / anche perché la prima volta che ho sentito qualcosa degli Eels è stato qualche mese prima di quella puntata di Roxy Bar – sentii Novocaine For The Soul ad un programma su Radio Rai e corsi subito a noleggiare il cd, chiara e lampante dimostrazione del fatto che allora non su compravano i cd proprio come oggi, solo che i cd si copiavano su cassetta perché nessuno aveva il masterizzatore) ma era bello aprire così un pezzo sul nuovo disco degli Eels.

Dicevo, è già uscito il nuovo disco degli Eels oppure deve ancora uscire ufficialmente? Chi se ne frega, tanto in rete si trova già e chiunque può testarlo prima di acquistare (o può scegliere anche di non acquistare dopo averlo testato – viviamo in una democrazia liberale e la tradizionale modalità di fruizione della musica non se la passa mica tanto bene). Quello che si può dire di Wonderful, Glorious è che suona dannatamente bene, è assolutamente identico agli ultimi 3 – 4 – 5 dischi degli Eels (e la mia non è assolutamente una critica, anche perché quando il tuo suono diventa praticamente un marchio di fabbrica in grado di renderti così unico e così diverso dalla massa vuol dire che ce l’hai fatta – soprattutto se il tuo suono è quello di Blinking Lights and Other Revelations) ed è rappresenta la chiara e lampante dimostrazione del fatto che tutte le sofferenze di Mark Oliver Everett, tutte le difficili prove che ha dovuto superare durante la vita, tutte le sue paranoie sono servite a regalarci quel grande autore che è.

Null’altro da aggiungere dunque – anche perché la musica va ascoltata e non commentata – se non che leggere in rete una recensione (“è già uscito il nuovo disco degli Eels oppure deve ancora uscire ufficialmente?”) che pare scritta da Lapo Elkann e pubblicata senza nemmeno editarla (come quando ubriaco fradicio premi il tasto pubblica ed il giorno dopo ti sei già pentito di aver scritto certe cose – per la cronaca: io non mi pento mai perché bevo solo birra analcolica oppure Guinness), tanto per bruciare sul tempo le altre webzine ed essere i primi a parlare di un disco che quando uscirà ufficialmente sarà già vecchio perché girava in rete da settimane e/o mesi, mi ha fatto voglia di scrivere una recensione track-by-track di Wonderful, Glorious degli Eels.

Non c’è nulla che mi dia più fastidio delle recensioni track-by-track (non hanno anima, le trovo pretenziose ed assolutamente prive di contenuti nonostante vogliano essere complete ed esaustive – nonché ricchissime di contenuti) e dunque andiamo, con in testa una frase come “In quella virgola tutta la genialità di Mr. E” (che cazzo vuol dire poi? Mark Everett ha solo messo una virgola tra Wonderful e Glorious, punto e basta. Magari è solo perché a livello grafico risultava più carino).

  • Bombs Away: suona come addormentarsi un venerdì sera sul divano mentre sullo schermo della televisione scorrono i video di Radio Capital Tivù, svegliandosi mentre sta finendo Stairway To Heaven dei Led Zeppelin per lasciare spazio ad I Can’t Tell You Why degli Eagles.
  • Kinda Fuzzy: suona come addormentarsi un venerdì sera sul divano mentre sullo schermo della televisione scorrono i video di Radio Capital Tivù, svegliandosi mentre sta finendo Stairway To Heaven dei Led Zeppelin per lasciare spazio ad I Can’t Tell You Why degli Eagles.
  • Accident Prone: suona come addormentarsi un venerdì sera sul divano mentre sullo schermo della televisione scorrono i video di Radio Capital Tivù, svegliandosi mentre sta finendo Stairway To Heaven dei Led Zeppelin per lasciare spazio ad I Can’t Tell You Why degli Eagles.
  • Peach Blossom: suona come addormentarsi un venerdì sera sul divano mentre sullo schermo della televisione scorrono i video di Radio Capital Tivù, svegliandosi mentre sta finendo Stairway To Heaven dei Led Zeppelin per lasciare spazio ad I Can’t Tell You Why degli Eagles.
  • On The Ropes: suona come addormentarsi un venerdì sera sul divano mentre sullo schermo della televisione scorrono i video di Radio Capital Tivù, svegliandosi mentre sta finendo Stairway To Heaven dei Led Zeppelin per lasciare spazio ad I Can’t Tell You Why degli Eagles.
  • The Turnaround: suona come addormentarsi un venerdì sera sul divano mentre sullo schermo della televisione scorrono i video di Radio Capital Tivù, svegliandosi mentre sta finendo Stairway To Heaven dei Led Zeppelin per lasciare spazio ad I Can’t Tell You Why degli Eagles.
  • New Alphabet: suona come addormentarsi un venerdì sera sul divano mentre sullo schermo della televisione scorrono i video di Radio Capital Tivù, svegliandosi mentre sta finendo Stairway To Heaven dei Led Zeppelin per lasciare spazio ad I Can’t Tell You Why degli Eagles.
  • Stick Together: suona come addormentarsi un venerdì sera sul divano mentre sullo schermo della televisione scorrono i video di Radio Capital Tivù, svegliandosi mentre sta finendo Stairway To Heaven dei Led Zeppelin per lasciare spazio ad I Can’t Tell You Why degli Eagles.
  • True Original: suona come addormentarsi un venerdì sera sul divano mentre sullo schermo della televisione scorrono i video di Radio Capital Tivù, svegliandosi mentre sta finendo Stairway To Heaven dei Led Zeppelin per lasciare spazio ad I Can’t Tell You Why degli Eagles.
  • Open My Present: suona come addormentarsi un venerdì sera sul divano mentre sullo schermo della televisione scorrono i video di Radio Capital Tivù, svegliandosi mentre sta finendo Stairway To Heaven dei Led Zeppelin per lasciare spazio ad I Can’t Tell You Why degli Eagles.
  • You’re My Friend: suona come addormentarsi un venerdì sera sul divano mentre sullo schermo della televisione scorrono i video di Radio Capital Tivù, svegliandosi mentre sta finendo Stairway To Heaven dei Led Zeppelin per lasciare spazio ad I Can’t Tell You Why degli Eagles.
  • I Am Building a Shrine: suona come addormentarsi un venerdì sera sul divano mentre sullo schermo della televisione scorrono i video di Radio Capital Tivù, svegliandosi mentre sta finendo Stairway To Heaven dei Led Zeppelin per lasciare spazio ad I Can’t Tell You Why degli Eagles.
  • Wonderful, Glorious: suona come addormentarsi un venerdì sera sul divano mentre sullo schermo della televisione scorrono i video di Radio Capital Tivù, svegliandosi mentre sta finendo Stairway To Heaven dei Led Zeppelin per lasciare spazio ad I Can’t Tell You Why degli Eagles.

 

Per fortuna esiste il copia e incolla. Mi fermo qua, anche perché non ho sentito il bonus cd dell’edizione deluxe di Wonderful, Glorious e non riesco a parlarne. Purtroppo non ho fatto in tempo, ma a dire il vero è meglio così perché altrimenti sembra che io abbia scaricato illegalmente il disco.

Jerry Calanza omo de panza omo de sostanza: tornano i Primus e sono cazzi amari, soprattutto per chi negli anni d’oro li aveva abbandonati per seguire gruppi-caricatura tipo i Molotov.

 

Libidine, doppia libidine, libidine coi fiocchi: questo è il primo risultato che si ottiene digitando su Google Images "Jerry Calà Brown Album". Vorrei stringere la mano al'ideatore di questa foto, ma soprattutto vorrei capire perché ho cercato prorio "Jerry Calà Brown Album". Qualora l'ideatore della foto si facesse vivo chiedendone la rimozione per pelose questioni di diritti d'autore, nessun problema: provvederemo subito a sostituirla con il quarto risultato, ossia una foto delle Pipettes.

La prova provata del fatto che nelle annate 1997-1998-1999 facevamo schifo (plurale maiestatis, non voglio insultare nessuno) è che eravamo talmente in fotta con il crossover che ci siamo spinti (altro plurale maiestatis, delirio di onnipotenza) talmente in basso da arrivare ad ascoltare roba come i messicani Molotov, facendoceli pure piacere parecchio e consumando la copia del loro album di debutto ¿Dónde Jugarán las Niñas?. Finita la fotta (che comunque è durata quasi quattro lunghi e durissimi mesi, mica due settimane) il cd in questione è stato prestato ad un amico che fortunatamente non l’ha mai più restituito, ma resta il fatto che quella dei Molotov era roba talmente dozzinale e priva della benché minima ragione di esistere che il disagio interiore per averli ascoltati molto è tanto. Gag da terza media ultimo banco vicino alla finestra, pretesa di avere testi di denuncia sociale, pretesa di essere i Mano Negra messicani con le chitarre oppure i Rage Against Machine su un treno che attraversa l’America Latina, chitarre mariachi che sbucano qua e là in una selva di chitarre mediamente rock, voci fastidiose, basso slap, saccheggio spudorato di idee altrui ed un video in programmazione fissa ad Mtv Superock hanno fatto sì che i Molotov godessero di una certa esposizione anche in Italia ed arrivassero a piacere a gente come me che in quegli anni si è bevuta come se nulla fosse anche pantomime rapcore come gli Hed (P.E.) – un gruppo che ormai esiste solo al Rock Planet di Pinarella di Cervia e nella mente dei reduci di quegli anni – ma che ha avuto il coraggio di cancellare tutto con un deciso tratto di penna non appena ha raggiunto una certa maturità (subito dopo l’esame di maturità a cui hanno fatto seguito un’estate da leone, l’università, la vita reale). Poi per carità abbiamo anche provato (altro plurale maiestatis, Delirium Tremens) ad ascoltare anche il seguito-di-cui-non-ricordo-il-nome-e-non-lo-voglio-nemmeno-cercare-su-Wikipedia (in realtà l’ho cercato, si chiama Apocalypshit ed era prodotto addirittura da Mario Caldato Jr.) ma non ce l’abbiamo fatta, faceva troppo schifo anche a noi o più probabilmente eravamo cambiati davvero. E se penso che i Molotov sono ancora in giro e poco tempo fa hanno pure suonato a Milano ad un festival da studenti fuorisede fissati con Hugo Chavez, Fidel Castro e Diego Armando Maradona l’autostima aumenta tantissimo, raggiungendo livelli degni del Vittorio Sgarbi più visionario (quello che insultava i tre del Trio Medusa apostrofandoli con l’illuminante epiteto “culattoni raccomandati”).

Come sono arrivato a ripensare ai Molotov? Semplice: ho visto il trailer di Pipì Room (capolavoro del mio Maestro di Vita Jerry Calà) e con una libera associazione mentale piuttosto maschilista e sbilenca ho subito pensato subito al titolo del disco d’esordio dei Molotov. Se poi ricordiamo che ¿Dónde Jugarán las Niñas? nasceva come storpiatura del titolo del best seller della band messicana Manà ¿Dónde jugarán los niños? il calembour da seconda superiore Jerry Calà-Jerry Manà viene in automatico e da Jerry Calà si finisce dunque dritti ai Molotov (e non si torna più indietro). Però Jerry Calà Was a Race Car Driver ed allora ecco che ci si rende anche conto che Jerry Was A Race Car Driver è forse il brano che esprime meglio cosa sono stati i Primus (e cosa sono, e cosa saranno), la loro grandezza e la loro superiorità. È colpa mia (niente plurale maiestatis in questo caso, ma è come se lo avessi usato) se negli anni in cui esplodeva il crossover ed anche gruppi come i Molotov avevano un loro posto al sole i Primus uscivano con un disco sottotono come il Brown Album e poi sceglievano di defilarsi dopo averci regalato un EP di cover ed una mezza cagata come Antipop. Addirittura pensavo si fossero sciolti per sempre, invece qualche tempo fa (o forse fra qualche giorno, o forse oggi – visto che in rete i dischi escono prima della loro reale data di uscita, che nessuno sa qual’è) i Primus se ne sono inaspettatamente usciti con un disco nuovo che risponde al titolo di Green Naugahyde ed è semplicemente clamoroso. Les Claypool e Larry LaLonde sono ancora della partita mentre alla batteria c’è il primissimo batterista della band Jay Lane, e questa cosa fa parecchio ridere perché pur essendo stato il primo batterista è all’esordio assoluto su disco. Comunque, nessuna innovazione particolare, nessuna rivoluzione copernicana, solo un disco dei Primus talmente riuscito bene da riportare di colpo le lancette del tempo indietro di almeno vent’anni (ti pare poco?). E dunque, funk bianchissimo tipo Parliament che hanno sniffato un sacco di candeggina e si divertono parecchio (Tragedy’s A’Comin’, Lee Van Cleef), cavalcate psyco-metal-funk che dopo un paio di minuti inizia a colarti il cervello dalle orecchie e devi recuperarlo utilizzando un cucchiaino (Last Salmon Man, Moron TV) o una cannuccia (Hennepin Crawler), divertissement zappiani vari ed assortiti (HOINFODAMAN) che ti convincono del fatto che i Primus sono una band invecchiata talmente bene da suonare più attuale oggi di venti e passa anni fa (cosa che in tempi in cui si grida al miracolo perché tre vecchi tromboni+loro figlio alla chitarra presentano il loro disco nei cinema di mezza Europa non è cosa da sottovalutare). Bentornati Primus.

QUANTO ERAVAMO DISADATTATI: il mio terzo tempo, il quarto e pure il quinto

The dark side of the spoon

Diciamo la verità: Max Pezzali all’ultimo Festival della Canzone Italiana non ha fatto una gran bella figura. Si è presentato con una canzone che cercava disperatamente di rinverdire i fasti dei bei tempi che furono senza rendersi conto che non siamo più nel 1994 e la gente è molto cambiata, sia esteriormente che interiormente. Tanto per dire, i giovani che erano giovani allora adesso non sono più giovani ed i giovani di oggi sono diversi dai giovani di allora, sono molto più giovani (con tutto ciò che ne consegue in termini di autentiche illusioni come “mi posso vestire male come mi vestivo male quindici anni fa, tanto mi apprezzano perché sono quello che sono ma soprattutto perché sono genuino”, “posso di colpo presentarmi con una canzone uguale a quelle che facevo ad inizio carriera, tanto io sono così e mi capiranno comunque” , “sono finito artisticamente da almeno dieci anni ma fortunatamente sono uno che sta simpatico alla gente e dunque perdoneranno ogni mio tentativo di raschiare il fondo del barile” e “sono il riccardone della canzone giovanilista italiana”)(dopo aver espresso un pensiero del genere mi gira la testa, rileggendolo non ci capisco nulla ma va bene così). È stato triste vederlo in quello stato, con la voce incerta ed un testo che parla di un ipotetico secondo tempo, ennesimo prototipo di metafora calcistica per annunciare al mondo una sua rinascita che poi non si sa se sia davvero giunta a compimento sul palco sanremese. Davvero triste, mi ha fatto male.

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Gente che ne sa: ATOM HEART for beginners.

Stile.

Uwe Schmidt è un gran cazzone. Di quelli poco appariscenti, che di sicuro non noti sul posto di lavoro e che magari alle feste aziendali nemmeno aprono bocca, per il semplice fatto che nessuno si prende la briga di rivolgergli la parola; ma che, se interpellati, se ne uscirebbero subito con la battuta più sgradevole e caustica possibile sul momento. Ha la faccia di un impiegato sull’orlo dello sbrocco dopo nove ore in compagnia di una fotocopiatrice difettosa e la postura ingessata e fremente di chi sta per combinare uno scherzo terribile, tipo cospargere la sedia di puntine da disegno, incollare l’una sull’altra con l’attak le pagine di documenti importantissimi o versare di nascosto un lassativo nel caffè che stai per bere; quell’espressione e quel modo di fare non lo abbandonano mai. Ha anche l’aria di uno capace di ironizzare su qualsiasi cosa, dal cancro alle tasse ai porno con animali alla coda alle poste all’ischemia miocardica, il tutto sempre e comunque con lo stesso sguardo vitreo e lo stesso sogghignetto appena accennato sotto quegli improbabili baffoni da motociclista frocio, unico elemento stravagante in un profilo che altrimenti sarebbe la personificazione assoluta del concetto di ordinario. Forse Uwe Schmidt è anche un genio, chi lo sa; troppo sterminata e perennemente sfuggente la sua produzione per poter azzardare anche solo un accenno di visione d’insieme. Quel che in compenso è certo è che il suo modo di operare ha del manicomiale; quella pazzia pericolosa perché metodica, implacabile, che fa paura perché segue schemi e traiettorie indecifrabili per chiunque non ne sia l’autore. Un esempio? Più di cinquanta pseudonimi diversi possono bastare? Personalmente mi ci sono voluti anni soltanto per scoprirne alcuni e ricondurne altri che magari conoscevo benissimo ma non avevo la minima idea che coinvolgessero la sua persona; come Lassigue Bendthaus ha sonorizzato i miei peggiori incubi cibernetici di bimbo plagiato da William Gibson, Il Tagliaerbe e i ClockDVA, come Atom Heart mi ha accompagnato alla scoperta della techno (prima) e dell’ambient più molesta e drogata (poi – in particolar modo nel terminale Second Nature realizzato assieme a Bill Laswell e Tetsu Inoue, per anni colonna sonora irrinunciabile per le più spericolate esplorazioni tossiche), come Señor Coconut Y Su Conjunto mi ha regalato innumerevoli ore di allegria al suono di quello che probabilmente rimane il tribute album più geniale di sempre in senso assoluto (alla pari soltanto con l’ugualmente folle The Moog Cookbook, dove però – per una volta – Schmidt non c’entra nulla). Questo per citare soltanto alcuni dei misfatti dell’uomo che abbiano rivestito una qualche importanza nella mia vita. Ce ne sono almeno altrettanti che ignoro del tutto. Probabilmente il capolavoro definitivo di Uwe Schmidt sta tra quei dischi che ancora non sono riuscito a trovare, figuriamoci a sentire. Sicuro che sta lì. Intanto lui continua la sua folle corsa verso la destrutturazione dei rancidi cascami alla base di, beh, più o meno qualunque sottogenere della musica elettronica; tocca ancora alla minimal techno nel recente Music Is Better Than Pussy (pubblicato come Atom™, tra i suoi alias più longevi), titolo assolutamente geniale (doppiato in chiusura di scaletta da una temibile Suck My Groove, nientemeno) e copertina da autentici sociopatici racchiudono una serie di numeri in cui il suono che – assieme all’electroclash – più ha fatto danni nello scorso decennio viene impietosamente sminuzzato con metodica tenacia, da omicida seriale, e blandamente ridicolizzato anche tramite l’uso di sinistri loop circolari e inserti vocali piuttosto perturbanti. Vince anche soltanto perché si intitola La musica è meglio della fica, ma non guasterà sapere che nonostante la durata di cinquanta minuti il disco viene venduto al prezzo di un EP perché la tracklist è di soli sei pezzi. Che gli dèi lo conservino.

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Naturalmente i suoi live corrispondono a quel che c’è dentro la sua musica a livello speculare; chi lo ha visto al Dissonanze l’anno scorso potrà ben testimoniarlo. Questo sabato Atom™ suonerà a Palazzo Re Enzo nell’ambito del Robot Festival. Sapete cosa fare.

What’s The Frequency, Brancher?

La solita sinistra che se non la smette di affidarsi a personaggi che non sono mai stati giovani – come ad esempio Enrico Letta o Andrea Orlando – non vincerà mai più le elezioni è in fibrillazione. Succede infatti che qualche giorno fa è stato nominato ministro tale Aldo Brancher e gli è stato confezionato un ministero ad hoc solo per salvarlo da un processo mediante l’arguto espediente tecnico-tattico del legittimo impedimento (Fernet Brancher ha affermato che non può partecipare all’udienza perché deve organizzare il ministero che ha appena iniziato a presiedere, ed è pure riuscito a restare serio mentre lo diceva). Nulla di radicalmente diverso da ciò a cui ci ha in questi anni abituato Silvan Berlusconi, però questa volta nessuno se ne è accorto perché c’era l’Italia che giocava ai mondiali. Tutto sotto controllo dunque, ma non appena la nostra gloriosa nazionale è stata eliminata dalla competizione è successo un disastro, e nulla è stato più come prima: il Partito Democratico, quel fascista di Di Pietro e quel democristiano fallito di Casini sono arrivati a chiedere le dimissioni del povero Brancher, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano è addirittura arrivato a dire che non può esistere legittimo impedimento perché non si sa quale dicastero presieda Brancher ma soprattutto il suo è un ministero senza portafoglio e dunque non c’è un bel cazzo da organizzare. Brancher deve andare a processo e non si sa come andrà a finire. Una vicenda parecchio triste.

Quello che i giornali non dicono è che Brancher si è sacrificato per me. Ha opposto il legittimo impedimento non perché doveva organizzare il ministero come ha dichiarato, ma perché doveva rimanere in ufficio a scaricarmi alcuni dischi nuovi e non aveva tempo di andare in tribunale. Me li ha scaricati, me li ha fatti avere, si è preso gli insulti dei militanti leghisti, medita di dimettersi ed alla fine lo farà: cazzi suoi, io intanto ho quattro fichissimi dischi nuovi da ascoltare, alla faccia dei militanti leghisti che ascoltano solo musica celtica ingozzandosi di polenta e uccelli (non nel senso di peni maschili, ma nel senso di osei, ossia piccoli volatili cacciati di frodo e cucinati secondo l’antica tradizione veneta). Lo ringrazio, però è grande ed ora deve imparare a cavarsela da solo.

Konono N.1 – Assume Crash Positions: prendi una vuvuzela, sfasciala perché ha un suono troppo fastidioso. prendi un gruppo di musicisti del Congo, falli suonare musica a caso con strumenti tipici della loro terra natia ed otterrai un disco come questo, una roba psichedelicissima che dopo due minuti ti manda in trance e a volte riesce perfino a suonare come musica pop. Piacciono anche ai fricchettoni con pantaloni a righe, cane al guinzaglio, capelli a carciofo (o, peggio, a spinacio), zaino dell’Invicta e Birkenstock taroccati ai piedi, ma questo è un dettaglio che nulla toglie allo splendore dell’opera in questione.

Mahjongg – The Long Shadow Of The Paper Tiger: un disco della madonna. Hanno deciso di crescere e di far ballare la gente, hanno indovinato la droga giusta ma soprattutto han capito che coi synth ci puoi ricamare splendide melodie oltre che fare rumore associato a tamburi africani. Come se i !!! avessero come punto di riferimento l’Africa di Fela Kuti e Jay Jay Okocha in luogo degli esperimenti dance dei loro numi tutelari Arthur Russell e Russell Russell, più lo ascolti e più ci entri dentro per non uscirne mai più. Non piacerà ai fricchettoni di cui sopra, visto che a loro fanno schifo i sintetizzatori perché li considerano degli strumenti troppo poco altermondisti (praticamente lo stesso, assurdo preconcetto di Burzum che ad un certo punto ha smesso di usare la chitarra perché la considerava uno strumento da negro ed ha iniziato a fare musica medioevale, visto però con un’ottica leggermente più buonista e vendoliana). E non necessariamente deve essere visto come una cosa negativa.

M.I.A. – /\/\/\Y/\: qui Aldo Brancher ha fatto un capolavoro. È riuscito a procurarmi un disco molto atteso che deve ancora uscire (ed uscirà tra un paio di mesi) e ci è riuscito accedendo clandestinamente al pc dell’artista anglo-cingalese. Si sente molto male in quanto i mezzi del suo ministero sono molto limitati (è pur sempre un ministro senza portafoglio) però intanto si può intuire che a questo giro M.I.A. farà il botto. Certe melodie ti si appiccicano in testa e non ne escono più, nemmeno se ad un certo punto devi smettere di ascoltare perché il fruscio di fondo dell’mp3 clandestino diventa insopportabile. Se Lady Gaga facesse un disco del genere il mondo sarebbe un posto migliore (con tutto il rispetto per Lady Gaga, s’intende).

Walter Gibbons – Jungle Music: questa raccolta è qualcosa che va oltre l’umana capacità di comprendere a fondo cosa si nasconde dietro il concetto mentale di capolavoro. C’è tutto per essere felici e piangere a dirotto, per ridere e per sognare, dire fare baciare lettera e testamento. Walter Gibbons è la disco music, Walter Gibbons è tra i più credibili progenitori della house music, Walter Gibbons è tra coloro che hanno definito il concetto di remix così come lo conosciamo adesso, Walter Gibbons è uno che si è fatto talmente tanto che ad un certo punto si è stancato di collassare in consolle ed si è trasformato in una specie di integralista cattolico che faceva ancora cose pazzesche con mixer ed effetti ma che bandiva dai suoi set la musica trattante tematiche da lui considerate impure. Io lo preferisco ai tempi in cui sveniva ed il disco che stava suonando continuava a suonare all’infinito, ma è un eroe e come tale va rispettato (anche perché attualmente è morto e i morti vanno rispettati a prescindere) e riverito.

Grazie Brancher, e ora vattene – che io pago le tasse e non voglio pagarti lo stipendio da ministro anche se mi hai scaricato i dischi che volevo.

Arrota libbera #3: Copparo Violenta vs, Safe European Home

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Dopo aver visto i Putiferio, i Verme e (a sorpresa, visto che The Secret son saltati causa problemi – ehm – di line up) i Modotti di scena a Copparo Violenta nell’ambito del locale Summer Festival, posso ragionevolmente affermare che:

  • i Modotti sono una bella sorpresa e suonano come una versione math-rock dei Fugazi. Possono anche non piacere, ma a me sono piaciuti un sacco ed oltretutto mi ci sono perso dentro come mi perdo in ogni gruppo che ha due gemelli nella line up e suona roba che ti entra dentro. Comacchio vince sempre.

  • i Verme fanno piangere perché suonano quell’emo lì e ci credono ancora manco fossimo nel anno 1998, hanno tante cose da dire e necessitano di più occasioni per poterle dire. Fichissimi, speriamo che Carlo Pastore si ricordi di loro e li porti in Rai.

  • i Putiferio suonano tipo come una Vespa 50 Special elaborata che sta per grippare ma cerca disperatamente di restare in vita, e dunque pieno-vuoto, rumore-silenzio, tondo-quadrato, sali-scendi, quiete-violenza, punta-tacco, psichedelia, psichedelia, oh yes psichedelia. Qualcuno lo chiama hardcore evoluto, altri noise-core, io che me ne fotto delle etichette sono fermamente convinto che i Putiferio spacchino il culo e la loro esibizione sia stata il vero momento supremo della serata. Chi li ha snobbati per bere birra, fare tardi accidenti, ballare con le tipe con i vari strusciamenti ma soprattutto per mangiare piadina ha commesso un grosso errore.

E poi son tornato a casa ascoltando in loop Safe European Home dei Clash. Tipo cinque volte. Senza motivo, mi andava di farlo. Tutto il resto è game over, me compreso.

Arrota Libbera #2: Il potere del cavallo logora chi non ce l’ha.

Further è il nuovo disco dei Chemical Brothers, che è già uscito o forse deve ancora già uscire ma è già disponibile per il consueto download illegale (un’arte che tutti criticano aspramente ma che tutti praticano nel tepore delle loro camerette – come la masturbazione, ed infatti la gente scarica mentre si fa le pippe davanti a YouPorn e l’industria musicale sta andando a puttane).

Further è il vero suicidio commerciale dei Chemical Brothers, due ragazzi ormai cresciutelli che nella loro vita si sono drogati parecchio e che probabilmente ora vogliono farsi licenziare dalla casa discografica per sputtanarsi in droghe varie anche la liquidazione. ed allora han deciso di fare una cosa assurda ed a tratti incomprensibilie che parte come i Sigur Ros in ecstasy, svolta kraut-disco e sale sale (e non fa male) fino al picco epico/comico di Horse Power – un assoluto dopo il quale nulla è più come prima e che sicuro verrà tramandato ai posteri come spiegazione scientifica del fatto che i danni provocati dagli abusi di sostanze chimiche non sono poi tanto male. Con Horse Power e i suoi nitriti campionati ed incollati tra un beat ed un riff di synth si ride, salvo poi capire la grandezza dei Chemical Brothers e la loro portata innovativa anche a quindici anni dal loro primo disco. Eversori, cazzo. I Chemical Brothers sono degli eversori.

Further è un disco che potrebbe piacere perfino a tutti quelli che hanno odiato i dischi precedenti dei Chemical Brothers, e non venderà un cazzo perché ora la musica che conta è altra. Meglio così, almeno la casa discografica licenzia i Chemical Brothers e loro possono drogarsi a più non posso con i soldi della liquidazione.