Rome Sunday // Jandek ha camminato tra di noi

Rome Sunday // Biglietto

“Era da solo? Era disagio?
Suonava chitarra e voce e basta ma ti mostrava l’universo?”
(Messaggio di un amico che mi chiedeva del concerto)

Non c’è nulla che si possa aggiungere a quanto già non si sappia di Jandek.  Non sarà quello che potrà scriverne un inadeguatissimo me, a cui già due volte è toccata la fortuna di vedere un suo concerto (vedere due volte Jandek nella vita è come veder salire i controllori per due fermate di fila, e tutte e due le volte vederli scendere senza accorgersi che tu non hai il biglietto), un improvvisamente ri-adolescente me quando giovedì scorso una e-mail non destinata a me e che annunciava il concerto mi causava un attacco di fotta, uno di panico, diverse crisi di pianto e numerose e-mail a chiunque, finché non sono riuscito a procurarmi un biglietto.

L’organizzazione del tutto è stata splendida, davvero, e il riserbo sull’evento – nonostante i miei stupidi e nevrotici pregiudizi affrettati – dovuto non a vuoto elitarismo buono per un secret show di M.I.A. o dei Cani, ma all’osservanza del silenzio appartato che è  l’unico contesto possibile per l’esibizione solitaria del più grande bluesman vivente. Se volevi esserci dovevi davvero volerlo: e sono consapevole che non tutti i presenti fossero lì con pregresse ansie notturne come nel mio caso (esistono anche persone normali, accompagnatori innocenti, amici e parenti), ma sono ancor più certo che tutti i presenti ieri si sono svegliati stamattina con la sensazione che qualcosa in loro ha cambiato posizione, e questo per sempre. Siamo gli stessi, e non lo siamo più, come direbbe una banale poesia o un banale blogger italiano che, in quanto blogger, può permettersi di descrivere l’indescrivibile con parole semplici.

Come mi era successo anni fa, quando vidi Jandek per la prima volta in Inghilterra, tutti hanno smesso anche solo di respirare quando (l’uomo conosciuto come) Jandek ha fatto il suo ingresso in sala, ha tolto la giacca, l’ha posata e appesa dietro di sé; ha riflettuto, preso la chitarra, l’ha rimessa nella custodia, ha posato bottleneck e cronometro sullo sgabello accanto a sé, ha ripreso la chitarra, l’ha riposta ancora, ha preso il blocco degli appunti con le canzoni appena scritte che avrebbe eseguito, ha preso ancora una volta la chitarra e ha iniziato a raccontare che, camminando per Roma, ha incontrato qualcuno che non ha riconosciuto, ma quel qualcuno era se stesso, che ha riconosciuto lui…

…e tutto questo per un’ora, attorno a mezzogiorno, in un locale affacciato su una grande strada nel centro di Roma con i turisti che passavano fuori, dando un’occhiata distratta, o non accorgendosi di nulla (in qualunque momento, dovunque voi siate, i muri accanto ai quali passate stanno forse nascondendo il più grande artista che non vedrete mai che canta le canzoni che più perfettamente di tutte colgono l’essenza di quel momento), piccole intrusioni di realtà – come il blocco Pigna compilato con la biro senza cancellature né ripensamenti, come le crepe nel muro e la nostra sciarpa scozzese – in un momento al di fuori del normale scorrere del tempo.

Il mio primo pezzo serio, che abbasserà la gloriosa media di accessi con il tag “emma marrone nuda”, è, per quello che mi riguarda, l’ultima parte di quel momento che ancora mi appartiene, prima di tornare alla vita reale, alle preoccupazioni sensate e insensate, a tutti quegli stupidi dischi colorati che hanno la principale parte di colpa del cinismo con cui guardiamo oggi alla musica (non è vero, la colpa non è dei dischi, ma che siamo vecchi e sulla difensiva. Ma Jandek è vecchio pure lui e, per quello che conta, da ieri ho una voglia di ascoltare dischi che  non provavo da anni).

Le foto di Jandek – il concerto ha inaugurato una piccola mostra – sono ancora esposte per qualche giorno, e io vi consiglio davvero di andare a vederle.

@AsharedApilEkur

P.S.: Grazie di cuore agli organizzatori, che non ho avuto modo di conoscere se non fugacemente, e che mi hanno ridato speranza nel fatto che non tutte le persone magre e ben vestite, in altre parole non tutti gli artisti, sono persone cattive e giudicanti, ma anzi possono essere buoni e leali amanti del bello, portato in dono a noi e ai nostri vecchi giacconi