La pesantata del venerdì: HO CAPITO CHE C’È CRISI MA TE VUOI PAGARE CINQUE EURO UN CD NUOVO.

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GENESI

Questa forse ve la devo spiegare, anche se non è la prima volta che si parla di ‘sta cosa qua dentro. Che qua dentro si sia fan dei negozi di dischi (1, 2, 3, 4) è un concetto che è passato, giusto? OK.

Sul forum del Mucchio, l’unico forum che ancora frequento, c’è un thread che si chiama LA MORTE DEI NEGOZI DI DISCHI. È partito qualche nell’aprile del 2009 da un pezzo bellissimo scritto sul Mucchio dall’amico Aurelio Pasini (ciao Aury) sulla chiusura di Nannucci e va avanti per qualcosa come millecinquecento interventi. Ogni tanto chiude un negozio nuovo e la discussione torna ad aggiornarsi. (questo pezzo contiene brandelli di cose che ho già scritto lì).

ESODO

Recentemente, il più grande problema dei negozi di dischi (tutti e sei i negozi rimasti) sembra essere che i dischi SI PAGANO TROPPO, rispetto ai soldi che si spendono a comprarli non-nei-negozi. Esempio: il disco di questo che trovo nel negozio a venti euro, alla Fnac lo pago (pagavo) dieci e su Amazon cinque euro. Il problema, dice un tizio, è la percezione di quale debba essere il costo di un CD. Una domanda interessante. Quanto?

Qualcuno dice “5 euro”. Qualcuno risponde “massimo 10”.

Inorridisco, insulto qualcuno, si sviluppa una discussione. Nei forum succede così. Decido, questa mattina, di fare la stessa domanda su twitter.

La domanda è volutamente generica. “Quanto sei disposto a pagare per un CD?”. Sottende l’idea che i CD comprati nei negozi siano uguali a quelli comprati su internet, che a livello di prodotto in sé è verissimo. La risposta, considerando più o meno una settantina di risposte è 10 euro a dir tanto. Sei o sette persone dicono più di 10, due persone “massimo 15”, una sola 18/20 euro. Molti fissano effettivamente il tetto a 5 euro per il catalogo, qualcuno anche per i nuovi. Il mio twitter si lega a gente che cazzeggia con la musica. La risposta è una risposta da consumatori: posso scaricarlo e comprarlo su itunes, pago due lire in più per avere il supporto fisico, ciao.

Specifica aggiuntiva: un CD con un booklet di due pagine non vale 10 euro. I CD, per venire comprati a qualsiasi cifra, devono essere oggetti da collezione.

LEVITICO

Il CD a 5 euro è un’anomalia statistica diventata istituzione, comparsa nel banchetto dell’usato da qualche parte negli anni novanta e da lì in poi eretta a sistema economico per motivi che non comprendo a fondo. Tu vai a vendere dei CD usati al negoziante, lui ti dà due euro e mezzo e li vende a sei/sette euro. Per te è un affare? insomma -è tipo il 10% di quanto l’hai pagato nuovo. Per il negoziante è un affare? Mica tanto. Si sobbarca il costo di un probabile stock, ci paga le tasse e le spese fisse e tutto il resto, alla fine ti rimangono in tasca i soldi che rimangono al barista per un caffè (ma credo si vendano più caffè che CD usati). In prospettiva non è un mercato che ti rende ricco ma diciamo che –almeno- non è in perdita. Pausa caffè/CD usato.

NUMERI

quest’anno mi è capitato di fare i disegni per la copertina di un disco, che è questo (lo metto per tirarmela e spammare un po’, comprate questo disco CAZZO è bellissimo l’ho disegnato io):

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Ogni Giorno – Il fine settimana, due anni dopo

Questo disco è stato registrato dentro uno studio che costa soldi. Poi il disco deve venire stampato -AKA serve un master- e viene messa insieme una copertina, da stampare anche quella.

Questo disco, in particolare, costa alla stampa 4,5 euro. È vero che è una confezione lussuosa (grazie regaz), e in questo risponde ad un’esigenza manifestatami da qualcuno che mi ha risposto su twitter: il CD oggi deve essere un oggetto carino di per sé, o mi prendo su i file e vaffanculo. Il CD degli Ogni Giorno, stampato e finito, costa 4,5 euro. In questi 4,5 euro di costo non sono comprese:

1) le ore di studio
2) il master
3) l’illustratore/il grafico

4) andare a prendere i dischi in un posto e portarli a casa propria.

Conto della serva: il costo di questo disco, dentro uno scatolone a casa dell’etichetta, si aggira tra i cinque e i sei euro. Ora il disco va venduto a qualcuno. Vai nei negozi o in GD? Vendi il disco a un distributore. Il quale (la sparo) compra i dischi a sette euro (più IVA), cioè un euro a copia per l’etichetta. I distributori hanno due modi di comprare: il primo è comprare, il secondo è comprare in contovendita. Se compri in contovendita ha probabilmente senso che tu venda il tuo CD al negoziante intorno ai 10 euro (più IVA). è un prezzo bassino: stiamo parlando di un primo margine del 37%, a cui vanno tolte tutte le spese e le tasse etc (se pensate che sia tanto ipotizzo che non lavoriate nel commercio). Questa gente NON sta concludendo l’acquisto al tavolo di un’osteria: ci sono telefonate, mail, corrieri (provate a lavorare due mesi servendovi di un qualsiasi corriere espresso e poi venite qui a dirmi che parlo a vanvera) e tutto quanto. Diciamo che dei tre euro che vanno a comporre il primo margine, un euro se ne va via in spese -o le spese vanno girate al negoziante.

Il negoziante a questo punto si trova il disco nel negozio, deve buttar su il 22% di IVA e decidere quanto guadagnarci sopra. Ponendo che tutto sia andato BENISSIMO (il trasporto è andato ok, niente rotture, non ti cade la scatola mentre la metti sul banco), il disco viene messo sullo scaffale a 17,5 euro e frutta circa 5 euro al negoziante. Questi merdosissimi 5 euro, secondo la percezione popolare RAPINATI al mercato musicale dal negoziante sono soldi su cui il negoziante paga le tasse, l’affitto del negozio, luce gas e tutto il resto. Poniamo che di questi cinque euro alla fine dell’anno gliene rimangano in mano due (e non sono due): un venditore di dischi dovrebbe vendere circa 500 pezzi al mese per tirar fuori uno stipendio da operaio. 500 pezzi al mese vuol dire 20 dischi al giorno, compreso il martedì, noto giorno della settimana in cui la gente esce di casa e si accalca per comprare dischi al negozio.

In sostanza, su un disco indipendente a 17,50 euro (qualora il disco sia venduto in centinaia di copie, e in questo caso nemmeno) non ci lucra nessuno di quelli a cui è passato di mano. Il disco che ho preso in oggetto, come ho detto, è particolarmente lussuoso e se fosse su un jewel case costerebbe molto meno. Ma ci sono costi aggiuntivi su questo conto, per esempio:

1 vengono mandate in giro copie promozionali. Ok, magari no.
2 il disegnatore viene pagato con copie del disco da regalare a sua madre.
3 il gruppo viene pagato in copie del disco da smerciare per suo conto ai concerti
4 il disco, nell’esempio, è venduto in contovendita, va incontro a costi di ritiro che non so quantificare
5 i dischi non vanno spessissimo sold-out.

Un’altra cosa da considerare è che 17,50 euro sono esattamente GLI STESSI SOLDI che si pagavano per un disco quindici anni fa, ad un cambio lira/euro che è stato fissato anche questo una quindicina d’anni fa (nel frattempo la benzina è raddoppiata, per capirci). Qualcuno può giustamente sostenere che la catena produttiva è troppo lunga e che il negozio di dischi non è più il posto dove si comprano i CD. Non sono d’accordo ma è verissimo. Il problema è: esistono alternative? Un’etichetta deve produrre il disco e poi contattare direttamente tutti i negozi del mondo? Prendersi un agente che venda la sua roba a provvigioni? Si può davvero pensare che una catena di grandi magazzini/elettrodomestici/autogrill/supermercati possa inserire come fornitore una singola etichetta o gruppo? Ne dubito. E le major? Non so davvero quantificare. I costi di produzione del CD di Kylie Minogue sono senz’altro più bassi dei 4,5 euro a copia degli Ogni Giorno, ma vanno considerati i costi di registrazione (che non sono i qualche-mila euro che ti costa registrare un disco buona la prima) e le campagne promozionali, il cachet di Michel Gondry e l’assicurazione sul culo di Kylie, il tutto per titoli che mediamente non vendono più i milioni di pezzi ciascuno degli anni novanta. Posso comprare CD ai banchetti dei gruppi e delle etichette, lo faccio anzi ed è il modo in cui ancora preferisco spenderli ma sai com’è. Vai Kylie:

DEUTERONOMIO

Ci sono, ovviamente, i modi di vendere inventati da internet. Il primo modo di vendere inventato da internet è il download gratuito, poi c’è il download a pagamento, streaming legali, poi i dischi fisici comprati sugli Amazon del caso. Come sa chi mi conosce, odio Amazon. Ho fatto acquisti, sia chiaro, e sono andati tutti e due a buon fine; niente ritardi, niente rotture di coglioni, niente inversioni di titoli: ho smesso perché a comprare su Amazon non provo nessuna emozione (e allora tanto vale che me li scarichi) e per le condizioni di lavoro a cui sono sottoposti i dipendenti. Forse il boicottaggio è un concetto stupido e fuori moda, certo, ma l’alternativa è l’idea che un prezzo sufficientemente basso non ha alcun limite morale a cui appigliarsi, e mi sembra molto più agghiacciante. Ok, sono io, ma a leggere questo pezzo il mio banalissimo desiderio è che questa gente chiuda bottega.

Nella discussione sul forum fa abbastanza presto a saltar fuori l’idea che il consumatore sia, come dire, un attore partigiano che deve pensare alla bottega. E che tra un disco a cinque euro e lo stesso disco a quindici sia tenuto a scegliere i cinque euro. Questo ragionamento ne nasconde implicitamente un altro, e cioè che di base non è colpa nostra se qualcuno ci tenta con offerte irrifiutabili (che comunque rifiutiamo), cioè che di base il mercato è quello e noi non siamo responsabili.

Ecco, io non sono d’accordissimo con questa cosa. Credo che sia dovere di chi compra dischi (ma anche, boh, prosciutti) assicurarsi che qualcuno non stia perdendo soldi per coprire un bisogno del consumatore. Ci sono modi per comprare dischi a meno soldi: banchetti, acquisti dal sito dell’etichetta e tutto il resto. Condividere la musica aiuta la diffusione, pagare la musica aiuta il proseguimento della razza, e tutto il resto. Pretendere di pagare massimo dieci euro per un disco nuovo, insomma, mica tanto.

Salterei alle conclusioni ma già così sono quasi diecimila battute.

Il listone del (ehm): SEI MOTIVI PER CUI LA FNAC E SIMILI NON SONO “NEGOZI DI DISCHI”

Oggi in giro per l’Italia c’è uno sciopero dei dipendenti di FNAC, una catena di negozi giganteschi specializzati in tecnologia e affini che forse chiude alla fine dell’anno per questioni di politica commerciale. Fermo restando il problema di fondo della cosa, che non discuto e con il quale sono solidale (la fregatura di essere comunisti è che c’è un lato oscuro in quasi tutto quello di cui parlo, almeno gli altri possono dare la colpa a qualcuno), stavo cazzeggiando sul forum del Mucchio e la chiusura della FNAC è commentata sul thread “la morte dei negozi di dischi”. E siccome siamo in debito di un listone, vi appioppo sei motivi per cui nonostante il fatto che la FNAC di Milano (l’unico punto vendita in cui sono entrato) abbia un piano intero e sterminato dedicato ai CD, non si può parlare di FNAC e di altre cose come di negozi di dischi.

L’ODORE

Entri in un centro commerciale e c’è un odore da centro commerciale, vale a dire aria vagamente viziata e/o ricircolante ma indiscutibilmente pulita e sterilizzata come se ci fossero persone pagate per passare lo straccio per terra tutte le sere. Gli scaffali sono puliti, i dischi sono in ordine e l’ordine in cui sono i dischi è deciso a tavolino da una persona deputata a farlo. In un negozio di dischi serio c’è un odore di roba polverosa dimenticata lì da anni, vale a dire qualsiasi disco in vinile che è rimasto in groppa al negoziante e/o è passato di mano un paio di volte e si è deteriorato nei bordi. L’odore di dischi sfatti nei grandi centri non c’è.

I PREZZI

Non è tanto una differenza nei valori assoluti, non è che da una parte compri a più soldi che dall’altra. La principale differenza tra i prezzi dei supermercati e quelli dei negozi è che i prezzi dei supermercati sono quasi tutti a tot euro e novanta. Inizialmente immagino fosse stato pensato per dare l’illusione di un risparmio, tipo diciannove e novanta invece che venti, poi semplicemente le persone e le catene si sono assuefatte e sembra che non possano fare a meno del .90 alla fine. In un negozio di dischi serio il .90 sta SOLO nei dischi a prezzo imposto, tipo le promo a 9.90 delle major, o cose così. I dischi nei negozi di dischi costano tot euro tondi, o (se la moglie del negoziante non gliel’ha data la sera prima) tot euro e cinquanta. Le ragioni sono molteplici: per prima cosa, nonostante quello che si dice di loro, la maggior parte dei venditori di dischi non sono dei manigoldi di merda con la fissa del marketing. Secondo, la maggior parte dei negozianti che conosco preferirebbe uccidersi che passare la vita a trafficare con pezzi da dieci centesimi. Terzo, un numero consistente di questi semplicemente non ha gli strumenti concettuali per considerare la cosa.

IL CATALOGO

Andare alla FNAC, o in un altro posto ugualmente fornito, è un’esperienza totalizzante. Possiedono titoli ascrivibili più o meno a qualsiasi genere musicale conosciuto dall’uomo, compreso il rumore delle rane dello stagno con le arpe sullo sfondo, e altre cose paragonabili. Entrare in un buon negozio di dischi, quantomeno per motivi di spazio, impone di mettersi nell’ordine delle idee del negoziante. Non trovi TUTTO, trovi una fetta minuscola di scibile in merito alla quale il negoziante cerca di saperne più di chiunque altro nella sua città, allo scopo di salvare la vita ai suoi clienti.

LO SWAG

Puoi entrare al supermercato da ragazzino sedicenne e spulciare dischi per due ore e mezzo nella speranza di trovare un’illuminazione o un indirizzo, e l’unica cosa che rischi di beccarti è un commesso che di tanto in tanto passa lì vicino casualmente per controllare che non ti freghi dei dischi. Nei negozi di dischi, quando hai sedici o diciassette anni, impari nel giro di brevissimo che non è aria. Il negoziante è un barbone con il male di vivere, ha quarant’anni, è miope, sa cose che tu non sai (tipo il nome di tutti i componenti dei Noxagt) e non sembra avere aperto il negozio per te. So che sembra un punto a sfavore dei negozi, ma una buona parte della mia infarinatura musicale l’ho dovuta fare per capire di che cazzo stessero parlando il commesso e certi clienti fedeli.

LA GENTE

I clienti fedeli di cui sopra. Non è che succeda spessissimo, ma alle volte ti metti a chiacchierare con la gente in un negozio di dischi e ti trovi in mezzo alla discussione della tua vita. Questo succede perché nei negozi, il sabato all’ora di punta, sei tipo in cinque quando va bene. Qualcuno parla ad alta voce e ti senti libero di commentare. Ci ho tirato fuori anche degli amici, o quantomeno gente che vedo ogni tanto a un concerto e la saluto, ma non è nemmeno questo il punto –il punto è che questa cosa nei grandi magazzini non succede, sei da solo in mezzo ai cartonati di Giorgia e stai spulciando alla voce Musica Internazionale – lettera P nella speranza di trovare un disco dei Pinback buttato a caso in mezzo a quelli dei Pink Floyd. A volte torni a casa con l’illuminazione, altre volte torni a casa con un disco dei Pinback, più spesso torni a casa con le pive nel sacco.

IL CONTO

Alla FNAC o nei supermercati o su Amazon (comprare dischi su internet è come comprarli ad un emporio, grossomodo) il conto alla cassa è la somma dei prezzi dei singoli CD più eventualmente il coupon del buono sconto. In un negozio di dischi questa cosa succede meno spesso. Se conosci il negoziante il prezzo del CD tende ad essere scontato a cazzo, a volte ti regala un disco su quattro o cinque e via di questo passo. Non è che sto qui a dirvi che a comprare nei negozi si spende meno, ma insomma.

STARE BENE

Nei grandi empori della musica ci si va per comprare dischi. Nei negozi di dischi ci si va per stare bene, e poi già che ci sei compri un disco. È diverso. Frequentare i negozi di dischi presuppone che tu sia una persona a cui piace andare in un negozio di dischi e che nei negozi di dischi ama guardare i dischi (e non, che so, i dischi e le reflex digitali).

Parlando di Record Store Day.

Mia madre mi ha invitato a pranzo a casa sua, le ho detto che sarei arrivato lungo con il lavoro. Non è vero. Esco dall’ufficio alle undici e mezzo e mi metto in auto verso la città. Parcheggio in viale Carducci a Cesena, un paio di vecchie mi stanno guardando da una panchina, sembra abbiano visto Bin Laden. Mi accorgo di avere il disco dei Crash of Rhinos a volume ottanta su cento e i finestrini abbassati. Non capita più così spesso. Scendo dall’auto, le vecchie mi dicono qualcosa sul rumore, metto le cuffie e faccio partire un disco di Malika Ayane sul lettore mp3.

Entro al negozio di dischi sei minuti dopo. Di fronte al negozio c’è un calzolaio, decido di farmi fare un buco aggiuntivo alla cintura. Non mi chiede soldi, io nel frattempo cerco d’immaginarmi come faccia un calzolaio a sopravvivere in centro a Cesena nel 2011. Sarà che le scarpe non te le puoi scaricare. Al negozio ci sono tre persone: uno sta questionando il negoziante, il cui nome non è affatto Fabio, in merito a certi singoli/rarità di Vasco Rossi. Un altro è un amico che fa contovendita in una libreria a una trentina di km da qui. Un altro sta spulciando gli scaffali alla voce sixties/garage/etc. Il negozio di fabio è uno stanzone piuttosto grande, la disposizione dei CD e dei vinili cambia più o meno mensilmente e c’è sempre sa il cazzo quale offerta, tipo il 3×2 sugli usati quasi fisso -spesso anche sui nuovi, etc.

Il negozio di Fabio osserva la rigida regola della socialità temperata autoimposta che i negozianti ed i clienti di questo ambiente non vedono l’ora di mettere in piedi. Per certi versi le regole sono simili a quelle del barbiere di Gran Torino. Entri, insulti il negoziante, il negoziante insulta te. Cesena non è una città cosmopolita, per cui gli insulti a sfondo razziale non hanno senso di esistere, ma tutto il resto è permesso. Sono quasi convinto che prima o poi Fabio estrarrà un fucile a pompa e me lo punterà in faccia per il LOAL.

Quando uno come me entra in un negozio di dischi ha quasi sempre un piano, qualcosa a cui dare la precedenza rispetto a qualcos’altro. Il piano di solito prevede di cercare qualcosa di simpatico, popposo, giovane, divertente e fresco che mi tolga dal fango e mi prepari all’estate. Il piano di solito viene disatteso non appena mi capita sottomano un disco Touch&Go o AmRep o Sub Pop. Il negozio fa il 3×2 sull’usato. C’è la discografia della Blues Explosion, qualche disco dubstep, l’ultimo Third Eye Foundation, un live di Bonnie Prince Billy di cui non so nulla, dischi di indie italiano, certe cose che comprai appena uscite e che vedo a quel banco da quando sono andato. Per un momento considero l’idea di comprare OK Computer e Dig Your Own Hole, poi ci ripenso. Il tizio è passato da Vasco Rossi a certe cose prog anni settanta. Ci si inchiacchiera un po’ tra gli uni e gli altri, piove qualche offesa gratuita e bonaria. Come nei negozi di dischi veri. Non entro qui molto spesso: un paio di volte al mese quando va bene, mediamente una volta al mese e basta. Compro sempre qualcosa. Sto cazzeggiando per giustificare il viaggio di 15 minuti che ho fatto per arrivare a Cesena, giro per gli scaffali e mi ritrovo con dodici dischi in mano. Ho pochi soldi, decido di scremare e scelgo una lista di dischi non-usati che possano fare da prima scelta e tenermi buono per almeno un altro paio di settimane. Il live di Bonnie Prince Billy. La reissue di Goat dei Jesus Lizard e quella del secondo Meat Puppets. Wrung dei Mule perchè non ho resistito e uno degli Arab On Radar (Yahweh Or the Highway). Vado alla cassa e mi faccio fare il conto: Fabio decide che in totale gli devo quaranta euro. Saluto, esco dal negozio e metto le cuffie. C’è ancora Malika Ayane. Nascondo la segreta speranza di incontrare qualche amichetta di tendenza che ha appena comprato un paio di jeans da centotrenta euro e mi sfotte per quello che ascolto. Non incontro nessuno. Salgo in macchina, metto i Meat Puppets, torno a casa.

Se avessi comprato dischi da casa in un mailorder avrei dovuto cercarli su qualche portale, spulciare tra le offerte, mettere le cose nel carrello, fare tutto secondo un ragionamento logico e ferreo e postare qualche insulto a caso su un forum non collegato, e se fosse andata GRASSISSIMA avrei risparmiato qualcosa come cinque euro sugli stessi titoli, che mi sarebbero stati recapitati la settimana successiva. Non che il problema si ponga: su amazon.it tre dischi su cinque non sono disponibili. Gli altri due costano trenta euro in totale.

Sabato pomeriggio è il Record Store Day, giornata deputata all’acquistare dischi nei posti dove si comprano i dischi.

(nota: questo che avete letto fa parte di una serie di “cosi” che noialtri ed alcuni amici stiamo facendo uscire in questa settimana. Li trovate tutti qui.)