Solomon Burke 1940 – 2010

 

Se ne va uno dei pilastri più imponenti (non solo in senso fisico) di negritudine alla vecchia in quasi tutte le sue incarnazioni, dal gospel al funk, dal blues al soul fino al rock’n’roll e perfino al country (numerose le sue cover di classici del genere, che invariabilmente dopo il Burke-trattamento diventavano roba da schiavo nelle piantagioni di cotone). Nella sua voce pastosa e potentissima convivevano slancio verso il Divino e pulsioni che più brutalmente terrene non si potrebbe, come due facce dell’identica medaglia. Grande amante di Cristo, del buon cibo e della figa, lascia una ventina di figli e altrettanti album nei quali ha esplorato buona parte dello scibile musicale negro e non; ma era dal vivo – dove a stento si muoveva dal trono di volta in volta posizionato in mezzo al palco – che “The King” sprigionava fino in fondo il suo devastante, ipnotico carisma, nel corso di esibizioni fluviali a base di completini sgargianti ed ettolitri di sudore mandate in orbita dalla sua ugola baciata da Dio. Ed è adempiendo la sua missione che è morto, nella hall di un aeroporto olandese; avrebbe dovuto suonare il 12 ottobre ad Amsterdam assieme ai De Dijk con cui aveva recentemente collaborato.

PICHFORKIANA DEATH METAL: Defeated Sanity, Humangled, Inherit Disease, Mortification, Severe Torture

DEFEATED SANITY – Chapters of Repugnance (Willowtip)
Brutal death tecnico velocissimo da un gruppo che di tedesco ha solo il passaporto; modelli dichiarati i Suffocation di Breeding the Spawn e i primi tre album dei Disgorge americani (nei quali peraltro ha brevemente militato il vocalist A.J. Magana), il tutto shakerato e rivomitato con un coefficiente di violenza perfino superiore alla somma delle parti. Peccato per la batteria registrata tipo “mastello”, unico difetto di un gioiellino di disco. Curiosità: il batterista si chiama Lille Gruber (ah ah, uh uh). (8.0)

HUMANGLED – Fractal (Abyss)
Death groove metal crasso e fetente alla vecchia, con punte di ignoranza nella letale uno-due Brutalize the Pedophile / Liquidfire (il cui invasivo e mongoloide chorus si stampa in testa e non se ne va più); loro hanno una storia lunghissima alle spalle, tra cambi di moniker e repentine virate ora verso il grind, ora cyber death metal (il mini Foetalize, peraltro graziato da una cover geniale), ora death gore purulento. Il mixaggio è ad opera di Dan Swanö e anche solo per questo Fractal merita quantomeno l’ascolto. (6.7)

INHERIT DISEASE – Visceral Transcendence (Unique Leader)
Brutal ipertecnico con concept cyber-futuristico alla base, ben esplicato dalla suggestiva copertina in bilico tra Matrix e La Guerra dei Mondi di Spielberg; i gargarismi vocali del voluminoso singer Obie Flett somigliano sempre più al rumore di uno scarico del cesso intasato, il che può rappresentare un punto a favore come un handicap (dipende dai gusti, a me prende bene). Più difficile restare indifferenti di fronte al mostruoso lavoro di batteria del tritacarne umano Daniel Osborn (titolare anche della one-man band Misanthropic Carnage). Non per tutti i gusti ma estremamente interessante. (8.0)

MORTIFICATION – Twenty Years in the Underground (Nuclear Blast)
I più famosi baciapile australiani celebrano il ventennale con una doppia raccolta assemblata, probabilmente, solo e soltanto per il LOAL: cinque reincisioni di vecchi e nuovi classici e il resto estrapolato da bootleg registrati col walkman da qualche disperato tra il 1990 e il 1993. Ci sono anche quattro pezzi acustici (…) da un unplugged in Norvegia. Basta la parola. (0.8)

SEVERE TORTURE – Slaughtered (Season of Mist)
Quinto centro (su cinque) per i macellai olandesi. Non cambia la formula – brutal death drittissimo con il santino dei Cannibal Corpse in bella vista – in compenso si lavora ai fianchi un songwriting sempre più ferale, complice una produzione cristallina come mai prima d’ora, in grado di rendere ancora più temibili composizioni già in partenza devastanti; a completare il quadro la solita piacevole alternanza nelle liriche tra sbrodolate di sangue & interiora e simpatiche invettive anticristiane che al confronto Glen Benton è un mansueto sacrestano. Loro sono una macchina da guerra. (7.8)

L’agendina dei concerti Bologna e dintorni – 12/18 luglio

Ma vaffanculo.

Poi ai Baroness non ci sono andato, ho preferito lobotomizzarmi davanti alla TV con una partita tra le più brutte, scorrette e fallose mai viste, muto testimone degli allegri ladri chiassosi fregare il titolo agli inventori dell’apartheid grazie alla solita botta di culo sul finale. E queste sarebbero le “furie rosse”? Per cortesia. Meglio pensare ai concerti della settimana entrante, che inizia in sordina per crescere lentamente fino a un week-end da desiderare a più riprese il dono dell’ubiquità: nonostante la crisi sempre più nera e i tagli indiscriminati a qualunque cosa, incurante delle temperature da raptus omicida (oltre a un tasso di umidità che al confronto in Africa stanno in crociera) e del fatto che in questo periodo dell’anno per le strade siano rimasti praticamente soltanto spagnoli sbronzi e i barboni più matti, Bologna c’è. Oggi infatti è l’unico giorno di tregua, ma per i professionisti dell’alterazione psichica potrà tornare utile Anja Schneider all’Echoes per il ciclo “Magic Monday”, direttamente dal cuore dell’Europa per sonorizzare i nostri incubi alla metamfetamina. Martedì 13 luglio, oltre a un fantomatico reading di Emidio Clementi al circolo ufficiali di cui dobbiamo però appurare la veridicità, di sicuro c’è la joint-venture 2 Pigeons/Samuel Katarro dalle 21.30 ai giardini di via Filippo Re. Come sempre, l’ingresso è gratuito. Di nuovo ai giardini mercoledì per i Blood Red Shoes, mentre giovedì al Blogos l’appuntamento è con i pupilli di Kurt Ballou Another Breath; è anche l’unica occasione per vederli all’opera live in Italia (perlomeno in questo tour). Venerdì, il bivio: da una parte Alberto Fortis gratis a villa Mazzacorati, dall’altra di nuovo a grondare al di là del bene e del male nel diabolico budello sigillato ermeticamente del Nuovo Lazzaretto per Kongh e Grindine. Mi viene da sudare (voglio dire, ancora più del solito) al solo pensiero.
Sabato 17, se vi sono piaciuti gli Another Breath si potrà fare il bis, sempre al Blogos, con i Texas In July (più altri mille gruppi tutti uguali); d’altra parte al Rock Planet c’è Paul Di’Anno, e se pensate che ormai sia solo un inutile vecchio rincoglionito significa che non l’avete visto cantare in tempi recenti (oppure siete semplicemente brutte persone). Domenica per  reduci e mods dalla spranga facile suonano i Toasters, gratis, in via Filippo Re; il problema è che al Blogos ci saranno i Cattle Decapitation (assieme a Gorod, Beyond Terror Beyond Grace e altri guests in via di definizione). Un massacro auricolare in piena regola, il tutto mentre trovano pieno compimento i seguenti festival:

Santarcangelo dei Teatri @ Santarcangelo, 16/18 luglio
Boombap Live Sessions @ Idice, 16/18 luglio
Sonica @ Sant’Agata Bolognese, 16/18 luglio

Vabbè, ne riparliamo se arriviamo al weekend con abbastanza sali minerali in corpo.

Vuvuzelas: c’è chi dice no.

Ormai convinti che il mondo intero fosse caduto in trance, irreversibilmente sottomesso al potere del ronzio più colossale, estatico, immaginifico e epidemico del mondo (da queste parti già parzialmente celebrato), non senza stupore abbiamo rilevato l’esistenza di diverse voci di dissenso. In particolar modo, colpiscono per violenza e intransigenza i commenti presenti sulla pagina YouTube da cui è tratto il video di cui sopra, equamente divisi tra semplici travasi di bile e più articolate manifestazioni di razzismo becero da far sembrare il più fetido dei rednecks analfabeti un luminare dell’Accademia della Crusca. Noi ovviamente stiamo da tutt’altra parte, per dirla con parole altrui, I hate it when I’m at a vuvuzela concert and people start playing football!, e ci auguriamo che ben presto happening del genere si svincolino progressivamente dalle partite di calcio e diventino attività ricreativa a sè stante, riconosciuta in tutto il mondo e promossa dall’UNESCO. In fondo, chi l’ha detto che un concerto di vuvuzelas debba durare per forza novanta minuti?!? Con il dovuto ricambio di esecutori e spettatori, si potrebbero organizzare concerti di vuvuzelas della durata di settimane (o, come nel racconto di Stephen King E hanno una band dell’altro mondo, di anni e anni); la vuvuzela sostituirebbe strumenti inutili come il flauto o lo xilofono nelle lezioni di musica fin dalle scuole elementari, e i risultati sarebbero sotto gli occhi di tutti. Ma, come detto, c’è chi non condivide il nostro entusiasmo: di seguito vi offriamo una selezione di alcuni tra i commenti più stupidi e razzisti che abbiamo letto al proposito. Indispensabile una buona conoscenza della lingua inglese, ma soprattutto una scintillante vuvuzela a portata di tonsille e tanto fiato in corpo, per assordare tutti insieme quei bastardi.

negros ruin ANYTHING they touch or are envolved with, they’re a animalistic race that destroys, NEVER building anything
 
 
Drop dead. What happens during WC in Africa right now, proves for the whole world the differences between aryans and animals.
 
 
When they are so stupid placing World Cup among lower standing “humans” in Africa, they should understand that something idiotic will come out of it.
This WC are spoiled because of this ridicolous plastic horn used by monkeys. I tried to see two matches, but had to stop after 20 min. No more WC for me this time, and to UEFA: NO more WC in the underdeveloped areas of the world. Look to previous WC in aryan Germany. It was perfect.
 
 
I wonder what the South African World Cup 2010 will be remembered for????
1.Bringing the football world together?
2.Watching the best of the best play against one another?
3.Half of the European players seeing how many times they can fake a life threatening injury as a result of throwing themselves on the ground when the opponent was nowhere near them? (Ronaldo)
4.Bringing the country together with a false hope that we might do well.
 

 

OR

5.Those retards blowing their vuvuzelas?

Answer……

 
I was planning to visit SA to go to a couple of the World cup games, THANK F**K I changed my mind! At least watching on TV I can turn that god awful noise off. Do the SA people not realise/care that they are making themselves into a laughing stock around the world? They probably ‘DON’T CARE WHAT WE THINK’ about them, because caring is an ability displayed by civilised people. If I were sat next to some twat blowing one of those things, I would RIP HIS F**KING LUNGS OUT. SA YOU’RE A DISGRACE.
 
 
lol south africa people look like dirty black monkey ~!!
they will not have any world event~!
 
 
All right sports fans, the Cup is up and running! So far there have been Greek players robbed, Chinese Reporters robbed, 15 people hurt in a stampede outside a stadium, and terrorist legend Nelson Mandelas great? granddaughter was killed by a drunk driver coming back from the exciting World Cup kick off concert.
 

 

Another funny headline I saw was New Zealand players complaining of a bad odor in the air while they practiced
 
 
niggers are good for nothing.
 
 
BECAUSE DE PLAYERS! DEY EAT DA POO POO (con ventisette commenti a favore)
 
 
  

TYPICAL MONKEYS have to try be different and ruin everything.
 
 
copy and paste if you think all the south african niggers that know nothing about football blowing their STUPID POINTLESS IRRATATING HORNS should be barred from all matches.
 
 

south africa is a shit hole, what did they expect when they decided to host the world cup there? when they aren’t raping and murdering each other, the blacks of south africa go around annoying people with horns. gotta love south africa.

 

The Vuvuzela, clear evidence of an inferior race. I mean, what kind of idiot blows through a pipe for 90 minutes not paying attention to the action on the pitch?

Hmmm…..Blacks being loud and obnoxious and contributing nothing positive. Whats new? (N.B.: l’autore del commento si firma “ObamaSmellsBad”)

What? a bunch of apes.
 
 
nigger symphony. they do nothing well.
 
 
what a bunch of barbarians
 
 
South Africans must be seriously retarded if they think this deafening racket is the best way to encourage top performance from the players.
 
 
For more on the IQ of the coloreds click on youtube video titled:

 

Race and IQ part 1 (io il link non l’ho aperto, ma mi chiedo, chi sarà stato l’autore della disamina? Howard Zinn?)

i hate the clown noises thats for sure, black people are stupid. i bet you most of these horn playing bastards are black, while the majority of whites are annoyed by it. superior intelligence is obviously in the hands of the white people.
 
 
Fucking niggaz need to cut this shit out. Why’d they take the cup into this nigger hellhole anyway is beyond me…
 
 

We aren’t loud, annoying niggers. Seriously, our music isn’t a cacophony of niggerhorns trying to play different “songs”

 

strcit negrum ty trubky do prdele!!!! (non ho la minima idea di cosa voglia dire ma mi ha fatto ridere)

fucking africans… why should they be always troublesome????
 
 

fuck you niggers! (segnalato come spam)

fucking monkeys abd their fucking blowhorns, i wanna watch football without getting a headache…
 
 
Understand now why the apartheid was created?
 
 

shove your horns up ur nigger asses,fucken ruined the world cup,like every thing else you get ur hands on (segnalato come spam)

FUCK THESE CUNTS, They destroy TV broadcasts
90 minutes of SOLID blowing during the game today, Ban them
 
 
The Africans show their intelligence by blowing this jungle horn for 90 minutes without a break. Europeans sing songs and you can hear the atmosphere when someone scores or if they miss. But with this mindless monotone 90 minutes non stop noise, you get nothing.
 
 

Part of your culture? Stupid, it is a plastic horn! Did your culture create plastic horns? Have you idiots been blowing them for hundreds of years, despite there being no plastic until last century?

 

Maybe it does create an awesome atmosphere for your primitive people, but it is annoying the entire world. (ancora ObamaSmellsBad)

That is the most fucking annoying sound ever! I tried to watch some of the World Cup but couldn’t do it because of those stupid asses blowing those stupid fucking horns! What a bunch of absolute fucking idiots! 
 
 

Take your vuvuzela and shove it up your ass!

 

Meno male che poi un ignoto illuminato fornisce LA risposta:

 
If it’s too loud, your too old. And lame.
 
 

 
 
 
 
 

 

MATTONI issue#6: “the Vuvuzela drone”

L'arma del delitto (clicca per ingrandire)

 

Questo non è mai stato inciso (per ora) e non sta su nessun disco, ma lo conoscono tutti, in tutto il mondo. Per averne un assaggio basta accendere il televisore in questi giorni durante una partita qualsiasi dei mondiali di calcio: l’effetto è immediato e decisamente straniante, entrare nel gorgo è la logica conseguenza. Sulle prime è il senso di fastidio a prevalere, come prendere coscienza all’improvviso di un rumore di fondo persistente, estremamente molesto e impossibile da eliminare; poi, lentamente, molto lentamente, l’orecchio si abitua, il ronzio entra nelle vene, diventa progressivamente parte di noi. È come venire risucchiati dentro uno sciame di zanzare. Di miliardi di zanzare. Come trovarsi sospesi nell’epicentro di un cataclisma, in un sogno lucido o nella più reale delle esperienze extracorporee. È l’essenza stessa del significato di drone nella sua accezione più pura e primordiale; non per niente la traduzione letterale di “drone” è “ronzio”, e questo è finora il ronzio più colossale, maestoso e imponente mai prodotto a memoria d’uomo. Massimalismo allo stato puro, roba da fare impallidire la misera distesa di batterie dei Boredoms (“soltanto” 77) e che perfino un massimalista D.O.C. quale Rhys Chatham, con le sue quattrocento chitarre elettriche lasciate a riverberare nella conca della basilica del Sacro Cuore a Parigi, era riuscito soltanto a sfiorare da lontano. No, no, non c’è gara: decine di migliaia di esseri umani sintonizzati sulla stessa nota, impegnati a produrre la stessa nota per un lasso di tempo potenzialmente eterno (generalmente circoscritto a 90 minuti per la sola ragione che tale è la durata convenzionale di una partita) sono qualcosa di francamente irripetibile e assolutamente inebriante anche quando udito nel più malmesso dei tinelli, in mutande davanti alla tv, stravaccati sul divano (figurarsi come deve essere trovarcisi fisicamente in mezzo…!), un mastodontico, indescrivibile bordone dentro cui perdersi forse definitivamente, un muro di suono sconfinato, titanico, monumentale, imparagonabile per intensità ed effetti – devastanti e duraturi – sulla psiche. Qualcosa di paurosamente vicino a uno stato di trance perenne. Poche pippe: è questa la più grande opera d’arte della storia dell’umanità, e affanculo cosa pensava Stockhausen dell’11 settembre.
A dimostrazione di quanto il vuvuzela drone abbia già intaccato irreversibilmente il sistema nervoso collettivo, riportiamo integralmente la descrizione di “vuvuzela” presente fino all’altroieri sulla pagina italiana di wikipedia (scopriamo ora che è già stata rimossa). Sicuri che in futuro il contenuto verrà rimaneggiato altre migliaia di volte, per qualche giorno questo è quanto apparso: delirio totale.

L’uso della vuvuzela è stato talvolta impedito all’interno degli stadi. Con la giustificazione, rivelatasi poi non veritiera,[3] che questo strumento fosse un elemento caratteristico della cultura e delle tradizioni sudafricane, la FIFA ha deciso di permettere l’ingresso della vuvuzela all’interno degli stadi dal 2008.

In particolare, la vuvuzela ha fatto parlare di sé durante lo svolgimento della FIFA Confederations Cup 2009, a causa del suo rumore intenso e praticamente ininterrotto, addirittura fastidioso per i giocatori,[4] al punto che la FIFA ha valutato l’ipotesi di impedirne l’introduzione negli stadi dei Mondiali 2010.[5][6] Poco dopo la fine della Confederations Cup, l’ente calcistico ha dato il via libera alle trombette.

E da quel momento fu BBBBBBBBBBBZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ ZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ ZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ ZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ ZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ ZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ ZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ ZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ ZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ ZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ ZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ ZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ ZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ ZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ ZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ ZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ ZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ ZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ ZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ ZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ ZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ ZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ ZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ ZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ ZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZZ

Gruppi con nomi stupidi: AN AUTUMN FOR CRIPPLED CHILDREN

 

 
Campioni di buon gusto: il loro nome tradotto suona più o meno come “Un autunno per bambini azzoppati“, e l’artwork di lancio dell’esordio Lost è tutto un tripudio di carrozzelle disseminate in androni malmessi che ricordano l’inizio di Session 9 e foto di bimbi tumefatti da mandare in fregola preti sadici. Loro sono olandesi e si nascondono dietro foto sfocate sile primi In The Woods e sigle da codice fiscale: txt al basso, cxc alla batteria e l’eclettico mxm ad occuparsi di voce, chitarra e tastiere. Sul loro myspace han messo metà album, tre tracce più il naturalistico video di I beg thee not to spare me che raccontano di un depressive black metal con innesti doom sulla scia degli ottimi Austere ma con registrazione ignobile. Gli ingredienti sono gli stessi: chitarre zanzarose o languide a seconda dei momenti, urlacci da gemello deforme rinchiuso in cantina, tupa-tupa-tupa-tupa di batteria che pare provenire da una catacomba, su tutto un senso di malinconia avvolgente e contagioso, malinconia che diresti autentica. Poi dai uno sguardo ai titoli delle canzoni – To Set Sails to the Ends of the Earth, Tragedy Bleeds All Over the Lost, In Moonlight Blood is Black, financo Gaping Void of Silence e per chiudere addirittura Never Shall Be Again – e cominci a chiederti se ci sono o ci fanno. Nel dubbio, aspettiamo di vederli suonare come special guest alle Paralimpiadi.

Brown vs. Brown @ Spazio SI (Bologna, 21/4/2010)

Si conclude in tono dichiaratamente low-key la breve rassegna imbastita tra le artisticanti pareti del SI (normalmente è un teatrino) dalla neonata associazione Offset: dopo il delirio totale di Yoshida dei Ruins (preceduto dalle legnate in faccia dei Sabot), il forsennato, escheriano math core degli Ahleuchatistas (con dj Balli a destabilizzare in apertura) e le gag da Helzapoppin dei Vakki Plakkula, si tira (relativamente) il fiato con il jazz-core torbido, sinuoso e mentale dei Brown vs. Brown. Loro sono olandesi e per questo figli di un modo di vivere e intendere il jazz tra i più personali e radicali, una scuola immediatamente riconoscibile per quanto unisca sotto la stessa bandiera musicisti e compositori dalle più varie estrazioni e inclinazioni, da Ab Baars ad Han Bennink a Guus Janssen fino a quell’irrimediabile dissociato di Misha Mengelberg e verrebbe voglia di citarli tutti quanti, dal primo all’ultimo: non si può sbagliare. Di recente formazione (suonano insieme dal 2004), il quartetto anagraficamente attraversa tranquillo una generazione (il più anziano è nato nel 1962, il più giovane nel 1980), in comune hanno tutti una vita nomade trascorsa prevalentemente on the road; curiosando sul loro sito vengo a sapere che nel 2006 qualche pazzo li ha fatti suonare al Löwenhof, scrausissimo pub metal sepolto nella provincia più nera (capitato lì per puro caso, ci vidi una cover band dei Depeche Mode eoni fa), e mi mangio le mani per non esserci stato. Esteticamente sembrano un gruppo di impiegati di banca un po’ pazzerelloni, con il chitarrista Jeroen Kimman che sfoggia indomito una micidiale camicia fiorata da offesa alla dignità umana (soltanto in un secondo momento noterò la sua somiglianza impressionante con Daktari Lorenz, l’attore protagonista di “Nekromantik“), il batterista Gerri Jäger un paio di baffoni a manubrio da fare invidia al poliziotto dei Village People e il bassista Viljam Nybacka un berrettino da pittore paesaggista forse frocio, con il compassato sassofonista Dirk Bruinsma unico elemento rispettabile nella sua aria stralunata da professore completamente tra le nuvole. Volendo potrebbero tirare giù i muri, ma questa sera chissà come mai preferiscono dare spazio alla parte più riflessiva e meditabonda del loro repertorio, composta di brani lunghi e stratificati a base di temi atonali ricorrenti, con Bruinsma che di tanto in tanto sforma e plasma i lamenti del suo sax attraverso un Kaoss Pad rudimentale. L’effetto è ipnotico, lunare e sottilmente inquietante, come passare una serata alla Road House. La musica che sgorga è come un noir di Jim Thompson: obliqua, inquietante, decentrata. Solo verso la fine un crasso sussulto di jazzcore ignoranza (nel senso buono) con una legnata che non riconosco e, nei bis, la classica FFF introdotta da urlacci collettivi. Dj Balli suona solo un quarto d’ora. Alla prossima adunata.