La rubrica pop di Bastonate che a questo giro la chiamiamo MORTI DI FAMA: Rihanna – Unapologetic (Def Jam)

Unapologetic è il settimo album di Rihanna ed il primo ad uscire postumo, ossia dopo la sua morte per overdose in uno squallido appartamento a Camden qualche mese fa. Se vogliamo dirla tutta, Rihanna non è morta ma praticamente è come se lo fosse: sta alzando talmente tanto l’asticella (è partita da popstar più o meno casta ed è arrivata dove è arrivata, arriverà dove arriverà) che per chiudere il cerchio manca solo la morte per droga, oppure un sex-tape, oppure un cambio di sesso, oppure un disco prodotto da Sandro Codazzi (dai Rihanna, fallo! – sia nel senso di voce del verbo fare che di organo riproduttivo maschile).

Comunque, ogni anno a metà novembre esce un disco nuovo di Rihanna ed a questo punto mi chiedo dove troverà il tempo per lavorare a brani nuovi essendo vita natural durante in tour e/o sulle pagine dei siti di gossip et similia. Francamente non lo so (sì che lo so: non scrive lei i brani, assolda produttori affermati e ghost-writer affamati, ha dietro di lei un team che pianifica qualsiasi sua mossa – anche eventuali morti per droga, sex-tape, cambi di sesso, dischi prodotti da Sandro Codazzi) eppure a cadenza annuale il disco esce sul mercato ed è un grande successo nonostante il download selvaggio o forse proprio grazie al download selvaggio. Comunque, questo Unapologetic suona tutto fuorché eccessivamente mainstream (sempre che il concetto di mainstream sia rimasto lo stesso dopo che nell’ultima puntata di X-Factor Simona Ace Ventura ha citato con cognizione di causa i termini “electro-house” e “dubstep”) e per la prima volta pare concepito più per essere un vero e proprio album da ascoltare per intero che una collezione-di-singoli-con-svariati-riempitivi-da-skippare-senza-pietà come erano i precedenti sei dischi (che non ho mai ascoltato in vita mia ma che fingo di aver ascoltato a fondo perché su Ondarock ho letto che i sei precedenti dischi erano così dunque è vero). Dentro Unapologetic c’è tutto: la tipa che a quella festa di Capodanno finì all’ospedale dopo aver spompinato decine di ragazzi ingerendo l’equivalente di una lattina da 33cl di sperma (storia inventata), la stessa tipa che andava in giro in sella ad un Booster pitturato con colori parecchio fluo (storia vera) eche nel ’96 ci vendette la ganja albanese allucinogena all’ammoniaca (storia verissima), due mie amiche che agli autoscontri fanno a botte per futili motivi e noi le incitiamo a darci dentro invece di sedare la zuffa (storia verissima²), il dramma di Eminem ridotto a fare i featuring nei dischi di Rihanna dopo aver avuto il mondo in mano per un paio di anni (segue classica risata di scherno di Nelson dei Simpson), Jump che forse campiona gli House Of Pain o forse no (francamente non riesco a capirlo, magari campiona pure i Van Halen ed io non ci arrivo perché non sono un tipo sveglio – per la cronaca: campiona Pony, l’ho letto su Ondarock dunque è vero) ma pare un pezzo scritto da Skrillex in botta da ammorbidente Vernel, Loveeeeeee Song che pare un pezzo scritto da James Blake in botta da ammorbidente Vernel, Chris Brown con indosso il suo chiodo crust che in Nobody’s Business duetta con la sua ex Rihanna (Chris Brown ultimamente si fa davvero fotografare con un chiodo simil-crust, ma almeno oltre al nero c’é anche il giallo fluo dunque Chris Brown pare un idiota totale che prova a fare il crust), Gabriele Cirilli che imita Nikka Costa a Tale e Quale Show un venerdì sera su Raiuno (momento televisivo definitivo: Cirilli quando lo ha fatto era truccato che pareva Ozzy Osbourne negli anni ottanta ed la sua voce era all’elio grazie ad un autotune che pareva uscito da questo disco di Rihanna), un David Guetta più marchettaro che mai nell’insignificante Right Now, l’apice drammatico del disco costituito da Love Without Tragedy/Mother Mary (questa gliel’avrà scritta Billy Corgan, talmente alla frutta che tempo qualche mese e verrà fuori che fa davvero il ghost-writer per popstar di successo), il beat estremo che ti taglia le vene del singolo Diamonds che non è poi che sia così radiofonico nel senso più commerciale del termine eppure le radio lo passano a manetta ed allora forse qualcosa negli ultimi anni deve essere per forza cambiato – grazie al download selvaggio che ha aperto la mente della gente allargandone i gusti ed il tasso di sopportazione di cose kitsch e/o musicalmente poco digeribili o ben più probabilmente perché la gente non ascolta più la musica davvero ma ascolta solo il nome, il personaggio, la moda, il mito, l’abbigliamento, l’atteggiamento, la posa (ed a questo punto ha davvero senso Simona Ace Ventura giurata in un programma musicale che cita con cognizione di causa i termini “electro-house” e “dubstep”, anzi la figura di Simona Ace Ventura andrebbe elevata al rango di Lester Bangs italiana per un sacco di buoni motivi che non sto qui ad elencare – fondamentalmente uno: la sua amicizia con Flavio Briatore e Daniela Santanché).

Vento d’estate, io vado al mare voi che fate? Non mi aspettate, mi sono perso. Non ci capisco più nulla e chiudo qui l’alato ragionamento su Unapologetic, non prima di aver detto che a Rihanna piace sperimentare, cambiare pelle ed evolversi (Wikipedia scrive così mentre Ondarock no, ma la prendo per buona lo stesso) e che Unapologetic è davvero un buon disco. Pop di qualità, di quel pop che lo ascolti volentieri come ideale pausa di riflessione tra un ascolto impegnato e l’altro (scrivendo “ascolto impegnato” paio Assante e Castaldo, ma frega un cazzo) e che nel contempo interroghi il tuo ed arrivi ad una drammatica quanto spiazzante conclusione: roba del genere cinque anni fa non se la sarebbe cagata nessuno al di fuori di Christian Zingales mentre ora pare addirittura avanguardia durissima & purissima che per un qualche miracolo gira nelle televisioni e nelle radio di regime. Quando esce una versione solamente strumentale di questo Unapologetic? La voce di Rihanna spesso e volentieri è molto fastidiosa, basterebbe anche solo un bootleg strumentale per migliorare lo stato delle cose e permettere anche ai più snob di giudicare senza preconcetti il reale valore artistico di un’opera del genere nel 2012.

“Che cazzo c’hai da guardare, eh??? Ti spacco il culo!”

Emiliano Colasanti

Emiliano Colasanti lo conosco da qualche anno. È uno che scriveva di musica e a un certo punto ha aperto un indieblog, diventando uno dei quattro-cinque indieblogger per eccellenza assieme a Enzo Baruffaldi, Marina Pierri, Inkiostro e gente simile (in ottemperanza a questa cosa il suo blog continua ad essere candidato ai Macchianera assieme a quelli di cui sopra, anche se credo che nessuno di loro li abbia mai vinti). In tempi più recenti Emiliano ha aperto un’etichetta che si chiama 42 (assieme a Giacomo Fiorenza) e fatto un gran successo di pubblico con gente tipo I Cani e Colapesce. Il botta e risposta di cui sopra dura tipo quarantamila battute e nonostante questo s’interrompe più o meno a metà. Mi rifarò su qualcun altro.

 

Da quanto tempo scrivi di musica, dove scrivi di musica, che altro fai per sbarcare il lunario.
Ho capito che mi sarebbe piaciuto provare a scrivere di musica appena dopo avere smesso di sognare di fare l’astronauta o il veterinario. Io faccio parte di quella generazione che la musica l’ha vissuta prima in maniera teorica e poi “pratica”, leggendo i libri, le riviste, immagazzinando un sacco di dati per poi aspettare dei mesi prima di potere effettivamente ascoltare quello che mi aveva incuriosito. Parlo del pre-internet e di quando per comprare un disco dovevo prendere un treno, arrivare a Roma, oppure fare ordini che puntualmente arrivavano quando la curiosità era già bella che scemata. Le cassette mi hanno salvato la vita, e la radio. Erano i tempi di Planet Rock, quando la RAI trasmetteva interi live dei Pixies. La sera non guardavo mai la televisione, mi chiudevo in camera e registravo tutto. Ho cominciato nel 1999, quasi per caso. Il primo giornale per cui ho scritto era un bimestrale – Musikbox – che si trovava da Feltrinelli e che forse esiste ancora. Si occupava prevalentemente di collezionismo, dischi rari, non proprio il mio. Da subito sono finito a scrivere di musica indipendente italiana, il gradino più basso della scala del giornalista musicale, e di “rock alternativo”. Prima recensione: l’esordio di Giorgio Canali. Ricordo che avevo scritto una roba del tipo: “Chitarre tonanti”. Porca puttana, “Chitarre tonanti”. Prima intervista: Marlene Kuntz. La prima stroncatura: un disco dei Guano Apes, quello famoso col pezzo dello snowboard.
Conoscevo Gianluca Testani e grazie a lui sono entrato in contatto con Federico Guglielmi e gli altri del Mucchio. Ma più che altro capitava di incontrarli ai concerti e farci due chiacchiere, cose così. Non ho mai chiesto aiutini o calci in culo. Dopo qualche mese Guglielmi mi ha preso da parte e mi ha detto: “Oh, sono bersagliato da gente che mi rompe il cazzo per scrivere e tu non mi chiedi un cazzo?”. Da lì è partito tutto: Il Mucchio mi ha tenuto in prova per mesi. Scrivevo un sacco di recensioni a tema libero, le mettevo su floppy disc, le portavo a Federico e poi lui mi diceva in cosa dovevo migliorare. Ovviamente senza mai pubblicare niente. Poi è arrivato Fuori dal Mucchio e sono partito dal basso. Ovvero dalla sezione chiamata “Dal basso”. Quella dei demo. Il primo Mucchio su cui sono uscito aveva Michael Stipe in copertina. L’ho preso come un segno.
Non ci sono rimasto molto al Mucchio, dopo un paio di anni si è fatta avanti una ragazza che lavorava in redazione a Rockstar e mi ha chiesto se volevo curare la parte del giornale dedicata agli emergenti italiani. Oltre che scrivere le recensioni degli “stranieri”.  Ho accettato, la rubrica aveva il titolo orribile di Forza Italia, ma mi dava la possibilità di guadagnare 250/300 mila lire al mese, che era il 300% in più di quello che mi dava il Mucchio e per me era comunque chiaro che questa cosa un minimo mi avrebbe dovuto permettere di campare, altrimenti sarei passato oltre. Federico si è incazzato e mi ha sbattuto fuori, anche se poi al Mucchio sono rientrato dalla finestra, scrivendo di calcio, grazie ad Andrea Scanzi.
Più o meno in quel periodo si è fatta avanti Rockit: avevo conosciuto Fiz e Acty durante l’edizione del 2001 di Arezzo Wave e ci eravamo presi benissimo. Per me, che avevo cominciato sulla carta, scrivere su una webzine sembrava un po’ come rifarmi la verginità. Ho cominciato a divertirmi davvero quando ho aperto il mio primo blog, su Splinder, che di colpo ha attirato un po’ di attenzione su di me. Credo che i miei ancora conservino il trafiletto di Repubblica dove mi nominavano.
Una riga e mezzo che per loro forse vale più di tutto quello che ho fatto nella mia vita.
Parallelamente avevo cominciato a fare radio e lì ho conosciuto dei ragazzi italiani che curavano una fanza scritta in inglese, dedicata a shoegaze e cose del genere. Si chiamava Losing Today e c’era il progetto di farlo diventare un giornale. È successo, io avevo il ruolo di coordinatore di redazione, ma in pratica ero un vicecaporedattore senza avere i titoli per svolgere quel mestiere. Ho scelto parte dei collaboratori, assegnavo le recensioni, programmavo (non da solo, chiaro) le copertine. È stata un’esperienza molto divertente, soprattutto perché l’ho fatta che ancora non avevo 24 anni.  Siamo stati la prima rivista al mondo a dare una copertina alla reunion dei Pixies e la foto che era stata scattata per noi al Coachella è stata poi comprata e pubblicata in copertina da NME, i primi a mettere in copertina gli Arcade Fire, o i Baustelle. Col servizio fotografico che abbiamo realizzato con i Broken Social Scene sono stati fatti i manifesti del tour mondiale per il loro secondo album. Insomma: una bella esperienza finita male e senza vedere un soldo, nel 2006. Da lì ho avuto una profonda crisi. Ho smesso di scrivere di musica e per un po’ ho bazzicato femminili e maschili solo per pagare l’affitto. Ho ricominciato grazie a Fabio De Luca, nel frattempo avevo aperto l’etichetta. Continua a leggere

Sanremo is the shit! Countdown to festival #1

L'italiano

E insomma, non si può lasciare il paese per una quindicina di giorni senza tornare e trovare che il prossimo festival (letto festivàl) di Sanremo avrà il miglior cast della storia del festival (festivàl) stesso, oltre – ma questo era noto – al miglior conduttore, “Big hands I know you’re the one”, Giannone Morandone.
Per il resto è tutto uguale: Vanity Fair prova commossa e mammesca compassione per un tizio morto sparato in Afghanistan (Taliban. The few. The proud) a cui a noi, come di Cocciolone a suo tempo, non frega un cazzo, perché VOGLIAMO LA PACE e che quei simpatici berretti afghani – ne comprai uno a Porta Portese anni fa, segnalandomi subito come Diverso – vengano liberalizzati e resi fichi e intellettuali. Quella puttana della Palombelli – che bassezza gli insulti sessuali alle donne eh? Meno male che loro sono forti e fiere e studiate e se ne fottono di noialtri volgaroni che gli diamo delle zoccole a ogni piè sospinto (pià nderculo) – sullo stesso Vanity Fair (mia unica lettura oltre ai manuali di auto-aiuto, se non si vuole contare Imperial Bedrooms che ho iniziato ormai 148 patetici giorni fa – adesso sono a pagina 122 e non ci ho capito un cazzo, ma per marzo conto di consegnare in segreteria) e insomma, senza tanti incisi, quella puttana della Palombelli sullo stesso Vanity Fair segnala che non ha pietà dei viziatissimi giovani d’oggi che c’hanno l’iphone con cui accedere ai siti di Harvard e Yale e perciò, nella sua mente ricca e bacata, hanno LE OPPORTUNITA’ che loro, formidabili quegli anni, dovevano dare il culo a Pannella per avere. It’s heavy fucking metal! Comunque, il richiamo ai bamboccioni mi è servito se non altro a ricordarmi della vera buona novella dell’ultimo orrido annaccio, che dopo averci portato via Solomon Burke, Vic Chesnutt, Mark Linkous, Peter Steele, il bassista degli Slipknot, l’avvocato Kobayashi, Sugar Minott, Eddie Fisher, Dennis Hopper, Don Van Vliet, Captain Beefheart, Zecharia Sitchin, Ronnie James Dio, Ari Up, Malcom McLaren (vi rendete conto?!), Bruno S., Alex Chilton e TARICONE (davvero troppo, questa), ha avuto un inatteso colpo di coda di simpatia stroncando – sotto Natale e in pubblico – Tommaso Padoa Schioppa. Jingle bells! E ora veniamo a Sanremo.

Essere una donna

Avete mai avuto una disperata urgenza di andare in bagno (big one, bright lights) e vi siete trovati allo stesso tempo che erano le tre di notte (full dark, no stars) e voi eravate non a casa (home is where you hang yourself) ma in un albergo (psycho!) a Città del Messico (Frida Kahlo che si autoritrae su uno sfondo desolato coperta di chiodi che la fanno sanguinare e lei piange mentre uno squarcio nel suo petto rivela una colonna ionica spezzata in più punti, che non può più sostenerla), dove le maledette tazze del cesso non funzionano (quetzalcoatl!) e comunque c’è qualcuno che sta dormendo, e allora voi uscite dalla stanza, scalzi, cercando con disperazione un altro bagno ma il bagno non c’è (Zapata vive, la lucha sigue), e i corridoi coperti di moquette (vieni a giocare con noi per sempre per sempre per sempre?) sono lunghi chilometri perché voi siete piegati in due e non riuscite a camminare (Frida Kahlo che si autoritrae come un cerbiatto in lacrime, trafitto da mille frecce) e allora accarezzate per un attimo l’idea di arrivare all’ascensore (Angel Heart) per andare al quinto piano – quello della colazione – dove di sicuro un bagno c’è, ma poi semplicemente non ce la fate (Diego Rivera che tradisce Frida Kahlo con la sorella di lei) e tornate in stanza e mandate affanculo tutto e che venga la notte, scocchi l’ora, che la tazza si otturi e domani ci pensino i camerieri (una propina de un pesito por favor?)? Have you ever felt like that? Do you know what I’m talking about? I’m talking about shit, e questo, come i più accorti avranno già capito, è il più banale collegamento che io potessi trovare per introdurre un discorso su Gianni Morandi (sì, perché non ho ancora iniziato).

E’ almeno dal 1997, anno-monstre in cui Noi compimmo la maggiore età, uscirono l’ultimo bel numero di Dylan Dog e l’ultimo bel disco rock della storia (Perfect From Now On dei Built To Spill. Nello stesso anno, vennero pubblicati anche Strange Warmings dei Laddio Bolocko, il penultimo bel disco dei Mogwai e un grandioso disco di John Fahey. I Red Hot Chili Peppers si rivelarono per la prima volta al mondo con la loro vera faccia – cacate che manco Morandi -, e il mondo presentava i primi gravi sintomi della peste-indie: Ok Computer e If You’re Feeling Sinister) e soprattutto i Jalisse vinsero il Festival, che la seconda più grande domanda che ci poniamo dopo: -“Ma John Zorn e John Giorno sono la stessa persona detta con la zeppola o senza?” è: ma perché i conduttori di Sanremo, uno dopo l’altro, dicono di voler insistere sulla qualità e alla fine hanno paura di farlo? Ma ecco che arriva l’uomo-Morandi, che, senza timore alcuno, freudianamente mette in atto: la lista dei BIG del prossimo Sarèmo mette pajura, perché essendo composta all’88,9% da roba che normale gentaglia del calibro di Morandi considera appunto “di qualità” e meritevole di un Auditorium affollato (il Battiato d’oggi ormai consunto dalle droghe in coppia con il numero due dei Denovo; quel pedofilo di Vecchioni; Patty Travo; Davide An Der Cool; quell’inconsistente Tricarico, che però ha almeno il merito di aver inciso il peggior disco della storia del pop, tale Frescobaldo nel recinto; due vincitrici di X Factor, ossia la Ferreri che tutti ci siamo illusi per disperazione che sia “brava” e quella nuova; tale Emma Marrone chiamata da Morandi solo per il cognome) rischia di rendere questa edizione, Signori, la peggiore della storia.

Fiumi di parole

E se pure potremmo trovare consolatoria la presenza di Maxone Pezzali con la consueta metafora calcistica (“Il mio secondo tempo” – a proposito, metti Zarate, porco cazzo!. Ma Max da anni non è lui), Anna Tatangelo (ma la popolarità indie non l’avrà raffinata troppo?), il grande Al Bano (sicuro ultimo in classifica e in serie B come Lecce e Bari) e soprattutto Anna Oxa e Barbarossa (questi sì dei gran colpi), a falciare ogni potenziale entusiasmo ci pensa l’esiziale nome dimenticato nella lista di prima: i tremendi LA CRUS che, riemersi dalla tomba di noia in cui giacevano ormai da un decennio e influenzatissimi da Tenco e Ciampi (ma pare che Giovanardi ultimamente abbia scoperto Endrigo), sono tornati per esigere il PREMIO DELLA CRITICA che spetta loro dai primi, pulsanti e tediosi vagiti del morboso secondo album del – guarda un po’ – 1997 (Tuttooo è dentroo meeee, ricordate? E quella che “viene un angelo a cercarvi, d’oro e carico di sogni”? A una festa al liceo – non so come sia possibile, ma è vero -. a un certo punto si sentì nell’aria Dentro me, forse era la radio, non so. Un tizio disse: “Che è sta merda?” e io dissi “A me piacciono!” e lui “Non fartene una colpa!”. Che poi non che mi piacessero davvero: è che ero indie e influenzato dalla lettura di Rumore. Ecco perché sono un fallito, oggi).

Manca ancora un mese, ma c’è già da leccarsi i baffi. L’espressione “leccarsi i baffi” è tra le dieci frasi idiomatiche italiane che odio di più, l’ho usata in modo espressionistico per rendere questo post il più brutto possibile. Peraltro ho i baffi al momento e all’idea di leccarmeli (con conseguente sensazione pungina sulla lingua) mi vengono i brividoni come all’ascolto di un acuto di Al Bano.

Fari puntati sulla terza serata, dedicata all’Unità d’Italia, la più grande montatura di tutti i tempi, e certo di parlare a nome di tutti gli italiani, dichiaro che NON CI FREGA UN CAZZO di Mazzini, Cavour, la carboneria, Brescia leonessa d’Italia, Giorgio Napolitano, i Borboni (Beasts of?), Milo Manara e tutta quella marea di psicoballe che ci fanno studiare a scuola e che orgogliosamente ho dimenticato. Italia merda, per Dio, la odio, e so che anche voi la odiate. E poi: vi piacciono forse gli italiani? PUSSA VIA. Milano in fiamme. Vesuvio erutta per noi. Una volta, da adolescente, andai a vedere Lazio-Fiorentina e vidi dei tifosi toscani, uno dei quali aveva una maglietta con scritto: “El unico romano bueno es aquel muerto”. Sono d’accordo, ma PERCHE’ in spagnolo? Bè, insomma, in onore all’Unità del peggior paese del mondo, la terza serata del Festival sarà dedicata ai BIG che canteranno dei classici della canzone italiana (come se ce ne fossero), e pare già di vedere Patty Pravo con le mani un po’ alzate, da vecchia, che rende inutilmente trombona (“elegantissima!”) Mille lire al mese; Vecchioni che gigioneggia come un pazzo su ‘O sordato ‘nnammurato; la mongoloid-version de Il cielo in una stanza a cura della Ferreri; Anna Tatangelo super-SophiaLoren vaiassissima e troneggiante con Mamma (clima di allegria generale, il pubblico batte le mani a tempo); Tricarico che sparge mestizia su L’Italiano (credevate impossibile che si potesse peggiorare, eh?); O Sole Mio cantata da una Oxa tutta intensa e più travona che mai. E nonostante il Va Pensiero di Al Bano – vero schiaffo in faccia alla Lega: attese dichiarazioni di fuoco di Calderoli il mattino seguente -, ecco arrivare agguerriti i La Crus, che con PARLAMI D’AMORE MARIU’ ancora una volta strapperanno applausi, lacrime e belle parole (“una lezione per tutti. 8”) da Gino Castaldo. Almeno ci risparmiano un commosso tributo a De Andrè, con una cantantona a caso (tipo la Ruggiero) che allucca La canzone di Marinella mentre sullo sfondo del palco, e poi sui nostri teleschermi, viene proiettato il faccione deforme di FABER, e poi parte la presentazione fatta con Windows Visualizzatore d’Immagini in cui si vedono diapositive pisciose e fuori fuoco di De Andrè con De Gregori, De Andrè con Dori Ghezzi, De Andrè intenso sul palco, De Andrè con Gaber (applausissimo!), De Andrè col piccolo Cristiano prima che diventasse un alcolizzato, cocainomane e violento picchiatore di donne, e infine fallitone clamoroso, imitatore del padre per serate sold-out all’Auditorium e cd doppi di Natale. Oddio, ce lo risparmiano il tributo a De Andrè, VERO?

In ogni caso, i titoli dei classici reinterpretati sono autentici: TREMATE, c’è da aver paura. E per non rischiare di perdere il festival, mi raccomando: pagate il canone!

Gianni Morandi mangia i dischi degli Yob a colazione

 

Parte oggi la campagna per il lancio di amazon.it, testimonial d’eccezione Francesco Bianconi e la gif di un laconico cervo della verità

 

Interessante discussione iniziata da kekkoz (kekkoz non sono io, è un altro tizio) nel suo friendfeed: “tutti e tre i finalisti di X-Factor 4 sono rauchi. Quindi rauco is the new gorgheggio?” Difficile a dirsi. La voce ROTTA. Il mio vocal coach, cioè la mia fidanzata, non saprebbe che dire. Io per fare finta di saperne a pacchi decido di dare una scrollata a google. Gorgheggio è virtuosismo canoro consistente nel rapido passaggio di suoni sopra una stessa sillaba. Scusa se uso le parole di altri, ma di mio faccio già abbastanza fatica a definire cose che so cosa significhino, tipo lo sfunezzo. Io ci posso stare. Mi viene propinata una visione coatta in differita della semifinale di X-Factor, questo serva da argomento a chi pensa che avere una fidanzata sia una cosa bellissima e importante. Ho vissuto senza X-Factor fino a circa tre settimane fa, lei me l’ha imposto, capisco davvero perché funzioni presso TUTTI. C’è Elio, sostanzialmente, più una mezza dozzina di casi umani che sanno –o non sanno- cantare. Su questo punto sono molto in dubbio. Sono in dubbio anche sul fatto che Nevruz sia rauco o meno, decido di puntualizzare nel friendfeed di cui sopra –insomma, Nevruz è rauco quando urla, ma quando urlo sono rauco pure io, e fortunatamente il mio carisma mi rende rispettabile ed obbedibile anche senza che io debba alzare la voce in alcuna occasione. Se dovessi farlo sarebbe una sfiga, perché ho smesso di parlare a volume alto verso i quindici anni –e allo stato attuale se tengo la voce anche solo al normale livello di conversazione inizio a produrre saltuari suonetti striduli che fanno ridere i polli. E ci tengo a precisare che la mia edizione preferita di X-Factor era la gestione Peter David con i disegni di Larry Stroman e la squadra formata da Havoc, Guido, Wolfsbane, l’Uomo Multiplo, Lorna Dane e Quicksilver, e questa supremazia su tutti gli altri X-Factor è INDISCUTIBILE. Ecco.

Ora, in tutto questo la prima cosa è ricordare che X-Factor è un baraccone di dementi. È il punto di partenza della discussione, da cui il grassetto, perché l’alternativa è considerare intrattenimento o cultura uno show condotto da dj Francesco (non sono io, è un altro tizio) in cui un calabro-albanese vestito da arlecchino canta Gioia e Rivoluzione o Perfect Day alla cazzo di cane, e parliamo del concorrente più figo. Da qui in poi si può iniziare a discuterne, ma l’unico assunto fondamentale per cominciare a parlarne è questo. Di seguito, la mia teoria è che l’indie medio spende tempo ed energia dentro ad X-Factor perché la realtà dell’indie italiano è comunque molto più punitiva ed intransigente di uno show TV dove tutto è permesso a parte che sia balzano ed ignobile. Mi spiego: i flussi fondamentali dell’indie in questo fine 2010 sono due. Da una parte abbiamo il ritorno in forze del 1998, con una situazione tragicomica in cui nel giro di due mesi escono il nuovo Marlene Kuntz, il nuovo Massimo Volume e il nuovo Verdena senza che nessuno ci trovi niente da ridire ed ANZI prenoti un posto nel paradiso delle playlist di fine anno per il secondo, giustamente tra l’altro. Vabbè. Dall’altra parte il nuovo avanza a bordate di cantautori 2.0 (nel caso di Brondi, in realtà, due punto cazzo di zero). Noi si abbozza e si guarda avanti, cioè la punta del nostro naso, sicuri del fatto che il nuovo di Beatrice Antolini sia esattamente come uno se l’aspetta (nel mio caso poca roba) e che arrivi qualche nuovo menestrello tipo Iosonouncane (che siccome LUI dichiara d’esserlo, IO non ho la minima intenzione di dargli corda e ascoltare il disco) a zittire tutti e/o buttare benzina sul fuoco del Nuovo Rock Italiano, che se ricordate è il titolo di un libro di Campo che analizzava il fenomeno di Marlene et similia dal punto di vista del critico musicale –cioè il punto di vista contrario a quello del fan, di gran moda dal 1998 ad oggi. Comunque va senz’altro registrato che IL NUOVO e IL NUOVISSIMO dell’indie italiano avanzano imperterriti ed imperiosi negli stessi giorni in cui Gianni Morandi si fa vivo nel suddetto X-Factor a buttare detti-non-detti di stampo mafioso che fungano da ponte verso il prossimo festival di Sanremo, gettando un osso ai Castaldi e ai Castoldi di tutto il pianeta e mettendo più o meno in chiaro da che parte penderà l’ago della bilancia –vale a dire che se gli Afterhours o chi per loro proveranno a presentarsi un’altra volta verranno stroncati via dal festival la prima sera e Giusy Ferrery probabilmente NO. Il lato positivo sarà che anche quest’anno Ashared sarà obbligato a scriverci sopra un paio di post. La questione più interessante in merito a Gianni, più che altro, è legata all’eterna domanda se sia o meno un coprofago, vale a dire un pattoniano. Se si degnasse di invitare Mondo Cane come special guest di Sanremo ’11 avremmo una risposta definitiva. In alternativa per gli ospiti si parla di Lady Gaga, Lady Tata (la più giovane MILF del pianeta, grazie Popto) e/o Justin Bieber rallentato dell’800%. Io non scommetto soldi su di una persona specifica, ma preferirei la seconda. Invece scommetto tutti i soldi che volete, e approfitto dell’autopalleggio per cambiare registro ed argomento, e magari vado pure a capo,

sul fatto che se fossi stato al concerto dei National martedì a Milano mi sarei rotto il cazzo in modi talmente rumorosi ed arroganti che probabilmente anche wordpress.org mi avrebbe cacciato via l’account gratuito a calci in culo. Interessanti in tal senso certi pareri che vado a leggere in giro per la rete, tipo “Sono sicuro che non sia piaciuto a molti, esattamente per i motivi che io ho trovato incredibili. Senza fare paragoni impropri, a me è venuto in mente Dylan che sul palco “delude” sempre le aspettative del pubblico essenzialmente per far fare così O_O.” Sta qui. Ora io ho una teoria che parte da lontano, vale a dire dai concerti di Bob Dylan che nel 1966 deludeva i loro fan e comprende svariati altri gruppi in giro per la storia della musica. La teoria dice semplicemente che tali e tanti musicisti fossero deludenti perché dal vivo FACEVANO SCHIFO AL CAZZO, cosa corroborata dal vedere i Suicide dal vivo ai tempi di American Supreme (che magari nel frattempo t’immagini che imparino pure a suonare). Altro che più punk del punk o la gente voleva evadere dalla quotidianità e noi ce li facevamo ritornare, è che FAI SCHIFO AL CAZZO. Ecco. Tipo il live dei National di martedì, poi magari sono pure disposto ad ammettere che i National sono un buon gruppo e che l’unica volta che li ho visti han fatto un bel concerto. Chi invece ha fatto un live davvero ENORME sono tali Black Breath, cagatissimi supereroi di ultima generazione sotto Southern Lord (che in quanto cagatissimi hanno suonato al Nuovo Lazzaretto di Bologna di fronte a trentacinque persone, venti delle quali gestivano il posto e/o suonavano di spalla. Mi sono comprato una maglietta che ha la scritta BLACK BREATH in caratteri gotici accanto a un diavolo con il corpo da donna e una bega barzotta tipo Fab Corona dentro Videocracy.

 

GRAVITONI

 

Passando ad altro, nel momento in cui scrivo questa riga sto cercando di mettere insieme le idee per fare altre cinque o sei righe. Un’alternativa è riconsigliarvi di venire stasera IN MASSA a vedere gli Shrinebuilder, perché io e m.c. suoniamo dischi prima –tra cui Then Comes Dudley dei Jesus Lizard, spoiler. Oppure ricominciare a parlare dei Social D e del fatto che tra due mesi esce il loro disco nuovo dopo sei anni (stavolta è andata bene, per quello prima ce ne sono voluti otto). Ieri sera tornato dalla birra ho fatto una session di youtube dedicata ai Social D, a cui è dedicato il prossimo SUONARE –probabilmente con una Prison Bound del ’91 circa- e ho trovato persino una versione di Ball and Chain con Ed Vedder alla voce, la quale in barba alla teoria di kekkoz in materia sembra stabilire in via definitiva che rauco is the OLD gorgheggio e/o rauco will save us all. In other news il programma del Roadburn 2011 contiene il solito e tutto sommato deprimente cast di superstar dello stoner/doom/drone, compresi i Godflesh performing Streetcleaner (specificato: interamente, coi pezzi in fila e compreso anche Tiny Tears) e DIOCRISTO gli Yob che eseguiranno interamente The Unreal Never Lived, suppongo per il LOAL, con pochissime punte fuori giro tipo Woven Hand (che sono fighi e capitali ed enormi ma preferisco vedermeli in solitaria giovedì a sei chilometri da dove vivo) e quelle robe tipo Black Mountain. Non ho niente contro nessuno, ma SONO VECCHIO e paruretico, quindi al Roadburn mi sa che tiro il pacco come tutti gli anni. Suppongo l’unica alternativa rimasta sia NUXX.