Il listone a tradimento del venerdì dei film e delle serie tv a tradimento

Speciale Cinema di Natale per levarselo dai coglioni, infatti non userò le maiuscole (a parte dopo il punto sennò non si legge):

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1) lo hobbit: la prova che il cinema fantastico, tra abuso di computer, durate mastodontiche, riprese dagli elicotteri, ricerca di una fedeltà irritante rispetto alle opere d’origine, è andato ad uniformarsi stilisticamente in maniera pazzesca. Non solo: questo genere (ma molto cinema in generale) ha sempre avuto più a che fare con l’illusionismo che non con altre forme d’arte che vengono più facilmente associate al cinema, come quelle narrative, come la fotografia, il teatro o il fumetto. Il concetto era usare elementi del reale (il nostro mondo, la nostra fisica) per trasformarli nell’irreale (un altro mondo, un’altra fisica), portando lo spettatore ad essere consapevole e ammirato da questa trasformazione. Bè, questo è un cinema che possiamo dimenticarci bellamente. La desolazione di smaug è noioso, meno noioso del primo capitolo, e ripetitivo, ma in certe parti sicuramente godibile ed è la conferma di un cinema popolare che vive di sola narrazione e di spettatori totalmente passivi, distratti, dormienti.

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2) walter mitty lì: è statisticamente impossibile che un film che ad un certo punto fa partire gli arcade fire sia bello e invece bravo ben!, il tuo cristo da scrivania con l’avventura nel cuore si fa un calvario di banalità e osa pochissimo (kristen wiig usata come donzelletta), però con equilibrio, con un’oculata dose di umorismo (strisciante, un paio di volte esplosivo, un paio di volte fuori luogo in maniera imbarazzante) e di materia sognante che cancella la sensazione di una mera paraculata stile l’arte del sogno. Tutto prevedibile, occhi lucidi compresi, ciò non toglie che alla fine gli occhi lucidi ci stanno. Anzi, la paraculata c’è: space oddity nel momento topico della riscossa dell’impiegatucolo mitty è un colpo bassissimo, sniff, non lo dovevi fare.

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3) de niro vs stallone: che palle gli expendables 2. C’hai un film che parte da una cattiva idea che il cinema americano è in grado di trasformare in una buona baracconata, c’hai alan arkin che spara battute da prostata alla velocità della luce, c’hai kim basinger doppiata da micaela esdra che è una voce strappata alla pornografia e, a parte i venti minuti comunque di troppo nel secondo tempo, devi mortificare il tutto con il sottotesto (esplicito) che de niro è la motta e stallone è rocky per strizzare l’occhiolino, postmodernamente parlando? Ma ci sono storie, anche cazzate, che hanno ancora le palle di prendersi sul serio?

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Speciale Televisione Anno Nuovo perchè ci sono bontà imprescindibili, infatti userò le maiuscole:

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1) Community: la quarta stagione di Community era una merda indescrivibile, ma ho sentito gente difenderla perchè era Community. Questa gente va maltrattata. Dan Harmon se n’era andato, Chevy Chase (ormai licenziato) ci offriva un nuovo significato del termine “macchietta” e le liaisons tra i vari personaggi erano ridicole oltre il fatto che la serie cerca di essere ridicola. Quindi a che pro continuare con la quinta? Perchè torna Dan Harmon e fa il reboot. Perchè ci sono personaggi che se ne vanno e personaggi che arrivano così non si ha l’effetto muffa di The Big Bang Theory. Alison Brie. Una puntata thriller/horror dove un maniaco infila le monetine tra le chiappe delle persone con i jeans a vita bassa.

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2) Justified: questa è una serie sottovalutatissima, basata su Elmore Leonard che ha pure supervisionato e adesso la benedice da lassù e si vede. Dalla seconda stagione decolla in maniera spettacolare e rimane gagliarda in volo, è divertente, tesa, con dialoghi, ambientazioni e facce strepitosi, ma chissenefrega. Il punto è che Raylan Givens. Cioè il protagonista si chiama Raylan Givens. Che non solo è Timothy Olyphant che è l’uomo più bello del mondo nel personaggio più cool del mondo, ma si chiama Raylan Givens. Non so, è come chiamare tua figlia Lamborghini Diablo. O il tuo guerriero da gioco di ruolo Apocalypse Spitfire. O andare all’anagrafe e decidere che il tuo nome ti fa schifo e vuoi cambiarlo in Max Power perchè l’hai letto su un fon (cit.). Raylan Givens.

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3) Parks and Recreation: è la migliore comedy in giro, idee a valanga dopo 100 puntate, altre serie erano già in cancrena a questo punto. Ora io non so raccontare le scenette che fanno ridere, ma nell’ultima puntata c’è la moglie, April, di un personaggio, Andy, che si lamenta del fatto che dopo che il marito è tornato da Londra, ha problemi col fuso orario e si mette a tagliare l’erba del prato alle due di notte. Allora esce di casa mentre lui sta facendo andare il tagliaerba a manetta e gli dice “AAAAANDYYYYY” e lui le risponde “Tesoro, mi porti una birra?” e lei dice “Ok.” e torna in casa a prendergli una birra. Ecco, Parks and Recreation è bello perchè questa scenetta fa ridere anche se adesso magari voi non capite perchè.

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4) Marvel’s Agents of S.H.I.E.L.D.: io ho sempre avuto un occhio di riguardo per Joss Whedon, perchè ho amato Buffy, ho stra-amato Firefly, ho skippato Angel, ho apprezzato Dollhouse, ho limonato con Dr.Horrible e ho fatto “UUUOOOOOOOOOOH!” in sala come tutti, tranne quel fesso di Leo Ortolani, quando Hulk tira un pugno al vermone biotecnologico di 100 metri e lo scassa. Il pilot di Marvel’s AoS era bello, ma le seguenti faticavano ad ingranare fino a che la trama orizzontale s’è data una svegliata e ha smesso di rompere le palle a quella verticale e anzi: ci si è integrata alla perfezione. E i personaggi sviluppano. Ora è la serie non comedy più divertente in circolazione, con punte di azione fumettosa efficaci, con momenti commoventi, con scambi di battute sagaci che ti chiedi com’è che riescono quasi solo a Joss Whedon. E a Kripke quando scriveva Supernatural.

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5) How I Met your Mother e New Girl: non meritano due paragrafi diversi. HIMYM sta cannando l’ultima stagione con un uso sfigato della mamma e con puntate estemporanee svogliatissime. Ma comunque si merita la visione del finale, dai. Per quanto riguarda New Girl, sono quasi sicuro che qualcuno ha ucciso ideatori e sceneggiatori della seconda stagione. O forse l’idea ha esaurito gli sbocchi naturali e non c’è abbastanza talento per trovare altre vie. Cece fa la barista.

bbsc3bbsc3bbsc3bbsc36) True Detective: eccoci qua. Serie dell’anno e basta l’episodio pilota. Cioè ci stanno Woody “sono un attore della madonna” Harrelson e Matthew “se parlo come un batman texano posso fare pure shakespeare che mi farete i pompini” McConaughey che fanno i partner su un probabile caso d’omicidi seriali in una Louisiana catatonica e quello che è chiaro è che l’HBO ha costruito qualcosa che va al di là del prodotto solido e ineccepibile alla Boardwalk Empire. True Detective da subito si pone come un buddy horror di una nuova grande depressione, romanzando il genere procedural di The Wire in qualcosa di altrettanto lento e ragionato, meno originale, ma più archetipico. Probabilmente più cinematografico. Non a caso la serie dovrebbe strutturarsi con ogni stagione separata dalle altre (maxi-film di 8 ore, insomma), con protagonisti ed ambientazioni diversi, rinunciando a certi vantaggi della serialità, in nome di qualcosa di più concreto e stilisticamente compiuto. Michelle Monaghan fa la moglie un po’ repressa, Alexandra Daddario mostrerà le tettone nella puntata di questa domenica, lo so perchè in rete la cosa è già viral. Adesso non avete scuse. Non le metto cinque Sadako perchè è giusto aspettare il finale.

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I recuperi fondamentali del 2013

aaah ecco

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Cloud Atlas: potenzialmente era il film più brutto del mondo. Leggetevi la trama, no contest proprio. E invece passa bene, pure ti commuove da qualche parte, non chiedetemi dove, ogni tanti fai qualche risatina, ogni tanto il trio di registi più antipatico del mondo azzecca pure un filotto di sequenze, magari se il finale lo scriveva leiji matsumoto veniva fuori un capolavoro di disperazione o malinconia tipo morte di aeris. Così no, però 7 dai.

Il film che non ho visto del 2013

quello si

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The Host: quello di Andrew Niccol, uno che ha azzeccato script e film tra i più interessanti degli ultimi 20 anni. Poi qualcuno gli ha passato sopra ‘sta patina da mezzo genio e lui si è emozionato. Ora, non è che non vado a vedere The Host perchè mi sta sul cazzo Andrew Niccol, stavo contestualizzando. Non vado a vedere The Host perchè 7 anni fa è uscito THE HOST CAPS LOCK di Bong Joon-ho che è un capolavoro e tratta di una famiglia coreana e di mostroni calamaro e si ride e si piange davvero.

Sandra Bullock e Sly di nuovo assieme vent’anni dopo Demolition Man

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Non mi è mai importato molto di Alfonso Cuaron e se questa è l’introduzione, avrete già capito che posso andare a parare solo da due parti: “… ma Gravity è un filmone pazzesco” oppure “…per questo sono andato a vedere Escape Plan.”

Gravity è un filmone pazzesco. La sua “fisica con licenze” non basta a metterlo nel genere fantascienza, al massimo è un film da esperienze estreme tipo quelli in cui c’è uno incasinato e infreddolito in cima a montagne innevate o bloccato in un crepaccio a bere urina e mangiarsi braccia. Ma anche questo è riduttivo. Gravity è il film che per la prima volta dà un senso al 3D che non sia l’accumulo (suca James Cameron) ed è un’opera angosciante e viva sulla Natura, l’appartenenza, il limite (suca tardo Terrence Malick). Un’ora e mezza benedetta da una grandissima tensione iniziale con dialoghi immersi in piani sequenza hitchcockiani in cui bisogna stare attenti ai dettagli e alle deviazioni che preannunciano il disastro. Da lì in poi il film procede come una classica corsa contro il tempo, dove lo sviluppo non cerca la sorpresa, ma l’esecuzione magistrale con la sensazione di vertigine restituita da un 3D che scalza qualsiasi grandangolo o zoom/carrello, raggiungendo l’apice della profondità nelle frequenti soggettive della protagonista. E intervalla il percorso con segmenti di calma apparente che non fanno altro che aumentare l’angoscia un po’ perchè la quarantanovenne Sandrina nazionale in mutande fa ancora la sua porca figura, un po’ perchè le parti “al sicuro” nelle varie stazioni spaziali sono un costante assedio da parte del vuoto. Non che l’ansia nello sguardo di Gravity sia una novità assoluta (nel mondo videoludico le sezioni a gravità zero di un Dead Space erano già tremendamente efficaci e trascinanti in tal senso) e la sensazione di uno spazio non semplicemente ostile, ma estraneo, letale senza appello, era già materia di quella splendida, crudele serie televisiva che era Stargate Universe. Quello che Cuaron è riuscito a tirar fuori dal cilindro è una parabola semplice nei caratteri e nei concetti, spaventosa nelle conclusioni che rimarcano la nostra fragilità e la necessità della nostra piccola cupola dispersa nel cosmo, ma al contempo dona a quegli squarci di Terra una divinità al di fuori di qualsiasi retorica o religione.

Per questo subito dopo sono andato a vedere Escape Plan. Insomma, Gravity mi lascia in eredità un’angoscia e una strizza (si, strizza! Paura!) che devo sfogarmi immediatamente. Nel senso che sento che se mi rimetto a pensare al film comincio ad urlare, come Homer nell’episodio dei Simpson in cui afferma l’importanza capitale dello sbomballarsi di tv e cazzate varie. Poi insomma: parliamo di un film con Stallone e Schwarzenegger in versione real buddy, non finto buddy alla mercenari, mica di pizza e cavolfiori. La sala è la stessa, rapida corsa al botteghino, scaramuccia colla cassiera (“Ma non sei appena uscito da Gravity?””Eh.” “Cristo.”) 3, 2, 1, trailer di Thor (potenziale 7), trailer di quella roba tipo Hunger Games colle astronavi (potenziale 4), partenza. Non è immondizia, ma come carcerario d’evasione non va fino in fondo (a ¾ si trasforma in un action duro e puro), come commedia non ha dialoghi brillanti e visivamente è piatto come una tavola da surf (fermo restando che ero reduce da un’avanguardia del livello di Miami Vice). Le cose migliori sono riprese dalla prima stagione di Prison Break, Sly è più vecchio del solito, Arnold in formissima tanto che nella mia mente confusa sono sicuro che alla fine Sandra Bullock punterà sull’austriaco. Ah sì, ad un certo punto Schwarzy impazzisce e comincia a blaterare in tedesco in una versione gigiona e steroidea di Linda Blair: vale il prezzo del biglietto (non è vero). I mussulmani sono i nuovi negri e i negri sono 50 cent borghese nel ruolo inutile della vita. Amy Ryan ti ricordi com’era bello The Wire? Jim Caviezel continua imperterrito nel sottolinearsi come la grande promessa non mantenuta degli ’00, con il fantasma di Donald Sutherland che lo prende da dietro ancora e ancora, tanto che alla fine gli tocca fare una smorfia simpatica prima di esplodere. Vinnie Jones ha girato le sue scene davanti al blue screen con la Performance Capture per diventare una copia in CG di Vinnie Jones. La presenza di Sam Neill è una cosa a metà tra il cammeo e un padrone di casa che gli rompe i coglioni per l’affitto. Le spirali virali della mediocrità di Escape Plan stanno mangiando le eccezionali sensazioni lasciatemi dal film di Cuaron ad una velocità proporzionale a quella dello sputtanamento di Vincent D’Onofrio come viscido traditore.

Finisce il film che mi sono dimenticato Gravity. La prossima settimana voglio provare con La donna che visse due volte e Checco Zalone.

Neill Blomkamp, l’onesto

un uomo può sognare...

un uomo può sognare…

Il cinema di fantascienza migliore non è necessariamente quello distopico, cupo, senza speranza di cui spesso i grandi appassionati lamentano la mancanza. No, il cinema di fantascienza migliore è quello delle idee. Spesso sono intuzioni semplici, adattabili ai nostri modi di vita, a determinate urgenze che vengono elaborate in qualcosa che ti fa (di)sperare di poter vedere un giorno quella determinata tecnologia o evoluzione sociale. Insomma, quello che intendo è che nel primo episodio di Futurama, Fry è un fattorino frustrato che per sbaglio (poi in realtà non è per sbaglio, Futurama c’ha una trama che Lost si caca nelle brache) finisce in un futuro remoto e dopo aver inquadrato i punti salienti di questo nuovo mondo senza limiti, diventa, ben contento, un fattorino spaziale. Questa è fantascienza delle migliori, anche se purtroppo la fantascienza morì nel 2005, The Island, Michael Bay.

Elysium invece è il corrispettivo sci-fi del PD: popolato da facce quasi tutte scarsamente carismatiche, snocciola un plot finto-progressista/ultra-conservatore (i proletari buoni che vivono sulla Terra sognano di arrivare lassù, sulla stazione orbitante-paradiso dove tutti sono ricchi e felici e malvagi a vari livelli), fa litigare un po’ la sua anima spettacolare con quella umanistica e alla fine della fiera propone l’ObamaCare per tutti. Non è che ce l’ho con Neill Blomkamp, intendiamoci. E’ un perfettamente comprensibile abbaglio dei nostri tempi e District 9 era un film con delle idee più buone di Elysium, ma non certo il miracolo che può redimerci da The Island. Neill conosce la materia, i film fondamentali, che cosa omaggiare e che cosa evitare e ci aggiunge un po’ di cuore, modello Cuaron, e un po’ di azione riciclata ed efficace. Va a finire che Elysium, come il PD, è un decente prodotto per famiglie tanto che sui titoli di coda hai capito perfettamente buoni e cattivi, giusto e sbagliato, ma, ecco, non è che sai bene cosa farci.

Il lato maturo è dato da un po’ di trucezze sparse tra una poesia da ordinaria amministrazione, una specie di “best of” delle idee poetiche da farci un flashback che si può adattare solo a caratteri terribilmente standard. Più che una distopia possibile, quella di Elysium sembra una fiaba pensata per accontentare un po’ tutti. Come spesso accade (Io sono Leggenda, Io, Robot, Cargo e in misura minore Prometheus), il difetto maggiore sta in quanto è derivativo e poco ispirato lo sviluppo del soggetto: perchè puoi anche fare un remake (e quindi riproporre una storia vista mille volte), ma è come tratti le figure di contorno, come curi e leghi tra di loro i dettagli, su quali temi ti focalizzi che vanno a decretare la necessità o meno di un’opera di questo genere. Il motivo, ad esempio, per cui La cosa di John Carpenter è superiore all’originale di Hawks-Nyby. Alla fine della proiezione di Elysium, quello della poltrona dietro la vostra dichiarerà sicuramente all’amico a fianco che “bè era onesto, dai!”. Fateci caso.

A Venezia qualche giorno fa hanno proiettato la versione restaurata di Sorcerer, “la miglior versione possibile” a detta di Billy Friedkin su Facebook. Sorcerer, che in italiano è diventato Il salario della paura, è sempre stato un capolavoro, ma tra i film migliori di Friedkin è quello il cui nome viene pronunciato più sottovoce, non si sa perchè. Forse perchè Vite vendute che l’ha ispirato è un altro capolavoro, forse perchè nel film ci sono dei grossi camion che trasportano dinamite e 4 ceffi devono guidarli con cautela per non farla esplodere. Cioè la trama più bella del mondo. Sorcerer non è un film di fantascienza, ma è un film di genere, è una metafora ed è colmo di idee, tecniche, visive, concettuali. In un lungo prologo caratterizza 4 personaggi, altrettante culture e un’intera epoca con pennellate che più decise e azzeccate non si può (un omicidio, un attentato, una rapina, una caduta dall’Olimpo), poi in un quarto d’ora ti fa capire dove andrà a parare e la restante ora di film stai aggrappato alla poltrona. Finisce la proiezione e Friedkin sta piangendo, un po’ perchè i giganteschi attori protagonisti sono morti quasi tutti, un po’ perchè, dai, la platea veneziana non vedrà niente di meglio e lo sa e gli dispiace. Il giudizio un po’ sbrigativo che vola in sala tra quelli che l’hanno rivisto è che “questo era davvero un cinema onesto”, che è l’aggettivo giusto, ma, sarò presuntuoso, non credo che venga adoperato pensando davvero a tutte le sue accezioni (quando non con punte sottilmente negative). E Sorcerer si merita di sviluppare cosa significa “il cinema onesto”:

-è un cinema che sa essere quello che il suo genere e il suo soggetto richiedono

-è un cinema che approfondisce il necessario, e non un grammo di più, per non perdere il filo

-è un cinema che ti accompagna, ma non ti indottrina

-è un cinema che non ti ricatta

Posto che, dopo District 9, credo nella buona fede del regista sudafricano e nelle ingerenze delle super produzioni, Elysium s’incarta un po’ su tutti e quattro i punti e Neill Blomkamp ha l’entusiasmo del fan, la sapienza del nerd, ma di sicuro non è ancora un fattorino spaziale.

“Due per uov uovz”

ma esce il 2?

ma esce il 2?

-Come prego?

-Due biglietti per “Uov uov zeta”.

-Può ripetere (pffff)?

-La prego, c’ho la “R” moscia, è già difficile così eppoi ha capito benissimo. Ci sono forse altri titoli che finiscono con la Z?

-C’è “The Lone Rangerz”, “Star Trekz“, senta mi pronuncia “Star Trekz”? Sennò mi ridica il titolo sbagliato come fanno tanti: “World War 2”.

-Che simpatica. Ah a proposito senta qua, fun fact: sa che “Dragon Ball Z” non era “Z” in origine ma…

-Il prossimo.

-Eh? ah…

Mi allontano mesto dalla cassa che mancano ancora 20 minuti all’inizio del film, tanto vale sedersi sulle poltroncine a fianco del corridoio d’entrata. Dopo un paio di minuti ecco che esce un bambino messicano e si siede accanto a me.

-Ciao

-Ciao. Eri a vedere “uovuovz”?

-Si, no. Ero nel film. Sono il bambino che Brad Pitt salva. Prima stavo con i miei genitori, ero felice. Poi arriva Brad Pitt e ci sono gli zombi. Brad pitt dice: “io sono sopravvissuto in posti dove Michael Dudikoff sarebbe durato 2 minuti, venite con me” e io traduco alla mia famiglia che vive da 20 anni nel New Jersey e non spiccica una parola d’inglese, ma loro dicono no, restiamo chiusi in casa che è più sicuro. Brad pitt fa uno sguardo triste e va via. 5 minuti dopo gli zombi entrano, infettano mamma e papà e i soldati gli sparano. Io vado via con Brad pitt.

-Poverino, un bel trauma. Che bravo Brad però.

-Bè insomma, io poi volevo piangere, ma Brad mi fa: “nella scena subito dopo io ti dico una cosa tipo ‘hi champ’ e tu mi dai il cinque”. “Ma sono appena morti i miei” ribatto.” “E che te frega, t’adotto io, Brad Pitt.” E allora mi tocca dargli il cinque.

-Ah senti, fun fact: sai che se sei un bambino orfano in una qualsiasi parte del globo terracqueo hai il 64% di probabilità di essere adottato da Brangel…

-Ah scusa devo andare, ciao.

-Eh? Ah…ciao.

Ancora 15 minuti.

Esce qualcuno, magari è finito il film. E’ un tizio colla barba, vestito da marine tosto, di quelli che c’hanno solo mezza divisa, il resto è una mise da gangster latinoamericano. Si siede sulle poltroncine. Io attacco bottone:

-E’ quasi finito?

-Eh? No sono uscito prima che tanto sono morto.

-Come?

-Vedi nel film io sono un marine in una base sudcoreana e ci mandano Brad Pitt con ‘sto regazzino genio scienziato. Il regazzino dice una STRONZATA EPOCALE tipo che la natura è un serial killer e come tutti i serial killer vuole farsi beccare, ma io ho visto tutte e 8 le stagioni di Dexter, non sono mica scemo. Allora il regazzino si spara in faccia per sbaglio. Per la cazzata che ha detto. E rimane solo Brad Pitt. Brad Pitt si presenta a noialtri marine e dice che è dell’ONU ed è sopravvissuto in posti dove Steven Seagal sarebbe durato 3 minuti. Allora io gli dico “bravo, ma parla piano perchè gli zombi vengono attirati dal rumore”. E poi gli presento David Morse senza denti. Passano 5 minuti e ‘sto stronzo di Brad Pitt lascia acceso il cellulare, quello ovviamente squilla e arrivano gli zombi e massacrano la mia squadra, me compreso. Quattro metri più in là passa Steven Seagal in bicicletta e fa ciao con la manina.

-Madonna che sfiga Brad Pitt.

-Dillo a me. Vabbè vado a fumare una cicca. Buon film. AHAHAHHA. See.

Ancora 10 minuti.

Manca poco, mi compro i popcorn. In quel momento dalla sala esce Israele e si siede sulle poltroncine.

-Cazzo ma siete Israele.

-Si, nel film siamo gli alleati di Brad Pitt. Insieme alla Corea del sud.

-E’ un film realistico dai, tiene conto dell’attuale assetto geopolitico.

-Beh si, fai te che noi israeliani siamo ganzi, abbiamo costruito un supermuro prima di tutti e teniamo fuori gli zombi infetti che pascolano tranquilli. All’interno abbiamo anche una strisciolina dove ci sono i palestinesi che possono professare il loro culto.

-Un film sulla distensione.

-Si, non fosse altro che una col burqa si mette a cantare una nenia col microfono che fischia e gli zombi che fino a quel momento lì se ne stavano tranquilli dall’altra parte s’incazzano. Ma s’incazzano neri “CHIAMATE UN FOTTUTO TECNICO DEL SUONO!” e scavalcano 30 metri di muro di punto in bianco senza che nessuno si accorga di niente. E ci ammazzano tutti.

-Questa cosa ha talmente tanti livelli di stronzaggine che non so neanche da dove cominciare a commentare.

-Naturalmente succede quando Brad Pitt arriva lì. Noi gli diamo anche ‘sta gnocchetta soldato che lui poi rapisce e si porta in giro per i continenti. Allora a questo punto noi siamo spacciati e più dei palestinesi ci sta sul cazzo il Galles. Mica per un motivo preciso, sai, a pelle. E diciamo a Brad Pitt: “Senti vai in Galles, là troverai la soluzione per tutto” Lui va. Adesso son cazzi del Galles.

Ancora 5 minuti.

Dalla sala esce Matthew Fox.

-Matthew! OH MIO DIO! Matthew! Jack! Dì “We have to go back!” qui di fronte al cellulare che lo metto come suoneria. Ma che? Ci sei anche tu nel film?

-Si, nei titoli di coda sono segnalato come “soldato che consegna un messaggio abbastanza importante”.

-Ma dai! Vedi che grazie a Lost adesso fai IL CINEMA. Vedi? Insomma? Mi diceva Israele che Brad Pitt porta una sfiga pazzesca, adesso stava andando in Galles per trovare una cura all’epidemia.

-No senti, lascia stare. Non è come Signs che agli alieni gli butti l’acqua e questi bruciano. Quello era genio, avrei voluto che ci avessero pensato gli sceneggiatori di Lost.

-Ma no, dai dimmi. Per 6 anni ci hai preso per il culo con le risposte dell’Isola, me lo devi stronzo.

-Se insisti: Brad va in Galles, ci trova il centro di ricerca “Pierfrancesco Favino”. Lì sono tutti superscienziati abituati a manipolare tutte le più terribili malattie del globo, tanto che uno di loro giocando con una capsula di Petri infetta un’intera ala della struttura. Arriva Brad Pitt e dice: “nel caos io ho notato una cosa che voi nelle vostre settimane di esperimenti minuziosi non avete visto: se sei un malato terminale lo zombi non t’attacca. Adesso vado ad iniettarmi l’ebola” Pierfrancesco Favino si straccia la laurea e vanno tutti a iniettarsi l’ebola. Brad Pitt ad un certo punto si beve una lattina di pepsi in faccia a 40 zombi.

-Eh.

-Eh.

-Ciao Matthew.

-Ciao.

Le porte si aprono, gli spettatori si riversano nell’atrio. La maschera fa cenno che tra poco partirà la nuova proiezione, ma io sono di nuovo alla cassa.

-Senta, due per Star Trekz.

-Ce ne hai messo, coglione.