BACKSTAGE KNOWLEDGE SUXXX

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di nuxx
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Mentre Giulio The Bastard vince la prima edizione di Masterpiece e il suo personaggio fragile e weird, ma anche forte e committed inizia a risultare credibile anche con le braghe calate e uno sbarrone da CINQUANTATRE CENTIMETRI in bella mostra, mentre XL di Repubblica chiude i battenti sbattendo in copertina Sara Tommasi e Giovanni Lindo Ferretti ubriachi di piscio, mentre il 2014 inizia con il TROLOL dell’anno (Arisa che si dà al depressive black fuso col funeral doom, cercando spudoratamente di diventare bastonatamente rispettabile), inauguriamo l’ennesima estemporanea rubrica di bastonate, una pesantata tipo Gramellini travestito da Guè Pequeno che intervista Colapesce nel backstage di Hai Paura del Remo?, il festival messo insieme da Costantino della Gherardesca e una sfrontatissima Giorgia Meloni in piena sbandata Ebullition. Gesù non si è fatto mettere croce per questa gente, così a pelle credo sia una cosa che va combattuta con mezz’ora di twerking di stampo matematico e una vita sessuale più regolare del pedofilo Salinger.

Immaginatevi la Shinjuku di metà anni ’80 (quella di Technoiglesias e Luther Arkwright, dai) abbastanza fedelmente raccontata da un Marco Pecorari a caso imbevuto di zeitgeist, però girate in fondo a destra dove c’è il vicolo che puzza di merda e troverete [*SPOILER*] una stazione orbitante-paradiso coi soffitti bassi e un impianto di serie Z dove tutti sono hipster wannabe borgatari e coinvolti/compromessi in ambiti diciamo così artistico-culturali e dediti all’atto sessuale in solitaria o di fronte a platee gremite di alpini gay dilaniati dal popper che ballano Gangnam Style: anti-femminismo o missione pedagogica buona solo per hater da tastiera e raver di pura razza augeiana, ma anche la fredda cronaca della risurrezione di un sistema di valori, tipo portare bandane in pelle di Mithrandir, tanga extratone di pizzo «Like a Virgin», tatuaggi del Cristo lunghi tutto il braccio e t-shirt con scritto da qualche parte CHAOS TO COUTURE [*fine SPOILER*].

Copparo primi anni 90, città universitaria di 30000 anime circa diventa il centro della “Qualità come Eccellenza Italiana da Esportazione” grazie a Emiliano Zanotti, collaboratore di CHIAMARSI BOMBER (fanzine bibbia della violenza negli stadi del meridione e del seppuku terrone) prima di diventare l’assessore alla cultura di Musica nelle Valli e fondare la chiesa di † SHAYTAN †. L’idea che mi sono fatto nel 2013 (ma va detto: è probabilmente una razionalizzazione dovuta al consumo esagerato di vino in compagnia del figlio ciccione e violento di Boy George, una roba che ti gratta via sette anni di dosso) è che un mix fra la grammatica di Bianca e Bernie innestata a forza nel Johnny Cash pre-American Recordings e i pezzi anni ’90 su Silvia Baraldini ascoltati in cuffia guardando il remake di Oldboy al rallentatore. Il tutto ha quel sapore un po’ da rovina, quello dei personaggi che hanno avuto miglior fortuna in un altro tempo, tipo il Pomini o Benty. Immaginatevi tipo al college che dovete decidere se giocare a football americano con Succi & Dorella mentre gli stipendiati di Forza Italia urlano BASTA POLITICA VOGLIAMO LA FIGA o fondare un gruppo di psychedelia occulta sgarzolina con l’ammaliante Lisa Casali per suonare al Thalassa Festival.

A un certo punto la cosa cominciò a venir fuori, e ogni tanto arrivava gente – da Brooklyn, da Providence, da Gerusalemme – che arrivava e diceva: “Ma questa roba è meglio della Notte della Taranta! Bisogna farci un documentario! Bisogna farci un articolo! Bisogna farci uno speciale radiofonico! Bisogna farci un tweet!”. Ai tempi sembrò una specie di sabotaggio a freddo e il processo di rimozione collettiva è stato immediato e brutale. Arriverà un giorno, non so quando ma arriverà, che una guerra, la morte, o la muffa, o Apocalypse Disco di Balli Callahan, porranno fine a quelli che pubblicano foto del Pigneto su Instagram sognando una personale alla fondazione Tito Balestra. Voglio dire: non stiamo certo qui a farci le pippe come quel coglione di Benjamin sulla fame chimica, se non altro perché non l’abbiamo letto né abbiamo l’intenzione di farlo, ma siamo in molti, qui dentro, e siamo già in FOTTA e stiamo affilando le forchette per il prossimo sbrano post-giunto.

OT: vi siete mai fermati a riflettere che figata la storia di Barabba che sta nel vangelo? Quelle robe che piacciono ad Alberoni o ad Alborosie: gli Orchid presi a sassate al Palafiera di Forlì perché erano troppo SPEZZABOLGIA, Trucebaldazzi che urla di volersi scopare la propria madre durante un concerto all’Hanabi o quel che era, Matt Bayles che fa finta di suonare strumenti finti e di cantare in un linguaggio incomprensibile sopra un tappeto musicale da villaggio Alpitour, Justin Bieber rallentato a schiaffoni da Phil Anselmo, Papa Francesco che telefona a Burzum e lo nomina ambasciatore vaticano, Miss Violetta Beauregarde che ventila pubblicamente plagi della sua passera da parte di Beyoncé e Charlemagne Palestine si prende un libro sui templari in faccia da Baronciani. L’ho sognato o esiste/è esistito uno che si chiama Gesù? Non mi pare mi abbia mai mandato traffico. Non ho davvero qualcosa da dire su Gesù (è brutto ma c’è di peggio), ci sono inciampato l’altro giorno, ma mi fa piacere che in qualche modo esistano in una qualche forma il panda, le api, la democrazia, il dugongo, i negozi di dischi, le filarmoniche, il torrone morbido, l’apocalisse.

Michele Wad Colasanti è una delle maschere più tragicomiche della cristianità, il Gabriele Paolini della scena “backstage-hipster”, uno che vede nelle fiamme cose che poi puntualmente non si avverano e quando lui chiede perchè, si sente rispondere: “OAHAHAOA GAYNA P**C*****IIO PETTINATO!!!” e lui dice “ah ok”.

Che bomber il Colasanti oh.

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L’ho conosciuto di striscio qualcosa come dieci anni fa nel backstage di un Primavera, lui non se la ricorda di certo, era imbottito di Barbital in compagnia di altri ciccioni alcolizzati e sudati intenti a customizzare le loro Harley di merda e ascoltare in cuffia cover band da birreria degli 883, il massimo dell’hype quell’anno per ogni post-radical-chic-indie-elettro-minimal-hipster-alternativo del cazzo. Wad ha attraversato da frequentatore, testimone oculare, ideologo, a volte da protagonista, un ventennio abbondante di evoluzioni, filiazioni e ramificazioni dell’educazione sessuale da backstage, una pratica ostica, incompromissoria e assolutamente non riconciliata, un percorso di fiera marginalità ultraunderground condotto con rigore filologico, convinzione incrollabile e passione inestinguibile, un feedback psichico lungo una vita. Michele in quello che fa è assolutamente spontaneo, ci crede sul serio, non ha alternative e la sua genuinità emerge in modo anche disarmante (è commovente quando dice: “L’amicizia vera è con Wayne Coyne, Marcus Garvey, Michael Stipe, Kool Herc. Siamo come dei fratelli“). Un dato di fatto: Colasanti è stato un mostro di lungimiranza irraccontabile, una versione gigiona e steroidea di Max Stefani, un mago della presa per il culo, un contorsionista della domanda, caratteristiche che gli hanno sempre risparmiato le critiche che avrebbe meritato quando, pure lui, prendeva le sue indimenticabili e inevitabili toppe, diventando in pochi anni il punto di riferimento per la nuova musica italiana, uno dei maggiori responsabili dello spostamento dell’asse cognitivo del pubblico indie verso una dimensione da vecchia zia completamente andata, capace di ricostruire chirurgicamente i concetti fondamentali in base a cui si scrive di un disco, senza cedere alle trappole del finto intellettualismo e dell’altrettanto finta cafonaggine, ma trovando un modo per continuare ad essere interessanti snobbando la figa e parlando del nulla, una delle rappresentazioni più spaventose e ferali di abisso nietzschiano mai incontrate, una pisciata in faccia alla pipa di Magritte, entropia pura (qualsiasi cosa significhi la parola). Poi ha attraversato un periodo burrascoso (eufemismo) in discutibile compagnia di droni selvaggi in seguito al quale stanno ancora volando stracci in pubblico, una (lunga) fase di grande vulnerabilità e autoanalisi, un featuring di quattro minuti con ignoti burloni spuntati fuori dal mare magnum degli inetti wannabe-star di YouTube (la solita trimurti Appino/Brunori SAS/Dimartino, niente di personale e massimo rispetto, ma gli unici con una fanbase meno scopabile della vostra sono Carlo Pastore e Luca Valtorta), aggregatisi al Nostro per ragioni che non esitiamo a qualificare come bieco opportunismo. Wad si crede uno dei più grandi soul rebels di questa epoca, parte della più grande sottocultura negli ultimi cinquant’anni, ma ormai è uno che paga cinque euro per un selfie con Archy Marshall strafatti alle 6 del mattino o per farsi talibamare il culo da Salmo nel backstage di MTV Day, sebbene in mutande faccia ancora la sua porca figura.

Da quanto tempo scrivi di musica, dove scrivi di musica, quando scrivi di musica, perché scrivi a tempo di musica, come ti viene in mente di iniziare a scrivere di musica, com’è cambiato lo scrivere di musica in dieci anni di musica, perché invece di scrivere di musica non passi dieci anni a pensare a tempo di musica.

Quando mi chiedono che lavoro faccio vado sempre in difficoltà. Forse perché faccio un sacco di cose, che sono esattamente il contrario di quello che funziona in Italia. E per questo nel 2013 funzionano. In Italia. Forse perché fondamentalmente mi ritengo sempre, prima di tutto, un machete. Ogni machete taglia. Proprio che nell’uso civile di questo strumento da taglio c’è che spesso viene utilizzato per tagliare il sottobosco. E modellarlo come meglio si vuole. E il sottobosco del backstage in Italia davanti a me si ferma a pensare, poi si spezza e si divide. E ne sente il dolore mezza Italia. A cos’altro serve scrivere se non a lasciare segni fortissimi a chi é fuori dai cerchi? Ed è così, altrimenti compriamoci mille moleskine e riempiamole con le nostre liste di fine anno. Ho capito che mi sarebbe piaciuto provare a scrivere di musica appena dopo avere smesso di sognare di diventare l’Andrea Scanzi dei blogger musicali o la groupie di Fedez. Cerco di essere onesto, e di sicuro non sono un tipo vendicativo: credo sia molto stupido pensare che uno possa accettare che le cose spesso succedono senza neanche avere una spiegazione. Ritengo che chiunque possegga tanti dischi, o tanti hard disk pieni di musica, abbia anche le carte in regola per scriverne meglio di un Maurizio Blatto qualunque e lo so che detta così può sembrare come quando Bucknasty diceva di uscire dalla stanza quando si scrivevano post che avevano a che fare anche con le scatolette di tonno per polli (o di pollo per tonni, dipende). Ma io non esco dalla stanza, ci resto nella stanza e mi comporto in maniera corretta spesso anche perdendo delle opportunità. Non mi nascondo dietro un dito e cerco di essere ambizioso. Mentre scrivo ballo breakdance nudo davanti allo specchio, taglio le gambe e spezzo le schiene di chi legge. Ma quando scrivo qualcosa, quando lo faccio per diletto, per voglia o perché mi dicono di farlo, cerco sempre di mettere il lettore al centro di tutto. Praticamente così: nessuno mai in Italia prima d’ora ha messo il lettore al centro di tutto meglio di me. Il mio ego viene dopo. Parecchio dopo. Vabè parliamo di figa va. Man mano che l’Italia si accascia, nella sua caduta libera verso il terzomondismo, di positivo c’è soltanto una cosa: che il festival di Sanremo brilla come non mai. Anche oggi si fa la storia, sempre si fa la storia, se è questo che vuoi sapere. E di questo siatene contenti, cioè proprio sguazzateci dentro a questo momento d’oro. E’ questa la Golden Age italiana. Perché magari, e spero di no, tra qualche anno finisce in merda e perdiamo la verginità. La verginità è noiosa. Vai Sanremo e fai il tuo, invece di appiattirti sul modello che il festival t’impone. Io sogno di presentare Sanremo con i Verdena che ballano per 30 minuti su un pezzo alla Godspeed suonato dagli Amari diffondendo un concetto di democrazia del ballo con una coolness pazzesca (“La democrazia partecipativa, i parlamentari sono i nostri impiegati, mandiamoli a casa, quelle robe lì. Il qualunquismo.”) e il mio amico Bradford Cox come ospite internazionale nella serata dei duetti. Mi piacerebbe entrare nella “palla” con lui e i Last Poets e camminare sopra il coordinatore di redazione di Vice. Era l’inverno del 1995 quando io ed Damon Albarn cominciammo a discutere se fosse o meno il caso di inserire il sottotitolo “The Indie Backstage Knowledge Magazine” su una rivista che avremmo dato alle stampe di lì a qualche mese. Siamo stati la prima rivista al mondo a dare una copertina al backstage dell’ATP, i primi a mettere in copertina il cazzo di Berlusconi. Un cazzo tanto lungo quanto denso. Per dirla come The Quietus: lo stato dell’arte della politica nel 2000. Capolavoro assoluto. Col servizio fotografico che abbiamo realizzato sul cazzo di Berlusconi sono stati fatti i manifesti per campagna elettorale del 2001. Ero un ragazzino con i capelli rossi e la faccia da cazzo tipica di chi non ha paura di nulla, il giorno del mio diciottesimo compleanno ho intervistato i Pixies scrivendo “Diventeranno grossissimi e voi rosicherete per quella volta che sono venuti a suonare sotto casa vostra e non ci siete andati”. Dieci anni dopo i Pixies hanno intervistato me, eravamo nel backstage del Coachella, Steve Albini (cerca su Google chi é) me li presenta e iniziamo a parlare degli argomenti di cui ci piace parlare: storie d’amore impossibili, canzoni del cuore, libri che abbiamo letto, film che conosciamo a memoria e idoli che amiamo venerare. La vera differenza tra chi respira/odora/condivide e quella crew di illuminati in Italia, tipo Federico Guglielmi e Fabio De Luca, che progettava praticamente tutta l’industria musicale italiana é la coerenza ma soprattutto: l’essere figli del tempo che passa. A un certo punto Steve ha visto che lo fissavo preoccupato e mi ha detto chiaramente col labiale “Ma che cazzo dicono questi, è dolce perdersi nella vertigine di nomi di supernicchia e superculto e scoprire generi di cui si faticherebbe a ipotizzare l’esistenza, un florilegio di definizioni che sono tanti grimaldelli nel cervello, un universo sconosciuto al 99% di chi ogni giorno calpesta questo pianeta, costellazioni di scene, etichette, festival che nel nome di una visione continuano fieramente a operare al di fuori da ogni tracciato”. Cercare di spiegare cosa succede nei backstage a chi non ha il knowledge è sempre un’attività molto scomoda e che lascia il tempo che trova, per cui eviterò di elencarvi che cosa voglia dire. O sei dentro la faccenda oppure puoi solo stare a guardare. Ho sprecato tante righe per cercare di raccontare cosa rappresentasse e cosa significhi Steve Albini per me, poi un giorno ti svegli, lasci partire un brano di Jon Hopkins e scopri che lì dentro c’è davvero tutto e per giunta espresso con pochissime parole: generazione di merda, Nike Blazer, attualità, politica, storie strane. Ogni altra parola risulterebbe pleonastica e fuori luogo, per cui facciamo così: prendetevi dieci minuti, schiacciate play, e provate quello che ieri abbiamo provato noi. Non sarà la stessa cosa, ma vi giuro che ne è valsa la pena. Perché in qualche modo lo Steve Albini che ho conosciuto io è quello dedito all’autocelebrazione, quello che porta a termine concerti impeccabili, ma forse poco avventurosi. Spesso si ha la sensazione che la sua cifra stilistica si basi quasi del tutto sul cercare di fare le cose come le farebbe Kanye West. Il punto è che Kanye West le ha quasi sempre già fatte. E meglio. È un fatto di attitudine al mestiere oltre che di qualità della scrittura. Mentre ieri invece mi sono trovato di fronte un tizio, al solito, con pazzesche doti da entertainer, ma pure con una voglia di suonare davvero senza eguali. E per la prima volta ho avuto la sensazione che Steve volesse dimostrarmi qualcosa. E ce l’ha fatta, fratello mio.

Te la metto da un altro punto di vista: mentre tu ballavi breakdance con Jake La Furia al parchetto, io ascoltavo musica pesa & violenta, sludge metal o SGRATTOA-RUSTY o certa Relapse d’accatto, e c’erano il pogo e lo stagediving. Miley Cyrus, una ragazza con cui limonavo all’epoca e per cui ho versato badilate di sangue, anima, corpo, sperma, sudore, vita ed emozioni veri, cercò di vendermeli in termini tribali, ma non ha funzionato. Eran periodi che tu e Rollins su Rumore scrivevate tirate sull’ultima Maserati di Cilìa o stroncavate un po’ lo stile neo-kosmische di Sandro Giorello, microvariazioni inesistenti su un tema che già come linee generali è poco interessante. Questa cosa per me nel pop è visibilissima: un vecchio articolo sanguinoso di Lady Gaga su Marina Pierri, una delle prime se non la prima voce femminile che sentivo, capostipite IMHO della comunicazione cosmogonica, è scomponibile. E poi comunque tornare al passato, volendo, è pure di moda, quindi stare al passato è anche stare al presente. E uno reagisce normalmente dicendo: “La musica de I Cani è un groove alieno che nasce e cresce in non-luoghi tipo l’Interzona di Burroughs, un funk trasfigurato e reso scheletrico dal recente trattamento rivitalizzante, tipo la vecchia liftata di Brazil ma con una pacca che farebbe saltare anche i morti al cimitero, come una jam tra Fela Kuti e uno squadrone di androidi, in mezzo improvvisi squarci angelici di luce pura da far scappare via piangendo i Popol Vuh, col cazzo che me li perdo”. Mi sbaglio?

Baby, mi stai chiedendo se si stava meglio quando si stava peggio? Ok, facciamo che io raccolgo 20 tra i miei pensieri sparsi su scrivere di musica in una frase di senso compiuto e voi, che siete lettori 2.0 oltre che lettori di senso compiuto, li mettete in ordine: 8. Quando il prete entrava in zona “Sms alla Madonna” dicendo che un giorno i deboli avranno il potere, noi eravamo a fare a botte con i rettiliani, nascosti dentro i Crop Circle. 3. Che praticamente è la fotografia di un’epoca intera. 7. Con un sorriso sulle labbra e uno ‘sti cazzi a margine, come andare a puttane con Spitty Cash tre giorni dopo che hai pianto perché la tua ex ti ha mollato per uno dei tuoi follower. 11. Col nostro stronzo coraggio. 5. Spiego meglio al popolo: il sistema va a puttane e tu puntualmente ascolti musica brutta alla radio invece di mettere su uno dei dischi fondamentali che ti ho consigliato. 18. E voi potete pure andare tutti dove vi mandano gli Zen Circus. 20. E se non vi piace la primavera… cosa ci fate ancora qui? 6. La mossa più rivoluzionaria che ti resta, l’arma segreta è: fare alla cazzo quel che ti piace fare bene. 1. Ogni mattina in Italia un coglione si alza e scrive stronzate sull’hip hop religioso. 12. Soprattutto se sei uno stronzo cresciuto in provincia e non ti sistemi gli slip dopo che ti sei scopato la mano. 16. Scusate, sono fatto così. E me ne vanto pure. 13. Qualcuno dirà: c’è solo una cosa che cresce in mano agli altri. 10. In questa grande provincia. 17. Ma farsi il ciuffo rosso forse è troppo azzardato ora che i miei coetanei si avvicinano ai posti di lavoro seri, tipo mignotta o twitstar. 19. Premesso ciò, piaccia o no fuori c’è la primavera. 4. E della sua stessa fine. 9. Psichedelia pura. Ma per davvero. 15. Una volta a carnevale mi sono vestito da Mirko di Kiss me Licia con calzettoni alla Tyler The Creator. 2. Che è americano, come gli R.E.M. e gli Wilco. 14. Ma dopo il terremoto in Giappone si è ridotta di un milionesimo di millimetro.

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Io ho iniziato a leggerti che avevo sei anni e tu bazzicavi da anni i backstage di mezzo mondo divulgando una teoria un po’ traballante secondo cui le declinazioni più evidentemente postfasciste del fashion anni ’80 siamo da far risalire al club di Topolino. La prima cosa che si nota nella roba che scrivi è che ti piace musica i cui testi parlano di sfondarsi di trombi, odiare Cristo, disprezzare il capitale e poco altro. La mia idea è che qualsiasi gesto che compiamo in maniera non-etica, magari per guardare al portafoglio o perchè è più comodo, per certi versi allontana la musica dal suo scopo principale, che credo tutto sommato sia ancora stare bene tutti quanti ascoltandola e magari sentirci vicini l’uno all’altro in maniera (questa sì) molto cattolica. Questo è un punto che fa malissimo anche a me, e tra l’altro ne introduce un altro, che è quello generico del fatto che vedere Enrico Ruggeri che fa il cameriere intimista a un ambito heavy-psychedelico tende a stamparti in testa una dimensione “umana” del personaggio che o non fitta, con la dimensione istituzionale/artistica che lo stesso Ruggeri vuole dare dalla sua apparizione/trasfigurazione a Sounds of the Universe in poi. Gli Slint sono gli Slint anche perché Carlo Bordone a un certo punto se n’è fatto carico e ne ha iniziato a parlare. Mi sbaglio?

Se sei uno di quelli cresciuti a pane e melodie storte, uno con il poster dei Pavement in camera e una C74 dei Dinosaur Jr in macchina, negli anni in cui certa musica era davvero una cosa per pochi (Perché nel 1993 essere indie voleva ancora dire essere tutto e niente), allora sai di cosa sto parlando, sei dei nostri. Noi siamo questa roba qua, e siamo sempre stati questa roba qua. Piaccia o no, siamo – tutti, da sempre – dentro un vero e proprio sistema in cui, alla maniera greca, ciò che é bello é anche buono e ciò che é brutto é anche cattivo. È lo stato mentale che è da addetti ai lavori, tutti sono convinti di avere un ruolo e di contribuire. Gente che crede che parlare dei fatti propri, dire le parolacce, e partire per la tangente sia sinonimo di fico, e invece spesso è solo patetico. Quelli cresciuti acquistando ogni disco marchiato Dischord o Touch & Go. Ecco, se siete giovani e “OK Computer” non suscita in voi ricordi diversi da quelli scritti qui sopra, forse è il caso di andare tutti affanculo.  Ci sarebbe da spaccarsi il cuore su un tavolo e sedersi a scartare ciò che c’è dentro, da una parte le mosche morte intossicate dal fumo e dall’altra le farfalle col glitter, con la stessa pazienza con cui mia nonna divide le lenticchie buone da quelle andate a male. Il fatto è che il discorso è serio. Serio anche per quelli come noi che si considerano “ascoltatori smart”, capaci di orientarsi con scaltrezza e consapevolezza in quel dedalo che è la “musica telematica” grazie al knowledge. Il knowledge. Quelli che destreggiandosi tra la semplicità di una vita con le tende Ikea e le ballate dell’odio che poi altro non sono che una costante dichiarazione d’amore per il rap italiano, considerato sfigato come poteva essere visto un album degli ATPC da un teenager che ascoltava le Spice Girls o Take That, un teenager che si emozionava a vedere anche solo le foto di Neffa con il giubbottone e il cappellino di lana, seduto su un vagone vuoto di un treno. Noi, i fissati che anche quando scaricavano da emule o soulseek poi i dischi correvano comunque a comprarli. Quelli che facevano new new wave nell’epoca giusta, poi hanno cominciato a mischiare le carte utilizzando ritmiche hip hop e dubstep quando era diventato fico usare ritmiche hip hop e dubstep, e ora si sono spostati verso sonorità più rarefatte e che strizzano l’occhio alle produzioni di This Heat e Talk Talk. This Heat e Talk Talk. Spice Girls e Take That. Take This e Talk Girls. Ma non è questo il punto. Qui la keyword è: il knowledge. A proposito di parole che magari non sono totalmente chiare a tutti, proviamo a prendere dal dizionario personale di Wad, che guarda SEMPRE sia al futuro che al passato e traccia una linea, una definizione a queste tre:

a) club banger = “una traccia che pur essendo molto brutta/bella funziona molto bene in un club, estratta da un album scurissimo, nervoso, algido, urticante come i Testimoni di Geova e quasi interamente basato sui sintetizzatori, un vero e proprio atto di autodeterminazione, puro coraggio che gravita intorno a un’idea di suono precisa e con ben poche concessioni al mondo esterno. Bisogna scegliere da che parte stare, scegliere la parte giusta.”.

b) hipster = “il nuovo modello di scooter della Malaguti, quello sulla bocca di tutti, atteso come i Testimoni di Geova aspettano la seconda venuta di Nostro Signore. Scorre leggero come una bibita gelata bevuta a 40 gradi all’ombra nell’epoca in cui la musica si consuma veloce come un pasto da Burger King. In entrambi i casi ti viene la diarrea. Io amo il piatto dove mangio, ma ne riconosco i limiti e ne apprezzo la diversità.”

c) limonare = “spremere molti limoni per farsi venire la gastrite o evitare la diarrea. Diarrea leggera italiana, quella buona. Quella che non piace a Luzzato Fegiz e ai Testimoni di Geova. A parole non rende, bisogna farlo. Io credo sia importante imbarazzarsi per quello che si fa nella vita, per quello che si mangia.”.

Se parti dal ruolo dell’ascoltatore tocchi un altro nervo che per me è scopertissimo, nel senso che per me è abbastanza chiaro che la moralità di chi ascolta è compromessa quanto quella di chi suona – anche se non ne parlo abbastanza. Riflettevo su questa cosa leggendo l’ultimo articolo di Pop Topoi prima di vincere i Macchianera: un sacco di questa gente, tipo Enzo Polaroid (il cinese con il naso sulla fronte dell’indie italiano), ha dato il meglio in una fase in cui non sapeva cosa voleva diventare, anche se aveva ben chiaro da cosa volevano fuggire, ancora una volta parliamo di un’esperienza comunicativa ai limiti dell’autismo, poco più che un momento di brutale autoanalisi raccontata dalla bocca di un protagonista da cui chiunque con un briciolo di intelligenza sociale girerebbe al largo. Voglio dire, fino a venerdì scorso pensavo che il meta-hip hop avesse rotto i coglioni e la soluzione fosse quella di prender su armi e bagagli e fare la propria cosa malcagata come il manifesto sull’eiaculazione precoce disegnato da Zerocalcare. Ho un’altra domanda dentro, ma è troppo scottante per riuscire a tenerla dentro e covarmela nel mare delle ipotesi. E poi c’è anche un altro discorso legato al fatto che probabilmente mai come adesso il rap s’è scrollato di dosso l’hip hop, e ormai tra rap e hip hop ci passa più o meno la stessa differenza che passa tra dare fuoco a una chiesa e dover aspettare tua mamma per accendere il fornello sotto la pentola dell’acqua (e sia comunque messo a verbale che lo staff di Bastonate, messo a scegliere forzatamente tra chiese in fiamme, nazismo di ritorno, Satana, omicidio, suicidio, sniffare carogne di animali e pasta al ragù sceglierà sempre e solo quest’ultima) e quindi in qualche modo diventa cultura pop più che sottocultura pop, e quindi mi fanno male i pezzi come il tuo di cui sopra perchè in qualche modo mi negano questa cosa e mi impediscono una parte di flusso… no? Una specie di rivoluzione estetica condotta all’interno del canone estetico dell’ancien regime in cui tutto sembrava porno e senza quell’impeto criminale che trovavi nei cartoni spacciati illegalmente nei pomeriggi delle varie Odeon TV. Mi sbaglio?

La dico? La sparo gigante? Mi interessa bazzicare solo i backstage che riflettono legittimamente la percezione che una band ha di sé stessa e della propria esistenza. Se sceglierete di attenervi a questo principio cardine, allora mi farò un culo così per frequentare il vostro backstage, buttando evidentemente nel cestino i NoFest, gli Handmade, gli Abbassa, i Soglianois, i Summer Days, gli AntiMTVday, gli Indierocket e tutti i festival senza backstage. So che ci sono così tanti miasmi e nauseabonde cazzate in questo ambiente, che ho davvero perso la speranza in ogni cosa, in qualche maniera. Questi sono tempi duri per tutti (É scritto, non l’ho deciso io) e i backstage dei festival indie sono piuttosto in basso nella lista di cose che hanno urgente bisogno di miglioramenti MA SE e SE il punto di questo festival è riconoscere il lavoro musicale compiuto nel nome di qualcosa di diverso dai soldi facili, bè allora forse il prossimo festival dovrebbe essere organizzato in un postaccio, senza i loghi delle aziende e i signori del mercato culturale. Di base a me sta sul cazzo il manicheismo, il pensare che ci siano cose giuste e cose sbagliate. Mi piace lasciare spazio agli incidenti e al caos. Anyway, è chiaro che la sensibilità subisce quotidianamente degli update, e l’etica ci affonda tra le conseguenze. Quello che era iniziato come un festival indipendente, è affondato in un labirinto di sangue, distruzione e inferno. E’ stata come una grande tragedia, greca o shakespeariana. Oltre che molto funk. Come me quando scrivo. Un backstage impeccabile, in cui ogni groupie e cassa di birra sono al posto giusto e ogni divanetto è identico al precedente, non è un’impresa. Qualsiasi idiota con abbastanza pazienza e un budget che gli permetta di fare una tale idiozia può farcela. Io preferisco frequentare backstage che aspirano a cose più grandi, come l’originalità, la personalità e l’entusiasmo. E il knowledge.  L’argomento è gigante, leggi “BACKSTAGE KNOWLEDGE SUXXX – Segni fortissimi, strette di mano, chitarre tonanti e schiene spezzate” e poi richiamami.

 

 

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