Il metal stiloso delle donne nude e dei gufi e dei teschi e quanto cazzo fa vomitare il tutto.

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Il nuovo (si fa per dire, è uscito il 25 marzo, per le tempistiche dei blog è il cretaceo) disco dei norvegesi Kvelertak non è un granché. Cioè è un disco anche carino e tirato con dei suoni carini e tirati (Kurt Ballou, figurarsi), ma in generale suona un po’ come il classico disco che dieci anni fa, mica venti o trenta voglio dire, sarebbe finito nei box di recensioni da una riga delle riviste metal di seconda categoria. Questa cosa io continuo a non riuscire a contestualizzarla: non è possibile che il talento e la personalità si siano estinte all’improvviso e senza lasciar tracce, così come mi sembra stupido che un gruppo di musica pesante non abbia come obiettivo quello di farci ascoltare musica che prima non s’era sentita, preferibilmente più violenta di tutto quel che abbiamo ascoltato. Kvelertak, per carità pure un buon gruppo, sarebbero sopravvissuti a malapena in un periodo di teste di serie, cagato più o meno sì e più o meno no in un campionato di serie B e relegato ad una cerchia di nostalgici infoiati con l’heavy metal e lo stoner.

Volendo farla semplice è anche possibile trovare un punto d’inizio a tutta la faccenda: a fine anni novanta il roster di Relapse inizia a smettere di essere concentrato sul metal estremo e l’etichetta inizia a mettere sotto contratto qualche gruppo di confine, pescando un po’ dalla new school dell’arcòr e un po’ da certi residuati bellici del noise americano stile Unsane e Neurosis. Quel che sembrava poter essere un gruppo culto dell’etichetta nei primi tempi erano tali Mastodon: un paio di membri transitati nei Today is the Day di In the Eyes of God si trasferiscono ad Atlanta e mettono insieme un gruppo nuovo, bellissimi il primo mini Lifesblood e l’album Remission, forse anche più bello il seguente Leviathan, e da lì in poi i Mastodon diventano un genere musicale: aggro-metal sudista con fughe strumentali anni ottanta e batterie stortissime/spessissime. Ascoltare i Mastodon nel 2004 era ancora ascoltare musica estrema e (per certi versi) mai ascoltata prima, o forse era già revival ma di una personalità così intensa da non porre dubbi sul fatto che fosse roba vera. Il successo, i dischi successivi e i gruppi affermatisi sulla loro scia (Baroness, Torche e affini) dimostrano a sufficienza che non bastano un po’ dimostrano che non bastano due dischi fighi e un po’ di personalità a fare un movimento musicale.

Dieci anni dopo, paradossalmente, quello dei Mastodon continua a venir considerato un esempio da seguire. Tra l’altro ormai per decodificare i gruppi non serve manco più ascoltare i dischi: basta il jpeg della copertina. John Baizley (grandissimo illustratore per carità) nel giro di una decina di album è diventato una specie di garante di questa mediocrità della forma e dell’assenza di sostanza, una specie di Pushead senza i polmoni. Aiuta senz’altro il fatto che il gruppo in cui suona è la quintessenza di questo svilirsi della musica intorno a dei concetti puri, ma appena ti trovi davanti una copertina con quei colori tenui e le donne nude e i fiori e i gufi sparsi in giro sai che dopo dieci minuti di musica s’inizia a sbadigliare. Stessa cosa alla prova dell’ascolto: Meir è senz’altro più a fuoco del disco precedente dei Kvelertak, e questo probabilmente è un male: se il disco di tre anni fa suonava come una promessa di cose a venire, questo è la dichiarazione d’intenti di qualcuno che ha deciso di starsene in panciolle per il resto della propria carriera. Urloni, chitarroni, qualche fuga strumentale e vaffanculo: si arriva a fine disco a malapena, si rimette il disco di malavoglia, si spegne dopo un paio di pezzi e s’inizia ad inveire contro gli scandinavi in generale (tra l’altro i Kvelertak vengono dalla stessa città di MoHa! e Ultralyd).

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E i Kvelertak sono ancora fighi se consideriamo che in giro esiste roba che guarda ai Kvelertak con la bava alla bocca e riceve comunque quel tanto di esposizione. Prendiamo gli Howl, gruppo di Providence attivo da più di un lustro che ha cagato il secondo disco su Relapse manco un mese fa. L’album si chiama Bloodlines, la copertina è di Ryan Begley (un John Baizley dei poveri, donne + teschi + uccelli ma un po’ più psichedelico e horror e sangue) e la musica è una specie di rock’n'roll anabolizzato e caricato di growl che chiunque abbia ascoltato gli Entombed da Same Difference in poi può tranquillamente considerare un insulto personale. Quello che infastidisce è l’estetica generale del tutto e il modo in cui anche questa si inserisca così a peso morto, stile c’è posto per tutti i cagnacci di questa terra, in quest’estetica di classicismo heavy metal aggro-core alla Mastodon che tanto non c’è niente di meglio a cui guardare. Quello che infastidisce di più è che -sostanzialmente- è vero: o guardi ai Mastodon o a roba più vecchia e deprimente tipo Neurosis o Converge o DEP, o ti chiudi in cameretta a fare “il black metal”. Vaffanculo.

Film giapponese a 3 euro

il messaggio del film è che limonare per forza non è bello, ma io non sono mica d'accordo

il messaggio del film è che limonare per forza non è bello, ma io non sono mica d’accordo

Quando leggerete questo pezzo non ci saranno più film giapponesi a 3 euro nelle sale, per cui se questa recensione voleva essere una missione, è miseramente fallita. E’ questione di tempo e tempistica. Confessions esce nei cinema nella settimana in cui si può anche decidere di guardare una troiata cosmica perchè tanto la paghi 3 euro epperò questa Festa del cinema è anche un’ottima occasione per far fuori un po’ di titoli difficili e anomali: Iron Man è fuori da 3 settimane e chi si doveva lamentare s’è lamentato, il resto è fuffa (Rubini, RZA) o roba potenzialmente interessante (Larrain, Mereu) ma dallo scarso appeal per il grande pubblico. Di sicuro le malvagie multinazionali della settima arte non si bruciano uno star trek 2 a 3 euro quando si sa che incasserà l’iradiddio tra un mese. E’ anche giusto così: un film di Tetsuya Nakashima (chi?!) te lo vai a vedere quando te lo tirano in schiena, non ci spendi certo 7 sacchi. Però non lo va a vedere comunque nessuno, perchè è un film di due anni e mezzo fa e il suo pubblico naturale se l’è già sparato in v.o. e cercherà di dissuadere tutti gli altri con argomenti del cazzo ma sensati (“te lo guardi DOPPIATO (LOL) quando c’ho il blu-ray rip a casa da un anno e mezzo?”) e perchè è distribuito dalla friulana Tucker in 14 sale in tutta Italia, di cui 5 sono in Friuli Venezia Giulia. Chi diavolo vuole andare in Friuli Venezia Giulia? Io di sicuro no. A Udine una settimana fa c’erano 12 persone in sala, a Monfalcone 2. E in generale sembra che l’ovvio incremento di biglietti staccati per il prezzo ridotto non abbia favorito granchè questo tipo di uscite. Questo non per criticare la specifica scelta di piazzare Confessions nella Festa del Cinema (anzi, ha senso), ma per constatare che l’offerta da parte di esercenti e distributori sembra arrivare troppo tardi e il pubblico ormai sa muoversi e si muove in altro modo.

Il film, naturalmente, meriterebbe di brutto. I distributori potevano giocarsela di più sulle analogie con le vendette di Park Chan-wook (“Dopo Mister Vendetta, Lady Vendetta e Old Boy (Vendetta!) il nuovo film di un altro regista! Confessions! Vendetta!”), ma sarebbe stato fargli un torto. Certo, qui una professoressa delle medie a cui è morta la figlia organizza una sorta di lezione-vendetta (!) contro i responsabili, ma in realtà si parla di Tempo e tempistica. La linea degli eventi è rigorosamente una, gli snodi dove i personaggi potrebbero operare la proprie scelte sono tanti e questi momenti vengono fissati, amplificati al rallentatore, incorniciati in scorci di passato e quindi i vari salti e flashback sono il festival dei rimpianti e delle riflessioni sulle conseguenze delle proprie azioni. Come in Bioshock Infinite si affronta un viaggio che è una ricostruzione di memorie ed elementi già determinati in cui le sfumature fanno emergere motivazioni, dolore e umanità per farli confluire in un unico desiderio di riavvolgere o cancellare il Tempo. Ma è tutto in funzione di una magistrale lezione morale sull’unicità della vita che non ha bisogno di trucchi, consolazioni karmiche alla Cloud Atlas e, vivaddio, cinismo. E non ci sono sacchetti di plastica che volano a ricordarci la necessità di una rifondazione dei valori, ma il film si basa su un ping pong tra le opportunità e le crudeltà della giovinezza, su una logica ferrea di azione-reazione che non ha la presunzione di prometterci un aldilà di onniscienza, ma ci schiaffa in faccia la tragedia del caos comunicativo della nostra epoca. E le ipocrisie sull’educazione e sull’innocenza.

Confessions è anche un film che usa un pezzo dei Radiohead senza che il regista sia uno scarso, un volpone televisivo  o un critico musicale passato alla regia, cioè uno scarso. E sì che Tetsuya Nakashima era un furbetto di quelli veri, quando sapeva di esser bravo e girava simpatici fanservice clippari come Kamikaze Girls o quando dilatava il melodramma puccioso di Memories of Matsuko all’infinito. Epperò proprio il finale di MoM era lì a suggerirci che il giapponese ha due palle così quando si tratta di prendere posizione e di offrire un percorso morale che gioca sì sul contrasto, ma senza essere meschino. Che è il punto in comune con i migliori lavori di Park Chan-wook (Mr Vendetta, soprattutto), ma poi basta, visto che i personaggi del regista coreano sono spesso mossi da una purezza di fondo quasi meccanica, mentre con le qualità e le mancanze dei ragazzi e degli adulti di Nakashima è più facile empatizzare proprio perchè ogni momento decisivo viene minuziosamente dipinto o ripescato, contraddizioni comprese. Facile che sia stato questo amore per i dettagli e per i suoi personaggi che ha stregato Michael Mann (“a Japanese masterpiece.  Frighteningly, formally rigidly controlled, it’s unheralded high art.”), prima ancora della messa in scena o dei climax stordenti. Come quello della lunghissima, spettacolare sequenza iniziale: venti e passa minuti di esposizione dei fatti soffocati da un noise in crescendo e girati come un finale a sopresa mentre invece è stata appena rovesciata sul tavolo la scatola del puzzle e i pezzi sono neri, ma il quadro sarà abbagliante.

disco dell’anno.

Ultimamente l’indie rock va considerato come un gioco di sottoinsiemi e sbucciato come una cipolla. Non è proprio una metafora ma ci andiamo vicino. Prendi quello che viene definito indie rock e togli tutti quelli che è definito così per convenzione, la roba major, la roba indie distribuita major e tutto il resto. E questa è la discriminante di base, poi si va a pescare nei sottoinsiemi in maniera arbitraria: ci sono quelli che tendenzialmente scendono a compromessi e quelli che tendenzialmente no; scegli quelli che non, dividi tra gruppi storici e gruppi di nuova formazione, scarti questi ultimi, rimane una ventina di nomi. Di questi prendi quelli che non si sono riuniti negli ultimi dieci anni ma hanno continuato sempre –a fasi alterne, coi loro ritmi e quant’altro- a lavorare. Dopodiché decidi di considerare quelli che (nonostante non siano major, non scendano a compromessi col mercato, non si siano mai sciolti e lavorino con costanza) ogni volta che li vedi salire sul palco sono contenti come dei bambini. A questo punto ti ritrovi in mano (se non erro) due sole carte: Nomeansno e The Ex. Non a caso fanno parte più o meno dello stesso giro: hanno fatto il punk, hanno superato il punk, hanno iniziato a imparare a suonare, sono diventati musicisti della madonna, hanno collaborato con un sacco di gente e stanno ancora a scaricarsi il furgone in posti improbabili di provincia, poco prima di salire e dare la paga a qualunque altro gruppo abbia mai suonato una chitarra in pubblico. C’è anche da dire, comunque, che i Nomeansno non pubblicano un disco da sette-otto anni, mentre gli Ex continuano a sparare sul mercato dischi bellissimi nell’ordine di uno o due all’anno. Quella di cui andiamo a parlare, in ogni caso, è un’occasione speciale: la formazione che incide il disco è la stessa che abbiamo visto l’estate scorsa in giro per l’Italia e si chiama THE EX & BRASS UNBOUND (obbligatorio il caps lock). È composta dagli Ex, ovviamente, nella nuova formazione con Arnold de Boer che canta e suona una chitarra in più; e da un quartetto di fiati composto dalla miglior gente sul mercato: Ken Vandermark, Mats Gustafsson (il quale per il secondo anno a fila suona nel disco dell’anno: nel 2012 era quello di Neneh Cherry & The Thing), Roy Paci (che emenda in un solo colpo tutto una decina d’anni di Puglia Sounds e Concertoni del Primo Maggio) e Wolter Wierbos. È un disco degli ultimi Ex, molto solare e al contempo molto politico nei testi, che tira botte in faccia dall’inizio alla fine. Fate conto di ascoltare un disco tipo il primo con Getatchew Mekuria ma composto solo di otto variazioni della prima traccia. È roba che sprizza amore per la musica e presobenismo in qualunque solco si metta la puntina del disco: suona dritto per tutto il tempo, con Katherina Bornefeld sempre più in primo piano rispetto al resto del gruppo. Enormous Door è esaltante soprattutto per come riesce a devastare ogni pregiudizio sul mefistofelico incrocio tra punk e fiati, svilito da vent’anni di ritmi in levare e terzomondismo a poco prezzo: sentite come si intrecciano nel sensazionale Theme from Konono n.2 (alt-version di una jam uscita originariamente su Turn) e nella reprise di Bicycle Illusion da Catch My Shoe. Roba che ridefinisce il concetto di classe, puro e semplice.

 

Quello che più preoccupa è che di fronte agli Ex cadono le credenze più basilari che abbiamo. Gli Ex sono in giro da quasi trentacinque anni, io li ascolto assiduamente da quindici e sono assolutamente sicuro di non averli mai considerati più in forma di oggi. Nessun altro che produce musica oggigiorno, siano vecchi arnesi del rockenroll senza data di scadenza o giovani punk senza radici ma con un sacco di fotta, NESSUNO suona così fresco e concentrato su disco. Come sempre, ha  ragione Steve Albini:

Mos Maiorum: Random Access Memories

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Finalmente i Daft Punk hanno fatto un disco per padri di famiglia che tornano a casa dopo una settimana di lavoro nelle Marche e non sapendo che comprare per il figlio piccolo prendono un balocchino all’edicola sotto casa, poi salgono su e c’è ancora il tavolo in formica. L’antigiovanilismo di questo “corso live” dei DP mi pare essere un sorrisino + coppino a quanti per anni hanno visto in loro l’estro dell’edonismo automatizzato, oppure a quanti non hanno digerito l’ingerenza della cultura rock in tutte quelle case che sembravano solo nostre, entrata così, senza nemmeno conoscere Underground Resistance o DJ Pierre – un processo di democratizzazione organica, che ultimamente ha segnato addirittura un genere intoccabile come la techno militante, ma che la gente dell’epoca dei negozi-di-dischi continua a digerire male (forse per rispetto dei soldi spesi, chissà). La cosa divertente è che i DP incarnando da anni questo movimento di apertura alle masse, nella loro forma architettonico-molare, hanno, per il rovescio della medaglia, incarnato anche la disillusione dei più credenti, traghettandoli nella blog-generation e mettendoli davanti al fatto compiuto che pur sempre di musica-per-ragazzi si tratta. D’altra parte la maniera produttiva dei DP ha sempre stigmatizzato la parte più rozza degli ascoltatori (di ogni genere e competenza) fino ad astrarlo meccanicamente, i titoli quasi monosillabici dei loro pezzi, la semplicità dei gesti delle mani e delle teste, una chiarezza quasi da capogiro. E’ come guardare la normalità così da vicino fino a renderla metafisica: guardi dentro al microscopio, vedi una mollica di pane o una caccola – il massimo pensabile di realtà plastica – e ti paiono invece corridoi geometrici, forme astratte dei sogni che fai la mattina quando sei stato troppo alle luci blu dei monitor la notte prima. Alla fine, ossessionato dalla ripetizione, vedi te stesso. E si capisce benissimo che possa far tremare le gambe un complesso di così grande richiamo internazionale che cambia prospettiva e fa lo stesso disco di sempre invertendo però il microscopio per fare della visione dell’iperreale un monumento alla quella normalità mandata a memoria da anni e anni, attraverso la televisione o i dischi odiati dei nostri padri – qualcuno forse aveva anche Flash Gordon dei Queen o un best of di Stephen Schlaks nelle edizioni omaggio allegate a Class. Ovviamente nello scarto percettivo che passa dal vecchio cono d’ombra fantasmatico del “troppo reale” al suo contrario, cioè fondamentalmente ridicolizzare la sega mentale di tutti quelli che vedevano nei DP l’astronave kubrickiana (disillusione stavolta in “presa diretta” che Random Access Memories rappresenta con grande puntualità, va detto), si doveva evitare la concessione ad un certo immaginario che qualcuno potesse additare come “retrofuturibile” o ancora peggio “nostalgia del futuro”, “disco-melò eighties” o qualsiasi altra cretina definizione tumblerissima, tutto ovviamente perennemente di modissima in un campo da gioco che fa del riciclo delle tendenze, della tensione sessuale traslata nell’identificazione con immagini e cantanti preferiti il motore di tutto. RAM, vittima e carnefice, riesce abbastanza in tutto questo, e d’altra parte come potrebbe fallire se l’idea fatata è quella di fare un disco di pop-rock FM fitto di guest star ingaggiate con la stessa spudoratezza degli Unkle dieci anni fa, unendo il tutto alla non-musica (intesa come musica “di passaggio”, senza nessuna identificazione territoriale) delle colonne sonore imparate con Tron. Personalmente mi pare che manchi il bersaglio solo dove effettivamente qualcosa si concede al pubblico dei figli (Lose Yourself To Dance, docile motivetto Zapp e l’insopportabile sculettìo indie del pezzo con Panda Bear), il resto è più o meno tutto tesissimo. Particolare menzione per questo nuovo senso narrativo, il gusto per lo sberleffo, per il pezzo mutante con colpo di testa incluso che ti fa sbottare e divertire in compagnia, minando alla radice le convinzioni di tutti quelli che nei pezzi dei DP vedevano una compattezza ieratica da tramandare attraverso i simboli. In questo senso RAM ricorda un po’ il bellissimo Album dei PIL con Steve Vai dentro, che dopo una carriera che sembrava fatta apposta per guadagnare la stima critica degli intellettuali alla fine hanno invece guadagnato solo la mia. L’attacco di Give Life Back To Music è quanto di più paternalista si possa immaginare, con la batteria settata su Sì viaggiare di Battisti a fare il paio con la successiva The Game Of Love che sfebbra un corpo dalle labbra ormai blu per i troppi Dalla-Morandi mandati giù senza masticare e il vocoder che segue forse la linea vocale di un Vittorio Salvetti in ritorno dall’oltretomba. Giorgio By Moroder si presenta come un profumo di marca e occhei la parte bloody tagadà piacerà a tutti ma è nella seconda metà che setta la paranoia per il tecnicismo in un gavettone ironico che durerà fino alla fine del disco. Pharrell è così fuori di moda che Get Lucky rischia di far star bene proprio per questo, sfocia nel loop-prototipo già sentito nel teaser di SNL e potrebbe andare avanti per sempre. Ad un certo punto ci pare di sentire il jingle di Riccardo Corredi da qualche parte, poi ci sanguinano le gengive, una fitta, Within ci fa piangere pasta di Fissan, alla fine arriva Touch che parte a metà tra Pavarotti & Friends e Kate Bush senza Kate Bush poi è d’un tratto capodanno con Demo Morselli che smascella peso in bad trip, inaffrontabile per chiunque abbia avuto a cuore Human After All, noi piangiamo ancora di gioia fino a scollarci la cartilagine dalle adenoidi mentre il pathos batte sempre più duro e sempre più finto fino a metterci a novanta come usava fare Winner Takes It All degli Abba, ma con ancora più tramezzini smangiucchiati e pizzette fredde a stringerci il cuore. Pezzo di grande vitellonismo, compresi i momenti di down, col corrispettivo umorale che prosegue in Beyond, pulisce subito il campo dai giovinetti con un intro alla Ben Hur da far allegare i denti e dopo smazzuola duro al fegato con ravensburger dreams puri come il cristallo. Il bambino vede il padre, forse manco lo riconosce, accetta il giocattolo pure se gli fa cacare, si dinamizza l’aspetto narrativo e la lezione disney-drama di Tron si fa spessa fino alle scope e secchi d’acqua di Fantasia in Motherboard, tra bellissima bigiotteria world e Libro Cuore. Supercollege Fragments Of Life con Todd Edwards, sigla telefilm, diarismo di provincia e paura di vivere ascoltando per una vita solo i This Heat mentre rischi di perderti i balli di fine anno. Nulla da dire sul finale di Contact vissuto pericolosamente sopra ad una marmitta artigianale, si ironizza retroattivamente l’intero disco in un tour de force esilarante di violenza fumettosa e di limiti superati nell’estetica del suono come bisogno di ritualità rocky – non differentemente da come la seconda traccia di Human After All prendeva per il culo il Moby di Thousand.

PAESE REALE – cantautori tra Milano e Nashville

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GIOCHI PER BAMBINI –CERCO SOLTANTO DI NON LAVORARE PIÙ (Pippola) Ha un dieci-dodici per cento di Piero Ciampi nella metrica e nei testi e questa cosa lo rende meglio di un sacco di altra gente, ma lo affoga in un restante novanta percento equamente diviso tra la musica che è una versione scrausa dei Bluvertigo, cioè una versione fedele dei Bluvertigo, e del primo Morgan solista. È vero che a certa gente queste cose piacevano e magari piacciono ancora, ma non sono responsabile dell’incoscienza altrui. La cosa che piglia più male naturalmente è il nome che s’è scelto: già sembrava un’idea stupida che qualcuno girasse a nome Musica per Bambini, ma che venisse fuori pure un rip-off è qualcosa che non sarebbe riuscito a immaginare nemmeno Accento Svedese. Magari ora salta fuori che in realtà Giochi per Bambini s’è scelto il nome prima ed è stato l’altro a copiarlo o -ancora peggio- che hanno avuto separatamente il nome l’uno dall’altro, cosa assolutamente probabile, e presto o tardi dovrò ficcarmi una pistola in bocca per protesta. RICCARDO SCIRÈ – LE BALLATE DEI CALL CENTER (Riots) vi copio un pezzo della cartella stampa: una generazione troppo pigra per essere incazzata, con la rabbia in cassa integrazione, in bilico tra satira e provocazione («La mia generazione merita la distruzione / La mia generazione ha perso… tutto al videopoker») che sceglie l’estero come (facile) soluzione a tutto («Siamo gli indifferenti / i figli di puttana / sogniamo l’Inghilterra / ma non leggiamo Moravia»), che punta il dito ma lo fa con ironia («Ti dicono che hai tutta la vita davanti/ A me sembra d’avere una vita d’avanzi»). Voglio dire, la cosa più agghiacciante del disco di Scirè non è tanto il disco, quanto il fatto che ti arrivi l’esegesi nella stessa email. E sì che il disco è davvero una cosa difficile da accettare: un ragazzetto con la faccia carina e il trip della rima baciata che canta canzoni giovaniliste stile Brondi/Cani e l’idea che il tutto sia stato registrato (tra Milano e Nashville, diomio) con un pacco di soldi per fare il botto sul pubblico delle radio e della TV e delle riviste per ragazzine (ammesso e non concesso che escano ancora). Il tutto sulla pelle di uno che magari ci sta provando in buona fede. Leggo tra l’altro che questo non è nemmeno il primo disco di Scirè, il quale ha un botto di visualizzazioni su Youtube e canta dei jingle di Radio DeeJay. Come a dire che dopo l’esegesi e il disco, la terza cosa più agghiacciante è che ci sono concrete possibilità che Riccardo Scirè diventi relativamente famoso. PALETTI – ERGO SUM (Foolica) Ben scritto, ben suonato, molto vario, un po’ noioso. Succede. Magari con voi va meglio. CASO – LA LINEA CHE STA AL CENTRO (ToLoseLaTrack) Quando suona elettrico e con gli arrangiamenti complessi è roba fiacchetta di cui si può fare a meno. Quando suona voce e chitarra acustica sembra di esserci usciti assieme a bere una birra e lui si lamenta di quanto fa schifo la vita e ti fa ridere un sacco anche senza fare le battutine, tipo il mio amico Mattia o i film di Virzì. A volte basta che uno abbia un punto di vista qualsiasi per fare un disco che rimane nello stereo più del dovuto.

PAESE REALE – Lo spiegone.

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Non dico che scrivo per passione, ma quando scrivo sono abbastanza contento e qui sopra lo faccio gratis. Quello che scrivo è basato su qualche assunto di base, elementi di etica/morale e di linguaggio che mi sembrano scontati, tra cui una cosa sulla gente che decide di mandarmi un disco via email: se mi mandi un disco, vuoi sapere cosa ne penso io. Un paio di mesi fa ho scritto dieci recensioni (perlopiù negative) di dischi tra quelli che c’erano arrivati via email. Alcuni gruppi manco le hanno lette, altri le hanno lette e non hanno scritto, alcuni si sono incazzati apertamente, altri hanno ringraziato. Tendenzialmente se stronchi un gruppo malcagato ti becchi un sacco di accuse: accanirti contro dei poveracci malcagati, usare dei gruppi senza potere per fare due accessi in più, sputare merda sopra gente che si sbatte, ruggini pregresse, incompetenza manifesta, dente avvelenato, sensazionalismo, frustrazione sessuale. Qualcuno, nel dubbio, arriva a darti pure del fascista: ci sta, naturalmente. In generale è uno sport ingrato, passi due anni a provare e risparmiare soldi sulle birre per poterti pagare tre giorni di studio e massacrarti a registrare cinque pezzi che non venderanno; poi mi mandi il disco e io te lo stronco male. Fossi un musicista, probabilmente non registrerei nemmeno il disco. Se volessi le recensioni le manderei a gente di cui mi piacciono i gusti. Non spedirei nessun disco alle redazioni, giusto per essere sicuro che (boh) la rece su Rumore non sia firmata da quella gente tipo Ester Apa.

Questa cosa che chi stronca non ha rispetto dei gruppi è permeata nel mondo delle riviste e delle webzine, riducendo il tutto a un discorso tipo “se è figo ne parlo bene, se fa schifo non ne parlo proprio”. Una volta le linee editoriali venivano scavate a viva forza pisciando sui gruppi: questo ha fatto un disco del cazzo, questo ha fatto un disco bello. Soppesavi la firma, traevi le tue conclusioni e decidevi da che parte stare. Oggi non funziona più: la gente che scrive, generalmente, è considerata amica o nemica sulla base di un rapporto pezzi positivi fratto pezzi negativi. Questa cosa ha reso la recensione un genere narrativo che confina con l’agiografia, e dopo qualche anno di questo andazzo stan tutti a dire che bisogna superare il formato classico della rivista e basta con le recensioni che se voglio valutare il disco lo scarico. In realtà quello che abbiamo perso è la considerazione di chi scrive di musica. L’assunto di base di cui ho parlato sopra non è contemplato dal gruppetto o dal suo ufficio stampa: per loro l’assunto è che mandano il mediafire a cinquecento persone e dopo due mesi ci sono trenta recensioni da mettere nella cartella stampa. Cose che succedono davvero: un musicista ti scrive incazzato perché gli hai stroncato il disco, magari ti accusa di non averlo ascoltato con sufficiente attenzione, tu gli rispondi “come ti aspetti che parli del tuo disco il mio sito?” e lui ti risponde ancora più infuriato che “non è che posso passare la vita a leggere i siti di musica”.

Da oggi qua dentro apre un nuovo spazio fisso, a cadenza non so se mensile o che altro. Si chiama PAESE REALE e recensisce alcuni dei dischi che arrivano via email, allo scopo di ritrovare in qualche modo un senso in tutta la faccenda. Anche se suona stupidissimo, prima di postare le prime recensioni vorrei mettere in chiaro quali saranno le regole:

1 I dischi che recensisco mi sono stati segnalati da qualcuno: arrivano per posta, per email, tramite facebook o qualsiasi altro canale. La mail a cui potete mandare le vostre cose è disappuntoCHIOCCIOLAgmailPUNTOcom.

2 Non è detto che io ascolti tutti i dischi che mandate. Mi arrivano un disco o due al giorno, più i dischi che mi interessano, più i dischi che non mi interessano ma vanno ascoltati per capire di che cazzo parlano le riviste (quei gruppi tipo Alt-J o Altar of Plagues o chi volete voi insomma): fanno una ventina di dischi a settimana, se va benissimo ne ascolto la metà, se taglio qualcosa taglio i dischi che devo ascoltare.

3 Ascolto tutti i dischi che recensisco (o se non li ascolto lo dico chiaro e tondo), ma non è detto che li ascolti dalla prima all’ultima nota. Magari di alcuni ascolto metà del primo pezzo, decido che ne ho le palle piene e scrivo il pezzo.

4 La responsabilità dei dischi che ascolto/ascoltiamo è VOSTRA. Leggetevi il pezzo, leggetevi il blog, leggetevi quel che scrivo e mettetemi pure in copia carbone alle vostre email, ma se vi seghiamo il terzo EP non venite qua a recriminare.

5 Alcuni di quelli che mi mandano dischi vanno a finire nello spam. Spesso ci finiscono per questioni di sfiga. Più spesso ancora ci finiscono perché in passato ho cliccato “segnala come spam”. Potrei aver fatto un errore, ma è più probabile che l’errore l’abbiate fatto voi.

6 Non odio nessuno di quelli che mi mandano i dischi, anzi molte grazie a tutti, ma mi riservo il diritto di sentirmi offeso e odiare la vostra musica. La maggior parte delle volte ascolto il vostro disco invece di guardarmi un film o di fare un disegnino o di ascoltare dischi migliori.

7 Il modo in cui scegliete di presentarvi influisce molto nel giudizio sulla musica. Se assieme al disco mi mandate una presentazione in pdf potrei leggerla, odiarla e stroncarla senza aver sentito il disco. Il nome del gruppo e il titolo del disco influiscono nel giudizio sulla musica. I testi che scrivete influiscono nel giudizio sulla musica. La vostra pronuncia dell’inglese influisce nel giudizio sulla musica. La vostra foto influsce nel giudizio sulla musica. I vostri vestiti influiscono nel giudizio sulla musica. I gruppi che citate influiscono nel giudizio sulla musica.

8 Non sono un musicista, non ho mai registrato un disco, non ho mai posseduto un’etichetta, so distinguere a malapena una chitarra dall’altra. Le recriminazioni tipo “sei incazzato perché non ti caga nessuno” o “vediamo cosa saresti in grado di fare tu” mi fanno una pippa.

E basta, direi. Entro stanotte metto online le prime recensioni.

LOLrap – il documentario

 

Non sono tutto ‘sto frequentatore di LOLrap e per la maggior parte del tempo faccio seriamente fatica a distinguerlo dall’altro rap, che per la maggior parte è sempre LOL e forse pure peggio. Mi infastidisce che la gente faccia le cose per vedersi riconosciuto uno status, perché sono nato qualche anno prima che questa corrente di pensiero andasse per la maggiore. Immagino che il punto di svolta siano stati i reality show su MTV, e quindi in qualche modo farmi un giro sul tubo e guardarmi questa gente che ci prova mi mette dentro un misto di angosce diverse. Da una parte una cosa tipo Cinico TV, dall’altra la coscienza che per come stavo messo a diciott’anni sarei tranquillamente potuto diventare uno di questi freak, il che mi fa ringraziare di essermi potuto svolgere le angosce dell’adolescenza in un mondo senza internet.

Nondimeno, il documentario sul LOLrap uscito su Wired e firmato Andrea Girolami/Opificio Ciclope (gente che ci piace molto) è abbastanza una figata. Per prima cosa fornisce un bell’approccio adulto alla materia che (a parte un paio di momenti inevitabili) esula quasi del tutto dalla dimensione sghignazzo della faccenda. Seconda, e più importante, non credo che avremo mai più un ritratto di Trucebaldazzi così a fuoco. Sentendoci un po’ (forse senza motivo) tra i padri spirituali di questo modo di inquadrare le cose, consigliamo molto visione e ri-visione. L’articolo a complemento del video sta qui.