R.I.P.

2009 Dicembre 9
di kekko

Jack Rose, 1971-2009
(foto presa da qui)

Melvins @ Estragon, Bologna (1/12/2009)

2009 Dicembre 9

(foto di Kekko)

La ragione per cui i Melvins sono ancora qui mentre tutti i loro compagni di strada prima o poi hanno mollato è che la loro visione è più forte di tutto. Più forte del tempo, che passa per tutti ma evidentemente non per la loro musica, sempre sgradevole e sbilenca e opprimente, sempre meravigliosamente ottundente e pervicacemente uguale a sé stessa. Più forte della vita, con tutti i suoi scomodi ostacoli che vanno dalla fame agli stenti alle bollette da pagare alla droga ai mille bassisti che vanno e vengono all’invecchiamento precoce al bisogno intrinseco di trovarsi un lavoro dignitoso. Più forte perfino dei Melvins stessi, che pure ci hanno provato a domarla, ad addomesticarla a uso e consumo di major, network tv e platee avide di marionette cenciose da spremere fino all’ultimo brandello di umanità nei favolosi anni novanta: dischi per Atlantic, videoclip e improvvise manie di grandezza dello scriteriato Joe Preston (d’un tratto convintosi di essere diventato una rockstar) non hanno intaccato l’inossidabile attitudine respingente, molesta e anti-umana che da sempre è il motore del gruppo. Brutti come la fame, pesanti come un macigno da dieci tonnellate rivestito di cemento armato, lenti e implacabili come la morte in un ospizio, i Melvins hanno attraversato indenni oltre un quarto di secolo di storia della musica pesante, creando scene, lambendone di striscio altre, comunque tracciando un segno indelebile in discipline tra le più diverse e disparate tra cui (almeno) metal, noise, doom, ambient, stoner, sludge e ovviamente “grunge”. Continuano a incidere dischi di cui non frega un cazzo a nessuno (a parte il solito nugolo di irriducibili più dissociati di loro) e a portare i loro grugni inguardabili e i loro temibili ventri da birra a spasso per il mondo a una media di un disco-tour all’anno, inarrestabili come un carrarmato pilotato da un mongoloide. Probabilmente soltanto la morte li fermerà. Quella di stasera è soltanto l’ennesima tappa del viaggio. Sul palco iniziano in due; sembra di vedere (e sentire) due spastici al saggio di fine anno. King Buzzo è bruttissimo. Voglio dire, più del solito. Chiunque ha accostato fino alla nausea la sua improponibile zazzera a due modelli: Robert Smith e Telespalla Bob, ma la verità è che lui somiglia piuttosto a una gattara totalmente andata di cervello, una di quelle vecchie svalvolate senza denti che vedi aggirarsi nei rioni blaterando cazzate a caso. Indossa una vestaglia nera con un grosso pentacolo cucito all’altezza delle gambe e probabilmente nella sua mente questa è una trovata simpatica. Il colpo d’occhio provoca il vomito. Dale Crover, da par suo, tracima tessuto adiposo da ogni piega di una maglietta troppo stretta, sbuffa e ansima e sfoggia con strafottenza un quadruplo mento da camionista baffuto da far sembrare marmoreo un budino créme caramel dentro la lavatrice. Ma è quando si aggiungono i nuovi innesti, il bassista-cantante Jared Warren e il secondo batterista Coady Willis, che la serata entra nel vivo. Lo show è diviso in due set dalla durata quasi identica (entrambi attorno ai tre quarti d’ora), il primo incentrato sulle cose più recenti, il secondo sui vecchi classici; i volumi sono impressionanti, il suono di chitarra qualcosa di difficile da immaginare, figuriamoci da sentire: magmatico, ribollente, schiumante, il suono di una fossa di liquami tossici dotati di vita propria. L’incedere delle batterie un meccanismo infernale che ridefinisce il concetto stesso di “metronomico”. L’aria si fa pesante, il pavimento trema: è come se il terreno si preparasse da un momento all’altro a spalancarsi in una voragine senza fondo né scopo. Sembra di assistere a un rituale pagano di cui soltanto gli officianti conoscono le regole; la sensazione, incancellabile, è di qualcosa di pericoloso, tenebrosamente imponente, malsano, qualcosa di profondamente sbagliato che si insinua inesorabile fin dentro alle ossa, a cui è del tutto inutile opporre resistenza. Come rimanere, ammaliati, immobilizzati, a contemplare l’abisso. Quando l’ultima nota si dissolve nell’aria è come se una mano invisibile avesse allentato la stretta alla nostra gola. Concerto dell’anno, se non fossimo sul pianeta Terra ma in qualche universo parallelo lovecraftiano, agghiacciante a partire dal nome, tipo R’lyeh. Terminale.

P.S.: l’inizio del concerto tre quarti d’ora prima dell’orario indicato ci ha impedito di assistere alla performance dei Porn. Bestemmie a iosa.

(foto di Kekko)

Copertine fighe 2000/2009 #2

2009 Dicembre 6
di kekko

Selezione di Giudit.

Pan Sonic + Martin Rev @ Locomotiv, Bologna (28/11/2009)

2009 Dicembre 5

(foto di deSna B.)

In origine il cartellone di stasera prevedeva il solo Martin Rev, senonchè la data di ottobre dei Pan Sonic è saltata perché uno dei due (Mika Vainio, quello pazzo) era finito in coma etilico per l’ennesima volta. Dunque, recupero in extremis ora con conseguente reboot della serata da happening per squilibrati e reduci bolliti a evento mondano dell’anno per galleristi froci, intellettuali con gli occhiali, gente che ne sa di musica, esponenti della scena e in genere tipi giusti che vanno nei posti giusti. Locale pieno con fila all’ingresso, c’è chiunque deve esserci: è l’ultimo tour dei Pan Sonic (ma sarà poi vero?), mancare significherebbe scomparire dalla scala sociale. A Martin Rev di tutto questo, comunque, non frega un cazzo. Maglietta con supereroe e occhialoni da sole da cyborg scervellato, magro come un chiodo e scavato come una scultura di Giacometti, avanza caracollante portandosi dietro quasi quarant’anni di leggenda, marciume e marginalità rigorosamente newyorkese; sul palco una tastiera e un microfono, nient’altro. Solleva per un attimo gli occhiali per configurare qualcosa sulla plancia di comando rivelando occhi enormi e neri scintillanti nel vuoto, due fari di tenebra a squarciare la luce. Schiaccia un pulsante e parte una base che non riconosco, dev’essere un pezzo dal suo album nuovo, Stigmata, che non ho ancora ascoltato (è uscito il giorno prima); contemporaneamente comincia a percuotere la tastiera con pugni e gomitate, come un bambino suonerebbe il pianoforte dei nonni, premendo tutta la pianta della mano su tasti a caso e producendo soltanto caos dissennato. Poi afferra il microfono, e ci urla dentro un testo che, con buona approssimazione, fa più o meno così: HEY! HEY! HÙA! HÒE! HÈAH! HÙH! HÒAEY! per alcuni minuti, il tutto alternato ad altri pugni e gomitate sulla tastiera e occasionali coreografie da ballerino spastico strafatto di crack. La base è martellante e implacabile, i volumi sono assordanti, insensati. Il brano finisce senza che ci sia tempo di chiedersi perché, di cercare di razionalizzare quanto abbiamo appena visto, e subito parte quello successivo, che identifico immediatamente: è In your arms, il secondo pezzo di To Live (2003, probabilmente il miglior album della sua carriera solista), schitarrate anfetaminiche e drum machine assillante alla Ministry del periodo cyber-metal primi anni novanta. Tempo pochi istanti e Martin riprende ad avventarsi sulla tastiera rendendo il tutto un delirio cacofonico impressionante nella sua demenziale casualità; non prova nemmeno a fingere di ricordarsi il testo, si limita a emettere a pieni polmoni suoni a caso, grugniti scimmieschi, agghiaccianti belati, poi un balletto, alza le braccia al cielo, batte perfino le manine, poi ancora pugni e gomiti. Al quarto brano ho i timpani che implorano una tregua e dalla prima fila mi sposto verso il centro del locale. Incontro un’amica che non vedevo da molto tempo e le chiedo come sta. Mi risponde: “stavo molto meglio prima di sentire questo cialtrone“. Il concerto va avanti, la dinamica non cambia: parte la base, pugni alla tastiera, versi al microfono, con Martin via via sempre più febbrile e frenetico. Tra la fine di un brano e l’inizio del successivo descrive un semicerchio attorno al microfono a passetti veloci, poi schiaccia un tasto e tutto ricomincia di nuovo. Prima di iniziare il penultimo pezzo azzarda addirittura un “hey!“, che nel suo linguaggio significa certamente “grazie”. Conclude con una To live di oltre dieci minuti, accanendosi sui tasti stremati generando sul finale un allucinante, lunghissimo drone che è probabilmente il suono di quel che si ascolta all’Inferno. Un’ora esatta di performance in perenne bilico tra sublime e patetico, tra titanico e gratuito, a stagliarsi netto il profilo impassibile di uno dei più grandi catalizzatori di depravazione, decadimento e alterazione mentale di tutta la storia del rock.
I Pan Sonic, che pure hanno inciso due dischi con il compare di Rev – il non meno disturbato e deviante Alan Vega (che da anni pare occuparsi più di arte che di musica), hanno in serbo tutt’altra roba: a volumi minimi, decisamente fastidiosi ma stavolta al contrario (mi permettono di udire chiaramente tutte le cazzate che la gente dice intorno a me), srotolano una serie di rumorini microtonali, singultini da digestione laboriosa, pulsazioni da elettrocardiogramma di un novantenne, scariche elettrostatiche tipo la radio quando non prende, vrrrrrrrr frrrrrrrr di trapano del dentista e altri glup glip glop glap glep assortiti da far scendere la catena al più volenteroso degli ingegneri del suono; è tutto molto affascinante e i suoni indubbiamente ben curati e spesso anche belli, almeno per quanto l’incessante blaterare del pubblico – molto chic ma assai poco educato – mi permetta di distinguere, ma è anche roba che la coppia potrebbe tirare fuori agevolmente con la mano sinistra e gli occhi bendati, qualcosa di simile al concetto di b-side, di out-take o di cazzeggio domenicale spippettando sui marchingegni con gli amici fonici nerd, comunque qualcosa di decisamente non all’altezza di quello che vorrebbe essere un commiato ufficiale e definitivo. La portano avanti per cinquanta minuti, poi decidono che è abbastanza. Seguiranno dj-set adeguatamente raffinati. Simulazione di orgasmo.

(foto di deSna B.)

Copertine fighe 2000/2009 #1

2009 Dicembre 3
di kekko

True Believers E Tanto se ribeccamo: Grant Hart

2009 Dicembre 2

Non ho la più pallida idea di cosa abbia fatto Grant Hart negli ultimi dieci anni (al 1999 infatti risale la sua ultima testimonianza discografica, il solo album Good News for Modern Man). In parte non ho voluto saperlo, perché ogni volta che scandagliavo la Rete in cerca di notizie su di lui (la stampa specializzata aveva da tempo smesso di curarsene) trovavo solo irrispettosi resoconti su message board americane che raccontavano di concerti in bettole davanti a 35 persone, di mostre in infime gallerie d’arte disertate da chiunque contasse qualcosa, dell’uomo finito a fare il meccanico di auto di lusso per pagarsi la droga. No, non è questo il Grant Hart che conosco e, alquanto egoisticamente (dopotutto sono solo un essere umano, a differenza di lui che è un angelo), non è nemmeno quello che mi interessa. Allora ho preferito rifugiarmi nel passato, quando Grant Hart era l’altra metà degli Husker Du, la perfetta controparte di Bob Mould il riflessivo, il meditabondo; lui era quello euforico, quello estroverso, il pagliaccio chiassoso che raccontava l’atroce follia della vita attraverso sfavillanti pop songs troppo belle per poter mai essere dimenticate. Ma anche oltre, quando Grant Hart era l’agitato menestrello nel periodo immediatamente successivo alla dissoluzione tossica del gruppo, incapace di trovare requie nelle maglie della forma-canzone, quando i pensieri correvano molto più veloci della penna e ogni pezzo era diverso dall’altro, ognuno la negazione del precedente, ogni volta che credevi di averlo raggiunto lui era già altrove, sempre altrove. Lui era capace di plasmare a proprio piacimento la materia pop, di rivoltarla come un calzino digerirla e ricrearla di nuovo con nuove regole, un genio troppo costantemente in orbita per sapersi anche gestire lungo una carriera che è un’alternanza schizofrenica di vette assolute di fantasia e creatività concentrate in brevi periodi di superlavoro intervallati da lunghi anni di silenzio totale. Come se all’improvviso si ritrovasse nuovamente stupefatto abbacinato assorbito dalla vita al punto da non voler fare altro che viversi le giornate, per poi solo in un secondo momento trasferire il vissuto in dischi, in canzoni che sono fuori dal tempo per quanto bruciano di vita.
Da qualche tempo, Grant Hart è tornato a essere Grant Hart. Dopo una sosta durata dieci anni, che cominciavamo a credere definitiva, se ne esce con un disco registrato in tre giorni: tipico di lui. Hot Wax è il titolo, e – incredibile ma vero – è il suo lavoro migliore dai tempi di Intolerance (1989). Esattamente come allora, ogni canzone è unica e diversa dalle altre, ogni canzone è un ineccepibile manuale su come si scrive la perfetta pop song, e ogni canzone porta dentro di sé tanta tristezza quanta gioia entrambe in dosi tanto massicce da far male al cuore. L’album è stato assemblato negli studi canadesi dei Silver Mount Zion con l’aiuto di gente del giro Constellation, ma non ne risente affatto. È, in tutto e per tutto, la manifestazione dell’incommensurabile talento di un musicista immenso che si chiama Grant Hart.
A celebrarne la statura abbiamo scelto un brano del passato, scritto di getto dopo il tumultuoso split degli Husker Du: è 25 41 (twenty-five forty-one), il civico dell’appartamento dove Hart era andato a convivere assieme al suo compagno di allora, oltre che l’indirizzo della prima sala prove del gruppo (coincidenza che continua ad alimentare il dubbio se Mould e Hart siano mai stati amanti – anche se entrambe le parti hanno sempre negato). Un pezzo che racconta la fine di una relazione, ma anche la fine del più grande gruppo che abbiamo conosciuto nella nostra vita. “Ora tutto è finito, tutto è storia passata, ogni cosa è stata impacchettata, al 25 41…“.

25 41

Jimmy gave us a number
and Jerry gave us a place to stay
and Billy got hold of a van and man,
we moved in the very next day

to 25 41
Big windows to let in the sun
25 41.

well, I put down the money
and I picked up the keys
We had to keep the stove on all night long so the mice wouldn’t freeze.

You put our names on the mailbox
and I put everything else in the past
It was the first place we had to ourselves, we didn’t know it would be the last.

25 41
big windows to let in the sun
25 41.

Now everything is over
Now everything is done
Everything’s in boxes, at 25 41.


Things are so much different now
I’d say that the situation’s reversed
and it’ll probably not be the last time I have to be out by the first.

25 41
Big windows to let in the sun
25 41
Big windows to let in the sun.

William Fitzsimmons @ Locomotiv, Bologna (22/11/2009)

2009 Novembre 30

(foto di Paolo Casarini)

Lui è un dissociato molto fortunato: figlio di genitori ciechi, infermiere nei manicomi, avrebbe continuato in eterno a suonare il suo folkettino malinconico e agreste nel disinteresse generale se qualche cool hunter più rintronato e imbottito di bamba del necessario non avesse deciso di usare alcuni suoi pezzi come sottofondo per le scene madri di un telefilm americano con dottori problematici. Apriti cielo: da allora diventa il più scaricato su iTunes nella categoria folk e, di conseguenza, il nuovo nome da citare per svoltare nelle conversazioni e il nuovo eroe di chiunque abbia fatto di “scopami, sono un tipo sensibile” la propria filosofia di vita. Ma rispetto ad altri cialtroni intimisti tipo Bon Iver e agguerriti stracciapalle coccolati da Pitchfork del cas(zz)o tipo i Fleet Foxes, gentaglia a cui Fitzsimmons viene spesso accomunato, l’uomo ha dalla sua una buona dose di autoironia che aiuta a sdrammatizzare e – soprattutto – almeno tre/quattro canzoni sinceramente belle. Oltre naturalmente a un temibile barbone foltissimo e ispido da fare invidia agli ZZ Top, cifra stilistica più evidente del suo crederci sul serio. Il nuovo The Sparrow and the Crow (notare il titolo uccellesco e menagramo e campagnolo come da prassi) è ancora caldo di pressa, lui viene da Pittsburgh, come George Romero, e ha appena divorziato dalla moglie: perfetto.
Apre Laura Jansen, giovane cantautrice americanolandese forte di un repertorio ancora esiguo (due EP autoprodotti e un album recentissimo) ma di gran classe: voce e tastiera e nient’altro, per una ventina di minuti ci catapulta tutti quanti in un jazz club buio e umido e fumoso a New Orleans in piena notte. Ed è anche simpatica: “questo pezzo non l’ho scritto io, altrimenti vivrei in una villa gigantesca e dormirei in un divano grosso sei volte il mio, che peraltro è pure sfondato”, e parte una cover totalmente trasfigurata di un pezzo dei Kings of Leon, pura merda da pestare che dopo il suo trattamento diventa oro fuso. Gran finale con pubblico incitato a schioccare le dita a tempo. Che bello se Laura Jansen si chiamasse Cat Power.
Poi è il turno di Fitzsimmons. Sul palco è solo con la sua chitarra acustica, scruta le assi che ha sotto i piedi come contenessero in sé chissà quale verità, ha l’espressione di un cane randagio, occhiali rotondi orrendi e sproporzionati, un camicione di flanella che anche nel 1992 sarebbe stato demodè e una voce flebile e strascicata che pare il grido d’aiuto di un invertebrato che sta morendo di noia: sembra buttare male. Ma dura poco. William comincia a dire cazzate tra un pezzo e l’altro. Cazzate divertentissime. Si prende in giro da solo, racconta aneddoti tristissimi sulla sua vita (svelando tra l’altro un recente passato da clochard) come fossero barzellette da spanciarsi dalle risate, conosce i tempi comici meglio di un provetto entertainer; ridono tutti, anche quelli che probabilmente non capiscono una parola di inglese, l’intero locale rimbomba di risate. Dopo il terzo pezzo compare la band, un bassista con un paio di baffi a manubrio da motociclista gay veramente ipnotici, un batterista che si darà da fare con solo cassa e rullante e occasionalmente al banjo, e di nuovo Laura Jansen alla tastiera e ai cori; la musica, da folk triste che era, diventa un rockettino rurale senza spigoli alla Mojave 3, con Fitzsimmons che continua a prendersi e prenderci in giro come fossimo a una serata di stand-up comedy per aspiranti suicidi (il prossimo pezzo sembra allegro, ma parla del divorzio. Sono sempre io, eh?; E ora ecco a voi una delle quattro persone più belle presenti sul palco: Laura Jansen!!!) e riesce a coinvolgere il pubblico in un singalong per un pezzo che si intitola You still hurt me. Ridendo e scherzando, un’ora e un quarto passa via come fossero cinque minuti, l’atmosfera è quella di una serata in osteria con gli amici migliori, gli applausi sono sinceri, il divertimento genuino. Segue assalto al banchetto del merchandise, dove le magliette di Fitzsimmons andranno via come il pane. C’è anche Laura Jansen, che invita tutti a iscriversi alla sua mailing list e stringe la mano a tutti e firma autografi con dedica chiedendo a tutti come si chiamano. Siccome è olandese mi sento in dovere di dirle che Paul Verhoeven è uno dei miei registi preferiti. Lei è d’accordo.

(foto di Paolo Casarini)

Uccidiamo politicamente Mariano Apicella

2009 Novembre 26

Intanto Berlusconi è la rockstar dell’anno, e su questo non ci piove. Feste, casini, Casini, gente oscura, droghe, ragazze, strafottenza, io non pago, ragazzine e quant’altro. Apicella come chitarrista fa schifo, ma la rockstar dell’anno, in attesa di rockstar che suonino rock, è Berlusconi.

Naturalmente a nessuno gli frega un cazzo di chi è o non è una rockstar fino a che non arriva il numero di Rolling Stone di dicembre. Il senso della cosa è che nessuno ha più voglia di vivere il sogno del debosciato strapieno di soldi per interposta persona, e come cosa ha un senso -naturalmente. La maggior parte di noi ci prova ancora, tassativamente attraverso la pedestre idea di un gruppo musicale -invece di iniziare a comprare titoli ed ingrossare il capitale l’uccello e il giro di alleanze. Sia quel che sia di questi giorni è uso comune piazzare un bello sgambetto bloggy alla malsana idea di Rolling Stone, colpevole -a quanto pare- di avere preso un simbolo estremamente facile e bistrattato e averlo buttato in copertina per vendere più copie, manifestando implicito apprezzamento per la figura del presidente del Consiglio.

  • Ma vedi che la cover l’ha fatto quello che faceva i manifesti di Obama, ma vedi che strappa la bandiera italiana.
  • Sì ma vedi che le TV e i giornali oggi ne han parlato in senso positivo.
  • Ma vedi che gli articoli dentro sono molto critici.
  • Ma vedi che non tutti li leggono, alcuni guardano solo la copertina

(il tasso di analfabeti tra gli elettori del PdL è incredibile, usano questa tecnica ipnotica che ti spinge a mettere la croce sul simbolo più azzurro che c’è, NdR)
eccetera

Ora, lungi da noi gente dura glorificare Rolling Stone (non mi sta sui coglioni, ma non lo leggo). Il punto è che sembra roba cucita addosso a questa sorta di antagonismo peloso e slavato su cui manco Serj Tankian riuscirebbe a farci su un pezzo. La questione cardine della vicenda è puramente semantica: ROCKSTAR è una parola di fortissimo impatto emotivo, richiama un immaginario positivo e sinistrorso in sè -e non per quello che racconta. Son parole che contengono un giudizio morale di serie, tipo ninfomane o bidimensionale o tweepopper o pedofilo. Ecco, voglio dire, in giro sarà pieno di pedofili non praticanti, non fanno male a nessuno e si limitano a masturbarsi violentemente in camera loro pensando al culo del figlio di mia cugina (sette anni, grazie per la domanda). Il problema della copertina, fatto salvo che ho dovuto comprare una copia e leggere i pezzi dentro (che sono diocristo perfino scritti bene. un autentico affronto per la critica rock contemporanea) è l’associazione in sè, Silvio Berlusconi Rockstar sbattuto in copertina senza nessun LOAL a caratteri cubitali come disclaimer. Con tutto il culo che s’è fatto per stare sui coglioni ai punkabbestia. Eccetera. E poi insomma, ogni volta che lo nomini mette altri due voti in cassa, gli fai campagna elettorale solo a mettere il suo nome in copertina (tipo Voldemort, ma nel caso Harry Potter sarebbe femmina e bionda). Comunque noi qui ci sentiamo di rassicurare gli scettici in merito alla cosa peggiore che potrebbe succedere da oggi in poi: Berlusconi e Apicella non suoneranno da headliner al prossimo Heineken Jammin’. Contenti?

Karma To Burn @ Bronson, Ravenna, 22/11/2009

2009 Novembre 25

Due giorni prima su questo stesso palco hanno suonato gli Horrors, e credo che sia andato sold-out. Ha un suo senso: la musica drittona degli anni novanta ha rotto il cazzo, era necessaria un’evoluzione, e gli Horrors sono la quintessenza del gruppo evoluto era 2009 -dei voltagabbana col ciuffo. Mollato il fashion-garage prima che la gente avesse da ridire, si sono ributtati sul mercato con un disco di inqualificabili rip off wave/shoegaze e hanno fatto il pieno di consensi critici, con tanto di attestati di lode al coraggio (con un disco finto-shoegaze, nel 2009). E sarà stato pieno di figa, me lo figuro proprio davanti agli occhi: fintosessuali con frangia e ragazze vestite come tante Emily The Strange Troia che sorseggiano vodka-lemon in attesa che Spider inizi a fare le mossettine talle alla tastiera. Magari qualche hipster è riuscito a limonare, e il giorno dopo sui network mi è persino capitato di leggere gente rimasta piacevolmente impressionata dalla carica della band dal vivo. Grazie mamma ma mi tengo l’odio pregiudizievole. No, non c’ero. E voi sicuramente non c’eravate, due giorni dopo, alla seconda calata in cinque mesi di Karma To Burn, revival stoner-grunge anni ‘90 becerissimo e incazzosissimo con berrettini, t-shirt, jeans slavati, chain-wallet e un muro di amplificatori. In compenso siete costretti a beccarvi il secondo live report in manco un semestre con nient’altro da dire a parte: un TRENO sonoro fatto di parti di chitarra e basso sostanzialmente identiche, con un milione di stop’n'go tutti perfettamente sincronizzati e a volumi altissimi (pure troppo, per una domenica sera), scanditi da una batteria precisa al millisecondo. Un’ora e passa di musica senza staccare le mani dagli strumenti, a parte il chitarrista Will Mecum che dopo tre o quattro pezzi ringrazia per essere passati nonostante fosse domenica e “lo so che questo è il giorno del Signore, ma vaffanculo“. Purtroppo stavolta non c’era tra il pubblico un tizio in carrozzella con la maglia degli Unsane, ma lo teniamo come guida spirituale. Un’ora e passa dopo l’inizio, mentre il gruppo è uscito dal palco, la gente  ha smesso d’applaudire e il dj ha già messo su la prima traccia di Backspacer per chiudere la serata, i tre tornano su e regalano un inaspettato bis. Concerto dell’anno.

PS la foto è mia -stavolta mi son ricordato la macchina. Altre mie stanno QUI.

Living Colour @ Estragon, Bologna (20/11/2009)

2009 Novembre 24

(l’immagine l’ho presa da qui cercando con google immagini ma non riesco ad aprire il sito, mi si impalla il computer prima)

 

 

Due ore e quaranta. Centosessanta cazzo di minuti dritti dritti uno dietro l’altro senza nessuna interruzione a parte quella, brevissima, tra la fine del set vero e proprio e gli immancabili bis. Una prova atletica sfiancante, da pornodivo. E come i migliori e più affidabili pornodivi, anche i Living Colour devono essere in possesso di una serie di requisiti indispensabili, considerata anche l’età media dei componenti e il genere musicale proposto, non esattamente roba alla Sufjan Stevens: salute inattaccabile, robustezza e vigore assoluti, concentrazione totale e capacità di resistenza virtualmente infinita, oltre ovviamente – e qui citiamo alla lettera Steve Albini – a una volontà di ferro. Impossibile anche solo pensare di non avere voglia di salire sul palco quando si suona il funk metal più muscolare del mondo (gli unici antagonisti possibili sono stati gli Infectious Grooves, almeno fino al 1995), e ognuno di loro è un’autorità incontestabile nel proprio strumento: verrebbe a mancare la ragione stessa dell’esistenza del gruppo ora, dal momento che i dischi post-reunion (Collideoscope del 2003 e il recentissimo The Chair in the Doorway) sono ben poca cosa se confrontati al sovrumano repertorio passato – compresi pure gli esordi solisti di Vernon Reid (Mistaken Identity, 1996) e Corey Glover (Hymns, 1998), entrambi autentici classici misconosciuti. E ‘misconosciuto’ (o ancora meglio un suo sinonimo: ‘sottovalutato’) sembra essere una parola tristemente famigliare nelle sorti della band: graziati da un immediato (e onestamente strameritato) successo ai tempi del debutto, tempo un altro album e un EP, poi arrivano gli anni novanta e bum: Nevermind. Chiunque non vesta come uno straccivendolo e non scriva canzoni su quanto siamo stupidi a immettere ed emettere fiato dai nostri polmoni è considerato un povero stronzo, figurarsi cosa possa interessare al mondo di quattro negri che suonano canzoni tecnicamente intricate. Loro provano ad adeguarsi come possono e ne esce il monumentale Stain (1993), disco cupissimo (per i loro standard) e stimolante come e in certi casi perfino più dei precedenti, corredato da una copertina sufficientemente tetra e da un video (per il primo singolo, Leave It Alone) tutto luci/ombre capelli sulla faccia vestiti cenciosi che a rivederlo oggi urla anni novanta da ogni singolo fotogramma. Non funziona: il tormentato e grungettoso pubblico li ignora, loro si sciolgono. Se cercate su Youtube un video qualsiasi dei Living Colour e vi soffermate a leggere i commenti (non tutti, bastano i primi cinque/sei) noterete che la parola più ricorrente è ‘underrated’. Per fortuna che, negli anni di silenzio, il culto non ha mai smesso di essere tramandato, e oggi esiste una solida e nutrita fan-base del tutto trasversale (anche se, ohimè, non più giovanissima) che li segue e li venera; questa sera l’Estragon è pieno per metà e anche un poco oltre, che per un gruppo come loro è un risultato importantissimo. Certo il tempo passa per tutti, e quando salgono sul palco a momenti non ne riconosci neanche uno: Vernon Reid ha rasato a zero i suoi lunghi rasta e ora sembra un clone negro di Tom Morello, compresi il cappellino, le pose plastiche e il modello della chitarra; Corey Glover è due volte il vecchio Corey Glover e sembra il cantante degli Urban Dance Squad intrappolato in una mise da meccanico (salopette di jeans e camicia azzurra a mezze maniche, oltre agli immancabili occhiali da saldatore) che non dismetterà mai. Al basso c’è Doug Wimbish, presenza fissa da Stain in poi nonché turnista di extralusso per chiunque lo paghi, da Billy Idol a Tarja Turunen a Mos Def fino ai Rolling Stones, in passato stretto collaboratore di Mark Stewart (che è quel che più ci interessa). L’unico rimasto esattamente come era è Will Calhoun, anche se la sua batteria è talmente monumentale che dietro potrebbe starci chiunque, anche il povero André The Giant, e non scorgeresti comunque nulla a parte, ogni tanto, il mulinare di due braccia. Iniziano puntualissimi, precisi e ferali come cyborg; non una sbavatura, tutto è spaventosamente perfetto e anche emozionante: un sogno, corroborato da visuals allucinogeni da festa goa-trance proiettati ininterrottamente su un telone bianco alle loro spalle. Non risparmiano e non si risparmiano smargiassate da übersegaioli dello strumento, dall’assolo di basso stratosferico culminato in una suonata coi denti da far sbarellare Jimi Hendrix se solo fosse ancora vivo, a sei minuti di sola batteria con palco buio e bacchette luminose; fa parte dello spettacolo e stiamo più che volentieri al gioco, se poi parte una Ignorance is bliss che rafforza in noi la convinzione che i Living Colour siano stati uno dei più grandi gruppi di rock politico degli ultimi venticinque anni (forse il più grande, e potrei andarlo a dire a casa di Zack de la Rocha appoggiando gli anfibi sulla sua biografia del subcomandante Marcos). Un unico rimpianto: da quel mostro di scaletta che han tirato fuori hanno escluso Leave it alone e soprattutto Nothingness, a meno che non abbian fatto un medley di entrambe negli unici tre minuti in cui ero uscito a prendere una boccata d’aria. Ah, c’è anche il tempo per due cover: Should I stay or should I go e, con somma ironia, In Bloom. Entrambe micidiali. Si versa acqua sull’uccello.